GATTA CENERENTOLA: La fiaba animata in cui si incontrano il passato ed il futuro di Napoli

Il lungometraggio degli autori de “L’arte della felicità” punta tutto su un piano narrativo unico che fa intrecciare due momenti temporali diversi.

Tutto parte da Basile, il padre della piccola Mia che è la protagonista femminile.

Basile, il cui nome già viaggia nel tempo, essendo rubato a quello dell’autore della storia originale de “La Gatta Cenerentola”, è uno scienziato geniale che decide di investire i suoi capitali per fondare un  “Polo della Scienza e della Memoria” a bordo di un’enorme nave attraccata al porto di Napoli.

Programmati per conquistare, istruire e stupire i visitatori del Polo, degli ologrammi che si aggirano come fantasmi futuristici a bordo di questo gioiello di ingegneria navale.

Ma la sorte di questa creazione neonata, volta a riqualificare l’area del porto, è avversa: Angelica, la compagna che Basile ha scelto come sua sposa, ha cospirato con il guappo malavitoso Salvatore Lo Giusto, affinché lo scienziato venisse ucciso per impossessarsi del suo patrimonio.

Angelica, doppiata da Maria Pia Calzone (Imma Savastano nella serie “Gomorra”), è perfida quanto innamorata di Lo Giusto, il cui soprannome, “O’rre” ben si accosta al carattere megalomane del personaggio caratterizzato come il classico boss di quartiere: disonesto, spregiudicato e prepotente.

La storia si ferma e la narrazione riprende quindici anni dopo: Angelica vive a bordo della nave, assieme alle sue figlie naturali ed alla figliastra Mia che ha smesso di parlare ed è cresciuta abituata a rispondere al nomignolo di “Gatta” affibbiatole in senso dispregiativo.

“O’rre” ha esteso il suo impero economico ed è diventato un pezzo grosso grazie al traffico di droga mentre a bordo del Polo galleggiante, ormai completamente rovinato a causa della mancanza di manutenzione nelle sua funzionalità ingegneristiche, ologrammi del passato compaiono di tanto in tanto come spettri, proiettando fisicamente nel presente i ricordi del passato.

Gli autori hanno confezionato una storia cupa e profonda, apprezzabile in tutte le sue sfaccettature soprattutto dagli adulti e piuttosto distante dalle produzioni cinematografiche associate in genere alla città del sole. La morale ottimista della storia è piuttosto chiara: quella di incoraggiare a non rassegnarsi, anche nelle situazioni più disperate, perché la realtà può sempre cambiare e diventare migliore.

In questa fiaba noir non c’è traccia di fatina, zucche e topolini. Gli aspetti magici vengono messi da parte e sostituiti dalla tecnologia e dal progresso, mezzi ben più utili per ottenere un lieto fine nella realtà.

Il personaggio della Gatta, ben simboleggia la città in cui ha preso vita: vivace e coraggiosa ma affaticata e ridotta al mutismo a causa di personaggi viscidi ed avidi che vogliono usarla ed approfittare della sua bellezza fino a logorarla.

Oltre ad essere un prodotto di animazione eccellente, la narrazione in cui i piani temporanei si incontrano con l’escamotage degli ologrammi, che hanno un ruolo cardine nella vicenda, funziona perfettamente e, seppure alcuni avvenimenti restano un po’ prevedibili, il risultato finale è assolutamente convincente.

Passato e futuro si incontrano non solo ai fini della narrazione, grazie agli ologrammi, ma anche in senso metaforico. Gli spettatori vedranno incontrarsi sullo schermo personaggi che evocano il progresso, le speranze e probabilmente il futuro di Napoli come lo scienziato Basile, sua figlia ed il poliziotto che aiuterà Mia da una parte e dall’altra personaggi squallidi come il camorrista Lo Giusto e Angelica da relegare quanto prima nel passato remoto della città.

articolo di Sara Picardi

MAI PIU’ CAMPI-LAGHER, MAI PIU’ GHETTI, MAI PIU’ “ VELE DI CEMENTO”, MAI PIU’.

Pubblichiamo un articolo di Franco Vicario. Lo facciamo condividendo sillaba per sillaba, parola per parola. I temi trattati  faranno da sfondo ad un’assemblea che ci sarà al GRIDAS stasera alle 18,30. E’ importante essere in tanti lì. Lo è anche perché proprio da Scampia parte un percorso antirazzista e di contrasto alla xenofobia. Abbiamo pensato di mettere come immagine in evidenza una foto di un murales di Felice Pignataro.  Una immagine che è metafora di una idea profonda a cui non possiamo rinunziare. Attraversare il mare tutti assieme in una barca che reca sulla prua un occhio: la consapevolezza. Essere consapevoli di ciò che accade è il primo passo in un percorso antirazzista.

