Intervista ad Annamaria Bubamara: ” La nostra scommessa è quella di far tornare il babywearing una modalità di accudimento democratica e auspicabilmente sostenibile”

 Continua il percorso di NapoLeaks sui temi riguardanti la genitorialità consapevole. Questa volta abbiamo intervistato Annamaria Bubamara, Consulente del portare.

Allora Annamaria quale e’ il ruolo di una consulente del portare?

Innanzitutto ci tengo a ringraziarvi per avermi dato la possibilità di parlare di un argomento che ormai da otto anni (l’età della nostra prima figlia!) ha un significato e valore enorme per me… Il portare in fascia, o babywearing. Ho la fortuna di fare un lavoro che amo, sono una Consulente del Portare, ovvero aiuto i genitori ad avvicinarsi e orientarsi in questo mondo colorato e morbido delle fasce portabebe’. Come tutte le altre colleghe nelle varie città italiane mi occupo in primis della divulgazione del babywearing, soprattutto attraverso gli incontri informativi gratuiti nei Consultori e nei corsi di accompagnamento alla nascita. Mi impegno a trasmettere corrette informazioni sulla fisiologia del bebe’ (cifosi della colonna vertebrale, rispetto delle articolazioni delle anche etc) in modo da poter portare in tutta comodità e sicurezza i propri bambini… E’ infatti ancora troppo diffuso un modo non ergonomico di portare i bebe’ addosso, per lo più attraverso marsupi con schienali poco adeguati al far sentire “contenuti” specialmente i più piccolini: quante volte abbiamo visto per strada neonati tras-portati in queste imbracature molto basse sul corpo del portatore, praticamente appesi, e magari rivolti con la testolina verso la strada? (pensiamo al sostegno che offriamo invece istintivamente, quando lo portiamo in braccio, alla testolina del bebe’… Perché in marsupio dovrei fare diversamente?) Oltre alla diffusione di un portare “buono”, mi occupo di seguire e aiutare i genitori nella scelta del portabebe’ più adatto alle loro esigenze, e insegno loro come indossarlo al meglio, guidando all’acquisto… E anche dopo, se necessario e gradito, per dubbi ed eventuali consigli.

 Esiste una cultura del portare in fascia? Cio’ ha attinenza col sud italia? Che evoluzione sta avendo?

Una cultura del portare… E’ il progetto lavorativo cui io e le mie colleghe curiamo e coccoliamo tutti i giorni, come una piantina da innaffiare e accudire! Il portare è una pratica antichissima, che esiste da quando è nato l’uomo, essa è trans-culturale, appartiene a tutte le culture e società nel mondo, solo che in diversi contesti è stata “dimenticata” o per dirla più incisivamente sacrificata in nome di altro… Come ad esempio l’ostentazione di un vero o presunto benessere (il passeggino, diffusosi a partire da fine 800, era appannaggio inizialmente della classe alto-borghese). Dagli anni 70 in Europa è iniziato un movimento di riappropriazione del portare, con modalità sicuramente diverse rispetto a quelle tradizionali che c’erano anche qui, nel Sud Italia, e con i significativi apporti della tecnologia (dei tessuti, dei materiali utilizzati per realizzare portabebe’) e di discipline come ad esempio l’ortopedia. Oggi il portare è sicuramente più comodo rispetto a quello delle nostre antenate, che andavano a lavorare nei campi con i propri figli avvolti in scialli legati sulle spalle. La nostra “scommessa” è quella di far tornare il babywearing una modalità di accudimento democratica e auspicabilmente sostenibile: attualmente stiamo vivendo un momento di grande diffusione di questa pratica, etichettata velocemente come “moda” o “novità”, ma come detto di nuovo c’è poco!

Ci parli dell’ alto contatto?

Con l’espressione “alto contatto” ci si riferisce solitamente ad uno stile di accudimento che parte da un profondo rispetto delle peculiarità del bambino, delle sue risorse, dei suoi bisogni. Il cucciolo di uomo è considerato nella sua unicità, sia come individuo sia come mammifero della sua specie, e il genitore vi si pone in ascolto cercando di rispondere al meglio alle sue richieste, che ben lontane dall’essere “vizi” sono semplicemente fortissime necessità comuni a tutti i bambini (soprattutto neonati) in tutte le culture del mondo. Il concetto di “vizio”, per cui i bambini fin da piccolissimi vorrebbero manipolare i genitori prevaricando psicologicamente su di loro, è frutto di una società, la nostra, che per troppo tempo ha incoraggiato una separazione dalla nascita del bebè in particolare dalla sua mamma, in nome di un mito dell’indipendenza precoce. Si è assistito specie negli ultimi decenni del secolo scorso a un atteggiamento diffuso per cui meno si assecondava il pianto e la richiesta di contatto del bebè e più “forte” e autonomo questi sarebbe diventato da adulto… A distanza di qualche anno si sta fortunatamente capendo che questo non solo è totalmente infondato, ma anche molto dannoso: infondato perché, al contrario, più si risponde in maniera rassicurante ai bisogni del neonato e più si sviluppa quella “base sicura” di cui parla Bowlby; dannoso perché si è visto concretamente sul lungo termine come ad esempio metodi rigidi di “abituazione” al sonno fondati sull’assenza di contatto fisico tra genitori e bebe’ (leggi Estivill) abbiano prodotto adulti nevrotici e tendenzialmente angosciati. Questo approccio è interessante anche dal punto di vista dei genitori, i quali si riscoprono madri e padri dotati di un efficace istinto genitoriale, per cui mettono finalmente in atto competenze e risorse per molto tempo ignorate e soppresse a causa di un meccanismo di delega totale a figure professionali “esperte” più di loro stessi del proprio figlio.

Che consiglio daresti ad un genitore interessato alla cosa?

Ci sono diversi modi di approcciarsi ad una realtà che si vorrebbe conoscere… Chi preferisce prima uno studio “teorico” per poi approdare al “pratico”, chi invece vuole prima toccare e poi eventualmente documentarsi! Sono tutte (e di più!) scelte rispettabili. Per chi vuole avvicinarsi attraverso la lettura consiglio il testo più completo in lingua italiana sul portare, “Portare i piccoli” di Esther Weber, molto utili e più agili anche diversi siti internet, tra cui quello della scuola dove mi sono formata, Scuola del Portare. Su internet, o meglio sui social, sono presenti molti gruppi tematici che oltre a diffondere nozioni corrette sul babywearing promuovono anche occasioni di incontro tra genitori di una determinata area, ad esempio il nostro gruppo Facebook locale Portare in Fascia Campania. Ci sono poi gli incontri informativi gratuiti, che organizziamo periodicamente come Consulenti del Portare, le giornate di Fascioteca aperta, dove con un contributo simbolico si provano i portabebe’ e si possono prendere in prestito, o le consulenze personalizzate e i corsi, momenti più strutturati dove si impara anche ad indossare correttamente i porta bebe’. Quindi sicuramente il consiglio è… Informarsi bene prima di tutto!

