GEORGE A.ROMERO: Cosa ci ha lasciato in eredità il Signore degli Zombie

Il 16 luglio di quest’anno, George A. Romero è morto a causa di un tumore, pare sia andato via serenamente ascoltando la colonna sonora di “Un uomo tranquillo”, un film di John Ford particolarmente caro al regista newyorchese. Poco dopo la diffusione della notizia, i social network sono stati invasi da status ironici relativi all’imminente ritorno di Romero in versione zombie. Non c’è da stupirsi dato che è inevitabile, sia per i fan che per le persone comuni, associare il regista al cliché più utilizzato nel suo cinema: il morto che ritorna.

Quest’immagine spettrale è presente da secoli nelle culture di tutto il mondo ma la concezione moderna del morto vivente è stata plasmata proprio sul modello rappresentato da Romero nei numerosi film che ha dedicato a questa figura. L’eredità che il regista ha lasciato al mondo infatti non si limita ad una manciata di film spaventosi fini a se stessi ma risiede piuttosto nello sfacciato uso simbolico che Romero ha fatto di questo tipo di mostri. L’uomo nemico dell’uomo, l’uomo asserragliato che difende se stesso ed il proprio gruppo dai diversi, dagli invasori, dagli aggressori, l’uomo che non si confronta con entità ultraterrene ma con altri uomini diversi ed allo stesso tempo simili a ciò che siamo tutti.

Ma Romero non è il primo autore nel mondo del cinema ad aver utilizzato la figura del morto vivente in senso allegorico. Già nel lontano 1932 nel capolavoro “L’isola degli zombie”, ambientato ad haiti, gli zombie sono degli uomini privi di volontà, degli schiavi assoggettati al volere del negromante “Legendre” interpretato da Bela Lugosi, che usa le arti magiche per sfruttare gli haitiani ed ottenerne un tornaconto. Riprendendo alcune tematiche già presenti ne “Il gabinetto del Dottor Caligari”, la storia è una chiara denuncia alla schiavitù ed allo sfruttamento ed è di fatto la prima pellicola che porta sullo schermo la figura dello zombie.

Trentasei anni dopo, Romero, nato nel Bronx da padre cubano e madre statunitense, regala al mondo un film in cui porta per la prima volta i non morti sullo schermo (la parola “zombie” non sarà mai utilizzata nel film). In netto contrasto con gli standard dell’epoca, l’eroe de “La notte dei morti viventi” è Ben, un afroamericano che si troverà a scontrarsi non solo con i mostri che cercano di penetrare nella cascina in cui si è rifugiato assieme ad altri civili, ma anche con gli umanissimi compagni di disavventura che durante il film si rivelano spesso ottusi ed incapaci di gestire la situazione. Unico superstite di una notte da incubo, Ben sarà ucciso al mattina da una squadra di soccorso che gli spara da lontano, scambiandolo per un non morto. Un finale imprevedibile, amaro e significativo che ha conquistato il pubblico nonostante la pellicola sia stata girata con un budget decisamente basso. La carriera del regista subirà un’unica variazione verso il genere della commedia con il secondo film, per poi proseguire a senso unico nel mondo dell’orrore tra streghe e vampiri, fino a ritornare esattamente dieci anni dopo il film d’esordio a confrontarsi con i mangia cervelli. “The Dawn of the Dead” (distribuito in Italia semplicemente come “Zombie”, ma conosciuto da molti come “L’alba dei morti viventi”, traduzione del titolo originale) alza il tiro rispetto al primo film. La società è al collasso, il fenomeno degli zombie è diventato incontenibile. L’ambientazione del film sembra rispecchiare il declino sociale degli anni ’70 in cui la crisi energetica, l’inflazione e le paure riguardanti la crisi petrolifera sono all’ordine del giorno. L’esigua quantità di benzina a disposizione dei protagonisti del film è un tema dominante e che caratterizza tutto l’andamento della trama: i protagonisti sono anche questa volta un gruppo di superstiti che cerca di scappare degli zombie in elicottero e che a causa della scarsità di carburante è costretto ad atterrare sul tetto di un centro commerciale che diventa il quartier generale del gruppo. Clichè che dopo il film sarà riutilizzato fino alla nausea e che ancora una volta richiama una serie di riflessioni che vanno oltre l’intrattenimento: rifugiarsi nei centri commerciali per tirare avanti e sopravvivere è ciò che fanno tante famiglie che non riescono più a trovare luoghi di incontro migliori dei supermercati e mega negozi per condividere dei momenti felici e l’ammonimento nel film è evidente: una felicità di questo tipo può durare ben poco prima di trasformarsi in quegli stessi mostri da cui si tentava di scappare. Passando attraverso collaborazioni prestigiose con altri maestri del terrore come Stephen King e Dario Argento, la carriera di Romero è andata avanti fino al 2009 ritornando periodicamente sul tema morti viventi, mentre nel corso degli anni, chiunque decidesse di confrontarsi con i morti che ritornano è stato costretto a confrontarsi con Romero, Signore del regno degli zombie. Numerosi i tributi ed i remake della produzione cinematografica del regista, che si chiude come si apre, con un film dedicato ai non morti. “The Walking Dead”, la pedante serie televisiva ormai giunta all’ottava stagione, ha spesso citato Romero senza che gli sceneggiatori siano stati in grado di rendergli realmente omaggio con un prodotto significativo.

