VAN GOGH IMMERSIVE EXPERIENCE: la mostra che propone il pittore olandese anche alla generazione Y

Nascosta tra le mura della Basilica di San Giovanni, nel cuore del centro storico di Napoli, un po’ di della Provenza di fine ottocento, quella tanto cara a Vincent Van Gogh, se ne sta in attesa di visitatori, proiettata in bella mostra, sui muri della struttura monumentale.

Partiamo subito dalle critiche: la “Van Gogh Immersive Experience” dura troppo poco: trenta minuti intensi ed emozionanti che lasciano la sensazione di ristoro di un bel massaggio rilassante che si interrompe troppo presto. Impossibile dunque non cedere alla parte opzionale della mostra virtuale che si svolge in una saletta a parte e che con un sovrapprezzo di 2€ permette allo spettatore di immergersi in una passeggiata per i paesaggi bucolici dei quadri di Van Gogh. A rendere l’esperienza ulteriormente coinvolgente è la voce narrante di Vincent, interpretato da un attore che conduce lo spettatore nel suo viaggio virtuale.

Ma torniamo alla sala delle proiezioni, dove è possibile scegliere tra sedie normali e sedie a sdraio, tappeti, panche,divanetti e cuscini, per lasciarsi avvolgere a 360 gradi dalle opere dell’artista olandese, nel tripudio di colori che riempie gradualmente la sala, trasformandola di fatto in un enorme quadro abitabile.

Certo, l’aspetto negativo delle mostre interattive è che a conti fatti, manca un reale incontro tra il visitatore e l’opera d’arte in senso stretto. Scordatevi che assistere alla “Van Gogh Immersive Experience” possa assomigliare alla sensazione che avreste al Van Gogh Museum statale di Amsterdam, al cospetto dell’originale de “I mangiatori di patate” o “Campo di grano con volo di corvi”, dove la pastosità delle pennellate ed i colori brillanti, “rubati” all’arte orientale e divenuti il marchio di fabbrica del Van Gogh più amato, restituiscono allo spettatore l’intenzione dell’artista quasi lo si possa vedere mentre è al lavoro, di fronte alla tela. Se è questo che ci si aspetta da una mostra interattiva, non si potrà che rimanere delusi, perché quella delle apprezzatissime mostre interattive è un’esperienza completamente differente e di concezione contemporanea in cui le opere, pur essendo indiscutibilmente le protagoniste incontrastate, prendono vita grazie alle animazioni, interagendo in modo meno passivo, che conferisce meno responsabilità allo spettatore che viene accerchiato dalle opere in un’ambientazione di totale concentrazione e dunque investito di emozioni, indipendentemente dalla propria sensibilità artistica.

Prendiamo come esempio “Notte stellata sul Rodano”, uno dei quadri più famosi e riusciti dell’artista “matto”, nonché uno dei momenti più riusciti di questa mostra interattiva.

Il quadro, realizzato nel 1888, è un panorama notturno occupato quasi al 50% da un cielo stellato, di quelli che tanto affascinavano Van Gogh “Spesso ho la sensazione che la notte sia più ricca di colori, se paragonata al giorno”, diceva nelle sue lettere. Il resto del quadro è occupato dal mare, le barche ed il lungomare di Arles su cui passeggia una coppia di innamorati. L’opera è stata descritta dal suo autore in questo modo, che l’ha dipinto una seconda volta in parole: “Ho passeggiato una notte lungo il mare sulla spiaggia deserta, non era ridente, ma neppure triste, era… bello. Il cielo di un azzurro profondo era punteggiato di nuvole d’un azzurro più profondo del blu base, di un cobalto intenso, e di altre nuvole d’un azzurro più chiaro, del lattiginoso biancore delle vie lattee. Sul fondo azzurro scintillavano delle stelle chiare, verdi, gialle, bianche, rosa chiare, più luminose delle pietre preziose che vediamo anche a Parigi – perciò era il caso di dire: opali, smeraldi, lapislazzuli, rubini, zaffiri. Il mare era d’un blu oltremare molto profondo – la spiaggia di un tono violaceo, e mi pareva anche rossastra, con dei cespugli sulla duna (la duna è alta 5 metri), dei cespugli color blu di Prussia.”.

Ebbene, nella mostra interattiva, il momento dedicato a “Notte stellata sul Rodano” è uno dei momenti più riusciti: la parte superiore dei muri della Basilica di San Giovanni è costellata di stelle che illuminano la sala, accendendosi e spegnendosi, mentre la parte bassa delle pareti ospita il mare che è vivo, ondeggia e fa oscillare le barche, ne sentiamo il suono ed è impossibile non sentirsi come si fosse sul lungomare di Arles, ed ora non vediamo più le due figure umane, piuttosto, siamo, una di esse.

Le animazioni, in questo ed in tutti gli altri casi, sono frutto del lavoro di artisti contemporanei e sono adeguate, un omaggio che probabilmente avrebbe commosso il vecchio Vincent, utile per addentrarsi nella atmosfere bucoliche e non ritratte dallo sfortunato artista e soprattutto un escamotage per proporre alle nuove generazioni, più avvezze a schermi, proiezioni, realtà virtuale e trovate high tech varie, che a tela e pennelli, un efficace punto di contatto col mondo dell’arte più pura.

articolo di Sara Picardi, fotografia di Ludovico Brancaccio

ARTECINEMA: La rassegna e l’incontro con Heinz Peter Schwerfel

Il 19 ottobre, al Teatro San Carlo a Napoli, è stato inaugurato il ventiduesimo festival dei film sull’arte contemporanea “ArteCinema”.

