HUGO RACE: il rock crepuscolare dell’ex chittarrista dei Bad Seeds dal vivo a Napoli

Nato a Melbourne nel 1963, Hugo Race è noto principalmente per le sue collaborazioni con Nick Cave, che ha accompagnato dal 1983 al 1985, come chitarrista dei Bad Seeds. Debuttarono in Australia durante uno spettacolo di Capodanno al Seaview di St.Kilda e sarebbero diventati di lì a poco una delle band underground più seminali degli anni ottanta.

Race abbandonerà la band dopo il primo, spettacolare, album “From Her To Eternity”, per proseguire la sua carriera musicale con gli australiani The Wreckery che entrano in scena nel 1985 con un EP intitolato “I think this town is nervous”, decisamente vicino alle ambientazioni musicali oscure dei Bad Seeds.

Le sonorità sono post punk ma caratterizzate sia da composizioni complesse che ricordano l’approccio del jazz, che da venature blues.

Un’identità profondamente versatile è probabilmente l’unico marchio di fabbrica di Hugo Race che nella sua lunga carriera ha adottato influenze musicali di tutti i tipi miscelandole in un cocktail sonoro onirico ed assolutamente convincente.

The Wreckery proseguono la propria carriera producendo colonne sonore ideali per le ore notturne come il singolo “I can’t say“, un brano impreziosito da un assolo in cui s’intrecciano sassofono e pianoforte, o la più convenzionale “Everlasting Sleep, dal disco “Here At Pains Insistence“.

Il gruppo si scioglie nel 1988, anno in cui viene pubblicata una compilation della band.

A seguito di quest’esperienza, Race si trasferisce in Europa e fonda, a Berlino, i True Spirits, band che attraverserà gli anni novanta e rimarrà in piedi fino al 2015, mentre Race si dedica, al contempo, a progetti paralleli sia in altre band che come solista.

Il riferimento ad un racconto di Edgar Allan Poe sbandierato nel titolo del primo disco dei True Spirit, “Rue Morgue Blues“, rivela che gli interessi del musicista australiano non si limitano solo alla musica. La title track dell’album, anche stavolta accompagnata da fiati che arricchiscono la composizione, è un blues che si trascina accattivante ed è scandito da una batteria statica e praticamente inesistente che si limita ad un suono secco ripetuto per più di quattro minuti, mentre la chitarra intesse una melodia ipnotica.

Il filo conduttore dei True Spirits è il buio, inteso non come collocazione spaventosa o angusta, bensì come dominio in cui esprimersi al cento per cento. A differenza della maggior parte della musica post punk e new wave degli anni ottanta, che alla lunga può diventare ripetitiva, la musica dei True Spirit risulta varia e stimolante.

Più ci avviciniamo al presente, più i punti di contatto tra Hugo Race e l’Italia aumentano. La collaborazione con la catanese Maria Collica inizia con un duetto in “When midnight comes” dei True Spirits e si evolve nei Sepiatone, band in cui Race si dedica principalmente alla parte strumentale per lasciare spazio alla voce della cantante. Ed ancora, con una band tutta italiana, gli emiliani I Sacri Cuori, il chitarrista e cantante fonderà gli Hugo Race and Fatalists.

Il 2017 vede Race in tour in Europa con Michelangelo Russo da ottobre a dicembre, ma il compositore è riuscito a ritagliarsi una data come solista al Cellar Theory a Napoli. In quest’occasione ha proposto un live set unico in cui ha sperimentato brani inediti, intrattenendo il pubblico per più di un’ora.

La serata è stata organizzata da Rockalvi che propone eventi in Campania per promuovere l’ONLUS per bambini affetti da malattie rare Camilla la stella che brilla, a cui è inoltre possibile devolvere il cinque per mille.

Dopo l’apertura di Johnny Dalbasso, one man band carismatico di origine avellinese, (potete leggere l’intervista che gli abbiamo fatto qualche tempo fa cliccando qui), Hugo Race si presenta sul palco senza l’accompagnamento di una band.
Voce e chitarra, una stomp box visibilmente artigianale che assomiglia ad un cassetto, ed un’astronave di pedali, ma anche basi pre-registrate che non suonano false grazie alla chitarra evocativa ed onirica di Race che si distende sul tappeto pre-registrato come una pianta rampicante.

Le canzoni richiamano immagini palpabili che sembrano concretizzarsi nel club vomerese: le note ridisegnano le tracce sull’asfalto di un autostrada percorsa di notte, il bancone di un bar notturno fumoso, il letto di una stanza d’albergo solitaria affittata a buon mercato.

