“La bandiera rossa, la nostra bandiera”: articolo di Salvatore Martelli sul Subcomandante Vittorio

Il comandante, Vittorio Passeggio, certo, perché di comandante si tratta, comandare nel senso di dirigere, proiettare verso, avere visione di lungo, ripugnando il termine nel suo contenuto borghese che esprime il comando come ordine, opprime, talvolta sopprime. Il comandante che non si autoproclama alle folle, si barrica all’interno di fogli di alluminio saldati con poca precisione, la roccaforte della lotta diventa la sede del comitato, alla vela gialla, si passa da un eccesso all’altro, dal caldo d’estate, al freddo, freddissimo d’inverno che le mura di cemento armato a mestiere, mantengono, proteggono, il fumo delle sigarette a riempire i vuoti, i silenzi ad urlare più forti le posizioni opposte, difficilmente conciliabili, i compagni di una vita scelgono le strade meglio apparecchiate, quelle in discesa, dove si tende al compromesso, alla concertazione istituzionale, Vittorio invece tra la gente a vendere la dignità.

La politica che si scontra non per idea, lo fa per interesse, il comandante fuma e pensa al futuro mentre si sbraccia nel mare agitato delle Vele. Tutto qui, la complessità di un percorso di lotta che nasce come rivendicazione ad avere una abitazione dignitosa, diventa margine di realtà, copertina di giornale, pellicola per film. L’uomo che ha combattuto col megafono, è sicuramente l’esempio più bello, più vivido, più intenso da raccontare ai bambini, agli studenti , nessuno ci credeva al tempo, così, come tutti vogliono sedersi al tavolo delle spartizioni oggi, lo stesso tavolo che il comandante più volte ha ribaltato sulle facce senza contorni degli assessori di turno.

Un capolavoro, senza precedenti, le vele che tra pochi mesi verranno giù sotto i colpi delle gru armate, rappresentano la vittoria di un comandante di brigata che ha guidato senza tregua la lotta, nella difesa del suo popolo, del popolo delle Vele.

Il Duemiladieci scorre, è Ottobre o Novembre , piena crisi finanziaria, ci organizziamo per andare a Roma, dove si terrà una Manifestazione della Cgil, la crisi sta strangolando le persone, i lavoratori ormai sono in balia dei padroni, a Pomigliano hanno vinto gli altri, una lavoratrice urla e piange<< ho dovuto farmi la tessera con gli altri perché altrimenti mi licenziano, non posso permettermelo, ho tre figli e mio marito è stato licenziato due mesi fa>> .

Da tempo le cose sono cambiate in Italia, ma da quattro mesi si vive un clima di paura generalizzato, a Giugno il referendum di Pomigliano ha spalancato le porte ad una deregulation del lavoro, una guerra tra lavoratori, una gara a chi è più debole, la fabbrica sbanda sotto i colpi del Dirigente Italo- canadese, l’Italia crolla, sotto i colpi di chi divide, illude, approfitta e batte cassa.

Io insieme ad alcuni compagni abbiamo deciso di andare a Roma, perché il momento è delicato, drammatico, c’è bisogno di tutti, partiamo da Napoli in treno, le persone ci guardano, abbiamo con noi dei colori troppo evidenti, abbiamo bandiere e striscioni, rossi, come sempre.

Arriviamo a Roma, ci uniamo al corteo, salutiamo i compagni di Roma, la manifestazione è bella, si canta, ci divertiamo, arriviamo a Piazza San Giovanni, qualcuno degli anziani del sindacato mi ha trasmesso una strana abitudine, voglia, tradizione, devo scambiare la bandiera della mia federazione con quella di un’altra federazione, a casa ne tengo tre, una è bellissima, un bambino con il pugno chiuso avvolto nel rosso della bandiera. Mi avvicino ad un lavoratore per comprare una maglia che poi appenderemo in impianto “Pomigliano non si piega” gli chiedo di scambiare la bandiera, mi regala quella della FIom, non vuole baratto, me la regala, perché siamo <paesani>.

La tengo stretta per quella giornata e per molto ancora, la manifestazione finisce, torniamo a casa con le parole della lavoratrice dal palco che rimbombano come suoni di tamburo,, sentiamo nitidi i colpi, sentiamo lo stesso rumore in tanti, le parole di quella mamma esplodono per tutta la giornata senza sosta, esploderanno in noi per molti giorni ancora . L’anno che segue il Duemiladieci, ci ritroviamo a Napoli, sciopero generale, ci sono tutti, gli studenti, i lavoratori, in testa al corteo partito da piazza Mancini qualche politico e qualche sindacalista, noi siamo al centro tra gli studenti.

Tra qualche giorno ci saranno le elezioni amministrative alcuni movimenti appoggiano De Magistris, e si fanno sentire, si fanno notare. Arriviamo a piazza Dante, dove prendono parola i segretari, per ultima Susanna Camusso segretario generale, da una strada spunta una Nissan micra nera, piena di rabbia, piena di rivoluzione, sale sul marciapiede, scende un uomo di carnagione scura, in molti lo salutano, lo conoscono bene, è determinatissimo, vuole una bandiera, vuole andare sul palco, vuole prendere parola, il servizio d’ordine lo ferma, lui torna indietro viene verso di noi, vuole la mia bandiera per salire sul palco, io per l’occasione ho portato quella della Fiom dell’anno prima, quella di Pomigliano.

Non lo conosco, ma quel suo modo di fare, mi attira, mi affascina tantissimo, gliela cedo, corre verso il palco con la bandiera rossa Fiom, urla <<la Cgil ha isolato la FIOM, ‘a Camuuu vattenn>>> Non gli fanno spazio, non lo fanno salire, lo lasciano urlare ,il servivo d’ordine è addestrato bene, non cedono nemmeno a Vittorio Passeggio. Torniamo a casa dopo la manifestazione, torno senza bandiera, è servita per la causa mi dico,, quell’uomo che poi mi diranno che si chiama, Vittorio Passeggio voleva sfidare le regole, per parlare ai lavoratori, per gridare giustizia. Pomigliano ha lasciato un segno indelebile nelle lotte sindacali, qualcuno non regge l’urto, lui ha solo una cicatrice in più, una di tante. Il 30 Maggio del Duemilaundici c’è il ballottaggio delle elezioni comunali, De Magistris contro Lettieri, nel tragitto che mi porta a casa da lavoro, ascolto la radio, stanno scrutinando i primi seggi, De Magistris è in vantaggio, netto.