La rassegna gratuita, che ogni anno ad ottobre accoglie un pubblico eterogeneo e corposo sia di appassionati che di curiosi, si è svolta dal 20 al 22 ottobre al Teatro Augusteo, proponendo una carrellata di mediometraggi dedicati ad artisti di tutto il mondo, spaziando dalla fotografia all’architettura, con un’attenzione particolare riguardo il ruolo della donna nell’arte contemporanea.

All’interno del festival, in collaborazione con la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanea, sono state organizzate delle proiezioni speciali per le scuole e per i detenuti.

La particolarità della proposta di ArteCinema è che riesce ad andare incontro agli spettatori proponendo documentari su artisti più o meno noti al grande pubblico, da un’angolatura sempre originale. E’ il caso di “Picasso et les Photographes”, della regista francese Mathilde Deschamps-Lotthé, che ripercorre il rapporto di Picasso con la fotografia, in qualità di soggetto. L’artista spagnolo è stato infatti il pittore più fotografato del XX secolo ed ha stabilito con molti dei fotografi che si sono interessati a lui, un rapporto di amicizia e complicità. Nell’epoca dell’immagine da rivista, la fotografia ha contribuito notevolmente alla fama di Picasso ed ha fornito testimonianza diretta del modo in cui l’artista lavorava, creando un ponte tra lui e gli spettatori delle sue opere.

Oltre ai documentari biografici, quelli dedicati ad esposizioni, tra cui “Take me (I’m yours), una mostra realizzata a Parigi alla fine del 2015.

A presentare la pellicola sulla collettiva, c’è Heinz Peter Schwerfel, il regista. Nato a Colonia nel 1954, ha collaborato in più occasioni con il festival ArteCinema. Oltre ad essere un regista è anche un critico d’arte che scrive per numerose riviste tedesche ed è curatore e direttore artistico del Festival di Monaco “Kino der Kunst”.

Schwerfel ha introdotto il suo lavoro spiegando le motivazioni di natura politica che hanno spinto i curatori ad organizzare una mostra la cui particolarità è quella di poter usufruire delle opere esposte al pubblico: l’idea è quella di contrastare l’industria dell’arte che ha mercificato quadri, istallazioni e sculture riducendole ad un prodotto di mercato qualsiasi.

In contrapposizione a questa visione delle cose, la mostra “Take me (I’m Yours)”, letteralmente, “Prendimi (sono tuo/a)”, invita il visitatore ad appropriarsi di parte degli elementi in mostra e farne uso. Nessuna opera è in vendita ma all’ingresso, assieme al biglietto, viene regalata una shopping bag di carta, da riempire con ciò che si desidera, ma non è tutto: perché le opere possono essere prese, indossate, mangiate o addirittura respirate.

Un’intera sala accoglie cumuli di indumenti, ammassati come al mercato, il visitatore può prendere ciò che vuole, lasciare ciò che vuole e scegliere di indossare e rimettere al proprio posto i vestiti. Nella sala successiva sono a disposizione spille con slogan provocatori, riproposti anche sui muri, che non hanno nulla da invidiare a quelli del movimento punk. Le bolle d’aria di Yoko Ono, “in vendita” in degli espositori simili a quelli di caramelle, contengono sfere di plastica trasparenti vuote.

Franco Vaccari propone un’enorme collage in divenire, realizzabile tramite una cabina fotografica, come quelle per le foto dei documenti: una volta sviluppate le proprie fotografie istantanee, le si possono appendere al muro, tra tutte quelle degli altri visitatori. Il tappeto di caramelle di Felix Gonzales-Vaccari, che è stato anche ospitato a Napoli al Museo MADRE, è la gioia dei golosi e dei bambini. 

La mostra vuole indurre lo spettatore a sperimentare emozioni inedite all’interno di un museo e questo è reso possibile dandogli modo di partecipare attivamente all’evoluzione delle opere.

La provocazione finale e probabilmente più estrema, è mettere a disposizione un’ “opera vivente” a quattro zampe, che si può portare a passeggio.

La collettiva, che ha avuto un grande successo e che permette ai visitatori di ricrearla parzialmente a casa propria, semplicemente ripescando dal proprio sacchetto, verrà riproposta a Milano dal 1 novembre 2017 al 14 gennaio 2018.

Sempre di Heinz Peter Schwerfel, “Live Art: 14 Rooms”, racconta la mostra 14ROOMS in cui sono stati messi a disposizione di 14 artisti, altrettante stanze vuote di 25 mq. Gli ambienti, separati tra loro da porte a specchio, come a proporre continue ripetizioni che affiorano nel diverso, ospitano opere d’arte vive, concepite da pionieri della body art come Marina Abramovic e Joan Jonas. Il documentario è un viaggio all’interno della storia della “Performance” come forma d’arte.

Ma ad ArteCinema trovano spazio anche l’arte murale, raccontata in “MU”, in cui vediamo artisti di diverse culture che “trasformano” la città di Montréal, con i graffiti, o la “Bamboo school of Bali”, una scuola senza muri e pareti interne costruita interamente in bamboo, o ancora Tadao Ando, l’architetto samurai giapponese.