Ma l’influenza romeriana riesce ad andare oltre il mondo dell’immaginazione ed insinuarsi in maniera brillante nella vita di tutti i giorni, ne è un esempio la protesta per il G20 ad Amburgo, ad inizio luglio, in cui i manifestanti si sono presentati ad un corteo contro i potenti della terra travestiti da zombie grigi ed hanno sfilato verso Burchard Platz ciondolando come morti viventi per due ore, una marcia che si è conclusa con un lieto fine colorato, in cui i “non vivi” si sono pian piano svestiti degli abiti grigi ed hanno concluso la protesta in un tripudio di vitalità. Un’azione dimostrativa che è riuscita nel suo intento: quello di attirare l’attenzione con una performance non violenta che vuole restituire dignità agli individui.

Alla luce di questo possiamo affermare che, in qualche modo, ciò che ci è rimasto di Romero è effettivamente uno zombie, la visione dello zombie come mostro che terrorizza perché parte di noi, l’allegoria perfetta di una società allo sbando dove si tenta di sopravvivere, in lotta l’uno contro l’altro, trovando consolazione nei centri commerciali, trovando rifugio nella propria casa o nella propria auto isolandosi dal pericolo che percepiamo, sempre e comunque, solo come esterno a noi stessi.

articolo di Sara Picardi

KLIMT EXPERIENCE: L’evento espositivo interattivo alla Reggia di Caserta

Quasi 140 anni fa da oggi (138 per l’esattezza) nasceva Gustav Klimt, il pittore austriaco il cui stile inconfondibile resta, a distanza di un secolo, ancora innovativo ed amatissimo.

Nonostante le sue opere siano apprezzate in tutto il mondo, non sono in tanti a conoscere il contesto culturale in cui operò Klimt ed il ruolo di protagonista che ebbe nella Secessione Viennese del 1986.

La Secessione Viennese era composta da diciannove artisti il cui scopo era opporsi ai rigidi canoni accademici dell’epoca nel mondo dell’arte, proposito condiviso da altri gruppi e collettivi artistici del resto d’Europa che pure presero distanze dall’ Accademia di Belle Arti, ad esempio i Modernisti che a seguito della rivoluzione industriale, rifiutano lo stile architettonico dei primi del ‘900 e cercarono nuovi spunti creativi legati alla natura.