Faccio presto il cammino di casa, voglio andare nei seggi, per avere conferma. Arrivo fuori alla scuola dove voto, incontro un uomo di carnagione scura, è determinatissimo, ha il pugno chiuso, in alto, in vista, canta <> ripete l’inno per molto tempo. Lo guardo con gli occhi di chi non conosce, lui mi guarda ma, mi conosce << sagl cù me guaglió andiamo al centro, andiamo a festeggiare, Napoli è Rossa, editto bulgaro>> Vado con lui, andiamo a festeggiare, nel percorso mi abbraccia, è felice, dice ad alta voce dal finestrino <>, le persone fuori si stupiscono, non capiscono, ridono. Arriviamo a piazza Municipio, scendiamo dalla Nissan micra nera, lui va dietro , apre il cofano e prende una bandiera rossa, poi mi guarda serioso, con voce rauca dice << questa è tua, e bandier ‘e guerr nun se’ lasciano pa’ strad>> La prendo, e la stringo come nel treno del 2010, forte nei pugni, coi pugni. Le sue parole come quelle della lavoratrice di Roma esplodono ancora in me, per lui non possono vincere gli altri, si combatte, si resiste, si incassa, si mostrano le cicatrici, ma non si molla. Sul suo viso gli anni di lotta migliori, il sole dei momenti peggiori alla ricerca di sè, e poi milioni di pensieri, di storie che raccontano la vita di un “comandante”, che non si è arreso, che non si arrende nemmeno al sole, piuttosto lo sfida, come fa con tutto, bruciandosi la pelle. Porto la bandiera nello zaino da quel giorno, sempre con me, mi da autostima, consapevolezza di riuscita, è molto più di un pezzo di stoffa colorato a piacere, rappresenta battaglia, è la bandiera rossa, la bandiera nostra.

 

HUGO RACE: il rock crepuscolare dell’ex chittarrista dei Bad Seeds dal vivo a Napoli

Nato a Melbourne nel 1963, Hugo Race è noto principalmente per le sue collaborazioni con Nick Cave, che ha accompagnato dal 1983 al 1985, come chitarrista dei Bad Seeds. Debuttarono in Australia durante uno spettacolo di Capodanno al Seaview di St.Kilda e sarebbero diventati di lì a poco una delle band underground più seminali degli anni ottanta.

Race abbandonerà la band dopo il primo, spettacolare, album “From Her To Eternity”, per proseguire la sua carriera musicale con gli australiani The Wreckery che entrano in scena nel 1985 con un EP intitolato “I think this town is nervous”, decisamente vicino alle ambientazioni musicali oscure dei Bad Seeds.

Le sonorità sono post punk ma caratterizzate sia da composizioni complesse che ricordano l’approccio del jazz, che da venature blues.

Un’identità profondamente versatile è probabilmente l’unico marchio di fabbrica di Hugo Race che nella sua lunga carriera ha adottato influenze musicali di tutti i tipi miscelandole in un cocktail sonoro onirico ed assolutamente convincente.

The Wreckery proseguono la propria carriera producendo colonne sonore ideali per le ore notturne come il singolo “I can’t say“, un brano impreziosito da un assolo in cui s’intrecciano sassofono e pianoforte, o la più convenzionale “Everlasting Sleep, dal disco “Here At Pains Insistence“.

Il gruppo si scioglie nel 1988, anno in cui viene pubblicata una compilation della band.

A seguito di quest’esperienza, Race si trasferisce in Europa e fonda, a Berlino, i True Spirits, band che attraverserà gli anni novanta e rimarrà in piedi fino al 2015, mentre Race si dedica, al contempo, a progetti paralleli sia in altre band che come solista.

Il riferimento ad un racconto di Edgar Allan Poe sbandierato nel titolo del primo disco dei True Spirit, “Rue Morgue Blues“, rivela che gli interessi del musicista australiano non si limitano solo alla musica. La title track dell’album, anche stavolta accompagnata da fiati che arricchiscono la composizione, è un blues che si trascina accattivante ed è scandito da una batteria statica e praticamente inesistente che si limita ad un suono secco ripetuto per più di quattro minuti, mentre la chitarra intesse una melodia ipnotica.

Il filo conduttore dei True Spirits è il buio, inteso non come collocazione spaventosa o angusta, bensì come dominio in cui esprimersi al cento per cento. A differenza della maggior parte della musica post punk e new wave degli anni ottanta, che alla lunga può diventare ripetitiva, la musica dei True Spirit risulta varia e stimolante.

Più ci avviciniamo al presente, più i punti di contatto tra Hugo Race e l’Italia aumentano. La collaborazione con la catanese Maria Collica inizia con un duetto in “When midnight comes” dei True Spirits e si evolve nei Sepiatone, band in cui Race si dedica principalmente alla parte strumentale per lasciare spazio alla voce della cantante. Ed ancora, con una band tutta italiana, gli emiliani I Sacri Cuori, il chitarrista e cantante fonderà gli Hugo Race and Fatalists.

Il 2017 vede Race in tour in Europa con Michelangelo Russo da ottobre a dicembre, ma il compositore è riuscito a ritagliarsi una data come solista al Cellar Theory a Napoli. In quest’occasione ha proposto un live set unico in cui ha sperimentato brani inediti, intrattenendo il pubblico per più di un’ora.

La serata è stata organizzata da Rockalvi che propone eventi in Campania per promuovere l’ONLUS per bambini affetti da malattie rare Camilla la stella che brilla, a cui è inoltre possibile devolvere il cinque per mille.

Dopo l’apertura di Johnny Dalbasso, one man band carismatico di origine avellinese, (potete leggere l’intervista che gli abbiamo fatto qualche tempo fa cliccando qui), Hugo Race si presenta sul palco senza l’accompagnamento di una band.
Voce e chitarra, una stomp box visibilmente artigianale che assomiglia ad un cassetto, ed un’astronave di pedali, ma anche basi pre-registrate che non suonano false grazie alla chitarra evocativa ed onirica di Race che si distende sul tappeto pre-registrato come una pianta rampicante.

Le canzoni richiamano immagini palpabili che sembrano concretizzarsi nel club vomerese: le note ridisegnano le tracce sull’asfalto di un autostrada percorsa di notte, il bancone di un bar notturno fumoso, il letto di una stanza d’albergo solitaria affittata a buon mercato.

