FRANCO BATTIATO: Il concerto gratuito in Piazza del Plebiscito inaugura il Napoli Teatro Festival


Quando un paio di mesi fa ho scoperto che il concerto di Franco Battiato a piazza Plebiscito avrebbe aperto il Napoli Teatro Festival, ho iniziato una specie di conto alla rovescia inconscio. Nonostante questo sono riuscita, inspiegabilmente, ad arrivare all’evento in ritardo rispetto alle 21,30, l’orario in cui sarebbe dovuta iniziare la musica. Mi sono tuffata frettolosamente tra le persone che affollavano la piazza in un momento veramente singolare: sul palco c’era il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca. Non ho idea di cosa avesse detto fino a quel momento ma il pubblico era immerso in un tripudio di fischi, pernacchie ed altre espressioni di disappunto che hanno coperto completamente il discorso. Indipendentemente da qualsiasi considerazione di tipo politico, mi è sembrato un momento poetico, uno sfoggio di democrazia: una folla di persone di età diverse, riunite per un evento musicale, senza l’incombenza di bandiere di nessun colore, ha scelto di esprimere pacificamente il proprio punto di vista, evitando le mezze misure. Con queste premesse, prevedo che non mancherà un aspetto a cui faccio sempre attenzione e che trovo particolarmente significativo ai concerti, lo scambio empatico tra artista ed il pubblico. Dopo il criticato intervento di De Luca, inizia finalmente lo spettacolo rivelando una piacevole sorpresa: oltre alla musica, lo show prevede la lettura di testi di Auden, Giambattista Vico, e Giordano Bruno mentre il lato visivo, affidato a Antonio Biasiucci, comprende videoinstallazioni in bianco e nero ipnotiche che fanno concorrenza alla giacca rosso fuoco che indossa Franco Battiato. Dà il via al concerto un brano famigerato ed intramontabile: “L’Era Del Cinghiale Bianco” seguito da “Up Patriots To Arms”, durante la quale è impossibile non chiedersi cosa pensi di ciò che circola nel 2017 il maestro, se già nel 1980 trovava la musica contemporanea deprimente. La scaletta è un susseguirsi di classici che va avanti con “No Time No Space” e la magnetica “Shock In My Town”. Il cantautore tiene il palco con un’eleganza fragile e romantica, accomodato su una sedia da salotto mentre l’ Electric Band e gli archi della Symphony Orchestra lo accompagnano.

A metà concerto, “Povera Patria” entusiasma il pubblico che indulge in applausi ed esultanze nella parte che recita “Tra i governanti / quanti perfetti e inutili buffoni”, come a voler nuovamente sottolineare una certa consapevolezza politica. Nella successiva e meno famosa, “L’animale” l’atmosfera torna tranquilla e silenziosa. Quello di questa notte di giugno al Plebiscito, è un pubblico partecipe ma civile e rispettoso che non vuole perdersi la possibilità di godere dei testi delle canzoni.

Tuttavia a chiusura di ogni brano le ovazioni si sprecano, nonostante Battiato entri fuori tempo nelle strofe in un paio di occasioni ed a volte sembri davvero affaticato. “Sono distrutto”, dichiara durante il concerto ma questo non gli impedisce di rientrare in scena per il bis, restituendo al pubblico il rispetto ricevuto, e portando avanti un’esibizione seducente che dura quasi due ore.

Il clima mite, le luci azzurre sul palco e quelle gialle che illuminano il porticato del Plebiscito insieme alla musica creano un’atmosfera perfetta, come in un’oasi speciale e fuori dal tempo che durante “La Cura”, nella parte finale della scaletta, raggiunge l’apice. È proprio in quel momento che mi accorgo della distesa di cellulari impegnati a filmare, illuminati in una miriade di rettangolini, che a distanza assomiglia ad una costellazione futuristica. Sono tentata dallo scattare una fotografia dall’alto della scena, che in qualche modo perverso ha un suo fascino ma decido di rinunciare e lasciare che questa significativa immagine di fine primavera resti fissata solo nella mia memoria mentre mi chiedo se ha senso assecondare l’ossessiva paura che abbiamo di perdere i ricordi, rinunciando in cambio a qualcosa di prezioso come la luce delle stelle.