Grazie all’associazione culturale TRISORIO, che organizza l’evento ArteCinema, per quattro giorni, teatro San Carlo e teatro Augusteo si trasformano in finestre, accessibili a tutti, sull’arte di tutto il mondo.

articolo di Sara Picardi

GATTA CENERENTOLA: La fiaba animata in cui si incontrano il passato ed il futuro di Napoli

Il lungometraggio degli autori de “L’arte della felicità” punta tutto su un piano narrativo unico che fa intrecciare due momenti temporali diversi.

Tutto parte da Basile, il padre della piccola Mia che è la protagonista femminile.

Basile, il cui nome già viaggia nel tempo, essendo rubato a quello dell’autore della storia originale de “La Gatta Cenerentola”, è uno scienziato geniale che decide di investire i suoi capitali per fondare un  “Polo della Scienza e della Memoria” a bordo di un’enorme nave attraccata al porto di Napoli.

Programmati per conquistare, istruire e stupire i visitatori del Polo, degli ologrammi che si aggirano come fantasmi futuristici a bordo di questo gioiello di ingegneria navale.

Ma la sorte di questa creazione neonata, volta a riqualificare l’area del porto, è avversa: Angelica, la compagna che Basile ha scelto come sua sposa, ha cospirato con il guappo malavitoso Salvatore Lo Giusto, affinché lo scienziato venisse ucciso per impossessarsi del suo patrimonio.

Angelica, doppiata da Maria Pia Calzone (Imma Savastano nella serie “Gomorra”), è perfida quanto innamorata di Lo Giusto, il cui soprannome, “O’rre” ben si accosta al carattere megalomane del personaggio caratterizzato come il classico boss di quartiere: disonesto, spregiudicato e prepotente.

La storia si ferma e la narrazione riprende quindici anni dopo: Angelica vive a bordo della nave, assieme alle sue figlie naturali ed alla figliastra Mia che ha smesso di parlare ed è cresciuta abituata a rispondere al nomignolo di “Gatta” affibbiatole in senso dispregiativo.

“O’rre” ha esteso il suo impero economico ed è diventato un pezzo grosso grazie al traffico di droga mentre a bordo del Polo galleggiante, ormai completamente rovinato a causa della mancanza di manutenzione nelle sua funzionalità ingegneristiche, ologrammi del passato compaiono di tanto in tanto come spettri, proiettando fisicamente nel presente i ricordi del passato.

Gli autori hanno confezionato una storia cupa e profonda, apprezzabile in tutte le sue sfaccettature soprattutto dagli adulti e piuttosto distante dalle produzioni cinematografiche associate in genere alla città del sole. La morale ottimista della storia è piuttosto chiara: quella di incoraggiare a non rassegnarsi, anche nelle situazioni più disperate, perché la realtà può sempre cambiare e diventare migliore.

In questa fiaba noir non c’è traccia di fatina, zucche e topolini. Gli aspetti magici vengono messi da parte e sostituiti dalla tecnologia e dal progresso, mezzi ben più utili per ottenere un lieto fine nella realtà.

Il personaggio della Gatta, ben simboleggia la città in cui ha preso vita: vivace e coraggiosa ma affaticata e ridotta al mutismo a causa di personaggi viscidi ed avidi che vogliono usarla ed approfittare della sua bellezza fino a logorarla.

Oltre ad essere un prodotto di animazione eccellente, la narrazione in cui i piani temporanei si incontrano con l’escamotage degli ologrammi, che hanno un ruolo cardine nella vicenda, funziona perfettamente e, seppure alcuni avvenimenti restano un po’ prevedibili, il risultato finale è assolutamente convincente.

Passato e futuro si incontrano non solo ai fini della narrazione, grazie agli ologrammi, ma anche in senso metaforico. Gli spettatori vedranno incontrarsi sullo schermo personaggi che evocano il progresso, le speranze e probabilmente il futuro di Napoli come lo scienziato Basile, sua figlia ed il poliziotto che aiuterà Mia da una parte e dall’altra personaggi squallidi come il camorrista Lo Giusto e Angelica da relegare quanto prima nel passato remoto della città.

articolo di Sara Picardi

LE BIRRETTE: La band ska tutta al femminile che da Bologna è arrivata alla Giamaica

Domenica 30, il lido “Dum Dum Republic” di Paestum, in provincia di Salerno, ospiterà il concerto di una delle band più originali nel panorama musicale italiano del momento, “Le Birrette“, da Bologna.

Il gruppo vanta ben 10 elementi tra voce, strumenti a fiato, coriste, chitarra, sessione ritmica e tastiere, tutti tasselli fondamentali per ricreare un sound ska con influenze roots reggae e soul.

Ho fatto una chiacchierata con Anna, la cantante, per scoprire la loro biografia e farmi raccontare del loro viaggio in Giamaica:

Raccontami com’è nata la band…

Abbiamo iniziato alla fine del 2014 ed è stato una sorta di esperimento, eravamo 4/5 amiche appassionate di ska, rocksteady, reggae, io avevo già esperienza come cantante con una band di musica soul.

Il gruppo è nato senza pretese e senza aspettarci nulla, dopo le prime prove ci siamo rese conto di essere cariche ed abbiamo cercato altre persone da coinvolgere nel progetto.