Ero piccolo, anni 50/60, quando mio padre minatore partiva in cerca di lavoro per il Belgio, venduto dal governo italiano dell’epoca per un sacco di carboni. Dieci anni vissuti, insieme con altri poveri cristi, in un campo di baracche ai margini delle miniere stesse dove si consumava un’esistenza nel buio degli abissi della terra dalla quale si riemergeva, dopo 12 ore, per ritrovarsi avvolti dal buio della notte. La prima immagine di un campo l’ho conosciuta così, attraverso il racconto di mio padre, un racconto sbiadito dal tempo, ma che i fatti di questi giorni, di campi rom bruciati, di campi per migranti, di campi per terremotati, di campi di cemento armato sotto forma di “vele”, ripropongono, nell’era della tecnologia e della comunicazione avanzatissima, in forme, se possibile, ancora più disumane, nonostante la loro apparente antistoricità, l’incapacità degli uomini, della politica nazionale e locale, del popolo critico, del cooperativismo e dell’associazionismo d’accatto, di trovare soluzioni che non siano semplicemente “il cacciare” le persone da un luogo all’altro peggiorando, il più delle volte, le loro condizioni di vita. E’ successo così, e continua a succedere, ciclicamente, per i terremotati, sradicati e trasmigrati, dopo anni di tendopoli, in ghetti periferici, di cui Scampia né un esempio, distruggendone storia ed identità. Sta succedendo così per l’esodo epocale di fiumi di migranti che fuggono da guerre e carestie il più delle volte determinate dagli stessi stati occidentali verso i quali migrano in cerca di aiuto, per ritrovarsi poi, se nel frattempo non sono morti lungo il percorso, accolti in “campi di concentramento” in attesa della carità prezzolata da parte di paesi sempre più divisi, ma complessivamente inaccoglienti.
Sta succedendo così, in particolare a Roma e Napoli, per le etnie Rom, per quelli definiti “ ‘e zingari” che vivono da decenni, non da nomadi, ma in maniera stabile, nei campi e nelle baraccopoli delle periferie delle periferie. A Napoli ne sono complessivamente qualche migliaio, di cui circa seicento a Scampia, censiti dalle prefetture e che, nonostante siano di seconda e terza generazione, quindi napoletani a tutti gli effetti, risultano per lo più esseri sconosciuti alle anagrafi comunali sia per vuoti legislativi nazionali che per incuria istituzionale. In particolare quelli di Scampia vivono sul territorio dagli anni sessanta/settanta ancor prima che, con la legge 167 e con quelle del post-terremoto, fossero costruiti gli attuali casermoni a 13 piani, le vele bunker, i sette palazzi, le palazzine prefabbricate del lotto P, e quelle, cosiddette, del terzo mondo, dei puffi, delle case celesti. “Case” abitate per la maggior parte da gente proveniente da luoghi e da situazioni molto diverse tra di loro, ma con in comune, per la maggior parte, l’appartenenza e la provenienza da mondi di disagio e di marginalità sociale. Tanti campi di concentramento in unico grande campo di concentramento: Scampia. E alla stessa logica non sono sfuggiti gli stessi abitanti dei “parchi” di edilizia cooperativistica, una decina, tutti con nomi bellissimi, tipo, le rose, le rondini, dei ciliegi, delle acacie ecc., ma tutti chiusi e “difesi” da chilometri di recinzioni di ferro. Altri campi di gente “perbene” in mezzo a tanti altri campi senza nome. Persino la villa comunale è negata alla vista, circondata da muri e barriere che ne fanno un luogo quasi inaccessibile sia per la chiusura della maggior parte dei varchi che per i limatati orari di fruizione. Ognuno, di questi luoghi, finisce per farne il proprio regno. Chi per farne la propria piazza di spaccio, chi per farne un personale spazio sociale, chi per farne l’oasi nella quale sentirsi protetto, forse perché si ritiene dissimile tra simili. I recinti di ferro non sono che l’espressione dei recinti e dei ghetti mentali nei quali ci si chiude sempre di più per paure irrazionali negandosi di conseguenza ad ogni possibilità di confronto soprattutto quando si percepisce e si vede la distanza sempre più evidente da chi, per il suo ruolo di responsabilità politica, di responsabilità amministrativa, di governo delle dinamiche sociali, non interviene concretamente per sanare errori propri, per eliminare disagi, per restituire dignità umana a luoghi e persone, vittime, più o meno inconsapevoli, della condizione nella quale si ritrovano a vivere. In questa condizione, che definirei di auto-ghettizzazione, si ritrova gran parte della città di Napoli, dalle “periferie centrali” dei vicoli, ai ghetti delle zone cosiddette “bene” del Vomero e di Posillipo, dai quartieri dormitorio del rione Traiano, di Ponticelli, alle zone sub-urbane super affollate. Si possono fare tutte le distinzioni del mondo, ma è evidente la collocazione di ogni napoletano all’interno di un proprio ghetto , che non fa più distinzione di classe o di ceto di appartenenza e senza particolari differenze tra napoletani “veraci” e napoletani rom. Quelli che urlano, cacciamo i rom dal nostro quartiere, ripeto, napoletani come loro e non sempre peggio di altri, dal nostro quartiere, soffiando sui venti del razzismo e delle pulizie etniche, si fermano, spesso per ignoranza e/o mera speculazione politica, alla superficie di un problema, alimentandone altri, e, soprattutto senza proporre niente altro se non “mandiamoli al vomero e a posillipo così ci pensano loro”, senza interrogarsi e rendersi conto che essi stessi vivono in una condizione “disumana” personale e collettiva, non certo per responsabilità dei pochi rom napoletani sui quali pensano di scaricare le loro anche comprensibili frustrazioni, ma per gravi inadempienze e responsabilità dei governi nazionali e delle amministrazioni locali che si sono succedute nel tempo.
Penso che, mai come ora, tutti quelli che hanno veramente a cuore il destino sociale della propria città e dei luoghi in cui vive, debbano avvertire la necessità di avviare con l’amministrazione di Napoli, con il Sindaco, le prefetture e le altre istituzioni collegate, un confronto per trovare immediate soluzioni ai problemi “emergenti”. Così, come avviene in altri paesi del centro/nord Europa, non deve esistere e deve essere smantellata ogni forma di campo-lager che è la risultante di culture ancora colpevolmente arretrate sul piano dei diritti e del rispetto della dignità umana. Vanno avviate subito dal Sindaco politiche abitative, utilizzando anche il patrimonio immobiliare inutilizzato (migliaia di case e strutture sfitte) dal Comune di Napoli, affinchè nessun cittadino sia costretto ad accamparsi o ad occupare case in maniera “abusiva” diventando oggetto di persecuzioni e di gestioni criminali, camorristiche e non, che si servono e vedono queste sacche di disperazione come un osso da spolpare . Se si vuole parlare di emergenza rom a Scampia si vuole deviare e mistificare quale sia la vera emergenza che è tutta nella difficoltà istituzionale di amministrare una città e le sue contraddizioni. Ma una svolta, decisiva, ci deve pur essere. Tutti i cittadini, napoletani e rom-napoletani, ma anche di altre etnie, a cui è negato il diritto all’abitare per la loro condizione di povertà, hanno bisogno in questa fase, più che mai, del sostegno istituzionale e delle comunità nelle quali si trovano ad essere inseriti nel rispetto delle leggi e delle regole di convivenza che sono alla base delle relazioni umane, ognuno per la sua parte di responsabilità. Bisogna anche sfatare il mito che i rom vogliono necessariamente vivere in comunità ristrette. Il fatto di aver perso nel tempo la “nomadicità” del loro essere li porta ad acquisire le culture dei luoghi in cui nascono e vivono e ad aspirare anche ad avere una famiglia, una casa, ovunque sia possibile, che non sia un campo di concentramento e un ghetto nel quale consumare disumanamente la propria esistenza. Se si riesce a comprendere questo, forse, si comincia ad appartenere ad un mondo nel quale non ci si divide e ci si scanna per stabilire chi in questo mondo vi deve abitare e chi, invece, deve essere “cacciato”.
Ringrazio mio padre che con il suo lavoro e la sua vita in campi-lager stranieri mi ha insegnato cosa sia la solidarietà tra gli uomini e i valori dell’accoglienza, il valore della casa che mi ha lasciato in un “campo fiorito” con il calore dell’ospitalità e dell’amicizia.
Mai più campi-lager, ghetti e “vele di cemento” a Scampia e altrove.
Franco Vicario

Una nuova centralità dei temi ambientali? Ne abbiamo parlato con Carmine Maturo, Co-portavoce Nazionale di GREEN.

I temi ambientali hanno una centralità evidente. I drammatici fatti che hanno funestato quest’estate  lo dimostrano. Settembre non inizia sotto migliori auspici. Ormai le agende politiche non possono trascurare questo dato. Ne abbiamo parlato con Carmine Maturo, Co-portavoce Nazionale di GREEN Italia.

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ROCK!7: L’esposizione al museo PAN con in mostra uno dei distintivi originali di Elvis

La prima sala dell’esposizione, con riferimenti a John Milton

Chi, come me, ha avuto un’educazione particolarmente flessibile riguardo il dogma della religione, ha uno strano rapporto con le festività ad essa correlate.

Potrebbe sembrare liberatorio sentirsi completamente disinteressati rispetto al numeretto riportato quotidianamente dal calendario, ma si rischia di incappare in una sorta di vuoto esistenziale provocato dalla mancanza di sacralità associata alle feste comandate. Queste infatti, oltre a dare la possibilità di tirar fiato ai lavoratori, hanno una funzione psicologica ben precisa: quella di aggregare le persone e di farle sentire meno isolate.

Ecco dove risiede la differenza tra festa e festività. La “festa” viene percepita dal singolo come una questione privata mentre la “festività” riguarda il rapporto con l’altro, la sua utilità è quello di abbattere la sensazione di isolamento del singolo.

Personalmente, ho colmato il vuoto lasciato dai santi del calendario, elevando i grandi idoli del rock al rango di Pseudo Divinità da onorare: anniversari di nascita, morte e concerti importanti hanno quindi preso il posto del Natale, l’Epifania, San Valentino, la Pasqua ecc.

In quest’ottica, il 5 settembre è una data particolarmente importante per noi adoratori del rock, dato che è il giorno di nascita di Freddie Mercury.

Aggirandomi per la città in cerca di un luogo adeguato per festeggiare un evento di tale portata, ho scoperto che dal 2 al 30 settembre al Palazzo delle Arti di Napoli a Chiaia c’è, per il settimo anno consecutivo, la mostra gratuita “ROCK!7” dedicata alla musica ed i suoi linguaggi.

