Parenti Serpenti – Lello Arena su Napoli, Troisi e teatro

  • Napoleaks – 10/02/2017

La riedizione teatrale di “Parenti Serpenti”  ripresa dal testo di Carmine Amoroso ha la eccellente regia di Luciano Melchionna che ha saputo riaggiornare in chiave contemporanea la trama di una storia di grande successo. La rappresentazione si è svolta a presso il teatro Cilea di Napoli dal 26 al 29 gennaio.

Lo spettacolo ha dimostrato di centrare bene una descrizione, seppur parziale, del concetto di “famiglia moderna”. Legami di sangue che mettono in crisi tanti soggetti diversi e allo stesso tempo in una condizione di precarietà esistenziale.
Gli attori nella narrazione sono riusciti davvero ad interpretare dei momenti che possono essere vissuti nel quotidiano familiare di oggi, sebbene la trama porti poi a conclusioni estreme e paradossali.

La compagnia teatrale che ha intepretato vizi e ambiguità di una famiglia moderna è stata nel complesso davvero preparata in ogni particolare: i gesti, le espressioni e le movenze giuste che hanno trasmesso alla platea diverse emozioni. Una messa in scena allegra, ma allo stesso tempo profonda perché svela le ipocrisie legate ai legami familiari di oggi.
La famiglia è sicuramente un modello sempre più in crisi nella società in trasformazione e pensiamo che lo spettacolo faccia una fotografia abbastanza oggettiva della situazione odierna.

 

Intervista a Lello Arena – Primo Attore della Compagnia                         

Ti è piaciuto interpretare insieme ad una compagnia di tutto rispetto “Parenti Serpenti”?

La cosa che all’epoca ci sembrava interessante, una commedia scritta per il teatro dovesse ritornare a teatro!
Il mezzo espressivo è completamente diverso perché a teatro sei presente a quello che succede, fisicamente presente, mentre il cinema ti da quella distanza che consente di assolverti dalla partecipazione perché sei lontano.
Lì si parla di un’altra famiglia, non somiglia alla tua, non ti riguarda, in pratica non senti il profumo della casa, delle cose, delle persone; per cui, considerando il grande successo del film di Monicelli, ci era venuta la curiosità di capire se effettivamente invece la Commedia avesse delle “cose da parte” che non erano state viste…ed era così!
Abbiamo letto insieme a Luciano (Melchionna n.d.r) la commedia abbiamo capito che c’era una tridimensionalità, c’era una liturgia, c’era una somiglianza, una vicinanza, che ci riguardava più intimamente. L’idea di raccontare di nuovo questa storia con il mezzo che le era stato destinato dal suo autore all’inizio (Carmine Amoroso n.d.r) ci è sembrata una buona idea!
A giudicare dagli esiti e dai risultati forse valeva anche la pena.

 

 

Tu sei partito con Massimo ed altri di San Giorgio a Cremano con lo spazio “RH Negativo”. Cosa era?
Lì forse partì anche un po’ la cosa dei “Saraceni” prima e della “Smorfia” poi.
Uno spazio dove sviluppare le proprie idee, in questo caso teatrali, proprio come oggi ne stanno nascendo tanti nell’area metropolitana di Napoli anche con diverse attività sociali. Cosa pensi significhi essere giovani oggi a Napoli, e come si possono sviluppare le proprie attitudini in maniera libera?

 

RH negativo era un nostro locale dove abbiamo riadattato una specie di deposito: l’abbiamo sistemato, abbiamo comprato delle poltrone, e l’abbiamo trasformato in un teatro.
Nessuno che abbia un progetto d’arte, a meno che non abbia un genitore milionario che lo autorizzi a “pensare un progetto e a pensare di…” ha i mezzi in partenza, ma c’è da dire che si passa anche attraverso la verifica di un mercato. Alcuni progetti che non vedono la luce spesso non meritano di essere prodotti, qualche volta una buona idea viene prodotta perché è solo una buona idea, come dire altrimenti.
La prima verifica, anche per i giovani, può essere un po’ scomoda da sopportare. Il mercato però non deve assorbire la tua idea!
Ci sono alcune idee, anche l’idea della “Smorfia”, che sono talmente nuove, talmente strampalate e talmente eversive, che nessuno le capisce!
In quel caso non è una cattiva idea, ma un’idea difficile da spiegare!
Napoli è in grande fermento culturale, c’è grandissima produzione teatrale, spazi per le “nuove leve”, i teatri “off”, l’alternativa, il teatro tradizionale, un teatro nazionale, che, checchè se ne voglia dire, c’è il teatro nazionale che è il teatro di Napoli, un festival di teatro dove c’è una sezione fringe, dove si vedono cose nuove, viste da nessuna altra parte. C’è un grande fermento sulla musica, sul cinema.
Se fossi un giovane napoletano sarei molto contento di stare qua in questo periodo e mi preoccuperei di farmi venire delle buone idee piuttosto che pensare che qualcuno mi debba venire a chiamare perché forse “io so quello che deve fare teatro e altri no”.
C’è un grande fermento, bisogna solo gioire se ci sono iniziative di artisti, anche se sono isolate.
Per esempio i graffiti comparsi dal nulla a San Giorgio (opere di Jorit Chi n.d.r) , sono ahimè, e lo dico con grande dispiacere, frutto dell’iniziativa privata e personale di chi si è pigliato la briga di caricarsi spese e permessi per inventarsi questa cosa e per farla respirare all’interno di una città che anche così dimostra di aver avuto sempre rispetto per aver ospitato un personaggio così straordinario (Massimo Troisi n.d.r) in un modo che non si può qualificare.

 

 

In che senso lo dici “con grande dispiacere”?