Avete cercato solo ragazze oppure il fatto che sia venuta fuori una all girl band è stato casuale?

Abbiamo scelto di formare una band al femminile un po’ per sfida, un po’ perché non esistono band italiane di sole donne nel nostro genere.

Ho visto delle vostre foto in Giamaica, come siete arrivate lì?

Abbiamo aperto alcuni concerti di gruppi ska storici qui in Italia, tra cui gli Skatalites che si sono innamorati musicalmente di noi e ci hanno procurato dei contatti per partecipare ad un festival itinerante in Giamaica che è durato una settimana.

Quali sono i posti che avete avuto modo di visitare?

Siamo state a Runaway Bay che è a nord ovest, poi a Ocho Rios ad est, alle cascate di Somerset Falls ed infine a Kingston.

Che effetto vi ha fatto proporvi nella patria del vostro genere musicale?

Eravamo emozionate ma è stato stupendo perché abbiamo avuto l’opportunità di visitare i posti che avevamo sempre sognato e conoscere gli artisti che non avremo mai pensato di avere modo di incontrare di persona. Le persone sono gentilissime, c’è musica dappertutto ed i paesaggi sono eccezionali e ci hanno accolte a braccia aperte.

Nel passato il Rastafarianesimo ha rappresentato, in Giamaica e non, una nobile rivendicazione identitaria delle radici africane, si tratta di una cultura in cui la musica è un mezzo per veicolare dei messaggi, anche religiosi. La critica che veniva mossa spesso nei confronti di questa filosofia è che fosse molto maschilista, pensi che sia vero?

A parte il musicista Ken Boothe, non abbiamo conosciuto molti Rastafariani, attualmente nell’isola ci sono molti cattolici e solo piccole comunità si interessano al Rastafarianesimo. Per quanto riguarda la nostra band, abbiamo sempre evitato testi Rastafariani proprio perché sono spesso misogini.

Alcuni tra quelli che hanno visitato la Giamaica come turisti, si lamentano del fatto che le città sarebbero pericolose per i bianchi, voi che avete visitato il posto come musicisti piuttosto che turiste, che impressione avete avuto?

Le persone del posto sono un po’ ostili verso il classico turista bianco viziato. Il nostro approccio è stato completamente differente: abbiamo socializzato con i ragazzi del posto, senza trincerarci in autobus turistici, alberghi e resort di lusso. Come in qualsiasi altro posto, l’importante è essere prudenti ed in questo senso ci siamo tenute alla larga della Downtown di Kingston che praticamente abbandonata ed in mano alle bande.

Qui in Italia invece com’è la scena musicale bluebeat?

Suoniamo spesso in giro, c’è una certa attenzione e curiosità riguardo il nostro genere anche da parte di chi non lo ascolta abitualmente. Nell’ultimo anno sono nati altri 3/4 gruppi ska italiani, mentre fino a poco tempo fa c’erano solo the Bluebeaters e pochi altri.

Avete già registrato un disco?

Abbiamo registrato un 45 giri a due tracce: “Mr.A”, che è un brano inedito da cui è stato tratto un video (che potete vedere qui sopra) ed abbiamo rimaneggiato un pezzo storico giamaicano “Sattamassagana”, su cui abbiamo adattato un testo di Ella Fitzgerald che si chiama “Blue Skies”. Ad ottobre ci dedicheremo a registrare un disco con dieci tracce.


Ed i vostri testi di cosa parlano?

Anche in questo ci siamo un po’ ispirate ad i nostri miti d’oltreoceano, testi politici, testi d’amore… un po’ di tutto.

Siete tutte fan della musica giamaicana o ci sono alcune di voi che provengono da generi musicali differenti?

Io sono un’amante del jazz e del soul, la chitarrista e la bassista sono appassionate di punk e rock, siamo tutte diverse ma accomunate dalla passione per la musica ska.

Quale album consiglieresti a chi non conosce la musica giamaicana?

Sicuramente le compilation dello Studio One perché racchiudono tutti i brani più importanti del genere: ska, rocksteady, reggae, funky. Lì c’è tutto.

articolo di Sara Picardi

KLIMT EXPERIENCE: L’evento espositivo interattivo alla Reggia di Caserta

Quasi 140 anni fa da oggi (138 per l’esattezza) nasceva Gustav Klimt, il pittore austriaco il cui stile inconfondibile resta, a distanza di un secolo, ancora innovativo ed amatissimo.

Nonostante le sue opere siano apprezzate in tutto il mondo, non sono in tanti a conoscere il contesto culturale in cui operò Klimt ed il ruolo di protagonista che ebbe nella Secessione Viennese del 1986.

La Secessione Viennese era composta da diciannove artisti il cui scopo era opporsi ai rigidi canoni accademici dell’epoca nel mondo dell’arte, proposito condiviso da altri gruppi e collettivi artistici del resto d’Europa che pure presero distanze dall’ Accademia di Belle Arti, ad esempio i Modernisti che a seguito della rivoluzione industriale, rifiutano lo stile architettonico dei primi del ‘900 e cercarono nuovi spunti creativi legati alla natura.