Queste ed altre visioni scorrono nelle menti del pubblico mentre il musicista australiano canta sussurrando e fa l’amore con la sua chitarra in un insolito connubio electro-blues.

articolo di Sara Picardi, fotografia di Mina Maya Solimeo

ANTONIO LIGABUE: Al Maschio Angioino le opere del pittore che ha vissuto da indesiderato ed è morto assaporando il successo

L’impatto che suscitano le opere di Antonio Ligabue ha qualcosa in comune con le emozioni che si provano leggendo la sua sventurata biografia.

Una sensazione di tenerezza e compassione empatica che non si limita all’osservazione ma che travolge in pieno.

La vita di Ligabue è così priva di punti fermi che addirittura qualcosa di banale come il suo cognome riesce ad essere incostante. Nasce a Zurigo nel 1899, da padre ignoto, acquisisce il cognome della madre prima di quello del suo nuovo compagno, Bonfiglio Leccabue, ma dal 1900 viene cresciuto dai coniugi Göble, a cui la famiglia d’origine è costretto ad affidarlo a causa della propria condizione economica di indigenza. Da adulto preferirà farsi chiamare Ligabue, come a mantenere un segno delle proprie radici, senza accettarle completamente.

Al 1917 risale il primo ricovero in un ospedale psichiatrico, a causa di una violenta crisi nervosa, e due anni dopo, a seguito dell’ennesima denuncia da parte della madre adottiva, Ligabue è costretto ad abbandonare la Svizzera.

Al 1920 risalgono le prime opere, contemporaneamente all’inizio di un lavoro faticoso,come bracciante presso i margini del fiume Po’, che gli consente di tirare avanti. Invogliato dall’artista Renato Marino Mazzacurati, Ligabue affina le proprie tecniche di pittura e scultura ma il suo rendimento tecnico sarà altalenante come la sua stabilità psicologica. Nel tra il 1937 ed il 1947 viene nuovamente internato in ospedale psichiatrico un paio di volte mentre la sua attività artistica dopo la guerra si intensifica al punto tale da iniziare a riscuotere un certo successo.

Fama e la ricchezza arrivano solo alla fine degli anni ’50, quando il pittore vede riconosciuto definitivamente il proprio talento e riesce a vendere abbastanza opere da potersi concedere il capriccio di acquistare delle motociclette di lusso.

Vittima di un incidente a seguito del quale rimase parzialmente paralizzato, morì nel 1965 concludendo una vita terribilmente sfortunata ma anche segnata dalla rivalsa e dalla libertà assoluta.

Ospitata al Maschio Angioino e curata da Sandro Parmiggiani, la personale “Antonio Ligabue” è stata inaugurata il 10 ottobre e proseguirà fino al 29 gennaio, proponendo le opere che hanno reso l’artista famoso, quelle che incarnano le sue ossessioni, come gli animali feroci, mai visti dal vivo dal pittore ma solo tramite illustrazioni di un bestiario. Animali inquieti che raffigurano in maniera eccellente il suo lato aggressivo. Sono tigri che ruggiscono mostrando i denti ma che sembrano più vicine ad una visione immaginaria che realistica e assomigliano a quelle sui manifesti del circo, più che ai felini fieri che vivono nella savana, liberi di esprimere il proprio potenziale distruttivo. I colori sono vivi, pieni e luminosi.

Ligabue è un artista molto fisico, che ha espresso le proprie frustrazioni sovrapponendo strati e strati di colore corposo, come a voler coprire, pennellata dopo pennellata, i ricordi dolorosi di una vita da indesiderato.

Allestita unicamente nella sala della Loggia, l’esposizione ospita opere che si dividono in quadri, disegni e sculture, tra cui spiccano innumerevoli autoritratti dell’artista che si è immortalato quasi sempre nella stessa posizione, mostrando un profilo che aveva delineato lui stesso, scolpendolo con atti autolesionistici, tentando di fare assomigliare il più possibile il suo naso al becco di un falco.

Il legame tra il pittore svizzero ed il regno animale è evidente e sfocia in un vero e proprio senso di appartenenza di cui troviamo testimonianza nel documentario della RAI proposto all’esposizione. Sullo schermo vediamo Ligabue aggirarsi in un bosco mentre imita alla perfezione il verso degli uccelli, nel tentativo di richiamarne qualcuno.

Oltre alla sublimazione della violenza espressa tramite gli animali feroci, nelle sue opere è mostrata la vulnerabilità, attraverso le prede.

Scoiattoli e conigli sono forse la rappresentazione di un lato tenero che è stato trattato brutalmente ed incarnano l’amara consapevolezza che la necessità non lascia spazio alla pietà.

La genesi delle creazioni di Ligabue è mistica ed assomiglia ai rituali di purificazione degli sciamani, come se l’autore utilizzasse il mezzo pittorico come tramite per liberarsi dei propri demoni, che assumono la forma di elementi della natura. Tra questi gli insetti, che brulicano nelle suoi quadri come ammonimento orrorifico e che incontriamo anche in un autoritratto in cui sono ancora più spaventosi perché raffigurati insieme a del sangue sulle tempie dell’artista.

La mostra d’arte al Maschio Angioino è un ulteriore tassello nel mosaico della rivalsa dell’artista sciamano che, nato senza nome, è riuscito a trovare un posto per sé e le proprie visioni, nella storia dell’arte.

articolo di Sara Picardi

Spunti di riflessione sullo sdoganamento del fascismo. Nuovo articolo di Raffaele Carotenuto

“E’ successo e ciò che è accaduto una volta, può accadere di nuovo. E’ un dovere di tutti noi ricordare per non dimenticare affinché certi tragici eventi non si ripetano”. Primo Levi

Questo presente che ti ruba passato e futuro

Alcuni episodi di questo tempo storico fanno riflettere su chi eravamo e cosa stiamo diventando, sul cambiamento di costume degli italiani che sembrerebbe essere regredito, dove si mettono in discussione conquiste sociali che hanno fondato questo popolo, con resistenze e lotte mai neutre.