Il 2017 è stato molto impegnativo per noi adoratori dell’oscuro Dio del rock and roll, quest’anno è stato infatti il 50ennale di molti dei dischi più importanti della storia della musica contemporanea: “the Doors”, il primo album dell’omonima band, Sgt Peppers dei Beatles, l’album di esordio dei Pink Floyd ed il meraviglioso “the Velvet Underground & Nico” prodotto da Sua Maestà Andy Warhol, per citarne solo qualcuno.

Al PAN un’intera sala è stata dedicata a questi capolavori senza tempo in maniera un po’ goffa e caotica ma apprezzabile nel suo intento. Il visitatore passa rapidamente dal 1967 al 1977 e si imbatte in uno dei punti di forza della mostra, l’esposizione delle fotografie dedicate alla scena punk di Belfast del fotografo irlandese Ricky Adam (che ha incontrato il pubblico il 2 settembre).

Oltrepassando la sala commemorativa per Michael Jackson e quella per Bowie, con tanto di manichino, c’è il piatto forte dell’esposizione: la sezione dedicata ad Elvis che moriva esattamente quarant’anni fa.

Camminando tra “Il diario di Elvis” ovvero 30 roll-up con informazioni biografiche e fotografie del Re, i visitatori potranno ammirare due pezzi originali: la camicia militare indossata da Elvis durante il servizio di leva (ed immortalata in numerose fotografie) ed il distintivo di sceriffo della Contea di Shelby (Tennessee).

Presley aveva una sorta di fissazione per i distintivi validi che collezionava ed era solito portarli con sé quando viaggiava, a quanto scrisse sua moglie Priscilla nella biografia “Elvis and me“.

Per ottenere il distintivo della Bureau of Narcotics and Dangerous Drugs (l’equivalente del nostro dipartimento anti-droga), Elvis arrivò a contattare direttamente il presidente degli Stati Uniti: venne accolto alla Casa Bianca per incontrare Nixon a cui portò in regalo un’arma, una Colt calibro 45 celebrativa della seconda guerra mondiale (attualmente esposta alla Nixon Library di Yorba Linda).

La foto scattata durante quest’incontro surreale, che venne reso noto solo un anno più tardi, è diventata virale e l’incontro tra i due uomini più famosi d’America è stato raccontato (e romanzato) nel film “Elvis & Nixon” del 2016, in cui Nixon, interpretato da Kevin Spacey risulta troppo simpatico per essere credibile.

Tornando alla mostra al PAN, degne di nota la sala dedicata ai Bee Gees e quella con i 7 sigilli gotici del rock: curata da Francesca Fariello, mette in luce connessioni tra musica rock e letteratura e cinema gotici.

Un piccolo ambiente, arredato un po’ frettolosamente per ricordare la Loggia Nera di Twin Peaks, è dedicata al regista David Lynch come a creare un ponte tra il cinema onirico e quello della musica.

A parte la mostra, lo staff di ROCK!7 organizzerà per tutto il mese di settembre eventi e proiezioni gratuite: il primo è stato un live-set acustico di Kee Marcello degli Europe che si è esibito il primo giorno della mostra per inaugurarla. Ogni mercoledì sono previsti aperitivi-rock mentre per tre giovedì consecutivi, il 7, il 14 ed il 21 settembre, verranno proiettati gratuitamente al cinema Hart a via Crispi “Eight Days a Week” il documentario di Ron Howard sui Beatles, “The Doors” diretto da Oliver Stone ed il film Woodstock, sul famoso festival che rappresentò l’apice della diffusione della cultura hippie.

articolo di Sara Picardi

Intervista al Segretario Provinciale di Rifondazione, Gabriele Gesso. Abbiamo parlato della Festa Popolare di Pomigliano, delle alleanze politiche, delle priorità nella città di Napoli e di tanto altro.

 In occasione della Festa Popolare che si terrà a Pomigliano d’Arco venerdì, sabato e domenica prossimi,  abbiamo intervistato Gabriele Gesso, Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista. Di seguito l’intervista:

 

Allora Gesso, cosa accadrà dall’ 8 al 10 settembre a Pomigliano D’Arco.
Nell’ambito della Festa Popolare abbiamo inserito la conferenza programmatica metropolitana del Prc di Napoli. Un momento di discussione aperto che provi a determinare linee d’indirizzo da trasformare in azioni politiche concrete nell’ambito del governo metropolitano della città di Napoli.
Quali sono i focus tematici su cui volete fissare l’attenzione
Da anni assistiamo a un continuo svilimento delle capacità d’intervento degli enti pubblici. Il modo in cui la Delrio istituisce le città metropolitane ne è un ulteriore esempio sia in termini di riduzione degli spazi di democrazia che in termini di funzioni. Ormai gli Enti Pubblici nella testa dei Governi nazionali sono stazioni appaltanti il cui compito è privatizzare i settori che hanno intesse per il mercato (acqua, trasporti, sanità…). Noi vogliamo costruire strumenti d’indirizzo politico tesi a ridare centralità agli enti di prossimità che sono gli unici che possono agire per l’interesse collettivo. Per questo pensiamo che i servizi pubblici possano essere riorganizzati su scala metropolitana e che il caso di Napoli possa rappresentare anche un elemento di reazione alle ottuse politiche di austerità. Un punto importante del nostro confronto sarà certamente il rafforzamento della vertenza per l’utilizzo di parte dell’avanzo libero di bilancio, dimostrazione concreta che i soldi ci sono! A fianco di un confronto sui processi amministrativi e di governo noi non possiamo non articolare un ragionamento sui conflitti che si sono generati nella città metropolitana di Napoli a cui il Governo nazionale dà come risposta la vergogna del decreto Minniti. Su questo punto occorre lanciare mobilitazioni che diano un chiaro segnale in difesa del diritto al dissenso. In fine, un tavolo di lavoro si occuperà delle pratiche di mutualismo e di solidarietà sociale come processo che deve attraversare la costruzione del conflitto e la proposta politica. Il tutto sintetizzato nel titolo della tre giorni: strumenti, azioni e conflitti per superare l’austerità.

Ci sarà anche della musica ed occasioni di socialità?
Si certo. A seguito di ogni tavolo di lavoro ci sarà un concerto con la possibilità di cenare grazie alla cucina allestita dal circolo Prc di Pomigliano.
Quali ospiti avete invitato?
Ci sono esperienze amministrative (sindaci e consiglieri dei comuni dell’area metropolitana), rappresentati politici, istituzionali e i movimenti sociali. Sarà presente tra gli altri la nostra Eurodeputata Eleonora Forenza, la nostra consigliera Elena Coccia, il Sindaco metropolitano Luigi de Magistris.
Non posso esimermi da alcune domande connesse alla fase politica. Lei, da Segretario del partito della Rifondazione Comunista, cosa pensa in materia di alleanze elettorali?
Parlare brevemente di questo argomento rischia di farmi scivolare su dichiarazioni spot. Mi piacerebbe affrontare il tema nel dettaglio. Il punto è la forza che esprimi. E’ in base a questa forza, di proposta e di relazioni sociali, che determini la qualità delle tue alleanze. Credo che il mio campo, la sinistra e i comunisti, si debbano preoccupare ora di costruire questa forza e non di bypassare il problema con cartelli elettorali alla vigilia delle elezioni. Insomma l’unità della sinistra è diventata una preghiera, una sorta di litania che muove in uno schema di relazioni solo tattico. I risultati di questo modello sono avanti agli occhi di tutti noi. Credo che ci sia la possibilità di attivare nuovi modelli di alleanze, alleanze sociali tese a ricostruire una base di riferimento, che hanno grande potenziale. Questo tipo di alleanze spesso vengono sacrificate sull’altare del ritorno in Parlamento. Io non ho tendenze extraparlamentari ma credo che nelle istituzioni si ritorni con la costruzione del consenso e con una tattica elettorale efficace. Il punto è ormai ci si occupa solo di tattica elettorale e strategie a brevissimo termine.
Ci racconta un punto di forza ed uno di debolezza dell’amministrazione arancione a Napoli città.
Luigi de Magistris ha la capacità di relazione con la gente e un lessico popolare associato ad una volontà di agire nell’interesse della collettività. Nel primo mandato sono numerosi gli atti che lo dimostrano. Oggi ci scontriamo con nodi importanti e con i continui attacchi dei poteri forti. Abbiamo bisogno di riprendere un percorso di ampia partecipazione e di riassumere un ruolo anche di conflitto con provvedimenti antipopolari messi in campo da Governo nazionale e Regione. Insomma dovremmo tornare a Roma coma Città, recuperare con più efficacia il percorso della città ribelle.