Il Palazzo della Secessione Viennese fu la base operativa per Klimt ed i suoi colleghi che nel 1898 fondarono un periodico, il Ver Sacrum, pubblicato fino al 1903. Il principio cardine su cui si bastava il movimento secessionista è un’idea dell’arte onnicomprensiva in cui il ruolo dell’artista si avvicina in certi casi anche a quello dell’artigiano per la realizzazione delle proprie opere. L’intento è quello di raggiungere la “Gesamtkunstwerk“, ovvero un’opera totale che fonda insieme scultura, pittura, decorazione ecc. La traccia più evidente che troviamo nelle produzioni di Klimt di quest’idea è il suo rapporto con l’oro di Bisanzio, utilizzato per conferire vitalità e plasticità ai suoi lavori. Il periodo aureo di Klimt è sicuramente quello più noto: influenzato dai mosaici bizantini di Ravenna quanto dal padre orafo, il pittore viennese ha effettivamente dato vita ad un connubio artistico unico in grado di regalare emozioni attraverso l’uso dei simboli, delle sensuali figure femminili e dei motivi decorativi nei quali gli spettatori dei suoi quadri rischiano di perdersi. E’ con l’intento di favorire questa sensazione che nasce “Klimt Experience“, l’evento espositivo che dal 7 giugno al 31 ottobre 2017 sarà ospitato alla Reggia di Caserta. La tecnologia ed il mondo dell’arte si incontrano, non per una convenzionale esposizione di quadri, ma per offrire al visitatore un’esperienza emotiva unica, consentendogli di immergersi, letteralmente, nelle opere più famose dell’artista.

La Reggia di Caserta, dichiarata nel 1997 patrimonio dell’UNESCO, fa da cornice a quest’evento che ha un sapore misto, tra passato e presente.

La prima sala, accoglie con stampe e dati biografici dell’artista e conduce verso un’esposizione di abiti dedicati alle opere del padre della secessione Viennese. I modelli, presentati su dei manichini, sfoggiano colori e forme ispirate allo stile di influenza bizantina che ha reso Klimt famoso. Nella stessa sala, è possibile immergersi, tramite la realtà virtuale, all’interno di quattro dei quadri più noti di Klimt, tra cui il famosissimo “Il bacio” e “Ritratto di Adele Bloch-Bauer I“. L’esperienza è possibile grazie ai visori Oculus Sansung Gear VR e ad una app realizzata dagli sviluppatori di Orwell.

Ma la parte più entusiasmante della mostra è la sala principale che avvolge lo spettatore in un’esperienza in grado di coinvolge tutti i sensi: 700 immagini selezionate, tra le opere di Klimt e ricostruzioni tridimensionali della Vienna di inizio ‘900, trasformano un’ampia sala della Reggia nel regno dell’artista, dove dominano le sue visioni simboliche e l’atmosfera quotidiana in cui era immerso il pittore, un rilassante sogno ad occhi aperti accompagnato da una selezione musicale d’impatto diffusa da un’impianto Dolby Surround di ultimissima generazione.

articolo e foto di Sara Picardi

FESTA DELLA MUSICA EUROPEA A NAPOLI: Insorgenza Musica al Maschio Angioino


L’evento, che coinvolge varie città di Italia e d’Europa nel periodo del solstizio d’estate, a Napoli ha abbracciato un’intera settimana e si è svolto da sabato 17 a sabato 24 giugno nelle location più suggestive e fresche della città: dalla certosa di San Martino, passando per Piazza Del Gesù, Villa Volpicelli ed il Maschio Angioino.
Nel caso specifico di quest’ultimo scenario, il concerto “E sono mò” si è tenuto il 22 giugno ed ha visto susseguirsi sul palco ben 13 band, coordinate dal Collettivo antirazzista ed antifascista “Insorgenza Musica”, fondato dal musicista Claudio Cimmino nel 2012 e in collaborazione con l’associazione culturale Echos Lab di cui è presidente Corrado Elia.
Il progetto “Insorgenza Musica”, nato con l’intento di organizzare concerti ed occasioni di incontro tra musicisti indipendenti, prevede la programmazione autonoma di iniziative musicali cooperando sia con le istituzioni locali che con le realtà autonome antagoniste sul territorio campano. Particolare attenzione è riservata non solo alla musica, ma anche alle collaborazioni di impegno sociale per una riqualificazione della città che passi attraverso l’arte.
Ho creato questo collettivo perché credo che ci possa essere solidarietà artistica ed umana tra musicisti, volontà di condivisione del fare musica, comunicare, attraverso la musica, un pensiero critico” dice Claudio Cimmino e prosegue: “Credo nella responsabilità artistica alla collaborazione attiva nel sociale ed alla necessità di una più attenta ed attiva consapevolezza individuale della nostra realtà storica e dei processi sociali che stiamo vivendo”. In tal senso è significativo il presidio musicale organizzato lo scorso 18 febbraio a sostengno degli operai della FIAT a Pomigliano.
La musica veicola emozioni, idee, riflessioni, se è vera e libera, lo sono le coscienze dei musicisti. Nel corso di questi anni ho incontrato tanti uomini e donne coscienti di dover fare la propria parte per la difesa dei diritti e la libertà di tutti i più deboli. Questo è il nostro modo di fare musica, al di là del genere musicale, dell’età e delle diversità. Il Collettivo Insorgenza Musica è una grande comunità aperta”.
Il concerto, tenutosi nel cortile del Maschio Angioino, ha in questo senso colpito nel segno portando sullo stesso palco band di generi musicali assolutamente differenti tra cui Work in Progress, Chiodo Fisso, Capatosta, Dan Zul & The Odds ed i New Rose, il gruppo punk rock in azione nel video.