Mi riferisco al Decimo Municipio di Roma, Ostia, dove gruppi neofascisti ostentano forza ed aggregano violenza, ringalluzziti dal risultato elettorale locale, e per questo motivo ospitati in tv spessissimo; al giocatore che a Marzabotto, dopo un gol, esibisce la maglia della Repubblica Sociale Italiana e alza il braccio teso verso i propri tifosi. Un’offesa alla storia visto che proprio lì, nell’autunno del 1944, vi fu l’eccidio di Monte Sole, un crimine contro l’umanità per mano nazifascista. Ed ancora, Anna Frank “usata” in qualche stadio di calcio, dove si fischiano gli inni di altre nazioni.

Fenomeni da baraccone, atti di goliardia. Sbagliato farli passare così, grave ridurre gli stessi ad episodi isolati, dannoso minimizzare. In gioco vi sono valori, culture, sentimenti. L’Italia ha scelto l’antifascismo, ha vinto su barbarie e tirannia, ha pagato con il sangue e con la vita.

Questa “voglia” di normalizzazione di tv, giornali e commentatori pubblici rappresenta una rottura, una pericolosa involuzione, anche se gli anticorpi a ciò sono lunghi e larghi.

Un tempo la politica (e i luoghi istituzionali) esprimeva progetti, programmi, studi (in qualche caso scuola di partito), competenze, ricerche, lotte, rivendicazione di obiettivi di classe. Anche i processi individuali venivano trattati con una dimensione comunitaria. La conflittualità tra i partiti, un tempo massimi agenti della mediazione sociale, era dimensionata dal rispetto e dal riconoscimento reciproco. Quella politica produceva politica, non ceto politico, sfornava rappresentanza e classe dirigente, appartenenza, identità, non avventurieri, solisti e populismo territoriale (leggi referendum Lega). La politica era sì fazione, ma aveva parametri di riferimento ideali e culturali.

Si pensi ai giochi olimpici, ovvero ai mondiali di tutte le discipline agonistiche (e da qualche anno i paraolimpici), oppure ai giochi senza frontiere, nati in Francia per un’idea dell’allora presidente Charles De Gaulle, sostanzialmente per rafforzare l’amicizia tra i francesi e i tedeschi, riprodotto successivamente in altri paesi europei (circa 20), orgoglio delle nazioni, dove la competizione rappresentava valore, messaggio. Insomma qualcosa che aveva l’ambizione di avvicinare i popoli del continente europeo, non già per esprimere violenza, sopraffazione, prevaricazione sociale. Questi momenti hanno ispirato canzoni (Peter Gabriel), videogiochi (It’s Knockout), programmi in eurovisione.

La differenza con quanto accade oggi è che prima questi ambiti della vita pubblica si muovevano su regole concordemente accettate (non escludendo mai chi le violava).

“Aggregatori sociali”, luoghi di appartenenza, inclusività. Il primo sport dello stivale faceva emergere competizione, meriti, dove il “prevalente” era l’agonismo, la robustezza morale. Insomma, il calcio come modello di vita ed in qualche caso di tendenza culturale (lo sport per il sociale, la solidarietà, i messaggi positivi contro la violenza, etc.). Certo, mondi non scevri da condizionamenti, da storture e contraddizioni, ma questi sembravano non essere il “prevalente”, erano confinati, eccezionali.

Oggi tutto finisce in un “presente ossessivo”, amplificato prima di tutto dai social media, senza filtri né regole, mai analizzando il passato o provare a tracciare un orizzonte largo, un fine lungo. C’è sempre qualcuno pronto a dirti cosa dire, che mangiare, come vestire, ma anche e soprattutto dove ognuno vomita interiorità, intimità, mette a nudo se stesso (come se a tutti gli altri veramente interessasse ciò).

 

Chi parla a “microfono” deve provare ad indicare come si recupera il divario tra le “due società”, ovvero tra quella rappresentata (o autorappresentata) e quella esclusa, non analizzando le sole mosse dell’una (quella esclusa) ed omettendo o mitigando quelle dell’altra (per opportunità od opportunismo).

Questi contenitori pubblici (stadi di calcio, sedi istituzionali) vanno ricondotti su una strada che si riappropri di passi puliti, proponendo virtuosità, buone ed oneste pratiche pubbliche, valori condivisi e tanta onestà intellettuale, senza parlare (e pensare) esclusivamente di questo eterno presente.

Si “scenda” dalle cattedre universitarie e si evitino lectio magistralis, andiamo tutti a “praticare” nei luoghi del conflitto e delle contraddizioni sociali, innanzitutto con la Costituzione tra le mani, mettiamo in discussione i propri titoli ed onorificenze, grandi e piccoli (piccolissimi pure), e ritorniamo tra i banchi di scuola. Non è più tempo di piedistalli.

 

 

Napoli, 16 novembre 2017                                                           Raffaele Carotenuto

 

 

“Voglino chiamarci NoVax, oggi vale più l’etichetta che la sostanza” Intervista a Daniela Ascione sulle libertà di scelta e di cura.

Il 13 novembre a Benevento, il 14 a Napoli, ieri a Torre Annunziata.

Il Comitato Va.Li.Ca. – Vaccini Liberi Campania ha svolto una tre giorni di informazione costante, alla presenza di un folto pubblico, cui è stata proposta la notissima esperienza del Dr. Dario Miedico.

Sull’onda della conferenza stampa dello scorso maggio, con cui il Ministero della Salute annunciava una norma finalizzata all’aumento del numero dei vaccini obbligatori, poi adottata con lo strumento dell’urgenza ed approvata con l’istituto della fiducia, nasce il comitato Va.Li.Ca. – Vaccini Liberi Campania, un comitato di genitori e famiglie organizzatosi per mettere a sistema le conoscenze acquisite sull’obiezione attiva alla pratica vaccinale, in favore della libertà di scelta e di cura.

Agli inizi di novembre, dopo numerosi incontri, il comitato ha annunciato il convegno programmato già da tempo che avrebbe dovuto vedere protagonisti il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris ed i giudici Paolo Maddalena e Ferdinando Imposimato, nonché un confronto scientifico tra più medici.

<<Il convegno si è tenuto regolarmente come programmato il 14 novembre”, spiega Daniela Ascione, uno dei rappresentanti di Va.Li.Ca., tra gli organizzatori. Di seguito una intervista rilasciataci:

 

Come nasce il percorso che ha portato a questo evento pubblico a Napoli?

Agli inizi del mese di luglio fummo ricevuti dal Sindaco, al quale annunciammo tutte le nostre perplessità di genitori in merito ai nuovi obblighi paventati dal Ministro Lorenzin, senza una reale epidemia in corso e senza una preventiva verifica dell’efficacia e della applicabilità di una dose così massiccia di antigeni, iniettati tutti insieme in un sistema immunitario in via di formazione, quale quello di un neonato di pochissimi mesi.