Avremmo dovuto fare in modo che talenti come quello di Massimo, ma anche talenti completamente diversi, fossero ospitati all’interno di una struttura, di un’organizzazione,  per fare in modo che ci fossero mezzi, modi, e sistemi, per far sì che tutti sviluppassero le proprie potenzialità. Se un progetto del genere fosse  intitolato a Massimo sarebbe straordinario.
Spesso si perdono delle occasioni qualche volta per disattenzione, qualche volta per modi un po’ dolosi, un po’ pericolosi, un po’ distratti, e un po’ in malafede.
Tutte queste (che ha elencato n.d.r) cose fanno sempre pensare che il domani è sempre in mano agli artisti e non in mano ai burocrati, ai politici, e alle autorità.

 

 

Che vedi in prospettiva?

Dobbiamo continuare a sperare che gli artisti continuino a produrre bellezza e che arrivino altri come Massimo a crearci una vita migliore di quella che c’abbiamo; perché (persone come Massimo n.d.r) hanno questo dono, questa capacità, questa genialità, questa straordinarietà.
Personalmente sono lievito quotidiano di ricordo per un artista che non ha bisogno di me per essere ricordato.
Se posso dare una mano, come al solito, lo faccio volentieri e spero che prima o poi all’interno di questi momenti (di ricordo n.d.r.) possiamo organizzare una grande festa per stare tutti insieme e godere di quello che Massimo ci ha lasciato. In una situazione però durante la quale si condivida una passione più che un ricordo. A me non mi manca niente. Mi manca Massimo.
 Questo la dice lunga… non ho bisogno di uno che me lo sostituisca, avrei e ho bisogno tutti i giorni di ricordare e di stare e di condividere quella passione, quel genio, quel talento, quella poesia, per cui bisognerebbe proprio che, chi ne ha la possibilità, si metta la mano sulla coscienza e si renda disponibile acchè occasioni di questo tipo possano succedere.    

 

 

 

Intervista a Luciano Melchionna – Regista “Parenti Serpenti”.

 

      

Come hai reinterpretato “Parenti Serpenti”?

Il riaggiornamento è per rendere contemporaneo il contesto. Aggiornare il tema non è stato difficile, la famiglia è sempre più in crisi per cui credo veramente che ognuno di noi abbia qualche serpentello in famiglia. Non escludo che sia nato anche dal fatto che crescendo iniziano a manifestarsi… non so come accada questo, però, i parenti, pian piano crescendo, con determinate dinamiche tipo quella dello spettacolo, si palesano e improvvisamente ti trovi davanti degli estranei!  Infatti noi lo spettacolo lo facciamo cominciare proprio così nel senso che “i vicini sono estranei, non sono parenti” (purtroppo). Inversamente (a quello che viene rappresentato all’inizio n.d.r) credo spesso più nei legami “non -di –sangue”.
Detto ciò il tema attualissimo, la voglia infinita che da tempo ci confessavamo io e Lello, ha fatto sì che portasse in scena quello spettacolo dove il racconto è affidato a un bambino. Io ho deciso di affidarlo a “IL bambino”, cioè il nonno (Lello Arena n.d.r), per cui lo spettacolo prende questa piega grazie anche alla fiducia di Carmine Amoroso che mi ha dato il testo e mi ha detto “puoi fare quello che vuoi”, grazie Carmine.
E’ Stato molto divertente e stimolante affrontare una sfida che spaventava profondamente, perché …caro Monicelli grazie di quello che ci hai lasciato… però una è stata sfida bella alla quale Lello si è prestato con dedizione totale, cosi come Giorgia Trasselli, così anche gli altri attori che ho scelto e selezionato tramite provini. Li volevo perfetti e non volevo che facessero la macchietta dei personaggi e degli attori del film.

Qual è il rapporto con il Film di Mario Monicelli?

Il film l’avevo visto a suo tempo, mi sono dedicato al testo, non l’ho voluto riguardare, e ho voluto dare un taglio scrivendo e aggiungendo delle cose,  mettendo il mio manifesto, ovvero le risate, le lacrime.
Quelle sono emozioni.
Anche con “Dignità autonome di prostituzione”  (altro suo spettacolo teatrale n.d.r)  ho portato questa poetica.
Non andate a teatro solo per essere intrattenuti e farvi grasse risate perché si esce vuoti, è molto più interessante lasciar cadere una lacrima insieme a una risata e portarsi appresso una riflessione, credo sia molto importante questo spettacolo da questo punto di vista.

Che cosa è che la platea non sa?

Secondo me si è perso moltissimo il fatto che nessuno sa il regista cosa faccia: “Si bellissimo, bravi però tu che fatt?” e così anche degli attori: “Alla fin fine che fanno? stanno li intrattengono…”
Vederli da vicino, in “Dignità autonome di prostituzione” specialmente, dentro le stanzette, dentro a un bagno, da un metro di distanza e vedere che cosa fanno, come riescono a cambiare, come riescono ad entrare, come riescono ogni volta ad approcciare dei nodi drammaturgici ed emotivi.
E’ molto interessante per il pubblico che comincia spero con il mio piccolo contributo a ridare valore all’arte. Quello che faccio io, lo faccio con grande onestà intellettuale: è la mia vita.
Parenti serpenti è un altro figlioletto amato, e guai a chi me lo tocca!
Li seguo ovunque, li risistemo […] perché credo sia una grande forma di rispetto per gli attori e per il pubblico che si prende quello che gli si da da ormai troppo tempo, ma (il pubblico n.d.r) non è scemo per niente e quindi quando avverte la qualtà, il talento e la professionalità e secondo me la sa distinguere.

Intervista: Bruno Martirani

Riprese, montaggio, Fotografia: Matteo Pedicini