Cosa pensa dello spinoso tema dei campi ROM?
Certamente l’amministrazione ha dimostrato un senso forte di disponibilità all’accoglienza e alla comprensione delle problematiche che riguardano i cittadini Rom. D’altra parte non possiamo nasconderci che non siamo riusciti a trovare misure di contrasto all’emarginazione e alternative abitative ai dei campi. Su questo non c’è più tempo. I progetti faraonici degli anni passati e mai attuati vanno cambiati. Il modello d’integrazione non può essere lo stesso degli anni 90. Sul punto abbiamo presentato una nota articolata con alcune proposte.

Lei ha assunto anche il ruolo di assessore nel Comune di Arzano. Che idee ha per il territorio.
Arzano è un comune che viene da due scioglimenti e anni di “ordinaria” amministrazione commissariale che lascia il segno. Dobbiamo affrontare le emergenze e avere continua relazione con i cittadini ma dobbiamo anche programmare interventi strutturali. Oggi le priorità sono il riassetto del territorio sul piano urbanistico, la messa in sicurezza del sottosuolo, e il ripristino delle regole che tengono in vita una comunità di pari passo con la riattivazione di percorsi di cittadinanza in tutti i campi, dallo sporto all’impegno civico.
 Pur rivestendo un ruolo importante, lei è anche giovane e questo è un bene. Ci consiglia un libro ed un cd che reputa particolarmente interessante?
Ormai sono un diversamente giovane. Evito di stare sul classico e anche sui miei autori preferiti. Credo che faccia bene una sana lettura de “il matematico impertinente” di Odifreddi (nulla a che fare con la matematica), e di rilassarsi un po’ con Meet the Eeels – Essenzial Eels.

Leggiamo con soddisfazione le parole che di seguito pubblichiamo. Speriamo siano la miccia che accende la discussione. Un punto di vista nel senso letterale, che non si arrende alla grande cecita’. Avendole lette non abbiamo avuto dubbi sulla loro notevole importanza in questa fase: adelante

Viviamo una congiuntura storica complessa. Ogni giorno uomini donne e bambini muoiono in quel cimitero liquido che e’ il mediterraneo. I flussi migratori devono essere governati solo da esigenze d’ impresa. Per il resto il genicidio in atto ci pare inesistente. Ogni giorno il modello capitalista devasta l’ ecosistema determinando un countdown verso l autodistruzione. Ogni giorno giovani precari si misurano col vuoto interiore determinato dal piu’ mostruoso dei sistemi di sfruttamento. L’ epilogo e’ drammatico. Una classe sociale frantumata e’ resa impotente. Imprigionata nelle gabbia dei social. Per chi non lo avesse ancora capito la parola chiave dei nostri tempi e’ ricomposizione. Lavorare su quello slancio che trasforma la classe in se’ in classe per se’. Leggiamo con soddisfazione le parole che di seguito pubblichiamo. Speriamo siano la miccia che accende la discussione. Un punto di vista nel senso letterale, che non si arrende alla grande cecita’. Avendole lette non abbiamo avuto dubbi sulla loro notevole importanza in questa fase: adelante

Se non ora, quando?

Le lancette della Storia tornano indietro. Il tempo sta per scadere.

Più di cento attivisti e attiviste si sono incontrati a Cassino (FR) per tre giorni di assemblee e tavoli tematici, confermando la volontà di organizzarsi e unire le forze con chiare finalità e metodi organizzativi.
Un salto di qualità oltre il coordinamento già praticato in questi ultimi anni in città, per una ricomposizione di chi oggi subisce gli effetti del regime neoliberista fatto di precarietà e povertà. Tutto ciò pensiamo debba avvenire su più fronti e livelli, partendo dall’unità su determinati obiettivi di lotta in grado di riunificare le condizioni materiali dei diversi settori di coloro che sono coinvolti, favorendone la reciproca riconoscibilità e l’identificazione della comunanza di interessi.

Il tema della povertà e della marginalità sociale ci sembra centrale oggi in una fase storica in cui si provano a mettere da parte le emergenze sociali per favorire speculazioni finanziarie, tutelando gli interessi di poche persone a discapito di tanti: questo può e deve essere un tema ricompositivo per la cornice che poco prima abbiamo provato a delineare sul tema.

Così come il preoccupante fenomeno della fuga di chi abita a sud verso altri lidi che in un contesto di precarietà simile garantiscono però una continuità di reddito maggiore, tutto in funzione di una ricattabilità maggiore all’interno del vasto mercato del lavoro europeo.

I nuovi “schiavi” oggi viaggiano spesso da sud a nord in cerca di “fortuna”, ma trovano invece ritmi precari più pressanti in cambio di pochi euro in più rispetto a come sarebbero stati pagati nel paese d’origine.
Noi dobbiamo assolutamente combattere per restare nella nostra città e costruirci qui un futuro da cui ripartire: con audacia e spirito di lotta.
Questo per noi è sicuramente un tema ricompositivo da cui ripartire e che riguarda in particolar modo la generazione più giovane che è presente anche all’interno dei nostri collettivi e piani vertenziali.

Per essere all’altezza del nostro tempo e dello scontro in atto c’è la necessità di un livello politico da raggiungere per delineare una soluzione realistica che tenga conto sia delle condizioni oggettive (crisi generale che viviamo e le ripercussioni particolari che assume nel nostro paese) sia soggettive (debolezza del movimento, crisi e ristrutturazione politica delle istituzioni in una fase di evoluzione del capitale). Un livello politico e organizzativo che sappia intervenire sia nella guerra interna (leggi speciali, chiusura delle frontiere, attacco alle condizioni di vita di tantissimi sfruttati) che nella guerra esterna (massacri indiscriminati, guerra, distruzione e avvelenamento della terra).

Per questo crediamo sia fondamentale lavorare nella direzione di una proposta politica ampia per confederare in ogni città le capacità organizzative, le forze militanti e simpatizzanti, le tante esperienze di organismi di base, come le assemblee popolari, i comitati e resistenze territoriali, quelle forze che provano a costruire nuove istituzioni dal basso. Non bastano i nostri “No” alla guerra, allo sfruttamento, alla precarizzazione del lavoro, ai licenziamenti, alle grandi opere, alla Tav, alle trivelle, agli inceneritori, al Muos, al Ponte sullo stretto, agli accordi internazionali come il Ttip, ai patti di stabilità e pareggi di bilancio imposti da organismi transnazionali non democratici, alla sottrazione di beni comuni e risorse pubbliche e alla privatizzazione di servizi pubblici come scuola, sanità, trasporti e beni primari, alla svendita del territorio e agli interventi emergenziali tramite commissariamenti straordinari, allo stato d’eccezione politico e tecnocratico. Tutto questo dobbiamo farlo convergere verso una visione politica, sociale ed economica più complessiva.
Aggredire il vuoto politico che c’è oggi nel paese, trasformarci da minoranza attiva a maggioranza potenziale per orientare e organizzare il nostro blocco sociale di riferimento per porlo sul terreno della trasformazione dello stato di cose presenti e sottrarlo dalla passività e dal disorientamento o ancora dal clima di xenofobia, razzismo, barbarie, miseria e guerra tra poveri e violenza che sta riportando le lancette della Storia indietro.