Il vaccino è un farmaco e come tale comporta effetti collaterali, per cui  prima di essere inoculato dovrebbe essere opportunamente testato e studiato.

Concordammo, pertanto, una pubblica assemblea, a condizione di estendere la discussione a tutte le parti coinvolte, in modo da animare un dibattito democratico.

Come è andata a finire?

Quello che poi è avvenuto ha lasciato molti di noi sbalorditi. Alcuni tra i soggetti indicati nella locandina, tutti regolarmente invitati, hanno detto di non avere mai avuto l’invito.

Ma noi non ci siamo scoraggiati. Abbiamo proseguito lungo il nostro percorso, finalizzato alla informazione piena, libera ed incondizionata.

Ed il sindaco Luigi de Magistris si è presentato?

Alla fine il Sindaco non si è presentato all’incontro, ma ci ha fatto sapere che a breve ci comunicherà la data nella quale si terrà un evento per molti versi simile a quello che si era ipotizzato, organizzato stavolta dal Comune di Napoli e con l’ufficiale convocazione di tutti i rappresentanti istituzionali coinvolti dal dibattito.

I NoVax chi sono realmente?

Vogliono chiamarci NoVax, oggi vale più l’etichetta che la sostanza.

Siamo un comitato di famiglie che propendono per la libertà di scelta e di cura e non intendono mettere in discussione il principio generale della vaccinazione, ma l’uso spregiudicato che se ne fa attraverso l’applicazione della norma recentemente approvata. Noi chiediamo, come ci consente la legge, la diffusione di vaccini in forma monovalente, di cui le ASL sono tuttora sprovviste, privi di adiuvanti e di metalli pesanti. Le strutture sanitarie, invece, anch’esse gravate peraltro da un enorme carico di lavoro, stanno smaltendo gli accantonamenti di magazzino e sono sfornite dei presidi sanitari immediati più comuni, come l’antitetanica in formulazione singola, che ormai non si trova più nemmeno a pagarla cara.

Quali sono le peggiori ombre della nuova legge?

Sicuramente la campagna informativa che, secondo la nuova normativa, avrebbe dovuto essere messa in campo dal Ministero della Salute entro sei mesi dall’approvazione della legge.

Non se n’è vista nemmeno l’ombra, se non sporadici e dispotici cartelloni inneggianti al DOVERE di vaccinarsi, sparsi su tutto il territorio regionale e azioni di mero terrorismo mediatico, che hanno indotto alla vaccinazione anche le famiglie dei minori compresi nella fascia dell’obbligo scolastico, con l’incubo che potessero essere esclusi dalla frequenza, quando per gli stessi, come si legge dalla Circolare 16 agosto 2017 del Ministero della Salute – il pagamento della sanzione estingue l’obbligo vaccinale.

Con quali azioni proseguirete il vostro cammino?

Intanto il Sindaco ci ha fatto sapere di volere incontrare a breve nuovamente una delegazione di Va.Li.Ca..

Ci aspettiamo che in quella sede ci darà nuovi spunti per arricchire il dibattito in programma.

Per quanto riguarda l’obiezione, per ora siamo cautamente in attesa della decisione della Corte Costituzionale, che il 21 in seduta pubblica inizierà a discutere in merito alla costituzionalità della legge 119/2017, potendo la consulta concedere la sospensiva dall’applicazione, che potrà finalmente garantire a tutti i bambini l’accesso alla scuola di ogni ordine e grado.

In quella data ci sarà a Roma, in piazza Bocca della Verità, una grande e pacifica manifestazione, cui prenderà parte anche il nostro comitato.

Nel frattempo continueranno gli incontri informativi sul tema a carattere locale, con l’augurio di coinvolgere nel dibattito quanti più genitori possibile a vantaggio di una scelta libera e consapevole.

Babywearing Tour made in Naples: come una madre e una fascia possono cambiare il concetto di guida turistica.

Le nostre antenne di genitori alla ricerca di eventi ri/belli hanno captato qualcosa di singolare e a cui vale la pena partecipare: Pompei babywearing Tour, un tour degli scavi di Pompei con mamme e papà con i loro piccoli tenuti stretti da una fascia portabebè e/o un marsupio. Il tour si è tenuto il 5 novembre; uno dei tanti genitori in fascia che vi ha partecipato è Solange Verneau, che ci racconta: “venuta a conoscenza del babywearing tour decido di partreciparvi col mio bambino di 5 anni e mezzo e la sorellina in fascia.

La nostra meraviglia è stata quella di riconoscerci subito! Tante mamme e papà canguro con i figli più grandi al seguito! Quando arriva la guida con biglietti e cartine degli scavi ci spiega anche che il tour sarà a misura dei bambini per cui le spiegazioni e i racconti saranno fatti per interessare maggiormente loro e renderli così parte attiva del tour! Noi eravamo entusiasti e abbiamo riscontrato che i bambini sono riusciti a seguire bene tutto anche a dei supporti grafici che Chiara aveva portato con sé. In passato eravamo già stati a Pompei con una guida ma le spiegazioni riguardo ai siti e alle dinamiche di vita erano ricche di date, cifre, paroloni per cui dopo poco i bambini si annoiavano e iniziavano a volersi allontanare.

Ciò che è si è rivelato ancor più bello è stato il tempo che abbiamo avuto noi mamme per poter allattare serenamente i bambini e di poterli cambiare comodamente presso un gabbiotto lungo la visita!”

L’idea è di Chiara Pezzuti, guida abilitata della regione Campania, che ha unito due delle sue grandi passioni: il portare (il verbo viene utilizzato per indicare il portare in fascia o in marsupio il proprio bambino) e il suo lavoro.

Chiara, raccontaci l’idea che hai avuto, nello specifico perché proprio un tour in fascia?

Ho apprezzato la praticità e i benefici della fascia quando quest’estate è nata la mia piccola e abbiamo potuto partecipare a diverse escursioni in montagna grazie al suo utilizzo. Nelle lunghe passeggiate lei faceva grandi dormite ed era serena, l’unico problema era che talvolta dovevamo abbandonare il gruppo perché le nostre tappe “allattamento/cambio pannolino” non si conciliavano con i tempi del tour che aveva ritmi più serrati. Inoltre, una volta rientrati dalle vacanze, pur amando il mio lavoro, soffrivo del fatto di dovermi allontanare dalla mia piccola. Da qui mi l’idea di conciliare la possibilità di portarla con me al lavoro in un tour che avesse tempi e modalità per lei e per me, in quanto mamma, “accessibili e sostenibili”. Una visita guidata inventata da una mamma che conosce le esigenze delle altre mamme.