Queste ed altre visioni scorrono nelle menti del pubblico mentre il musicista australiano canta sussurrando e fa l’amore con la sua chitarra in un insolito connubio electro-blues.

articolo di Sara Picardi, fotografia di Mina Maya Solimeo

PINK FLOYD: Il cinquantesimo anniversario del primo viaggio interstellare della band

Mezzo secolo fa veniva pubblicato “The Piper At The Gates Of Dawn”, il primo disco dei Pink Floyd,  una porta verso il mondo della psichedelia ed un nuovo modo di percepire la musica ed il rapporto tra l’uomo e l’universo interiore ed esteriore.

La famosa band inglese iniziò come Pink Floyd Sound, appellativo proposto da Roger “Syd”Barrett, che aveva già scelto i nomi per i suoi due gatti rubandoli ai suoi bluesman preferiti: Pink Anderson e Floyd Council.

Syd è uno studente d’arte con l’hobby della pittura e si unisce in veste di cantate e chitarrista al gruppo musicale dei suoi amici Roger Waters e Bob Klose, rispettivamente bassista e chitarrista. Quando Klose, patito di jazz, lasciò il gruppo che riteneva avesse un sound troppo pop, i ragazzi cambiarono il nome semplicemente in Pink Floyd e diedero vita al loro disco di esordio con la formazione Barrett, Waters, Wright e Mason che avrebbe portato la band al successo.

“The Piper At The Gates Of Dawn” (Il pifferaio ai cancelli dell’alba) ruba il titolo a quello del sesto capitolo del romanzo per ragazzi “Il vento tra i salici” di Kenneth Grahame. Accolto dal pubblico con entusiasmo, il primo album dei Pink Floyd è stato apprezzato ed osannato dai critici contemporanei e postumi che l’hanno considerato seminale non solo per la musica psichedelica degli anni sessanta, ma anche per generi musicali successivi come la musica noise e quella indie.

Il disco attinge a piene mani dall’immaginario frenetico e visionario del pittore/cantante Syd Barrett e suona come un viaggio psichedelico che parte dalla terra per girarci attorno. Opera apripista della mania per lo spazio, anticipa di un anno “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick ed di ben sei anni l’alieno del rock Ziggy Stardust, la creatura androgina creata da David Bowie come proprio alter ego da palco.

L’album comincia con “Astronomy Domine”, un delirio elettrico spaziale che, in puro stile anni ’60, non perde il piglio melodico ed orecchiabile nonostante l’atmosfera ultraterrena.

Ma nel disco non c’è solo lo spazio, che tornerà come tema prepotente del capolavoro “Interstellar Overdrive”, un brano affilato e tagliente come quelli che si sentiranno solo 10 anni dopo con il punk. Nei testi c’è spazio per una bicicletta, uno gnomo, uno spaventapasseri, un gatto strano che accompagna una strega di nome Jennifer ed altre creature bislacche che affollano la mente creativa del giovane Barrett. L’edizione americana dell’album inoltre comprende il delizioso singolo “See Emily Play”, la storia di una ragazza con “la strana abitudine di prendere in prestito i sogni altrui”.

Personaggi poetici ed immagini fiabesche provenienti dalla fantasia e stimolate dall’acido lisergico che ha nella storia della band un posto d’onore in positivo ed in negativo: da un lato ha contribuito ad amplificare visioni e creazioni musicali e non dei Pink Floyd, dall’altro ha condotto Syd Barrett verso una condizione di psicosi cronica che l’ha costretto a ritirarsi dalle scene.

Nonostante la sostituzione con il brillante Dave Gilmour, che sarà il cantate dei Pink Floyd dal 1968 al 1995, Syd è rimasto un fantasma che ha aleggiato nella band per tutti gli anni a seguire, una presenza gravosa che è tangibile nelle canzoni a lui dedicate o ispirate come “Shine on you Crazy Diamond”, “Wish you were here” e la delicata e malinconica “Nobody’s home” in “the Wall”, in cui Syd viene ricordato per il suo spirito artistico e per le sue piccole abitudini come quella di segnare le sue poesie su un taccuino nero o quella di tenere un elastico attaccato alle scarpe per tenerle su.

Nell’immaginario collettivo Syd Barrett ha incarnato in pieno l’archetipo del genio folle e come il matto dei tarocchi, l’arcano maggiore senza numero che simboleggia il principio assoluto, ha regalato ad una delle band più famose ed importanti della storia, il necessario slancio creativo iniziale caratterizzandolo con uno dei dettami più preziosi della musica rock: quello di non avere limiti.

articolo scritto da Sara Picardi