Chi si avvicina a questo mondo spesso si imbatte in supporti non ergonomici? Ci puoi dare qualche consiglio?

Spesso ci si imbatte in porta bebe’ non ergonomici, sia di tipo strutturato (come i marsupi) che non strutturato (come le fasce), negli anni ho avuto modo di vederne diversi, tanto che ho deciso di tenerne qualcuno in Fascioteca per far provare proprio addosso le differenze significative tra ciò che è realmente ergonomico e ciò che non lo è, o lo è solo di facciata. Qualche consiglio? Sicuramente occhio al primo indicatore: il prezzo. Spesso arrivano genitori alle prime armi che, con il timore di spendere troppo e con l’incognita sulla buona riuscita di questi supporti, si butta sull’economico per cui acquistano fasce elastiche a 20/30 euro (il prezzo di una buona fascia elastica parte dai 50 euro), che costano meno sia perché non hanno alcuna certificazione sulla provenienza e filiera dei materiali, sia perché non danno alcuna garanzia sulla qualità della manodopera, spesso sfruttata… Altro elemento da valutare prima di acquistare: dove state facendo l’acquisto? E’ importante effettuare acquisti su siti e negozi affidabili, che garantiscono anche sulla qualità e spesso –ahimè!- anche sull’autenticità dei supporti… Perché il mercato del contraffatto ovviamente è anche in questo settore. Ultimo consiglio, date sempre un’occhiata al mercato dell’usato, spesso si fanno veramente buoni affari!

Chi fosse incuriosito come puo’ contattarti?

Attraverso le Pagine Facebook Bottega Bubamara e Fascioteca Napoli, o via mail (bottegabubamara@gmail.com). C’è anche il nostro gruppo Facebook regionale, Portare in Fascia Campania, dove io e una mia collega facciamo da moderatrici.

A tutti i nostri intervistati chiediamo di consigliarci un libro, un cd ed un film. Tu che ci dici?

Bello! Anche qui la risposta sarebbe lunga… Ma stavolta sarò più incisiva! Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, London Calling dei Clash e Tutto su mia madre di Almodovar.

Gioielli di latte Made With Love Mom: Marina ha portato a Napoli i gioielli di latte materno.

Avete presente la cosa più bella, più intima, più pregna di significato che una madre possa fare? Eccola: allattare!

Pensate un po’ di poter racchiudere per sempre, in un gioiello, tutto quello che una madre può trasmettere ad un figlio: calore, colore, sapore, abbracci, coccole, protezione, DNA; tutto ciò in una goccia che, con una speciale resina, diventa “per sempre”, perché l’allattamento è una fase transitoria, mentre la fierezza di una madre che ha allattato dura sicuramente per sempre.
La creazione di gioielli di latte materno, tecnica che disgusta e inorridisce alcuni, è una tecnica che permette a qualunque madre di custodire parte di quel patrimonio che ha donato al figlio.
Durante la ricerca di una produttrice di gioielli di latte, mi sono imbattuta sulla pagina di Marina D’avanzo, (potrete visitare la sua pagina qui) napoletana che racconta storie attraverso la creazione di mirabili pezzi unici. Marina è una mamma di particolare sensibilità, pronta a recepire il bisogno di ogni madre di raccontare, raccontarsi. Le creazioni di Marina sono semplici pezzi di vita racchiusi in bellissime confezioni di legno naturale, Marina ci tiene molto a conoscere i gusti e pezzi di vita della madre che richiede i suoi gioielli e pone sempre una certa attenzione nella realizzazione di gioielli che rispecchino la personalità di chi li ha creati.
Quando si diventa madri, parte della propria vita si intreccia con quelle di altre madri, quando incontri Marina ti rendi conto che la tua vita è indissolubilmente legata alla sua, la creazione di un gioiello, per lei, non è la mera mercificazione di un bene, è molto di più.

“Ciao Marina, vuoi farci una piccola presentazione di te?”

“Mi chiamo Marina diventata mamma da 20 mesi …oggi compiuti. Dopo un lungo percorso di PMA per rimanere incinta divento Mamma. Il mio desiderio più grande partorire naturalmente senza un ulteriore intervento umano ma lasciando fare alla Natura il suo percorso. Il mio piccolo è nato ad 8 mesi fortunatamente sano . “

“Allattamento al seno: la tua esperienza “

“Molti mi dissuadevano dall’allattamento al seno perché essendo piccolino di peso (2 kg e 300 gr) volevano dare subito l’aggiunta. Fortunatamente con grande caparbietà da parte mia sono riuscita a riappropriarmi dell’allattamento senza interferenze estranee e da lì è iniziata la mia campagna di informazione per l ‘allattamento e per sostenere tutte le mamme in difficoltà come me. Basti pensare che su 10 mamme solo 4 allattano ed è veramente triste non solo perché si altera quel dolce rapporto mamma e bimbo ma anche perché allattare previene il rischio di tumore. Moltissime donne sono disinformate e continuando così andremo sempre peggio. “

“Da cosa nasce l’idea dei gioielli di latte?”

L’ idea, oltre a fare informazione sull’allattamento tramite la mia pagina, di creare di gioielli unici che fossero fatti proprio di questo amore liquido…si: gioielli impreziositi con il latte materno delle mamme . Una moda che sta prendendo molto piede anche qui in Italia. Da buona napoletana ho ho creato una piccola linea di gioielli ispirandomi anche alle bellezze della mia terra. Una città piena di contraddizioni, piena di creatività e legata alle tradizioni familiari. Spero di riuscire a coinvolgere altre mamme come me in questo progetto dando loro una seconda opportunità come Mamme e come donne consapevoli”

“Ci mostri alcune delle tue creazioni?”

Questo orsetto è stato creato da me come dono ad una madre che mi aveva commissionato una collana con latte materno, è unico nel suo genere poiché è nato a seguito di una chiacchierata che ho fatto con la madre, grande appassionata di una nota marca italiana di oggetti da collezione, tra cui orsetti e piccoli ninnoli. Ho cercato di ricreare un orsetto che potesse essere nelle fattezze il più simile a quelli collezionati dalla madre e.. eccolo qui!, quello di fianco è un moncone ombelicale, l’ho racchiuso in una scatolina per conservarlo per sempre, con una speciale resina, come una madre conserva nel cuore i momenti più belli della vita del proprio bambino.

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Intervista a Stefania Spisto del Quaderno edizioni: “Il Sud è la più grande fucina di idee a cielo aperto che esiste”.

Stefania Spisto è una di quelle donne capace di trasmettere passione. Passione per la nostra terra, per la letteratura, per i grandi progetti. In fin dei conti  questa “condizione dello Spirito” è il vero motore del cambiamento. Abbiamo parlato con lei di giovani, sud e di tanto altro.