Che percorso hai pensato per i tuoi piccoli esploratori?

Siamo entrati da uno degli ingressi che porta velocemente al Foro, per avere immediatamente l’impatto della maestosità dell’antica città romana. Il Foro era la piazza principale della città, dove si svolgevano molte attività principali e su cui si affacciano alcuni degli edifici più importanti dell’epoca.  Durante la visita abbiamo fatto ben due pause per poter allattare i nostri cuccioli e abbiamo approfittato di uno dei babypoint/fasciatoi installati da quest’estate all’interno del sito archeologico, per poter cambiare loro il pannolino. Il tutto con tempi e modalità molto baby-friendly!

 

Hai già pensato alle prossime tappe del tuo simpatico tour?

Certo, soprattutto incoraggiata dal successo di questo primo esperimento! Sabato 2 dicembre, con partenza alle 15:30 da Porta San Gennaro, ci sarà il “San Gennaro – Babywearing Tour”. Un tour più breve, di poco più di un’ora che si incentrerà soprattutto sulle tradizioni antropologiche, religiose e popolari legate al nostro Santo Patrono soffermandoci al Duomo e terminando alla Guglia a lui dedicata. A gennaio, invece, è prevista una vera e propria “fasceggiata” della durata di due ore e mezza. Il tour “Di Castello in Castello” partirà dal Castel dell’Ovo, dove racconteremo dell’origine di Napoli con la sirena Partenope, e arriverà fino al Maschio Angioino dove la leggenda racconta dell’esistenza di un terribile coccodrillo.

ci lasci un contatto per i lettori di napoleaks?

Per informazioni o eventuali informazioni potete contattarmi al 3470808020 oppure via mail chiarapezzuti@gmail.com

Non vediamo l’ora di partecipare al prossimo incontro! speriamo di essere accettati anche senza fascia!

Yari Angelo Russo, Studente : “Esigiamo che il governo riveda i propri sbagli”.

“Studenti fannulloni, non vogliono fare niente e trovano scuse per non andare a scuola” è quello che ci viene detto quando andiamo a manifestare. Ora però parliamo noi e vi diciamo quali sono le vere ragioni del nostro dissenso. L’Alternanza Scuola-Lavoro, che con la “Buona Scuola” di Renzi è diventata obbligatoria per tutti gli studenti delle superiori, sta effettivamente producendo più danni che altro. Dalle recenti inchieste è infatti emerso come, nella maggior parte dei casi, essa non sia inerente al percorso di studi o finanche non rappresenti fonte di arricchimento e formazione per lo studente. Togliere tempo allo studio e alla vita privata di noi studenti… ma a pro di che? Chi ne trae veramente benefici? Ebbene sì, ancora loro, le aziende. Per giunta sono spesso multinazionali dai manager con capitali d’oro (McDonald’s, Zara…) che, come se non bastasse, decidono di speculare sugli studenti spacciandola come una “buona azione”, una formazione gratuita che loro concedono. E gli studenti si ritrovano senza uno Statuto, senza i loro diritti garantiti, a lavare piatti o fare fotocopie. E questa la chiamate formazione? Questo è sfruttamento. Ancora una volta ad essere presi in giro sono gli studenti, ma non solo… vogliamo parlare dei lavoratori? In un tempo in cui la disoccupazione è a livelli inaccettabili, lo Stato stringe accordi con le multinazionali, promette sgravi fiscali, “regala” manodopera gratuita incentivando il lavoro non retribuito e la stessa disoccupazione, perché di certo le aziende preferiranno assumere (si fa per dire, non c’è contratto né tutela) uno studente in alternanza, piuttosto che un lavoratore che dovrebbe essere pagato. E così, in una sola mossa, il governo annienta il valore del lavoro retribuito, danneggia gli studenti e fa crescere il numero dei disoccupati… sì perché non servono competenze, ormai i requisiti sono due: chinare il capo e lavorare gratis. Riteniamo che tutto questo sia assurdo. Non contestiamo l’Alternanza Scuola-Lavoro nella sua interezza, ma il modello pensato e posto in essere da questo governo. Chiediamo più diritti e tutele per gli studenti che prestano servizio in alternanza. Chiediamo che essa sia inerente al percorso di studi. Chiediamo che si verifichi il comportamento delle aziende con gli studenti e i lavoratori: non si possono premiare le multinazionali dello sfruttamento, del precariato, della pessima condotta morale e senza alcun rispetto ambientale come “McDonald’s”. Che siano invece favoriti il Made in Italy, le piccole e medie imprese, la formazione vera e la diffusione di una vera cultura del lavoro che porta arricchimento non solo economico nelle tasche di alcuni, ma anche sociale e morale nella vita di molti. Esigiamo, dunque, che il governo riveda i propri sbagli… e soprattutto che smetta di schierarsi dalla parte dei potenti e degli speculatori, ma che torni a difendere gli studenti e i lavoratori. Perché è questo che un governo dovrebbe fare, oggi più che mai: garantire sempre il rispetto della dignità personale, lottare per i diritti dei più deboli, lavorare per un paese più giusto. Queste non sono opzioni, queste sono priorità. E vanno portate avanti. Subito.

Yari Angelo Russo, Studente e Rappresentante del Liceo Sbordone

Pubblichiamo interessante articolo di Raffaele Carotenuto sulla privatizzazione, non più strisciante, della Napoletanagas

 

Napoletana Gas, una storia senza passione

In questo mese di ottobre si è consumato l’ennesimo episodio di saccheggio territoriale, un ulteriore scippo nei confronti del sud, un altro passo falso in tema di sviluppo di relazioni industriali perpetuato a danno dell’intero mezzogiorno.

E’ sparita dalla geografia industriale di questa parte d’Italia la Napoletana Gas, un pezzo di storia che risale all’unificazione del popolo italico. Italgas (Torino) ha accorpato, per fusione, quella che veniva chiamata la “compagnia del gas”, quel soggetto che si identificava direttamente con i cittadini napoletani. E non è vero che è una scelta incomprensibile, come direbbe una qualche vulgata politico-sindacale, si capisce e come dove si andrà a “parare”.