Tutti i nostri interventi, lotte, percorsi, vertenze e mobilitazioni devono confluire e determinarsi in un programma, in una proposta e concreta e in un’azione politica capace di parlare ai tanti lavoratori, disoccupati, precari, persone impoverite dalla crisi per tracciare insieme una strada e un orizzonte diverso dalla quello che ci circonda.
Pur rappresentando un pezzo significativo della nostra città non ci illudiamo di essere autosufficienti né di rappresentarne la totalità. La sfida è grande. Per questo dall’inizio del prossimo anno politico, settembre, costruiremo momenti pubblici di dibattito e confronto in questa direzione, invitando e coinvolgendo a in questo cantiere tutte le forze sociali e politiche interessate che vogliono confederarsi. Per farlo bisogna cominciare a rafforzare le date già in costruzione, per noi fondamentali.

1) La mobilitazione indetta dalla rete «Non una di meno» contro l’obiezione di coscienza il 28 settembre in tutte le città. In continuità con le mobilitazioni che hanno visto riempire le piazze di migliaia di donne e uomini per una società libera dal patriarcato.

2) Lo sciopero indetto dalle sigle sindacali di base per il 27 ottobre. Per incrociare le braccia e bloccare il paese, iniziando dai nodi centrali della valorizzazione e circolazione delle merci con la capacità di generalizzarlo e farlo vivere sui territori e nella metropoli.
Allo stesso tempo concentrarsi sulla necessità di tornare a mettere al centro la rivendicazione di un Reddito di base e incondizionato, contro il lavoro gratuito, per un salario minimo e un permesso di soggiorno slegato dal contratto di lavoro. Per questi motivi saremo interessanti alla costruzione di una grossa campagna nazionale sul Reddito di base, che possa essere un alternativa di rivendicazione per fasce subalterne del nostro paese rispetto al Reddito di inclusione del governo e della proposta truffa di reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle

3) Le mobilitazioni contro il G7 di questo autunno a Torino. Sull’onda delle centinaia di migliaia di persone che ad Amburgo hanno contestato il vertice della vergogna, evidenziandone la natura oligarchica e l’incapacità di intervenire al di fuori delle logiche di mercato.

4) Costruire iniziative e mobilitazioni partendo da Napoli. Per elevare il livello di scontro sociale e politico con lo scopo di non appiattirlo sul confronto con il piano amministrativo locale, non manchevole di limiti e contraddizioni, ma di direzionarlo “al piano di sopra”: contro patti di stabilità, pareggi di bilancio e debiti imposti dall’Unione Europea e dal governo nazionale.
Il vento che arriva dall’Argentina ci dice: «costruire sintesi e convergenza, senza preclusione al dibattito delle differenze». Noi condividiamo queste parole. Questa è la sfida, questo è il passo successivo. Altrimenti ognuno può credere di cambiare il mondo da solo, rimanendo del tutto incapace di incidere nei processi reali.

Le lancette della storia tornano indietro.

Non abbiamo tempo da perdere.

CAP – Centro Autogestito Piperno
Laboratorio NAssau
Laboratorio Politico Iskra
Bancarotta Bagnoli 2.0
Scugnizzo Liberato
Zero81 – Laboratorio di Mutuo Soccorso

 

 

PINK FLOYD: Il cinquantesimo anniversario del primo viaggio interstellare della band

Mezzo secolo fa veniva pubblicato “The Piper At The Gates Of Dawn”, il primo disco dei Pink Floyd,  una porta verso il mondo della psichedelia ed un nuovo modo di percepire la musica ed il rapporto tra l’uomo e l’universo interiore ed esteriore.

La famosa band inglese iniziò come Pink Floyd Sound, appellativo proposto da Roger “Syd”Barrett, che aveva già scelto i nomi per i suoi due gatti rubandoli ai suoi bluesman preferiti: Pink Anderson e Floyd Council.

Syd è uno studente d’arte con l’hobby della pittura e si unisce in veste di cantate e chitarrista al gruppo musicale dei suoi amici Roger Waters e Bob Klose, rispettivamente bassista e chitarrista. Quando Klose, patito di jazz, lasciò il gruppo che riteneva avesse un sound troppo pop, i ragazzi cambiarono il nome semplicemente in Pink Floyd e diedero vita al loro disco di esordio con la formazione Barrett, Waters, Wright e Mason che avrebbe portato la band al successo.

“The Piper At The Gates Of Dawn” (Il pifferaio ai cancelli dell’alba) ruba il titolo a quello del sesto capitolo del romanzo per ragazzi “Il vento tra i salici” di Kenneth Grahame. Accolto dal pubblico con entusiasmo, il primo album dei Pink Floyd è stato apprezzato ed osannato dai critici contemporanei e postumi che l’hanno considerato seminale non solo per la musica psichedelica degli anni sessanta, ma anche per generi musicali successivi come la musica noise e quella indie.

Il disco attinge a piene mani dall’immaginario frenetico e visionario del pittore/cantante Syd Barrett e suona come un viaggio psichedelico che parte dalla terra per girarci attorno. Opera apripista della mania per lo spazio, anticipa di un anno “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick ed di ben sei anni l’alieno del rock Ziggy Stardust, la creatura androgina creata da David Bowie come proprio alter ego da palco.

L’album comincia con “Astronomy Domine”, un delirio elettrico spaziale che, in puro stile anni ’60, non perde il piglio melodico ed orecchiabile nonostante l’atmosfera ultraterrena.

Ma nel disco non c’è solo lo spazio, che tornerà come tema prepotente del capolavoro “Interstellar Overdrive”, un brano affilato e tagliente come quelli che si sentiranno solo 10 anni dopo con il punk. Nei testi c’è spazio per una bicicletta, uno gnomo, uno spaventapasseri, un gatto strano che accompagna una strega di nome Jennifer ed altre creature bislacche che affollano la mente creativa del giovane Barrett. L’edizione americana dell’album inoltre comprende il delizioso singolo “See Emily Play”, la storia di una ragazza con “la strana abitudine di prendere in prestito i sogni altrui”.

Personaggi poetici ed immagini fiabesche provenienti dalla fantasia e stimolate dall’acido lisergico che ha nella storia della band un posto d’onore in positivo ed in negativo: da un lato ha contribuito ad amplificare visioni e creazioni musicali e non dei Pink Floyd, dall’altro ha condotto Syd Barrett verso una condizione di psicosi cronica che l’ha costretto a ritirarsi dalle scene.

Nonostante la sostituzione con il brillante Dave Gilmour, che sarà il cantate dei Pink Floyd dal 1968 al 1995, Syd è rimasto un fantasma che ha aleggiato nella band per tutti gli anni a seguire, una presenza gravosa che è tangibile nelle canzoni a lui dedicate o ispirate come “Shine on you Crazy Diamond”, “Wish you were here” e la delicata e malinconica “Nobody’s home” in “the Wall”, in cui Syd viene ricordato per il suo spirito artistico e per le sue piccole abitudini come quella di segnare le sue poesie su un taccuino nero o quella di tenere un elastico attaccato alle scarpe per tenerle su.

Nell’immaginario collettivo Syd Barrett ha incarnato in pieno l’archetipo del genio folle e come il matto dei tarocchi, l’arcano maggiore senza numero che simboleggia il principio assoluto, ha regalato ad una delle band più famose ed importanti della storia, il necessario slancio creativo iniziale caratterizzandolo con uno dei dettami più preziosi della musica rock: quello di non avere limiti.

articolo scritto da Sara Picardi

Un riflessione a mente fredda sui fatti di Amburgo: intervista ad Antonio Perillo di Rifondazione Comunista.