Di seguito l’intervista:

 

Stefania, lei è una donna giovane, l’Italia non sembrerebbe un paese che agevola le giovani generazioni. Cosa pensa a riguardo?
L’Italia e soprattutto il Sud d’Italia è uno dei luoghi d’Europa in cui è più difficile portare avanti un progetto culturale come questo, ma è qui che nasce la sfida. Sfidare è un po’ come provocare, è come entrare in una competizione più grande di noi che terrorizza e che allo stesso tempo affascina. La soddisfazione è direttamente proporzionale alle difficoltà che s’incontrano: maggiori difficoltà corrispondono ad una maggiore gratificazione, quando si raggiungono certi risultati. Ma questa non è solo una terra che declina difficoltà di ogni tipo, è anche la più grande fucina d’idee a cielo aperto che esiste e nessuno, come chi ci è nato, vissuto e ne ha condiviso la sua cultura può decidere di dare un contributo efficace per migliorare le cose, a patto che abbia una dose non comune di volontà e coraggio. Il coraggio… sembra una qualità indefinita, ma se si decide di vivere in un luogo di battaglie come il nostro, si sperimenta ogni giorno il suo significato.

Ci racconta de “Il Quaderno Edizioni”?
Il quaderno edizioni è un’associazione culturale nata dalla mia passione per la letteratura e grazie all’apporto di tante amiche e amici che collaborano con le loro pubblicazioni e le loro idee.

Quali sono le difficoltà che incontra una donna in questo campo?
Le donne incontrano difficoltà maggiori in ogni campo, non solo nell’ambito della cultura. Per avere lo stesso successo che ha un uomo deve essere almeno cinque volte più brava. La mia esperienza mi suggerisce che il rapporto sia uno a cinque in termini di capacità. Ovviamente non parlo di donne che fanno carriera grazie alla “luce riflessa” di uomo. Io parlo di donne brave, in gamba, donne che ce la fanno da sole e che sono in grado di determinare rapporti con gli uomini alla pari.

Ci racconta quali sono state le vostre ultime pubblicazioni?
La nostra ultima pubblicazione è un libro molto interessante di Vito Nocera: “L’imprevisto del futuro”. L’autore cerca di dare una lettura critica della nostra società attraverso le testimonianze e i contributi di diverse generazioni e settori che vanno da quello operaio a quello intellettuale della nostra città.

Ci parla anche del progetto: “dalla formazione al palcoscenico”?
“Dalla formazione al palcoscenico” è un progetto artistico ideato dell’Upam di Ina Perna e che porterà in scena il meraviglioso musical “West Side Story” a sessant’anni dalla sua prima rappresentazione americana e che avrà un respiro internazionale.
L’opera prende spunto dalla celebre tragedia di Shakespeare “Romeo e Giulietta e tratta dell’amore tra due giovani: Tony e Maria, un amore contrastato perché i protagonisti appartengono a bande giovanili rivali che si contendono il territorio del West Side, un quartiere popolare di New York. I Jets, bianchi, capeggiati da Riff e gli Squali, portoricani, il cui capo è Bernardo.
Il mio intervento in questo contesto sarà quello di fornire lo sfondo di riflessione culturale e sociale alle diverse chiavi di lettura e ai diversi temi che offre il musical: dalla diversità razziale alla violenza giovanile, dall’amore come slancio vitale a quello dell’amore che soccombe al male e all’odio.

Immagino, abbiate molti progetti in cantiere. Ci dà qualche anticipazione?
Sì certo. Da settembre si ricomincia dall’archeologia. Abbiamo in cantiere cinque libri che riguardano la storia antica della nostra terra. Partire dal passato ci è sembrato il modo più giusto di guardare al futuro con occhi pieni d’ottimismo.

Amore sano/amore malato: bell’iniziativa al liceo Braucci di Caivano.

La riflessione sui temi dell’ “amore sano/amore malato” è stata al centro di un progetto portato avanti presso il Liceo Braucci di Caivano.

La prevenzione attiva attraverso i percorsi socio/affettivi.  In fin dei conti è proprio la scuola il punto da cui ripartire. Sarebbe bello se tali tipi di iniziative potessero essere “esportate” anche in altri istituti scolastici, in una rete territoriale diffusa.

La dott.ssa Vitagliano, curatrice del progetto ci ha raccontato:

 “La scuola oggi più che mai rappresenta una opportunità concreta di dare una svolta alla ignoranza alla grettezza di sub- culture che alimentano la discriminazione di genere i pregiudizi ed un atteggiamento egoproiettato è spesso violento. Nei licei delle scienze umane ancor più necessità sensibilizzare gli alunni sin dai primi anni a queste tematiche. Nel mio percorso professionale come psicoterapeuta e docente di ruolo esperta in sociologia della salute ho sempre concepito il percorso formativo come un mix di acquisizione di conoscenze ma soprattutto di competenze che desse ai ragazzi la possibilità di esperire in prima persona un paradigma di cambiamento e di impegno attivo contro i pregiudizi e gli atteggiamenti discriminatori. Quest’ anno in particolare il liceo Braucci ha scelto di lavorare in forma laboratoriale sul tema della donna e della violenza di genere. Dibattiti ricerche percorso di lettura Attiva e tanto altro .In particolare io ho deciso di lavorare con i ragazzi dei primi anni di liceo. Dopo un lungo impegnativo periodo hanno dato vita ad uno spettacolo intitolato Amore sano Amore malato ove si sono espressi attraverso tutti i linguaggi soprattutto quelli non verbali costruendo interamente copione, scene e danze. Fare per imparare mettersi in gioco in ori.a persona soprattutto in un territorio la terra dei fuochi ove la mala-vita può essere vinta dalla vita-buona quella che fa emozionare vibrare amare”.

La violenza ha una sua fenomenologia ben chiara. Essa si genera, si alimenta ed esplode. Rispetto a questo drammatico decorso causale la parola chiava è prevenzione.

Riteniamo di importanza vitale che ci si interroghi su questo tema.

L’iniziativa si ripeterà anche l’anno prossimo. Sarebbe auspicabile in un numero sempre crescente di scuole.

 

 

 

Ecovillaggio La Magione: una bell’utopia che diventa realtà. Intervista a Luigi Quarato, promotore del progetto.

E’ immaginabile un futuro fatto di Eco villaggi autosufficienti energeticamente che non devastino l’ambiente e che pongano come tema centrale la questione degli Stili di vita?

In alcuni casi, quella che può sembrare una bella utopia invece può diventare realtà. Ne abbiamo parlato con Luigi Quarato, promotore del progetto Eco villaggio La Magione.

 

Allora sig. Quarato, ci descrive il progetto “La Magione” Ecovillaggio.

Il progetto dell’eco villaggio “La Magione” Impresa Sociale nasce da un’esigenza sempre più sentita tra la gente, sia in ambito lavorativo che nella vita relazionale nel contesto in cui si vive.
Abbiamo cominciato  dal fare delle considerazioni sul mondo del lavoro : se ognuno di noi lavora presso qualsiasi azienda, produce un surplus di valore, creando una rendita all’imprenditore. Bene, svolgendo lo stesso lavoro, ma in maniera autogestita, potremo ottenere delle condizioni di vita e di lavoro più vantaggiose e certamente più a misura d’uomo.