Il Palazzo della Secessione Viennese fu la base operativa per Klimt ed i suoi colleghi che nel 1898 fondarono un periodico, il Ver Sacrum, pubblicato fino al 1903. Il principio cardine su cui si bastava il movimento secessionista è un’idea dell’arte onnicomprensiva in cui il ruolo dell’artista si avvicina in certi casi anche a quello dell’artigiano per la realizzazione delle proprie opere. L’intento è quello di raggiungere la “Gesamtkunstwerk“, ovvero un’opera totale che fonda insieme scultura, pittura, decorazione ecc. La traccia più evidente che troviamo nelle produzioni di Klimt di quest’idea è il suo rapporto con l’oro di Bisanzio, utilizzato per conferire vitalità e plasticità ai suoi lavori. Il periodo aureo di Klimt è sicuramente quello più noto: influenzato dai mosaici bizantini di Ravenna quanto dal padre orafo, il pittore viennese ha effettivamente dato vita ad un connubio artistico unico in grado di regalare emozioni attraverso l’uso dei simboli, delle sensuali figure femminili e dei motivi decorativi nei quali gli spettatori dei suoi quadri rischiano di perdersi. E’ con l’intento di favorire questa sensazione che nasce “Klimt Experience“, l’evento espositivo che dal 7 giugno al 31 ottobre 2017 sarà ospitato alla Reggia di Caserta. La tecnologia ed il mondo dell’arte si incontrano, non per una convenzionale esposizione di quadri, ma per offrire al visitatore un’esperienza emotiva unica, consentendogli di immergersi, letteralmente, nelle opere più famose dell’artista.

La Reggia di Caserta, dichiarata nel 1997 patrimonio dell’UNESCO, fa da cornice a quest’evento che ha un sapore misto, tra passato e presente.

La prima sala, accoglie con stampe e dati biografici dell’artista e conduce verso un’esposizione di abiti dedicati alle opere del padre della secessione Viennese. I modelli, presentati su dei manichini, sfoggiano colori e forme ispirate allo stile di influenza bizantina che ha reso Klimt famoso. Nella stessa sala, è possibile immergersi, tramite la realtà virtuale, all’interno di quattro dei quadri più noti di Klimt, tra cui il famosissimo “Il bacio” e “Ritratto di Adele Bloch-Bauer I“. L’esperienza è possibile grazie ai visori Oculus Sansung Gear VR e ad una app realizzata dagli sviluppatori di Orwell.

Ma la parte più entusiasmante della mostra è la sala principale che avvolge lo spettatore in un’esperienza in grado di coinvolge tutti i sensi: 700 immagini selezionate, tra le opere di Klimt e ricostruzioni tridimensionali della Vienna di inizio ‘900, trasformano un’ampia sala della Reggia nel regno dell’artista, dove dominano le sue visioni simboliche e l’atmosfera quotidiana in cui era immerso il pittore, un rilassante sogno ad occhi aperti accompagnato da una selezione musicale d’impatto diffusa da un’impianto Dolby Surround di ultimissima generazione.