 A mente fredda vi proponiamo una riflessione  sui fatti di Amburgo  del dirigente di Rifondazione Comunista Antonio Perillo.

Ovviamente si tratta di una riflessione che esonda dai temi specifici assumendo i connotati di una analisi generale su cui val la pena soffermarsi:

 

Allora Antonio, ad Amburgo chi si è riunito e per decidere cosa?

Ad Amburgo si sono riuniti capi di Stato e di governo, con molti ministri al seguito, in particolare dei settori economici, dei 20 paesi più ricchi del pianeta. E’ una istituzione senza alcuna legittimazione democratica, non è prevista da alcun trattato dell’ONU o di altro tipo. Ha cominciato a riunirsi negli anni ’90, in parallelo con le riunioni del G7 e poi del G8. Il suo scopo dichiarato, lo si può leggere sul sito ufficiale, è l’armonizzazione dei vantaggi creati dal commercio internazionale e la distribuzione del benefici procurati dalla globalizzazione finanziaria. Un delirio. In realtà si tratta del luogo in cui i governanti pianificano uno sviluppo economico e finanziario a vantaggio delle élite che rappresentano. Negli ultimi 20 anni in fatti non vi è stata alcuna redistribuzione dell’enorme ricchezza prodotto dall’economia mondiale, ma un continuo drenaggio di denaro e risorse verso i paesi più ricchi e in particolare per le strutture economiche e politiche nazionali e internazionali che detengono il potere reale. La cosa più assurda è che ad Amburgo si è parlato di armonizzazione, di sviluppo, di ricchezze…un linguaggio orwelliano se si considera che sono 10 anni che il mondo versa in una grave crisi economica e in una moltiplicazione dei conflitti anche armati. In sostanza, ad Amburgo si è riunito il G20 per discutere di come perpetuare il potere, il dominio e lo sfruttamento da parte dei più ricchi del mondo a danno della parte più povera del pianeta e dei lavoratori dello stesso cosiddetto primo mondo.

Cosa propongono i manifestanti in alternativa?

Le manifestazioni che hanno accompagnato i vari vertici del G7, G8 e G20, fin dai tempi di Seattle (1999) e Genova (2001) hanno sempre ragionato di un altro mondo possibile. Un mondo basato non più sul profitto, ma sulla condivisione e la redistribuzione delle risorse, delle conoscenze, del potere. Io sono nato politicamente in quella stagione, a Napoli nella mattanza di piazza Municipio del 17 marzo 2001 (che fu il prodromo di Genova), e mi ci riconosco pienamente ancora oggi.
C’è da dire che quell’afflato “globale” che sembrava esserci nei primi anni 2000, nei forum sociali mondiali da Porto Alegre a Firenze, sembra esaurito. Come se non si percepisse quel “movimento dei movimenti”, come lo chiamavamo, come una forza politica mondiale in cui riconoscersi. Il NYT ci definì la seconda potenza mondiale, al tempo delle manifestazioni contro le guerre americane in Afghanistan e Iraq.
Ad Amburgo ho visto grande partecipazione ma anche grande rabbia. Ho ascoltato slogan molto duri, antagonisti.
E ho visto tante rivendicazioni, da quelle ambientali, a quelle “nazionali” come quella dei curdi, a quelle sindacali, a quelle più radicali contro il capitalismo. E forse meno consapevolezza “unitaria” come ricordo nei giorni di Genova e dei social Forum. Non so quanto questo possa essere una forza o una debolezza. Lo verificheremo nei prossimi appuntamenti di conflitto. Di certo è una novità, a partire dalla forte ripresa della mobilitazione contro questo tipo di appuntamenti. Non percepivo da tempo l’atmosfera che si respirava ad Amburgo in una settimana intera di momenti di lotta. A fronte, drammaticamente, della scarsità delle mobilitazioni nei recenti eventi del G7 in Italia, in ultimo a Taormina qualche mese fa.

L’Europa può essere lo spazio politico genetico di una nuova soggettività?

Direi che l’Europa è lo spazio minimo possibile. Ad Amburgo, che è uno dei porti più importanti dell’intera Europa, abbiamo partecipato a cortei che si interrogavano su come mettere in discussione i grandi flussi di merci e di capitali che proprio ad Amburgo trovano nel nostro continente un crocevia fondamentale. Al G20 si discuteva di come organizzare questi flussi sempre più in direzione del grande profitto delle poche aziende che li governano. La prepotenza della Germania in Europa si basa sulla sua economia votata alla grande esportazione, col vantaggio della moneta unica e dei bassi salari pagati ai lavoratori in relazione a profitti e produttività.
Bloccare per qualche ora, con un grande corteo pacifico, alcuni accessi al porto, come abbiamo fatto una delle mattine di Amburgo, ha voluto simbolicamente incarnare tutto ciò. Indice di una ripresa di consapevolezza, il movimento che si è palesato ad Amburgo ha ricominciato ad indicare la radice dei problemi, che è europea al suo livello più basso.
Se non si riuscirà ad organizzare un’agenda dei conflitti di livello almeno europeo in grado di mirare alla luna, non andremo molto lontano. Schiacciati dai meccanismi infernali che a livello nazionale stanno mettendo uno contro l’altro lavoratori garantiti e precari, precari e migranti. Cioè poveri contro poveri, facendo il gioco delle destre fasciste.
E’ un’impresa titanica, ma è l’unica strada che abbiamo davanti.

Come si sono organizzate le iniziative di contrasto al vertice di Amburgo?
Il G20 è stato incredibilmente organizzato ad Amburgo nel cuore della città, dove è presente storicamente un insediamento di forze della sinistra sociale, di movimento e antagoniste. Riunire i potenti del mondo fra i quartieri di Altona, Sternschanze e St. Pauli è apparsa da subito come una provocazione.
Molti degli scontri di cui abbiamo visto immagini e filmati si sono verificati nei pressi di strutture sociali da sempre frequentate da queste forze, che hanno, dal loro punto di vista, difeso il proprio territorio.
Come ho detto sopra, complessivamente mi è sembrata mancare un luogo unitario di coordinamento di tutte le iniziative di mobilitazione che sono durate un’intera settimana. Molto si è svolto nell’autonomia di gruppi grandi e piccoli. Spesso c’erano moltissimi cortei presenti in contemporanea.
La polizia ha da subito cercato di alzare la tensione attaccando i pochi spazi collettivi riconosciuti, come i campeggi autorizzati dove trovavano alloggio i manifestanti e la prima grande manifestazione unitaria, la “Welcome to hell” del giovedì sera. Ciò non ha fatto che rendere ancora più ingestibile una situazione già compromessa.
Il grande corteo del sabato mattina è l’unico che ha visto una organizzazione unitaria, dalle forze politiche come la Linke ai settori più radicali di movimento. Ed infatti si è trattato di un corteo enorme, oltre le 100mila presenze, e molto bene organizzato.

 Abbiamo avuto modo di vedere una repressione decisamente dura, tu stesso sei stato fermato. Ci racconti quest’esperienza?