articolo di Sara Picardi

 

FRANCO BATTIATO: Il concerto gratuito in Piazza del Plebiscito inaugura il Napoli Teatro Festival


Quando un paio di mesi fa ho scoperto che il concerto di Franco Battiato a piazza Plebiscito avrebbe aperto il Napoli Teatro Festival, ho iniziato una specie di conto alla rovescia inconscio. Nonostante questo sono riuscita, inspiegabilmente, ad arrivare all’evento in ritardo rispetto alle 21,30, l’orario in cui sarebbe dovuta iniziare la musica. Mi sono tuffata frettolosamente tra le persone che affollavano la piazza in un momento veramente singolare: sul palco c’era il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca. Non ho idea di cosa avesse detto fino a quel momento ma il pubblico era immerso in un tripudio di fischi, pernacchie ed altre espressioni di disappunto che hanno coperto completamente il discorso. Indipendentemente da qualsiasi considerazione di tipo politico, mi è sembrato un momento poetico, uno sfoggio di democrazia: una folla di persone di età diverse, riunite per un evento musicale, senza l’incombenza di bandiere di nessun colore, ha scelto di esprimere pacificamente il proprio punto di vista, evitando le mezze misure. Con queste premesse, prevedo che non mancherà un aspetto a cui faccio sempre attenzione e che trovo particolarmente significativo ai concerti, lo scambio empatico tra artista ed il pubblico. Dopo il criticato intervento di De Luca, inizia finalmente lo spettacolo rivelando una piacevole sorpresa: oltre alla musica, lo show prevede la lettura di testi di Auden, Giambattista Vico, e Giordano Bruno mentre il lato visivo, affidato a Antonio Biasiucci, comprende videoinstallazioni in bianco e nero ipnotiche che fanno concorrenza alla giacca rosso fuoco che indossa Franco Battiato. Dà il via al concerto un brano famigerato ed intramontabile: “L’Era Del Cinghiale Bianco” seguito da “Up Patriots To Arms”, durante la quale è impossibile non chiedersi cosa pensi di ciò che circola nel 2017 il maestro, se già nel 1980 trovava la musica contemporanea deprimente. La scaletta è un susseguirsi di classici che va avanti con “No Time No Space” e la magnetica “Shock In My Town”. Il cantautore tiene il palco con un’eleganza fragile e romantica, accomodato su una sedia da salotto mentre l’ Electric Band e gli archi della Symphony Orchestra lo accompagnano.

A metà concerto, “Povera Patria” entusiasma il pubblico che indulge in applausi ed esultanze nella parte che recita “Tra i governanti / quanti perfetti e inutili buffoni”, come a voler nuovamente sottolineare una certa consapevolezza politica. Nella successiva e meno famosa, “L’animale” l’atmosfera torna tranquilla e silenziosa. Quello di questa notte di giugno al Plebiscito, è un pubblico partecipe ma civile e rispettoso che non vuole perdersi la possibilità di godere dei testi delle canzoni.

Tuttavia a chiusura di ogni brano le ovazioni si sprecano, nonostante Battiato entri fuori tempo nelle strofe in un paio di occasioni ed a volte sembri davvero affaticato. “Sono distrutto”, dichiara durante il concerto ma questo non gli impedisce di rientrare in scena per il bis, restituendo al pubblico il rispetto ricevuto, e portando avanti un’esibizione seducente che dura quasi due ore.

Il clima mite, le luci azzurre sul palco e quelle gialle che illuminano il porticato del Plebiscito insieme alla musica creano un’atmosfera perfetta, come in un’oasi speciale e fuori dal tempo che durante “La Cura”, nella parte finale della scaletta, raggiunge l’apice. È proprio in quel momento che mi accorgo della distesa di cellulari impegnati a filmare, illuminati in una miriade di rettangolini, che a distanza assomiglia ad una costellazione futuristica. Sono tentata dallo scattare una fotografia dall’alto della scena, che in qualche modo perverso ha un suo fascino ma decido di rinunciare e lasciare che questa significativa immagine di fine primavera resti fissata solo nella mia memoria mentre mi chiedo se ha senso assecondare l’ossessiva paura che abbiamo di perdere i ricordi, rinunciando in cambio a qualcosa di prezioso come la luce delle stelle.

(articolo di Sara Picardi)

Gianni Minà presenterà il suo ultimo libro a Napoli. La città e la Nuova Compagnia di Canto popolare lo omaggiano.

Gianni Minà pubblica ad aprile 2017 “Così va il mondo. Conversazioni su potere, giornalismo e libertà”.

Lo presenta alla fiera del libro di Torino e sceglie anche un’unica data napoletana per presentare la sua opera in uno dei beni comuni della città: lo Scugnizzo Liberato.

Una volta questo luogo era un carcere minorile, e proprio qui ben 33 anni fa (1984) il giornalista condusse una puntata speciale di “Blitz” con la partecipazione di Eduardo De Filippo e con la Nuova Compagnia di Canto Popolare.

Gianni ha scelto questo luogo simbolo per  incontrare la città di Napoli a cui è molto affezionato.

Tanti i personaggi che hanno segnato il suo cammino e che hanno vissuto in questa città: Massimo Troisi, Pino Daniele, Diego Armando Maradona (solo per citarne alcuni).

