ANTONIO LIGABUE: Al Maschio Angioino le opere del pittore che ha vissuto da indesiderato ed è morto assaporando il successo

L’impatto che suscitano le opere di Antonio Ligabue ha qualcosa in comune con le emozioni che si provano leggendo la sua sventurata biografia.

Una sensazione di tenerezza e compassione empatica che non si limita all’osservazione ma che travolge in pieno.

La vita di Ligabue è così priva di punti fermi che addirittura qualcosa di banale come il suo cognome riesce ad essere incostante. Nasce a Zurigo nel 1899, da padre ignoto, acquisisce il cognome della madre prima di quello del suo nuovo compagno, Bonfiglio Leccabue, ma dal 1900 viene cresciuto dai coniugi Göble, a cui la famiglia d’origine è costretto ad affidarlo a causa della propria condizione economica di indigenza. Da adulto preferirà farsi chiamare Ligabue, come a mantenere un segno delle proprie radici, senza accettarle completamente.

Al 1917 risale il primo ricovero in un ospedale psichiatrico, a causa di una violenta crisi nervosa, e due anni dopo, a seguito dell’ennesima denuncia da parte della madre adottiva, Ligabue è costretto ad abbandonare la Svizzera.

Al 1920 risalgono le prime opere, contemporaneamente all’inizio di un lavoro faticoso,come bracciante presso i margini del fiume Po’, che gli consente di tirare avanti. Invogliato dall’artista Renato Marino Mazzacurati, Ligabue affina le proprie tecniche di pittura e scultura ma il suo rendimento tecnico sarà altalenante come la sua stabilità psicologica. Nel tra il 1937 ed il 1947 viene nuovamente internato in ospedale psichiatrico un paio di volte mentre la sua attività artistica dopo la guerra si intensifica al punto tale da iniziare a riscuotere un certo successo.

Fama e la ricchezza arrivano solo alla fine degli anni ’50, quando il pittore vede riconosciuto definitivamente il proprio talento e riesce a vendere abbastanza opere da potersi concedere il capriccio di acquistare delle motociclette di lusso.

Vittima di un incidente a seguito del quale rimase parzialmente paralizzato, morì nel 1965 concludendo una vita terribilmente sfortunata ma anche segnata dalla rivalsa e dalla libertà assoluta.

Ospitata al Maschio Angioino e curata da Sandro Parmiggiani, la personale “Antonio Ligabue” è stata inaugurata il 10 ottobre e proseguirà fino al 29 gennaio, proponendo le opere che hanno reso l’artista famoso, quelle che incarnano le sue ossessioni, come gli animali feroci, mai visti dal vivo dal pittore ma solo tramite illustrazioni di un bestiario. Animali inquieti che raffigurano in maniera eccellente il suo lato aggressivo. Sono tigri che ruggiscono mostrando i denti ma che sembrano più vicine ad una visione immaginaria che realistica e assomigliano a quelle sui manifesti del circo, più che ai felini fieri che vivono nella savana, liberi di esprimere il proprio potenziale distruttivo. I colori sono vivi, pieni e luminosi.

Ligabue è un artista molto fisico, che ha espresso le proprie frustrazioni sovrapponendo strati e strati di colore corposo, come a voler coprire, pennellata dopo pennellata, i ricordi dolorosi di una vita da indesiderato.

Allestita unicamente nella sala della Loggia, l’esposizione ospita opere che si dividono in quadri, disegni e sculture, tra cui spiccano innumerevoli autoritratti dell’artista che si è immortalato quasi sempre nella stessa posizione, mostrando un profilo che aveva delineato lui stesso, scolpendolo con atti autolesionistici, tentando di fare assomigliare il più possibile il suo naso al becco di un falco.

Il legame tra il pittore svizzero ed il regno animale è evidente e sfocia in un vero e proprio senso di appartenenza di cui troviamo testimonianza nel documentario della RAI proposto all’esposizione. Sullo schermo vediamo Ligabue aggirarsi in un bosco mentre imita alla perfezione il verso degli uccelli, nel tentativo di richiamarne qualcuno.

Oltre alla sublimazione della violenza espressa tramite gli animali feroci, nelle sue opere è mostrata la vulnerabilità, attraverso le prede.

Scoiattoli e conigli sono forse la rappresentazione di un lato tenero che è stato trattato brutalmente ed incarnano l’amara consapevolezza che la necessità non lascia spazio alla pietà.

La genesi delle creazioni di Ligabue è mistica ed assomiglia ai rituali di purificazione degli sciamani, come se l’autore utilizzasse il mezzo pittorico come tramite per liberarsi dei propri demoni, che assumono la forma di elementi della natura. Tra questi gli insetti, che brulicano nelle suoi quadri come ammonimento orrorifico e che incontriamo anche in un autoritratto in cui sono ancora più spaventosi perché raffigurati insieme a del sangue sulle tempie dell’artista.

La mostra d’arte al Maschio Angioino è un ulteriore tassello nel mosaico della rivalsa dell’artista sciamano che, nato senza nome, è riuscito a trovare un posto per sé e le proprie visioni, nella storia dell’arte.

articolo di Sara Picardi

ARTECINEMA: La rassegna e l’incontro con Heinz Peter Schwerfel

Il 19 ottobre, al Teatro San Carlo a Napoli, è stato inaugurato il ventiduesimo festival dei film sull’arte contemporanea “ArteCinema”.