Il nuovo assetto operativo di Italgas prevede 14 poli territoriali su tutto il territorio italiano: 6 al nord, 4 al centro e 4 al sud. Questo sistema organizzativo (operations) già dice del dis-investimento di prospettiva nell’Italia di giù. Già dimostra la verticalizzazione decisionale che relega il sud ad una prospettiva di “larga e volgare manovalanza” (i vecchi operai) che la mattina aspetta una cliccata da Torino per sapere cosa fare e dove.

La necessità di una organizzazione di tipo verticale richiama immediatamente ad una non strategica presenza fisica sul territorio, ma alla sola opportunità della creazione di “famiglie professionali”. Ebbene questo schema, man mano che la privatizzazione galopperà (reti, impianti), vi saranno famiglie professionali vicine alla catena di comando, con poteri di indirizzo e controllo (nord), e famiglie che verranno settorializzate per la sola fase operaista, appunto di manovalanza (sud).

Questo passaggio è fondamentale quanto grave e va analizzato in tutta la sua nefasta manifestazione, ovvero di una “volontà secondaria” di Italgas su questa storia industriale del mezzogiorno. Senza analisi forbite e parole da sapientoni il sud diventa la succursale, la periferia del nord anche per la distribuzione del gas. Non esistono parole più leggere, di questo si tratta.

Questo piano industriale, ormai sul tappeto dall’inizio dell’anno, è da intendersi, a mio avviso, come una transizione al peggio, ovvero alla totale dismissione (deresponsabilizzazione) di un asset produttivo collocato nel meridione, senza necessità di salvaguardia di una storia e di una tradizione secolare, fatta di professionalità e forza lavoro completamente dedicate a questa causa di sviluppo del territorio.

Ma una nota stonata va rilevata: la completa ed assordante assenza delle istituzioni e dei corpi sociali intermedi che dovrebbero parlare di queste cose “per mestiere”. Partiti e sindacati (CGIL, CISL E UIL) sono in vacanza, silenti di fronte ad uno scippo devastante i cui effetti si comprenderanno meglio fra qualche tempo, quando questo quadro avrà prodotto patrizi e plebei, vassalli e valvassori. Allo stato questi soggetti si (auto)riducono ad essere valvassini e servi della gleba. Vedremo il risultato che porteranno a casa, sperando che qualcuno li impegni in un prossimo futuro a spiegare perché e come è successo ciò innanzitutto alla città di Napoli.

Ma il Comune di Napoli può diventare attore protagonista? A mio avviso si. Ha le caratteristiche e le responsabilità giuste per aprire (e chiudere) un tavolo di confronto con Italgas, assieme ad una inevitabile presa di posizione diretta del Governo, ovvero di un soggetto istituzionale che a parole si sforza di riequilibrare i rapporti economici nord/sud, proponendo zone di defiscalizzazione degli oneri sociali (leggi zone economiche speciali), oppure misure del tipo “Resto al Sud”, e dall’altro permette, senza nessun contrappeso, ad una famiglia industriale del nord di depauperare quel territorio “maledetto” sotto la linea del Garigliano.

Agli inizi del 2000 mi ritrovai protagonista di una discussione nel Consiglio Comunale di Napoli, come consigliere di Rifondazione Comunista, al fianco dei lavoratori, per poter portare sotto l’egida pubblica la Napoletana Gas, accorpando questo soggetto con l’allora ARIN, ovvero il gestore dell’acqua pubblica della città. Quel tentativo, col senno di poi, avrebbe pubblicizzato i settori dell’acqua e del gas, e la discussione di oggi non sarebbe andata a finire sotto i colpi di una “burocrazia padronale” balorda, cosciente e senziente, che ha come ultima istanza la completa privatizzazione.

Fui etichettato come “pazzo”, assieme al capogruppo di Rifondazione di quegli anni, in una missiva che fu spedita direttamente nelle mani dell’allora segretario nazionale del partito, tal Fausto Bertinotti.

La politica è scelta, opzione, strategia, ma soprattutto lungimiranza, prospettiva, una cosa che indica la luna senza farsi distrarre dal dito.

Oggi non dobbiamo raccogliere quei cocci, anche perché su questo versante abbiamo già perso, dobbiamo solo provare a praticare/condizionare quella radicalità alla quale in molti fanno riferimento, con azioni visibili e lotte perpetue, senza la semplificazione del web e della tastiera.

 

 

 

Napoli, 18 ottobre 2017                                                              Raffaele Carotenuto

 

 

 

LOVING VINCENT: I capolavori di Van Gogh prendono vita sullo schermo del cinema


Dopo più di un anno di promozione, arriva finalmente nelle sale di tutto il mondo “Loving Vincent”, il film dipinto a mano su pellicola, dedicato a Van Gogh, che sbanca i botteghini battendo addirittura “Blade Runner 2049”.

Per la realizzazione della pellicola è stato ingaggiato un team numeroso di pittori professionisti che ha cercato di replicare lo stile pastoso ed emozionale del genio di Zundert. Il risultato è stupefacente e criticabile per un unico, paradossale motivo: un perfezionismo ed un attenzione ai dettagli e alla prospettiva che rendono le scene indubbiamente meno caotiche e più adatte al formato cinematografico, ma un po’ più distanti dall’emotività, probabilmente irriproducibile, del pittore olandese.

Sin dai titoli di testa, ci si rende conto di essere di fronte ad un’opera originale, sperimentale e coinvolgente.

La storia è ambientata dopo la morte di Vincent e ruota attorno alla lettera che questi ha lasciato per suo fratello Theo, morto prima di poter ricevere la missiva. Chi conosce Van Gogh sa che effettivamente la corrispondenza tra Vincent e suo fratello fu fitta e che le lettere che si scambiavano i due ha lasciato ai posteri numerose informazioni circa la biografia ed il modo di pensare del pittore olandese.

La lettera dunque è nelle mani del protagonista Armand Roulin, che cercando di trovare un nuovo destinatario degno di ricevere le ultime righe scritte di pugno dal pittore, si ritrova ad indagare sulla vita dello sfortunato Vincent, in una spirale relativamente convincente che scivola goffamente verso il giallo con insinuazioni che mettono in dubbio il probabile suicidio di Van Gogh.