Il libro nello specifico prova a raccontare attraverso delle “conversazioni” con Giuseppe De Marzo la sua lunga carriera giornalistica.

Ci rivolgiamo a tutti coloro che amano questo grande personaggio e invitiamo la stampa a partecipare a questo grande evento cittadino.

Avrà luogo la presentazione e un momento musicale a lui dedicato – che avrà luogo subito dopo la presentazione – che vedrà protagonisti proprio la Nuova Compagnia di Canto Popolare in formazione numerosa e la Bandarotta di Bagnoli.

Un connubio tra passato e presente per rendere onore a Gianni da parte nostra e della città.

L’appuntamento è per mercoledì 31 maggio 2017 alle ore 18.00 presso lo Scugnizzo Liberato in Salita Pontecorvo, 46.

Introduce e presenta Angelo Petrella, giovane scrittore napoletano.

Vi aspettiamo in tanti e tante.

Seguite l’evento Facebook: https://goo.gl/bGwXiQ
o la Pagina Massa Critica

__________________________________________________________________________________________________

COME RAGGIUNGERCI

Potete facilmente raggiungere lo Scugnizzo Liberato con i mezzi pubblici o a piedi:

• Da Piazza Dante (metro Dante oppure auto dopo le 18:00): salendo le scalette di Vico Mastellone e poi quelle di Salita Pontecorvo, superando la chiesa di San Giuseppe delle Scalze, sulla destra. Tempo di percorrenza circa 8 minuti

• Da Piazza Mazzini (metro Salvator Rosa oppure auto): scendendo via Gesù e Maria (la prima traversa a destra scendendo da Piazza Mazzini), sulla sinistra subito dopo i gradini. Tempo di percorrenza circa 5 minuti

• In auto: Consigliamo di cercare parcheggio intorno a Piazza Dante o a piazza Gesù e Maria.

Soprattutto, consigliamo di scaricare ed utilizzare iGoOn al link e cercate “Scugnizzo Liberato” per cercare e condividere passaggi per raggiungerci venerdì sera! Conoscete persone nuove, dividete le spese di viaggio, non aumentiamo il traffico e lo smog della nostra città!

bit.ly/iGoOnAndroidApp
bit.ly/iGoOniOSApp

THE CLASH: 40 anni fa “Londra Bruciava” e la band pubblicava l’indimenticabile disco d’esordio

Il primo disco dei Clash, pubblicato esattamente 40 anni ed un mese fa da oggi, è un perfetto collage dei vari tasselli che hanno caratterizzato il movimento punk inglese di fine anni 70, una miscela esplosiva di rabbia ben canalizzata ed acerba consapevolezza politica, contraddistinta musicalmente da echi di musica caraibica ed un sound grezzo, giovane ed urgente che prende in prestito le melodie del vecchio rock and roll per maltrattarle e riportarle alla luce in una chiave nuova e sintetica.

La stessa lavorazione dell’album avvenne in modo frettoloso ed essenziale, le registrazioni durarono circa tre settimane in sedute da tre o quattro giorni, le canzoni sono state suonate e registrate in maniera spontanea, senza trucchi o particolari modifiche in post produzione eccetto gli arrangiamenti di cui si occupò lo stesso chitarrista del gruppo.

Nel dare vita alle composizioni musicali, i ragazzi si erano aiutati come una squadra, il chitarrista Mick Jones ricorda di avere supportato Paul Simonon nell’elaborazione dei giri di basso ed addirittura con l’accordatura dello stesso.

Entrambi provenienti da Brixton, il quartiere londinese con la più alta concentrazione di immigrati giamaicani, Paul e Mick sono stati il nucleo iniziale della band, a cui in seguito si è aggiunto John Mellor, in arte Joe Strummer, precedentemente cantante in una band di pub rock con influenze rockabilly, chiamato 101ers, dal civico dello squat in cui risiedeva “lo strimpellatore”.

Determinante per la pubblicazione del disco l’incontro con il manager Bernie Rhodes “Bernie era il mentore. Ha costruito i Clash ed ha concentrato le nostre energie, noi lo abbiamo ripagato diventando molto bravi. Era Bernie che ci ha detto di scrivere su ciò che sapevamo, cioè la carenza di alloggi, la mancanza di istruzione, il futuro come un vicolo cieco di lavoro fino alla morte.” dichiarò Joe Strummer.

Quanto al batterista, la ricerca fu piuttosto complessa e pare ne vennero provati almeno 200, ancora Strummer: “Ogni batterista che è entrato in un gruppo nei dieci anni successivi aveva provato con noi“. Dopo gli innumerevoli tentativi venne scelto Topper Headon che però si tirò indietro, per poter registrare la band ripiegò su Terry Chimes, che aveva già suonato in precedenza con i Clash ma li aveva abbandonati per incompatibilità caratteriali.