Creata questa condizione, oserei dire di mancanza di stress, certamente saremo in grado di avere delle relazioni umane più sane ed equilibrate, trovando anche il tempo per giocare con i figli o dedicarsi ai propri hobby.

Nello stesso tempo, vivendo in questa epoca ed in questo contesto, ci siamo prefissi di programmare l’eco villaggio con attività che ci portino ad uno scambio con la società in cui viviamo, evitando l’isolamento, come avviene molte volte.

Partendo da queste considerazioni, abbiamo redatto il progetto per creare queste condizioni, partendo dall’aspetto lavorativo, prevedendo
– una azienda agricola che produca orto-frutta con annesso un opificio per la trasformazione e conservazione degli stessi (con 15-20 posti di lavoro),
– una azienda agricola per la coltivazione di piante officinali per l’estrazione di oli essenziali e piante da cui estrarre pigmenti per arrivare ai colori naturali,
– una struttura ricettivo turistica che dia ospitalità agli amanti della natura,
– una impresa che gestisca  gli’importantissimi settori della cultura e del sostegno sociale (essendo per noi inscindibili) quali  la fattoria didattica, la creazione di un agri-nido, dell’agri-scuola, che organizzi corsi per la crescita personale e, contemporaneamente, dia sostegno ai soggetti che hanno bisogno, quali anziani, bambini o diversamente abili.

Infine, contiamo di poter dare un contributo importante creando un centro di formazione professionale (accreditato) per poter preparare i giovani ad una vita lavorativa sana ed etica.
Come nasce l’idea di un’impresa di questo tipo?
Oltre alle considerazioni precedenti, l’idea nasce dalla esigenza di poter gestire il proprio tempo rispettando la propria vita. Cerco di spiegarmi : attualmente la società è organizzata come un sistema in cui ogni persona ne fa parte come una rotellina di un ingranaggio, costretta a girare come qualcuno ha deciso, senza alcun rispetto dell’essere umano e di ciò che ama fare, con il risultato che se qualcosa non va, viene semplicemente sostituito,

Riteniamo che la persona debba sentirsi a proprio agio nel lavoro e occuparsi di ciò che ama fare seguendo le proprie passioni, assumendosene le responsabilità. Anche per questo motivo abbiamo previsto le diverse opportunità (agricoltura, industria leggera, turismo, cultura ecc.)


Le ragioni dell’impresa possono essere coniugate a quelle della tutela ambientale?

la tutela ambientale è una delle priorità che ci siamo dati. Abbiamo stipulato una convenzione con l’Università Politecnica delle Marche (AN), proprio per avere una supervisione riguardo a queste problematiche. La collaborazione riguarda il settore dell’energia pulita, l’agricoltura bio, la depurazione delle acque (fitodepurazione) e tutti gli aspetti del rispetto dell’ambiente.
Il progetto ha un suo elemento centrale nella bioedilizia. le case saranno con materiale riciclabile o prodotto sul posto. Ma veramente è possibile sfruttare le caratteristiche coibentanti di materiali come la paglia?
Le case in paglia non le abbiamo inventate noi. Esistono da secoli ed in ogni parte del mondo, particolarmente nei paesi freddi. Il  Canada è uno degli esempi, oppure la Francia, dove in una casa in paglia del ‘700 è attualmente ospitato un museo. Le caratteristiche principali che ci hanno portato a questa scelta consistono nella mancanza di ferro, quindi la mancanza di campi elettromagnetici nell’abitazione, la massima coibentazione possibile, la traspirabilità della muratura che porta alla mancanza di accumulo di umidità, ottenere la sanificazione dell’ambiente utilizzando la calce come ultimo strato, l’antisismicità assoluta della struttura e non ultimo il costo di realizzazione nettamente inferiore al normale.
Questo progetto avrà un’incidenza sugli stili di vita di coloro i quali ne saranno animatori?
L’esigenza di tanta gente che ci chiama è proprio questa, avere un approccio diverso alla vita. Vivere bene vuol dire volersi bene e ci si vuole bene se in quello che facciamo siamo presenti anche noi, ci rispettiamo nelle nostre esigenze “umane”, avere uno scambio di amore e di rispetto verso tutti e verso il “tutto”. Certamente cambierà molto ed in meglio la nostra vita.
L’autosufficienza energetica è un’utopia?
L’autosufficienza energetica è essenziale, principalmente per l’ambiente che ci circonda, ed a questo proposito voglio ringraziare le persone e le istituzioni che con molta sensibilità ci stanno supportando. Pensi che abbiamo registrato l’interesse di un ente di ricerca statale per realizzare la piena autosufficienza come progetto pilota che riguarda sia il villaggio come abitazioni che come impianti produttivi.
 Dove sorgerà il villaggio ed a che punto è la sua ideazione?
Il villaggio sorgerà a ridosso del comune di Montefano (MC), un piccolo paese con secoli di storia, considerato uno dei borghi più belli d’Italia.

Attualmente abbiamo un magnifico staff di tecnici che stanno predisponendo i progetti esecutivi per arrivare entro l’autunno all’ottenimento delle concessioni edilizie ed allora comincerà la nostra avventura più bella : avviarci a vivere in libertà, con un senso di solidarietà tra noi che vogliamo ritrovare,

Come si può distruggere il Salento? Cronaca di una trasferta NO T.A.P

Cronaca della trasferta napoletana NOTAP in Salento

Ormai quasi due settimane fa siamo partiti in undici da Napoli,da vari spazi sociali e studenteschi, per dare supporto e solidarietà alla causa NOTAP sostenuta in primis dai salentini che in questi ultimi giorni hanno dato sicuramente prova di saper difendere la propria terra da un’opera inutile come quella del gasdotto T.A.P.


COS’E’ LA T.A.P?

E’ un progetto volto alla costruzione di un nuovo gasdotto che dalla frontiera greco-turca attraverserà Grecia e Albania per approdare in Italia, nella provincia di Lecce permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dall’area del Mar Caspio (Azerbaigian) in Italia e in Europa.
Questo gasdotto è stata dichiarata opera d’interesse nazionale, un po’ come i siti delle discariche da realizzare durante l’emergenza rifiuti in Campania.
E’ ufficiosa la voce per la quale questa infrastruttura energetica percorrerà tutta la dorsale appenninica per trasportare un po’ ovunque il gas azero (dell’Azerbagian).
TAP ha la propria sede centrale a Baar, in Svizzera, e uffici operativi in tutti i paesi attraversati dal gasdotto (Grecia, Albania e Italia). Gli azionisti attuali del progetto sonol l’italiana Snam con sede a Milano (20%), l’inglese BP (20%) l’azera (dell’Azerbagian) SOCAR (20%), la belga Fluxys (19%), la spagnola Enagás (16%), la svizzera Axpo (5%).
Nel progetto del 2017 sono previsti più di quaranta step per la sua realizzazione (tempo stimato 3 anni, entro il 2020 quindi). Il primo step è proprio l’eradicazione degli Ulivi.