articolo e foto di Sara Picardi

FESTA DELLA MUSICA EUROPEA A NAPOLI: Insorgenza Musica al Maschio Angioino


L’evento, che coinvolge varie città di Italia e d’Europa nel periodo del solstizio d’estate, a Napoli ha abbracciato un’intera settimana e si è svolto da sabato 17 a sabato 24 giugno nelle location più suggestive e fresche della città: dalla certosa di San Martino, passando per Piazza Del Gesù, Villa Volpicelli ed il Maschio Angioino.
Nel caso specifico di quest’ultimo scenario, il concerto “E sono mò” si è tenuto il 22 giugno ed ha visto susseguirsi sul palco ben 13 band, coordinate dal Collettivo antirazzista ed antifascista “Insorgenza Musica”, fondato dal musicista Claudio Cimmino nel 2012 e in collaborazione con l’associazione culturale Echos Lab di cui è presidente Corrado Elia.
Il progetto “Insorgenza Musica”, nato con l’intento di organizzare concerti ed occasioni di incontro tra musicisti indipendenti, prevede la programmazione autonoma di iniziative musicali cooperando sia con le istituzioni locali che con le realtà autonome antagoniste sul territorio campano. Particolare attenzione è riservata non solo alla musica, ma anche alle collaborazioni di impegno sociale per una riqualificazione della città che passi attraverso l’arte.
Ho creato questo collettivo perché credo che ci possa essere solidarietà artistica ed umana tra musicisti, volontà di condivisione del fare musica, comunicare, attraverso la musica, un pensiero critico” dice Claudio Cimmino e prosegue: “Credo nella responsabilità artistica alla collaborazione attiva nel sociale ed alla necessità di una più attenta ed attiva consapevolezza individuale della nostra realtà storica e dei processi sociali che stiamo vivendo”. In tal senso è significativo il presidio musicale organizzato lo scorso 18 febbraio a sostengno degli operai della FIAT a Pomigliano.
La musica veicola emozioni, idee, riflessioni, se è vera e libera, lo sono le coscienze dei musicisti. Nel corso di questi anni ho incontrato tanti uomini e donne coscienti di dover fare la propria parte per la difesa dei diritti e la libertà di tutti i più deboli. Questo è il nostro modo di fare musica, al di là del genere musicale, dell’età e delle diversità. Il Collettivo Insorgenza Musica è una grande comunità aperta”.
Il concerto, tenutosi nel cortile del Maschio Angioino, ha in questo senso colpito nel segno portando sullo stesso palco band di generi musicali assolutamente differenti tra cui Work in Progress, Chiodo Fisso, Capatosta, Dan Zul & The Odds ed i New Rose, il gruppo punk rock in azione nel video.

articolo di Sara Picardi

 

NAPOLI PRIDE: Le origini della parata arcobaleno che difende e tutela i diritti di tutti


Partendo da piazza Municipio, il “Mediterranean Pride of Naples” si è svolto anche quest’anno all’insegna del divertimento, dell’allegria e dell’impegno.

“Pride” è la parola che meglio si addice alla condizione a cui ambisce, in senso globale, la comunità LGBT: la possibilità di poter esprimere se stessi con orgoglio, senza temere alcun tipo di discriminazione.

L’ origine della parata per i diritti degli omosessuali ha radici nei favolosi anni sessanta, con i moti dello Stonewall Inn. Anni favolosi soprattutto per gli eterosessuali, dato che l’omosessualità era ancora considerata un reato in molti paesi occidentali.

Lo Stonewall Inn era un locale del Greenwich Village considerato come roccaforte della comunità omosessuale newyorchese, preso di mira dalle autorità locali; il posto era spesso teatro di scontri con la polizia.

Questi raggiunsero il loro culmine il 29 giugno del 1969, occasione durante la quale le proteste si trasformarono in una vera e propria sommossa.
L’evento ebbe una tale risonanza, sia dal punto di vista sociale che mediatico, che il successivo 29 giugno, Craig Rodwell, noto per aver fondato una libreria memoriale dedicata ad Oscar Wilde, la prima della storia dedicata ad un autore omosessuale, organizzò insieme ad altri attivisti una marcia per i diritti transgender ed omosex, dallo Stonewall Inn fino al Central Park, nel cuore della città.

Da allora, come tradizione, nel mese di giugno si sono susseguite ogni anno manifestazioni per protestare contro le discriminazioni relative all’identità di genere, con una risonanza sempre più forte, man mano che la comunità LGBT ha conquistato visibilità. L’evento si è quindi esteso, gradualmente, dall’America all’occidente tutto, coinvolgendo non più solo gli attivisti, ma un numero sempre più elevato di persone che hanno visto nel Gay Pride un’occasione per ribadire che la libertà di ogni singola categoria rappresenta la libertà di tutti.