Strummer e soci si chiusero in sala per registrare pezzi già pronti, elaborati in precedenza e sperimentati dal vivo durante l’Anarchy Tour, una serie di concerti che avrebbero portato “paura e delirio” nel Regno Unito, durante cui i Clash condivisero il palco con gli altri alfieri della musica ribelle inglese di quegli anni, i Sex Pistols ed i Damned. Alcune canzoni come “What’s my name”, “Protex Blue” e la prima parte di “Deny” risalgono addirittura al periodo in cui Strummer non era ancora entrato a far parte della band. La genesi delle canzoni fu spesso originata da situazioni di vita, particolari o banali, che i quattro musicisti si trovavano a vivere in prima persona, è il caso di “London’s Burning” che venne in mente al cantante semplicemente passeggiando per la città deserta, mentre Garageband fu scritta come risposta velenosa ad una terribile recensione in cui i Clash erano stati definiti come “Una di quelle garage band che dovrebbe ritirarsi nel garage e chiudere le porte con il motore acceso“.

Ma eccetto sporadici detrattori, il disco era atteso con un certo entusiasmo dalla stampa, dato che il gruppo, rispetto ai rissosi cuginetti Sex Pistols, non si dimostrava particolarmente ostile nei confronti dei giornalisti.

Pubblicato dalla CBS, “The Clash” rappresentò la prima presentazione discografica importante dedicata alla musica punk, che si era così conquistata una discreta credibilità presso il grande pubblico, l’album infatti conquistò gli inglesi finendo al dodicesimo posto in classifica la stessa settimana in cui uscì.

Al contrario, gli esponenti della scena punk underground interpretarono come un tradimento il fatto che Strummer e gli altri avessero scelto di firmare un contratto con una major. Mark P, della fanzine Sniffin’Glue, fu lapidario a riguardo, scrivendo: “Il punk è morto il giorno in cui i Clash hanno firmato per la Columbia” fomentando l’indignazione di molti e scaturendo reazioni di protesta che continuarono a riecheggiare per molti anni intorno alla band.

Nell’arco dei 40 anni che ci separano dalla pubblicazione di “The Clash”, il disco è stato più volte riconosciuto come una pietra miliare della storia della musica, il punto di partenza di un gruppo, riconosciuto dalla Rock and Roll of Fame, che avrebbe dimostrato da lì in poi di valere ancora di più di quanto ci si potesse aspettare e che evidentemente ha fatto bene a non seguire il consiglio di restare chiusa nel proprio garage.

Nel presente “The Clash” è un portale temporale verso l’epoca in cui si credeva che la musica avrebbe cambiato la società. Analizzando i testi, ci si scuote dal torpore dando il giusto valore agli insegnamenti preziosi di quegli anni: l’arte è un veicolo per trasmettere ideali e pensieri e piantare semini di consapevolezza in delle canzoni, che possono arrivare con facilità a qualsiasi classe sociale, è il primo passo per trasformare finalmente il mondo in un luogo migliore.

Riavvolgendo il filo che lega Eros, Arte e Creatività.

Si sa che tutti (o quasi) possiamo fare qualsiasi cosa per amore. Esistono monumenti, grandissime opere di letteratura, i migliori pezzi d’arte. Ma per il sesso? Cosa siamo disposti a fare per il divino calice della giovinezza? Gli artisti ne sanno qualcosa, c’è chi ha dedicato la maggior parte del suo tempo o addirittura la vita alla continua ricerca sfrenata dell’erotismo e della sua espressione più pura, alta. Il lavoro che svolgo come modella di nudo erotico mi permette di conoscere tanti artisti,da chi mi vuole semplicemente ritrarre, chi vuole farmi un disegno addosso, chi semplicemente vuole vedere il proprio nome su di me.

 

Ma cosa rende un artista oggetto del proprio erotismo e cos’è che un artista rende oggetto del proprio erotismo? Se una donna è un’artista si pensa che è una ragazza emancipata, forte, se un uomo è un artista si pensa che sia sensibile, intelligente. Forse è proprio questa l’attrazione, l’intelligenza? Ma è sempre così? Per mia esperienza posso pensare che per quanto possano esser state spinte le mie esperienze di posa, l’eleganza della luce che cade sulle curve è paragonabile ai raggi del sole sulle nuvole, Nobuyoshi Araki, Helmut Newton, Robert Mapplethorpe, con la persecuzione della luce e il loro disegno sono solo pochi nomi dell’infinita rappresentazione giocosa, ironica, poetica e amorosa del sesso,armoniosa, in bianco e nero e colorata, il conflitto, il rilassamento, la tensione e l’estasi. Se pensiamo alle grandi coppie dell’arte come ad esempio Frida Khalo e il suo eterno amante Diego che hanno vissuto una relazione così tortuosa e passionale in completa simbiosi e sincronismo rispetto la loro arte, espressione piena della loro sessualità, senza genere, travolgente e inusuale. Per la cultura Orientale il primo Chackra che si chiama Muladhra o Chackra radice, che si trova nella zona pelvica è associato all’energia sessuale e a quella creativa, che viene intesa appunto come forza vitale primaria che ci tiene attaccata alla terra e ci da la forza e ci tiene in connessione con il pianeta intero. Quando ci stacchiamo dal Primo Chakra, potremmo essere avidi e insicuri o soffrire di depressione, potremmo essere diffidenti con il mondo e avere prospettive assai rigide. La ragione di queste emozioni negative risiede essenzialmente nel sentimento della paura. Temere la separazione, la fame, la povertà, è sintomo di una disconnessione interiore dall’energia della Terra. Operare con la paura è un segnale forte che abbiamo perso il nostro rapporto con il Primo Chakra. Qual è miglior espressione della creatività se non quella della condivisione e il sesso come perfetto sinonimo di unione?