(articolo di Sara Picardi)

FOLK PUNK: Johnny Dalbasso, il cantautore “Micidiale”


Con il suo sound essenziale, asciutto e allo stesso tempo trascinante, Johnny Dalbasso, nell’arco di quattro anni, ha conquistato tutt’Italia, proponendosi sul palco come cantautore tuttofare fresco e vivace, fortemente influenzato dalle sonorità del punk e del rock anni cinquanta.

Il 30 aprile, Johnny aprirà il concerto dei Sick Tamburo a Frattamaggiore ed io ho approfittato per fargli un po’ di domande sulla sua carriera.

Come mai la scelta di lavorare come one man band? Qual’è lo strumento con cui hai iniziato?

Il primo strumento che ho avuto è stata una chitarra classica. Sin da piccolo sentivo di avere un’attitudine legata alla musica folk. Figure come Bob Dylan, Edoardo Bennato, cantautori girovaghi ed autonomi, che suonavano la chitarra e l’armonica, mi hanno influenzato molto.

A questo si è unita la mia passione per la musica punk, ma non mi piace l’idea di una band troppo affollata, perché preferisco le sonorità semplici.

Ti senti influenzato dalla scena musicale attuale?

Apprezzo in particolare Edda. Nella musica italiana sento troppo presente l’influenza di gruppi come i Marlene Kuntz ed i Verdena, un’attitudine che a me non appartiene. Alla fine degli anni novanta mentre i miei amici ascoltavano band di quel tipo io preferivo il blues e il punk degli anni settanta. La scena musicale di Seattle degli anni novanta mi fa impazzire, ma quello che c’è stato nello stesso decennio in Italia non mi ha influenzato per niente.

Esiste nel presente una scena musicale italiana che senti vicina a te o ti percepisci più come una voce fuori dal coro?

Mi sento un outsider. Non posso definirmi indie, ma piaccio a chi ascolta quel genere. Penso di interessare ad un pubblico che però non sa dove collocarmi e questo mi piace molto.

Mi ha colpito molto la tua canzone “Rivoluzione”, mi racconti come è nato questo pezzo?

E’ una canzone molto veloce ed è nata nel periodo in cui si parlava molto del Movimento 5 Stelle e quindi c’era nell’aria un’idea generale di cambiamento. Io non sono molto legato alla politica, sono di sinistra ma al momento non mi sento rappresentato in senso politico. All’epoca molte persone avevano riposto speranze nel M5S mentre io non avevo speranza in niente.

Da poco è uscito il tuo ultimo singolo “Micidiale”, stampato su 45 giri, in 150 copie numerate. Ho visto su YouTube il video in cui butti giù una quantità spropositata di shottini, sei riuscito ad arrivare sobrio alla fine delle riprese?

Erano 48 cicchetti, offerti dal Labyrinth Pub di Pomigliano D’Arco, un locale che adoro. In metà dei bicchieri c’era Jack Daniels mentre nell’altra metà c’era tè. Abbiamo girato quattro takes per il video e quello che è stato scelto è proprio quello in cui ho bevuto più Jack Daniels. Se ci si fa caso, la differenza dell’espressione sulla mia faccia si vede tra quando buttavo giù il tè e quando nel bicchiere c’era davvero whiskey.

Chi ha avuto l’idea per il video?

Ho scritto io stesso lo storyboard ed è stata mia l’idea del rullo su cui passano i cicchetti. A volte quasi mi vergogno a dire che sono io a suonare, registrare, produrre le cose che faccio, per paura di sembrare uno sbruffone. Ma ho anche una bella equipe di collaboratori, una manager e la “Revolver Concerti” che si occupa del tour management.

Parlami dei tuoi progetti futuri…

Il “Micidiale Tour”, in cui sono impegnato attualmente, proseguirà fino all’inizio di luglio, poi farò una pausa, dato che giro incessantemente da quattro anni e mezzo, ma ho già del materiale per quello che sarà il prossimo disco.

Per guardare il video di “Micidiale” clicca qui