Si è trattato di una esperienza dura e surreale allo stesso tempo. Indice di un cambiamento di fase, nell’implementazione dei meccanismi repressivi, che dovremo approfondire e studiare lungamente.
Ero in un gruppo di 15 compagne e compagni italiani a margine del grande corteo del sabato, appena terminato. Camminavamo in maniera rilassata in cerca di un posto in cui mangiare qualcosa. Siamo stati fermati mentre imboccavamo una strada presidiata da diverse camionette della polizia. Abbiamo subito pensato ad una seccatura, un’identificazione e magari molto tempo per poter essere lasciati liberi di andare a pranzare.
Invece lo scenario si è dimostrato subito più pesante. In pochi secondi, mentre estraevamo i documenti di identità, si sono materializzati oltre 20 agenti che hanno formato un cordone semicircolare chiudendo il nostro gruppo contro le mura di un palazzo. Siamo stati quindi perquisiti individualmente e lungamente. Qualcuno di noi era vestito di nero o di scuro, altri no. Non avevamo alcun oggetto atto ad offendere, né c’era alcun motivo per ritenerci coinvolti negli scontri che si erano verificati nei giorni precedenti. Dopo quasi un’ora ci è stato comunicato che eravamo in arresto in quanto soggetti potenzialmente pericolosi, a discrezione della polizia. Avevano un’intelligence, a loro detta, che dava in arrivo ad Amburgo gruppi di italiani intenzionati a partecipare ai riot nei quartieri caldi attorno alla zona rossa. Siamo stati arrestati, quindi, in maniera preventiva, senza accuse, senza prove e in quanto parlavamo italiano.
A questo scenario già grave e surreale in sé si aggiunga il fatto incredibile che nel nostro gruppo c’era Eleonora Forenza, parlamentare europea che si è immediatamente qualificata come tale agli agenti, in realtà all’unico che parlasse inglese, mostrando il suo badge del parlamento ed il passaporto di servizio. Eleonora era ad Amburgo come compagna e militante, ma anche per supervisionare le mobilitazioni nella sua veste di parlamentare, insieme a molti altri parlamentari europei e nazionali in particolare della Linke. Nessuno degli agenti ha creduto ad Eleonora né al console italiano ad Amburgo che Eleonora stessa ha avuto la prontezza di contattare in quei momenti e mettere in comunicazione con l’agente che sembrava guidare le operazioni. Anzi, molteplici sono state le risate in risposta ad Eleonora a me e ad altri compagni quando facevamo presente che una europarlamentare possiede un’immunità che non consente venga arrestata e detenuta in alcun modo.
A seguire, siamo stati arrestati formalmente e fatti salire su due camionette blindate della polizei, fornite ognuna di due celle. Abbiamo trascorso attorno alle 3 ore seduti in quel piccolo spazio. La parlamentare europea è stata detenuta in questo modo quindi per circa 4 ore complessive, cosa di cui abbiamo già chiesto conto formalmente, tramite il nostro gruppo parlamentare Gue/Ngl, alla presidenza del Parlamento Europeo e al governo tedesco.
Siamo stati quindi condotti presso una struttura detentiva messa su per l‘occasione del G20, la GESA. In sostanza, una grande struttura, forse un ex ipermercato, in cui erano stati posati dei container, dipinti tutti di bianco, a fungere da celle. Siamo stati perquisiti, nudi, fotografati e scortati da due agenti che ci tenevano duramente per le braccia e quindi depositati sul pavimento delle celle. Non c’era alcuna branda o sedia, solo il pavimento ed una stretta panca. Per 24h circa sono stato tenuto quindi per terra, con l’ausilio di una sola sottile coperta. C’era un pulsante per richiedere l’intervento dei secondini. I bagni erano esterni e si veniva accompagnati lì dai soliti due agenti, uno a tenere il mio gomito sinistro, l’altro a torcere il polso destro. I due agenti quindi perquisivano, chissà perché, le loro toilet e ci sorvegliavano, porta aperta, mentre le usavamo. (All’esterno, incredibilmente, due guardie donne scortavano al bagno anche Eleonora, che pure era stata rilasciata all’arrivo alla Gesa in virtù del suo status da parlamentare).
Stesso metodo per i “pasti” che ci hanno portato. Abbiamo mangiato a vista di due guardie che non potevano evidentemente lasciarci strumenti pericolosi come forchette e coltelli di plastica.
Il tutto ci è parso da subito un meccanismo di intimidazione, evidentemente esagerato per persone fermate senza alcun tipo di accusa o di prova.
Personalmente, pur avendo telefonato al legal team che assisteva i manifestanti, non ho avuto in quelle ore la possibilità di parlare con alcun avvocato, investigatore o giudice. Sono soltanto stato svegliato alle 3 di notte circa per parlare con una interprete, che mi ha soltanto ripetuto, traducendo ciò che diceva una poliziotta, che ero detenuto perché ritenuto pericoloso in quelle giornate caratterizzate da scontri di piazza, in virtù di una norme che consente un fermo anche lungo senza alcuna prova o anche accusa. Alla mia domanda “perché sarei pericoloso?” hanno risposto dicendo che la polizia non era obbligata a fornire spiegazioni.
Le ore sono passate, grazie soprattutto alla compagnia di un compagno italiano e di un simpatico anarchico spagnolo che dividevano la cella con me. E siamo stati fatti uscire alle 18 circa del giorno successivo, la domenica, sempre senza ricevere alcuna spiegazione. All’esterno, per tutta la notte precedente, Eleonora aveva cercato in tutti i modi di intervenire, anche grazie al console italiano. Senza alcun esito, anzi venendo minacciata in più occasioni di essere portata fuori con la forza dalla zona dell’ingresso della Gesa.
In tutto ciò, nessuna solidarietà o notizia o comunicazione è giunta dalle autorità italiane. Se si esclude il prezioso contributo del console italiano ad Amburgo. Vi sono ancora 6 compagni italiani detenuti, dopo oltre 2 settimane, anche loro con accuse deboli o debolissime. E non è volata una foglia italiana contro il potente e ricco alleato tedesco. Tutto ciò è vergognoso. Giovedì 27 siamo stati in piazza all’ambasciata tedesca a Roma per chiedere l’immediato rilascio dei 6 italiani. Con la rabbia data dalla consapevolezza che questo livello di repressione del dissenso è diventato ormai normalità, tanto da non diventare nemmeno notizia sui media quando ci sono dei connazionali dietro le sbarre.

Più in generale, anche i giornali conservatori tedeschi hanno criticato la gestione della sicurezza nei giorni del G20 ad opera di Hartmut Dudde, il capo della polizei di Amburgo. Una escalation delle violenze che ha portato a centinaia di feriti fra genti e manifestanti e che probabilmente, nel giorno della manifestazione del sabato, ha dato il via ad una politica di arresti preventivi anche ad uso politico e mediatico.
Oltre la globalizzazione e la gestione neoliberista della crisi all’insegna dell’austerità, abbiamo un altro moloch da abbattere, ovvero la torsione autoritaria sulle nostre vite e sul nostro diritto a dissentire e a manifestare.

Che prospettive ha, secondo la tua impressione, questo enorme movimento?

Non è certamente semplice da dire. Noi arrivavamo ad Amburgo con negli occhi le magre mobilitazioni italiane contro il G7 e ancora prima contro la presenza dei capi di Stato a Roma per l’anniversario dei trattati europei nel marzo scorso. Abbiamo visto invece una partecipazione massiccia e diversificata, radicale. Non interessata a chiedere udienza, o “dialogo”, o a consegnare letterine di intenti ad una istituzione antidemocratica come il G20 (triste deriva degli ultimi anni di forum sociali), ma a metterne in discussione alla base la legittimità. Noi possiamo fare senza di voi, questo il messaggio. Non so dire se si tratta di un nuovo inizio di mobilitazione a livello europeo e globale, noi lavoreremo per quello. Ma di certo è il minimo indispensabile per ripartire in quella direzione.

LE BIRRETTE: La band ska tutta al femminile che da Bologna è arrivata alla Giamaica

Domenica 30, il lido “Dum Dum Republic” di Paestum, in provincia di Salerno, ospiterà il concerto di una delle band più originali nel panorama musicale italiano del momento, “Le Birrette“, da Bologna.

Il gruppo vanta ben 10 elementi tra voce, strumenti a fiato, coriste, chitarra, sessione ritmica e tastiere, tutti tasselli fondamentali per ricreare un sound ska con influenze roots reggae e soul.