COSA PROPONE IL
MOVIMENTO NO TAP?

Tanti attivisti della Puglia, dalla Campania, dall’Abruzzo, dalla Val Susa si stanno muovendo per supportare questa lotta.
Il movimento stesso 
organizzerà  quest’anno il primo maggio a San Foca/Melendugno e non a Taranto, come accade di consueto –  per denunciare pubblicamente la situazione con un momento forte e partecipato.
Il Movimento chiede il blocco totale dell’opera e chiaramente l’investimento su energie rinnovabili, senza rovinare le coste e il territorio con un’opera che devasterà sicuramente il paesaggio e la vita dei salentini.


 

Il nostro racconto da Napoli della vicenda NO TAP


E’ sempre confortante scoprire nuovi presidi di resistenza nel sud italia dove i conflitti ambientali sono
numerosissimi: l’opera Muos in Sicilia, la condizione pietosa in cui verte la piana di Gioia Tauro – “grazie” al suo porto -, l’ estrazione di energie fossili in Basilicata, in Puglia – oltre alla TAPl’Ilva di Taranto che ha distrutto la salute dei suoi abitanti, e la centrale a carbone di Brindisi, dannosissima e obsoleta per i nostri tempi.
Ancora In Campania la devastazione perpetrata attraverso una malagestione del ciclo dei rifiuti che volgarmente chiamiamo “emergenza rifiuti”, la mancata bonifica di Bagnoli nell’epoca post-Ilva, la questione no Triv abruzzese, di cui possiamo citare almeno la vittoria no ombrina, che ha chiuso la piattaforma pilota delle varie estrazioni che verranno effettuate nel mar Adriatico
nel futuro prossimo.

Storie collegate dal filo rosso dello sfruttamento inadeguato di un territorio e della
sua conseguente devastazione.

Proprio per questo è stato bello osservare come gli abitanti di Melendugno hanno preso a cuore la questione della propria terra proteggendo in primis gli alberi di ulivo secolari che nessuno ha mai sognato di rimuovere.

Sulla piana del Salento tanti popoli hanno lasciato tracce del loro passaggio (Messapi, Greci, Romani, Bizantini, Normanni, Francesi, Aragonesi) ma tutti lasciando indenne lo splendido paesaggio che la natura regalava.
L’arroganza del governo e della multinazionale è stata tale da prendere arbitrariamente la decisione di espiantare circa duecento ulivi secolari, nonostante ad oggi sono sei anni che decine di attivisti e abitanti NO TAP dicessero il contrario per ragioni ambientali e al fine di preservare l’ambiente stesso.

Dall’arroganza del governo però abbiamo osservato una risposta forte e determinata da parte della popolazione che farà sicuramente scuola.
Per questo crediamo che un legame forte dovrà legare il primo maggio di Bagnoli a Napoli con il primo maggio di San Foca: perchè non abbiamo patria, ma radici profonde.

Come si può distruggere il Salento? Cronaca di una trasferta NO T.A.P

 

Un appello parte da questo articolo a tutti coloro che lo leggeranno: il Salento non è solo luogo di vacanza, ma una splendida porzione della nostra terra da difendere.
Invitiamo per questo a seguire la pagina “Movimento NOTAP” e a supportare il movimento in tutte le maniere possibili come faremo noi:

Bruno Martirani, Mario Raimondi, Davide Pelliccia, Paola Iavarone , Yvan Grasso, Lorenzo Baselice, Serena Mammani, Mario Siani, Francesco di Domenico, Armando Spigno, Wilson Voto

 

“NO TAP: NE MOI NE MAI”

Napoli, una città a misura di Bici

Ringrazio gli Amici di Napoleaks per avermi dato l’opportunità di poter esprimere le mie passioni. Oggi vi parlerò di un tema a me molto caro, il trasporto urbano alternativo ecosostenibile

Napoli,

Chiunque ammiri Napoli da una cartolina, vede subito da un lato il mare, dall’altro la collina e quindi pensa che Napoli sia una città in salita ( o in discesa… questione di punti di vista NDR). Tutto ciò fa desistere immediatamente chi voglia utilizzare la bici come mezzo di trasporto urbano. Capitolo chiuso : Salite = 1; Bici= 0.

Ma aspetta un attimo, se osserviamo meglio, vedremo che la città è piccola, e pertanto mettiamo in campo un pò di numeri con i suoi 117,27Km²  [fonte wikipedia] Essa è ben percorribile agilmente in un tempo ipotetico senza traffico di 15 min, in quanto gli spostamenti medi in città, difficilmente superano i 5km di distanza.

Questo candida la bici come potenziale mezzo di trasporto in città. Partita riaperta : Salite= 1; Bici = 1.

Altro punto a favore è il SOLE, ricordatomi da Libero Bovio con la stupenda Canzone “‘O paese d’ ‘o sole”, ed effettivamente, sempre con i dati alla mano, aveva ragione [Napoli gode di un clima mediterraneo, con inverni miti e piovosi ed estati calde e secche, ma comunque rinfrescate dalla brezza marina, che, raramente, manca sul suo golfo. Secondo la classificazione Köppen, Napoli, nella sua fascia costiera, appartiene alla zona cd. “Cs′a” ovvero clima temperato con aridità estiva e massimo precipitativo in autunno. Il sole splende mediamente per 250 giorni l’anno.

Ottimo, un motivo in più per stare in giro! A questo punto sul 2 ad 1 per le bici meritatamente conquistato con l’aiuto del sole, potrei concludere ma per convincere anche i più scettici…

Ora mi tocca giocare la carta finale, anche per confutare la domanda classica…ma le salite, mica sono Bartali??? Perfetto, avanzo io, ma se avessi le gambe di Bartali? Ci andresti in bici? Dopo qualche secondo di silenzio, arriva la soluzione una bici elettrica, o meglio dire, a supporto motorio, cioè con motore elettrico!

Tale bici, rende le salite pianure, trasformando la nostra amata città collinare in una Ferrara del Sud, biciclettisticamente parlando. Le Bici superano decisamente e passano al punteggio di : 3 contro ad ogni opposizione alle stesse che resta ad un misero : 1.

Passando ad altri numeri, indovinate in città la velocità media di percorrenza di un automobile di quant’è? E’ di 32Km/h. Si, avete letto bene 32km/h!!!!, quindi le prestazioni di una bici sono del tutto comparabili a quella del bolide a 4 ruote.

Vogliamo adesso parlare del punto di vista economico? Ebbene qui il dislivello è mostruoso!!! Facciamo un esempio con numeri semplici : volendo considerare un’andata e ritorno in auto di 10 Km rispetto la E-Bike, le differenze di spesa sono ragguardevoli, 1euro e 50 contro i  0.015 euro ( o se vi piace di più 1 centesimo e mezzo) un rapporto da 1 a 100, quindi la e-bike fa bene anche alle tasche. Ora a quanto pare mi sembra di portare un conteggio di bici = 4 e salite e/o auto e/o moto = 1.