La rassegna gratuita, che ogni anno ad ottobre accoglie un pubblico eterogeneo e corposo sia di appassionati che di curiosi, si è svolta dal 20 al 22 ottobre al Teatro Augusteo, proponendo una carrellata di mediometraggi dedicati ad artisti di tutto il mondo, spaziando dalla fotografia all’architettura, con un’attenzione particolare riguardo il ruolo della donna nell’arte contemporanea.

All’interno del festival, in collaborazione con la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanea, sono state organizzate delle proiezioni speciali per le scuole e per i detenuti.

La particolarità della proposta di ArteCinema è che riesce ad andare incontro agli spettatori proponendo documentari su artisti più o meno noti al grande pubblico, da un’angolatura sempre originale. E’ il caso di “Picasso et les Photographes”, della regista francese Mathilde Deschamps-Lotthé, che ripercorre il rapporto di Picasso con la fotografia, in qualità di soggetto. L’artista spagnolo è stato infatti il pittore più fotografato del XX secolo ed ha stabilito con molti dei fotografi che si sono interessati a lui, un rapporto di amicizia e complicità. Nell’epoca dell’immagine da rivista, la fotografia ha contribuito notevolmente alla fama di Picasso ed ha fornito testimonianza diretta del modo in cui l’artista lavorava, creando un ponte tra lui e gli spettatori delle sue opere.

Oltre ai documentari biografici, quelli dedicati ad esposizioni, tra cui “Take me (I’m yours), una mostra realizzata a Parigi alla fine del 2015.

A presentare la pellicola sulla collettiva, c’è Heinz Peter Schwerfel, il regista. Nato a Colonia nel 1954, ha collaborato in più occasioni con il festival ArteCinema. Oltre ad essere un regista è anche un critico d’arte che scrive per numerose riviste tedesche ed è curatore e direttore artistico del Festival di Monaco “Kino der Kunst”.

Schwerfel ha introdotto il suo lavoro spiegando le motivazioni di natura politica che hanno spinto i curatori ad organizzare una mostra la cui particolarità è quella di poter usufruire delle opere esposte al pubblico: l’idea è quella di contrastare l’industria dell’arte che ha mercificato quadri, istallazioni e sculture riducendole ad un prodotto di mercato qualsiasi.

In contrapposizione a questa visione delle cose, la mostra “Take me (I’m Yours)”, letteralmente, “Prendimi (sono tuo/a)”, invita il visitatore ad appropriarsi di parte degli elementi in mostra e farne uso. Nessuna opera è in vendita ma all’ingresso, assieme al biglietto, viene regalata una shopping bag di carta, da riempire con ciò che si desidera, ma non è tutto: perché le opere possono essere prese, indossate, mangiate o addirittura respirate.

Un’intera sala accoglie cumuli di indumenti, ammassati come al mercato, il visitatore può prendere ciò che vuole, lasciare ciò che vuole e scegliere di indossare e rimettere al proprio posto i vestiti. Nella sala successiva sono a disposizione spille con slogan provocatori, riproposti anche sui muri, che non hanno nulla da invidiare a quelli del movimento punk. Le bolle d’aria di Yoko Ono, “in vendita” in degli espositori simili a quelli di caramelle, contengono sfere di plastica trasparenti vuote.

Franco Vaccari propone un’enorme collage in divenire, realizzabile tramite una cabina fotografica, come quelle per le foto dei documenti: una volta sviluppate le proprie fotografie istantanee, le si possono appendere al muro, tra tutte quelle degli altri visitatori. Il tappeto di caramelle di Felix Gonzales-Vaccari, che è stato anche ospitato a Napoli al Museo MADRE, è la gioia dei golosi e dei bambini. 

La mostra vuole indurre lo spettatore a sperimentare emozioni inedite all’interno di un museo e questo è reso possibile dandogli modo di partecipare attivamente all’evoluzione delle opere.

La provocazione finale e probabilmente più estrema, è mettere a disposizione un’ “opera vivente” a quattro zampe, che si può portare a passeggio.

La collettiva, che ha avuto un grande successo e che permette ai visitatori di ricrearla parzialmente a casa propria, semplicemente ripescando dal proprio sacchetto, verrà riproposta a Milano dal 1 novembre 2017 al 14 gennaio 2018.

Sempre di Heinz Peter Schwerfel, “Live Art: 14 Rooms”, racconta la mostra 14ROOMS in cui sono stati messi a disposizione di 14 artisti, altrettante stanze vuote di 25 mq. Gli ambienti, separati tra loro da porte a specchio, come a proporre continue ripetizioni che affiorano nel diverso, ospitano opere d’arte vive, concepite da pionieri della body art come Marina Abramovic e Joan Jonas. Il documentario è un viaggio all’interno della storia della “Performance” come forma d’arte.

Ma ad ArteCinema trovano spazio anche l’arte murale, raccontata in “MU”, in cui vediamo artisti di diverse culture che “trasformano” la città di Montréal, con i graffiti, o la “Bamboo school of Bali”, una scuola senza muri e pareti interne costruita interamente in bamboo, o ancora Tadao Ando, l’architetto samurai giapponese.

Grazie all’associazione culturale TRISORIO, che organizza l’evento ArteCinema, per quattro giorni, teatro San Carlo e teatro Augusteo si trasformano in finestre, accessibili a tutti, sull’arte di tutto il mondo.

articolo di Sara Picardi