Ho fatto una chiacchierata con Anna, la cantante, per scoprire la loro biografia e farmi raccontare del loro viaggio in Giamaica:

Raccontami com’è nata la band…

Abbiamo iniziato alla fine del 2014 ed è stato una sorta di esperimento, eravamo 4/5 amiche appassionate di ska, rocksteady, reggae, io avevo già esperienza come cantante con una band di musica soul.

Il gruppo è nato senza pretese e senza aspettarci nulla, dopo le prime prove ci siamo rese conto di essere cariche ed abbiamo cercato altre persone da coinvolgere nel progetto.

Avete cercato solo ragazze oppure il fatto che sia venuta fuori una all girl band è stato casuale?

Abbiamo scelto di formare una band al femminile un po’ per sfida, un po’ perché non esistono band italiane di sole donne nel nostro genere.

Ho visto delle vostre foto in Giamaica, come siete arrivate lì?

Abbiamo aperto alcuni concerti di gruppi ska storici qui in Italia, tra cui gli Skatalites che si sono innamorati musicalmente di noi e ci hanno procurato dei contatti per partecipare ad un festival itinerante in Giamaica che è durato una settimana.

Quali sono i posti che avete avuto modo di visitare?

Siamo state a Runaway Bay che è a nord ovest, poi a Ocho Rios ad est, alle cascate di Somerset Falls ed infine a Kingston.

Che effetto vi ha fatto proporvi nella patria del vostro genere musicale?

Eravamo emozionate ma è stato stupendo perché abbiamo avuto l’opportunità di visitare i posti che avevamo sempre sognato e conoscere gli artisti che non avremo mai pensato di avere modo di incontrare di persona. Le persone sono gentilissime, c’è musica dappertutto ed i paesaggi sono eccezionali e ci hanno accolte a braccia aperte.

Nel passato il Rastafarianesimo ha rappresentato, in Giamaica e non, una nobile rivendicazione identitaria delle radici africane, si tratta di una cultura in cui la musica è un mezzo per veicolare dei messaggi, anche religiosi. La critica che veniva mossa spesso nei confronti di questa filosofia è che fosse molto maschilista, pensi che sia vero?

A parte il musicista Ken Boothe, non abbiamo conosciuto molti Rastafariani, attualmente nell’isola ci sono molti cattolici e solo piccole comunità si interessano al Rastafarianesimo. Per quanto riguarda la nostra band, abbiamo sempre evitato testi Rastafariani proprio perché sono spesso misogini.

Alcuni tra quelli che hanno visitato la Giamaica come turisti, si lamentano del fatto che le città sarebbero pericolose per i bianchi, voi che avete visitato il posto come musicisti piuttosto che turiste, che impressione avete avuto?

Le persone del posto sono un po’ ostili verso il classico turista bianco viziato. Il nostro approccio è stato completamente differente: abbiamo socializzato con i ragazzi del posto, senza trincerarci in autobus turistici, alberghi e resort di lusso. Come in qualsiasi altro posto, l’importante è essere prudenti ed in questo senso ci siamo tenute alla larga della Downtown di Kingston che praticamente abbandonata ed in mano alle bande.

Qui in Italia invece com’è la scena musicale bluebeat?

Suoniamo spesso in giro, c’è una certa attenzione e curiosità riguardo il nostro genere anche da parte di chi non lo ascolta abitualmente. Nell’ultimo anno sono nati altri 3/4 gruppi ska italiani, mentre fino a poco tempo fa c’erano solo the Bluebeaters e pochi altri.

Avete già registrato un disco?

Abbiamo registrato un 45 giri a due tracce: “Mr.A”, che è un brano inedito da cui è stato tratto un video (che potete vedere qui sopra) ed abbiamo rimaneggiato un pezzo storico giamaicano “Sattamassagana”, su cui abbiamo adattato un testo di Ella Fitzgerald che si chiama “Blue Skies”. Ad ottobre ci dedicheremo a registrare un disco con dieci tracce.


Ed i vostri testi di cosa parlano?

Anche in questo ci siamo un po’ ispirate ad i nostri miti d’oltreoceano, testi politici, testi d’amore… un po’ di tutto.

Siete tutte fan della musica giamaicana o ci sono alcune di voi che provengono da generi musicali differenti?

Io sono un’amante del jazz e del soul, la chitarrista e la bassista sono appassionate di punk e rock, siamo tutte diverse ma accomunate dalla passione per la musica ska.

Quale album consiglieresti a chi non conosce la musica giamaicana?

Sicuramente le compilation dello Studio One perché racchiudono tutti i brani più importanti del genere: ska, rocksteady, reggae, funky. Lì c’è tutto.

articolo di Sara Picardi

Dire legalità, agire razzismo: gli sgomberi dei campi rom

 

Gli sgomberi dei campi rom a Napoli hanno colpito negli ultimi tempi quasi tutti i territori e gli insediamenti cittadini, da Ponticelli e Barra lo scorso anno, a Via delle Brecce a Gianturco pochi settimane fa (parte di quegli abitanti si trova oggi presso l’Ex Manifatutra Tabacchi, ancora senz’acqua in quanto ‘illegale’) fino all’ultimo, in ordine cronologico, di Via Cupa Perillo a Scampia, dove lo scorso 17 luglio è stata notificata a circa 700 persone, che vi abitano da 30 anni, l’ordinanza della Procura della Repubblica che prevede la liberazione dell’area entro l’11 settembre.
Oggi nei fatti l’Assessorato alle politiche sociali del Comune non consente alla popolazione rom del territorio cittadino né il diritto all’abitare, né un posto in cui stare e neppure un luogo in cui rifugiarsi nell’attesa che la politica trovi soluzioni a problemi che evidentemente non comprende del tutto, almeno stando ai risultati ‘raggiunti’ quali il campo-container di Via del Riposo.
La violenza, silente o esplicita, di queste operazioni di forza a tutela della legalità e a discapito dell’umanità ha contraddistinto le pratiche di abuso che la comunità rom di Napoli e provincia sta subendo in questi mesi; in perfetta continuità con il passato infatti, i rom restano ancora una valida ragione per mettere d’accordo tutti intorno al razzismo ed alla repressione, sotto la sempre utile bandiera, duble-face, della legalità.
Nonostante lo stridente ossimoro tra legalità e rivoluzione, le due parole d’ordine del lessico politico e mediatico arancione, cavalcando ora una sponda ora l’altra, si prova a fatica a stare nel mezzo.
Intanto la vita di circa 200 persone presso l’ex Manifattura Tabacchi, di altri circa 700 rom dispersi sul territorio dopo lo sgombero di via delle Brecce, e da ultimo di circa 700 abitanti del campo di Cupa Perillo a Scampia, è appesa al filo di questo ossimoro.
Forse è ora di cominciare a chiarirsi le idee. Un primo passo utile è il presidio cittadino fissato per domani venerdì 28 luglio alle ore 10.00 sotto Palazzo San Giacomo in Piazza Municipio, in cui gli abitanti, i cittadini e le associazioni chiederanno chiarezza e risposte sulla situazione di Cupa Perillo. Aderiscono: Comunità rom Cupa Perillo, Alex Zanotelli, Domenico Pizzuti, Giovanni Laino, Gennaro Sanges, Lino Chimenti, Monica Riccio, Felicetta Parisi, Pino Guerra, Enrico Muller, Antonio Lievore, Gridas, Centro Hurtado, Associazione Celus, Cantiere 167, Comitato Vele, chi rom e…chi no, Circolo La Gru Legambiente, Scuola di Pace, Cooperativa Occhi Aperti, Associazione 21 luglio, Compare – Mammut, Kitti Baracsi, IDEA ROM Onlus, N:EA Napoli: Europa Africa