Potremmo inserire la questione salute, l’inquinamento, le polveri sottili, il blocco della circolazione, le Zone a Traffico Limitato ( ZTL), insomma la lista è lunga. Ed a me non piace vincere facile, anche se in questo caso la partita è stata un gioco da ragazzi, la bici ( assistita da supporto elettrico motorio ) supera di gran lunga in tema di benessere psicofisico ed ecologico tutti i contro che si possano immaginare in termini di salute, inquinamento, nessun ostacolo a passare nelle ztl etc…

Tanto premesso, è pur vero che a Napoli mancano le piste ciclabili!!! E qui vi dirò una cosa in controtendenza: “Più bici ci sono in città, più le strade si trasformano in ciclabili; cioè diventano più sicure se ci sono più bici”.

Infatti, in Città, si concentra la maggior parte degli incidenti, alcuni anche mortali: 28 morti e quasi 3000 feriti nel 2015 [fonte], ma non vi sembrano bollettini di guerra?

Sicuramente si potrebbe invertire il trend di questi dati nefasti, proprio grazie all’uso della bici.

Tutto quello che vi ho appena scritto, ci impone una riflessione : “Esiste un modo alternativo per muoversi???”. E la risposta è anche questa volta sì, una bella bici ci aspetta tutti fuori dalla porta di casa.

Al contrario : valutare le distanze, la necessità di doversi far trasportare da un auto, che se ci pensiamo per scarrozzare anche solo una persona di peso medio di circa 60/70kg… ma anche 100kg impiega circa 1.500 kg di autovettura, non vi sembra una sproporzione enorme?? Anche questo è un ulteriore punto di vista sul fatto.

Quante volte poi, andiamo da soli in auto  🙁  , quante volte inoltre dobbiamo trasportare grandi o pesanti volumi 🙁 …

Insomma sensibilizziamoci, che forse qualche volta la bici o la bici ad assistenza elettrica, è un ottima soluzione, sotto tutti i punti di vista. 🙂

Oggi poi, esistono soluzioni per trasporto bambini, trasporto protetti dalla pioggia, insomma ce n’è di tutti i tipi e per tutti i gusti, quindi biciclettiamoci tutti e giriamo la nostra bella città del sole!!!!

 

La città, i nostri figli, non potranno far altro che ringraziarci di tutto questo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parenti Serpenti – Lello Arena su Napoli, Troisi e teatro

  • Napoleaks – 10/02/2017

La riedizione teatrale di “Parenti Serpenti”  ripresa dal testo di Carmine Amoroso ha la eccellente regia di Luciano Melchionna che ha saputo riaggiornare in chiave contemporanea la trama di una storia di grande successo. La rappresentazione si è svolta a presso il teatro Cilea di Napoli dal 26 al 29 gennaio.

Lo spettacolo ha dimostrato di centrare bene una descrizione, seppur parziale, del concetto di “famiglia moderna”. Legami di sangue che mettono in crisi tanti soggetti diversi e allo stesso tempo in una condizione di precarietà esistenziale.
Gli attori nella narrazione sono riusciti davvero ad interpretare dei momenti che possono essere vissuti nel quotidiano familiare di oggi, sebbene la trama porti poi a conclusioni estreme e paradossali.

La compagnia teatrale che ha intepretato vizi e ambiguità di una famiglia moderna è stata nel complesso davvero preparata in ogni particolare: i gesti, le espressioni e le movenze giuste che hanno trasmesso alla platea diverse emozioni. Una messa in scena allegra, ma allo stesso tempo profonda perché svela le ipocrisie legate ai legami familiari di oggi.
La famiglia è sicuramente un modello sempre più in crisi nella società in trasformazione e pensiamo che lo spettacolo faccia una fotografia abbastanza oggettiva della situazione odierna.

 

Intervista a Lello Arena – Primo Attore della Compagnia                         

Ti è piaciuto interpretare insieme ad una compagnia di tutto rispetto “Parenti Serpenti”?

La cosa che all’epoca ci sembrava interessante, una commedia scritta per il teatro dovesse ritornare a teatro!
Il mezzo espressivo è completamente diverso perché a teatro sei presente a quello che succede, fisicamente presente, mentre il cinema ti da quella distanza che consente di assolverti dalla partecipazione perché sei lontano.
Lì si parla di un’altra famiglia, non somiglia alla tua, non ti riguarda, in pratica non senti il profumo della casa, delle cose, delle persone; per cui, considerando il grande successo del film di Monicelli, ci era venuta la curiosità di capire se effettivamente invece la Commedia avesse delle “cose da parte” che non erano state viste…ed era così!
Abbiamo letto insieme a Luciano (Melchionna n.d.r) la commedia abbiamo capito che c’era una tridimensionalità, c’era una liturgia, c’era una somiglianza, una vicinanza, che ci riguardava più intimamente. L’idea di raccontare di nuovo questa storia con il mezzo che le era stato destinato dal suo autore all’inizio (Carmine Amoroso n.d.r) ci è sembrata una buona idea!
A giudicare dagli esiti e dai risultati forse valeva anche la pena.

 

 

Tu sei partito con Massimo ed altri di San Giorgio a Cremano con lo spazio “RH Negativo”. Cosa era?
Lì forse partì anche un po’ la cosa dei “Saraceni” prima e della “Smorfia” poi.
Uno spazio dove sviluppare le proprie idee, in questo caso teatrali, proprio come oggi ne stanno nascendo tanti nell’area metropolitana di Napoli anche con diverse attività sociali. Cosa pensi significhi essere giovani oggi a Napoli, e come si possono sviluppare le proprie attitudini in maniera libera?

 

RH negativo era un nostro locale dove abbiamo riadattato una specie di deposito: l’abbiamo sistemato, abbiamo comprato delle poltrone, e l’abbiamo trasformato in un teatro.
Nessuno che abbia un progetto d’arte, a meno che non abbia un genitore milionario che lo autorizzi a “pensare un progetto e a pensare di…” ha i mezzi in partenza, ma c’è da dire che si passa anche attraverso la verifica di un mercato. Alcuni progetti che non vedono la luce spesso non meritano di essere prodotti, qualche volta una buona idea viene prodotta perché è solo una buona idea, come dire altrimenti.
La prima verifica, anche per i giovani, può essere un po’ scomoda da sopportare. Il mercato però non deve assorbire la tua idea!
Ci sono alcune idee, anche l’idea della “Smorfia”, che sono talmente nuove, talmente strampalate e talmente eversive, che nessuno le capisce!
In quel caso non è una cattiva idea, ma un’idea difficile da spiegare!
Napoli è in grande fermento culturale, c’è grandissima produzione teatrale, spazi per le “nuove leve”, i teatri “off”, l’alternativa, il teatro tradizionale, un teatro nazionale, che, checchè se ne voglia dire, c’è il teatro nazionale che è il teatro di Napoli, un festival di teatro dove c’è una sezione fringe, dove si vedono cose nuove, viste da nessuna altra parte. C’è un grande fermento sulla musica, sul cinema.
Se fossi un giovane napoletano sarei molto contento di stare qua in questo periodo e mi preoccuperei di farmi venire delle buone idee piuttosto che pensare che qualcuno mi debba venire a chiamare perché forse “io so quello che deve fare teatro e altri no”.
C’è un grande fermento, bisogna solo gioire se ci sono iniziative di artisti, anche se sono isolate.
Per esempio i graffiti comparsi dal nulla a San Giorgio (opere di Jorit Chi n.d.r) , sono ahimè, e lo dico con grande dispiacere, frutto dell’iniziativa privata e personale di chi si è pigliato la briga di caricarsi spese e permessi per inventarsi questa cosa e per farla respirare all’interno di una città che anche così dimostra di aver avuto sempre rispetto per aver ospitato un personaggio così straordinario (Massimo Troisi n.d.r) in un modo che non si può qualificare.