Se dal punto di vista visivo il film offre allo spettatore completo appagamento, la trama, indubbiamente originale, lascia un po’ l’amaro in bocca dato che Vincent resta un fantasma evocato solo attraverso i ricordi di coloro che l’hanno incontrato. Commovente il finale, in cui scopriamo finalmente il contenuto della lettera e durante la lettura della quale vediamo, finalmente, Vincent prendere forma attraverso quelli che sono i suoi colori  e le sue forme.

Osservare prendere vita e muoversi ambientazioni e personaggi dei ritratti di Van Gogh vale il prezzo del biglietto e laddove la trama è carente, lo spettatore ha il tempo di perdersi in riflessioni inevitabili sulla vita dell’infelice pittore, che si odiava a tal punto da mutilarsi, che fu così ossessionato dall’arte da produrre in soli dieci anni oltre 900 dipinti.

Un genio troppo sensibile, che nel presente è considerato il pittore più famoso della storia ed il padre dell’arte moderna mentre in vita patì la miseria riuscendo a vendere un unico quadro.

articolo di Sara Picardi

RICOMINCIO DAI LIBRI: Arriva a Napoli la fiera per gli appassionati di letteratura


Dal ventinove settembre al primo ottobre, il Complesso monumentale di Santa Maria della Pace a via Tribunali, in pieno centro storico di Napoli, ha ospitato la fiera “Ricomincio dai libri”. La sala del lazzaretto, all’interno dell’edificio, ospita una discreta quantità di stand di editori provenienti da tutt’Italia e svariate conferenze. Per saperne di più, ho deciso di scambiare due chiacchiere con Gianluca Calvino, uno degli organizzatori dell’evento:


Di chi è il merito di questa iniziativa? Siete un’associazione culturale?

Ad organizzare questa fiera sono stati quattro soggetti associativi: “Librincircolo” che è l’associazione di cui faccio parte, “La bottega delle parole”, “Parole alate” e la cooperativa sociale “Sepofà”.

Ci siamo uniti per questo progetto specifico dato che durante l’anno ci occupiamo di cose differenti.

So che è il primo anno che organizzate a Napoli “Ricomincio dai libri”, dato che in passato la fiera di svolgeva a San Giorgio a Cremano. Quali sono state le differenze quest’anno?

Le precedenti edizioni San Giorgio le abbiamo organizzate in tre. Abbiamo uno spazio associativo, che quest’anno era ospitato nel cortile. È nata così la collaborazione con “Parole alate” e la cooperativa sociale “Sepofà”, dato che avevano già partecipato alla manifestazione in altra forma. Lo scorso anno a San Giorgio contammo 2000 ingressi, mentre quest’anno a Napoli ne abbiamo registrati intorno ai 10000, nonostante in precedenza avessimo uno spazio più grande. Anche gli editori che hanno scelto di partecipare alla fiera sono quasi raddoppiati, abbiamo avuto molti editori nazionali tra cui Treccani e Laterza.

Com’è nata l’idea di “Ricomincio dai libri”?

L’idea è nata quattro anni fa dall’incontro tra me e la presidentessa de “La bottega delle parole” di San Giorgio a Cremano.

Ci siamo incontrati in vari progetti e quasi per gioco pensammo di organizzare una fiera del libro. Abbiamo iniziato da San Giorgio a Cremano perché, trattandosi di un comune più piccolo, ci è risultato più semplice gestire la cosa, inoltre conoscevamo Villa Bruno che ospita periodicamente eventi e ci è sembrata la location ideale ma dalla prima edizione avevamo in mente che il nostro obiettivo era riportare una fiera del libro a Napoli.

A parte la fiera ci sono altri eventi culturali che organizzate durante l’anno?

Lavoriamo al progetto di “Ricomincio dai libri” per molto tempo in team, per quanto riguarda la mia associazione, “Librincircolo”, l’evento che riscuote più successo è il “BookMob”, ovvero una sorta di flash mob del libro che organizziamo periodicamente a piazza Dante. Inoltre teniamo un corso di editoria che partirà ad ottobre e proponiamo presentazioni ed eventi che riguardano libri e cultura.

Oltre agli stand degli editori cosa propone la fiera?

Lo spazio delle associazioni proponeva laboratori per adulti e bambini, ci sono state performance musicali ed attoriali.

Abbiamo avuto vari ospiti tra cui Maurizio Di Giovanni, Lorenzo Marone, Pino Imperatore e tanti altri. Ci sono stati incontri tutti i giorni più la presenza di autori portati dai singoli editori per dar modo di presentare vari libri.

Che progetti avete per il futuro?

Stiamo già discutendo riguardo l’edizione del prossimo anno, abbiamo preso contatto con soggetti importanti che ci hanno offerto un sostegno concreto.

Esiste un modo efficace per avvicinare i bambini e gli adolescenti alla lettura?

Per conquistare i ragazzi bisogna cercare di non annoiarli, l’approccio scolastico dev’essere stimolante. La proposta non deve suonare come un’imposizione. In Campania non abbiamo molte strutture a disposizione ma le associazioni sono molto attive.

Cosa ne pensi degli eBook? Il mondo degli amanti della lettura si divide tra chi li ama per la loro praticità e chi li detesta, tu che ne pensi?

Resto molto legato alla carta ma non sono un integralista, penso che un eBook reader possa essere un ottimo strumento per avvicinare alla lettura di alcuni testi che non si ha voglia di acquistare in versione cartacea, ad esempio i classici che spesso sono venduti a prezzi irrisori nel formato eBook. In questo senso meglio leggere su un reader che non leggere affatto, dato che a volte i prezzi dei cartacei sono piuttosto alti.

Gli editori presenti alla fiera proponevano solo il formato cartaceo o entrambi?

Hanno partecipato editori che si dedicano anche al digitale, in particolare la casa editrice “Inknot”, che ci segue dalla prima edizione della fiera, è nata come casa editrice solo digitale e negli anni ha stampato solo pochi titoli cartacei.

Ci parli delle case editrici che hanno partecipato alla fiera?

A parte le già citate Laterza e Treccani, che sono le più note a livello nazionale, tra gli editori campani che hanno collaborato con noi sin dal principio ci sono “Homo scrivens”, “Ad est dell’equatore” e la già citata “Inknot”.

Non si tratta di grandi editori ma di professionisti validi molto presenti sul nostro territorio e nelle librerie.

articolo di Sara Picardi