 

 

In che senso lo dici “con grande dispiacere”?

Avremmo dovuto fare in modo che talenti come quello di Massimo, ma anche talenti completamente diversi, fossero ospitati all’interno di una struttura, di un’organizzazione,  per fare in modo che ci fossero mezzi, modi, e sistemi, per far sì che tutti sviluppassero le proprie potenzialità. Se un progetto del genere fosse  intitolato a Massimo sarebbe straordinario.
Spesso si perdono delle occasioni qualche volta per disattenzione, qualche volta per modi un po’ dolosi, un po’ pericolosi, un po’ distratti, e un po’ in malafede.
Tutte queste (che ha elencato n.d.r) cose fanno sempre pensare che il domani è sempre in mano agli artisti e non in mano ai burocrati, ai politici, e alle autorità.

 

 

Che vedi in prospettiva?

Dobbiamo continuare a sperare che gli artisti continuino a produrre bellezza e che arrivino altri come Massimo a crearci una vita migliore di quella che c’abbiamo; perché (persone come Massimo n.d.r) hanno questo dono, questa capacità, questa genialità, questa straordinarietà.
Personalmente sono lievito quotidiano di ricordo per un artista che non ha bisogno di me per essere ricordato.
Se posso dare una mano, come al solito, lo faccio volentieri e spero che prima o poi all’interno di questi momenti (di ricordo n.d.r.) possiamo organizzare una grande festa per stare tutti insieme e godere di quello che Massimo ci ha lasciato. In una situazione però durante la quale si condivida una passione più che un ricordo. A me non mi manca niente. Mi manca Massimo.
 Questo la dice lunga… non ho bisogno di uno che me lo sostituisca, avrei e ho bisogno tutti i giorni di ricordare e di stare e di condividere quella passione, quel genio, quel talento, quella poesia, per cui bisognerebbe proprio che, chi ne ha la possibilità, si metta la mano sulla coscienza e si renda disponibile acchè occasioni di questo tipo possano succedere.    

 

 

 

Intervista a Luciano Melchionna – Regista “Parenti Serpenti”.

 

      

Come hai reinterpretato “Parenti Serpenti”?

Il riaggiornamento è per rendere contemporaneo il contesto. Aggiornare il tema non è stato difficile, la famiglia è sempre più in crisi per cui credo veramente che ognuno di noi abbia qualche serpentello in famiglia. Non escludo che sia nato anche dal fatto che crescendo iniziano a manifestarsi… non so come accada questo, però, i parenti, pian piano crescendo, con determinate dinamiche tipo quella dello spettacolo, si palesano e improvvisamente ti trovi davanti degli estranei!  Infatti noi lo spettacolo lo facciamo cominciare proprio così nel senso che “i vicini sono estranei, non sono parenti” (purtroppo). Inversamente (a quello che viene rappresentato all’inizio n.d.r) credo spesso più nei legami “non -di –sangue”.
Detto ciò il tema attualissimo, la voglia infinita che da tempo ci confessavamo io e Lello, ha fatto sì che portasse in scena quello spettacolo dove il racconto è affidato a un bambino. Io ho deciso di affidarlo a “IL bambino”, cioè il nonno (Lello Arena n.d.r), per cui lo spettacolo prende questa piega grazie anche alla fiducia di Carmine Amoroso che mi ha dato il testo e mi ha detto “puoi fare quello che vuoi”, grazie Carmine.
E’ Stato molto divertente e stimolante affrontare una sfida che spaventava profondamente, perché …caro Monicelli grazie di quello che ci hai lasciato… però una è stata sfida bella alla quale Lello si è prestato con dedizione totale, cosi come Giorgia Trasselli, così anche gli altri attori che ho scelto e selezionato tramite provini. Li volevo perfetti e non volevo che facessero la macchietta dei personaggi e degli attori del film.

Qual è il rapporto con il Film di Mario Monicelli?

Il film l’avevo visto a suo tempo, mi sono dedicato al testo, non l’ho voluto riguardare, e ho voluto dare un taglio scrivendo e aggiungendo delle cose,  mettendo il mio manifesto, ovvero le risate, le lacrime.
Quelle sono emozioni.
Anche con “Dignità autonome di prostituzione”  (altro suo spettacolo teatrale n.d.r)  ho portato questa poetica.
Non andate a teatro solo per essere intrattenuti e farvi grasse risate perché si esce vuoti, è molto più interessante lasciar cadere una lacrima insieme a una risata e portarsi appresso una riflessione, credo sia molto importante questo spettacolo da questo punto di vista.

Che cosa è che la platea non sa?

Secondo me si è perso moltissimo il fatto che nessuno sa il regista cosa faccia: “Si bellissimo, bravi però tu che fatt?” e così anche degli attori: “Alla fin fine che fanno? stanno li intrattengono…”
Vederli da vicino, in “Dignità autonome di prostituzione” specialmente, dentro le stanzette, dentro a un bagno, da un metro di distanza e vedere che cosa fanno, come riescono a cambiare, come riescono ad entrare, come riescono ogni volta ad approcciare dei nodi drammaturgici ed emotivi.
E’ molto interessante per il pubblico che comincia spero con il mio piccolo contributo a ridare valore all’arte. Quello che faccio io, lo faccio con grande onestà intellettuale: è la mia vita.
Parenti serpenti è un altro figlioletto amato, e guai a chi me lo tocca!
Li seguo ovunque, li risistemo […] perché credo sia una grande forma di rispetto per gli attori e per il pubblico che si prende quello che gli si da da ormai troppo tempo, ma (il pubblico n.d.r) non è scemo per niente e quindi quando avverte la qualtà, il talento e la professionalità e secondo me la sa distinguere.

Intervista: Bruno Martirani

Riprese, montaggio, Fotografia: Matteo Pedicini

“135 chili di bignè, pane e merendine” il libro di Vincenza Luciano

L’avvocato Vincenza Luciano ha deciso di narrare in un romanzo in imminenza di pubblicazione una vicenda autobiografica.

Il tema di fondo è quello della bulimia.

In attesa di leggere “135 chili di bignè, pane e merendine”, incuriositi dal suo lavoro l’abbiamo intervistata:

allora  Vincenza, di cosa parla il suo romanzo?

Si tratta di una vicenda autobiografica, che si svolge in un paese della Bassa Irpinia, Avella, tra gli inizi degli anni settanta fino ad arrivare ai giorni d’oggi. La protagonista, Vincenza, all’età di cinque anni crede di vedere uno gnomo con il cappello a tre punte, che ha stampato sul volto un ghigno terrificante. Ne ha paura perché non capisce se tale visione è reale o immaginaria. Fa ingresso in tal modo nella sua vita quella che per lei diventa una vera e propria “complicazione”. Erano i tempi in cui la televisione trasmetteva la prima serie del cartone animato Ufo Robot. Erano i tempi in cui, le bambine di buona famiglia, frequentavano la scuola gestita dalle suore. Ufo Robot e le suore con il velo sui capelli erano esempi di “trasformazione” per Vincenza, che iniziò così a vivere anche su di lei la “trasformazione”. Si trattava di sensazioni che sentiva nella pancia, nello stomaco. Avvertiva dentro di sé l’esistenza di un mostro che poteva tenere a bada solo mangiando, mangiando e mangiando. Tutto questo la portò a diventare una donna affetta da un grave stato di obesità. Centrotrentacinque chili il prezzo da pagare per colpa della bulimia. Ad un certo punto la svolta. All’età di 30 anni, dopo un’esistenza di emarginazione, disagio e angoscia, l’inizio del percorso psicoterapeutico – intrapreso qualche anno prima – le consente di perdere sessanta chili e diventare finalmente una donna libera dalla paura ovvero da quello “gnomo” incontrato venticinque anni prima. Nel racconto, ironico ma anche intriso di sofferenza, vengono spiegati tutti i meccanismi tipici della bulimia senza vomito e soprattutto gli strumenti necessari per poter guarire. Una testimonianza di incoraggiamento e di speranza per tutti coloro che sono affetti da tale disturbo del comportamento alimentare.

L’obesità può essere causa di emarginazione?

Assolutamente sì. Si tende ad isolarsi proprio perché spesso derisi, non capiti, offesi, umiliati anche solo perché non puoi vestirti in un certo modo … perché se sei grasso oggi vieni considerato  brutto, perdente,  persona non di qualità. Purtroppo.
Di bulimia si parla poco. Secondo la sua esperienza quali sono le cause?
Avere paura di qualcosa di irreale che però tu senti e vivi come reale. Nel mio libro, in uscita la prossima settimana grazie all’Erudita marchio del Gruppo Giulio Perrone Editore di Roma, spiego bene in che cosa consiste questa paura. Nel mio caso, certa cinematografia horror e di fantascienza, ha rafforzato in me la paura per realtà mostruose, invece del tutto inesistenti.
Esiste un modo per contrastare la bulimia?
Iniziare un percorso di psicoterapia con un valido professionista che ti consenta di affrontare la paura di cui ho appena parlato, superarla, facendoti trovare la forza di guardare con obiettività la realtà.
Oggi lei è una donna felice?
Oggi io sono prima di tutto una donna libera dalla paura, una donna serena ma al contempo propositiva, piena di progetti ed entusiasta della vita. Forse vivere così significa veramente essere felici!

10 anni del Mammut di Scampia- una resistenza vitale e ostinata

Il 2017 comincia con un anniversario importante eppure sconosciuto, o dimenticato, dalla città che decide. È quello del Centro Territoriale Mammut di Scampia, una realtà di riferimento nazionale nel campo della pedagogia attiva e dell’educazione non autoritaria che quest’anno compie 10 anni.
Nato nel 2007, sulle macerie e l’odore di polvere da sparo della faida di Scampia, il Mammut è stato da subito un luogo che apparteneva al quartiere. Il nome infatti è quello che gli abitanti davano all’enorme porticato che sorge nel cuore di Scampia, sotto le cui colonne un gruppo di operatori e pedagogisti, guidati da Giovanni Zoppoli, maestro ed educatore, iniziò la propria avventura.
Sono stati 10 anni di utopie, resistenze, creazione di nuove comunità. 10 anni in cui in cui il Mammut ha coinvolto oltre 10.000 tra bambini, ragazzi e adulti italiani, migranti e rom, ha recuperato 50 spazi pubblici in varie realtà italiane, ha condotto un’inchiesta permanente sul fare scuola e fare città, cercando di trasformarli in luoghi ‘salutari’ per adulti e bambini, con la campagna Risvegliamoci in cortile ha spinto decine di scuole in Italia a restituire ai bambini i cortili e gli spazi all’aperto per le attività, ha fatto comunità sul territorio con il Mito, gioco collettivo tra teatro, tradizione popolare e ricerca pedagogica. Poi, su un colorato camper, il Mammutbus, ha portato il suo spirito di frontiera in giro per l’Italia, e con giochi di strada, laboratori di pittura e fabulazione è arrivato nelle scuole, centri sociali e associazioni, raggiungendo le piazze cittadine più remote.
Nel bel mezzo di Scampia il Mammut ha partorito anche una mediateca, una scuola di italiano per migranti e una ciclofficina, ha organizzato un ambulatorio popolare di medicina omeopatica per gli abitanti del quartiere e realizzato attività di supporto didattico per adolescenti; ma anche corsi di chitarra, break dance e bike polo e corsi di italiano per migranti.
Infine, lo scorso giugno ha dato vita al primo giornale di e per bambini di Napoli. Una pubblicazione bimestrale, con anche una versione online (www.barritodeipiccoli.org) aggiornata settimanalmente, che ospita opere e racconti di autori, disegnatori, scrittori ed artisti ma che soprattutto ha nei bambini gli autori e i protagonisti. In questi giorni inoltre il Mammut ha lanciato un coordinamento per la pedagogia attiva, con l’obiettivo di mettere in rete tutte le soggettività che credono ad una scuola e ad una società fondata sulla liberazione anziché sul dominio e sul controllo.
Un altro passo vitale ed ostinato, realizzato in una situazione di contributi pubblici minimi ed effimeri, che sfida la crisi e gli ottusi tagli al welfare nazionale e locale.
Un patrimonio di saperi, competenze ed amore che non ha ceduto alla logica dominante di marketing delle imprese sociali ed alla spettacolarizzazione dei bisogni – con cui oggi sono stati sostituiti appieno diritti e servizi- Il Mammut ha scelto di non fare del suo metodo di pedagogia attiva e dei bambini del quartiere un brand da far finanziare al capitale bancario, vedendo intanto ridotti all’osso gli occasionali contributi pubblici. Ma da dieci anni il Mammut vive e fa vivere meglio l’infanzia e l’adolescenza in città. Anche se la città che decide non lo sa, o lo dimentica. L’unica arma contro l’orrore di una morte ventenne, come quella di Renato a Soccavo, non sono i sermoni di Saviano né gli slogan da tour operator del Comune. Sono i fatti. Fatti decennali come il Centro territoriale Mammut.