Ad ingenui e superficiali che ritengono la società abbia già sdoganato, dopo tanti anni di proteste, i tabù relativi all’orientamento sessuale, basta fare presente che in Italia su 40mila transessuali 10mila vivono prostituendosi, condizione di vita spesso imposta dall’impossibilità di inserirsi in contesti lavorativi di altro tipo.

L’evento Gay Pride, che dai nostri media è riportato troppo spesso mettendo l’accento sugli aspetti più teatrali, frivoli ed autoreferenziali della parata, porta alla luce una volta all’anno le tante contraddizioni di un paese che ha la pretesa di apparire accogliente ed egualitario ma che tollera il fatto che la possibilità di formare o meno un nucleo familiare venga concesso o meno, in base alle proprie preferenze sessuali.

Questo criterio agghiacciante non è dissimile da quello delle discriminazioni razziali ed è supportato ferocemente da presunti esperti che si fanno scudo esprimendo quelle che, secondo loro, sarebbero le esigenze dei bambini. Nei fatti dunque, l’omosessualità è nella migliore delle ipotesi tollerata, ma agli omosessuali non vengono garantiti gli stessi diritti dei loro concittadini eterosessuali, per tutelare i bambini.
Un ragionamento privo di logica che porta con sé un interrogativo: quale bambino, potendo scegliere, vorrebbe davvero crescere in un mondo diviso tra persone di serie A ed altre di serie B?

articolo di Sara Picardi

NaDir: Il festival musicale indipendente ed autofinanziato


L’evento che si terrà al centro Polifunzionale di Soccavo dal 29 giugno al primo luglio 2017, è solo la punta dell’iceberg di una serie di serate di musica dal vivo organizzate da NaDir, acronimo di Napoli Direzione Opposta.

Il collettivo ha il proposito, tramite il festival ed i concerti che l’hanno anticipato, di immettere nuova linfa nella scena musicale napoletana, offrendo a band, più o meno affermate, la possibilità di esprimersi sul palco con il supporto di validi tecnici del suono, management ed appassionati del settore musicale.

Le sedi che ospitano questi eventi sono “Lo Scugnizzo Liberato”, il suggestivo ed enorme ex carcere minorile “Filangieri”, situato a Salita Pontecorvo, per quanto riguarda gli eventi annuali ed il Polifunzionale di Soccavo per il festival, che quest’anno è alle sua terza edizione ed è organizzato da NaDir in collaborazione con Scacco Matto e CAP 80126.

Il primo giorno, dedicato alla musica emo punk e noise vedrà susseguirsi sul palco i Gomma, i Gazebo Penguins ed i One Dimensional Man di Pierpaolo Capovilla e Franz Valente del Teatro degli Orrori.

Il 30 luglio apriranno la serata gli /Handlogic e Birthh, provenienti dalla Toscana. I primi mettono insieme un rock orecchiabile con l’elettronica, la seconda ha un’approccio vicino al cantautorato con vaghe influenze elettroniche. Infine Mecna, rapper all’italiana, proporrà al pubblico il suo ultimo album “Lungomare Paranoia”.

L’ultimo giorno della rassegna darà spazio a due rock band particolarmente note ed apprezzate del napoletano: La Bestia Carenne ed i Sula Ventrebianco.

Chiuderanno la serata i Marlene Kunts, band di culto del panorama musicale italiano dall’inizio degli anni ’90.

Oltre alla musica, il festival prevede dibattiti organizzati dal collettivo Scacco Matto che ha trasformato l’ex carcere Filangieri, dopo trent’anni di abbandono, in una location di accoglienza ed incontro.

Il festival NaDir offre, oltre ad un occasione di svago e condivisione, l’opportunità di riflettere sugli sprechi a Napoli, una città che pullula di artisti che sentono l’esigenza di esprimersi che non trovano gli spazi per farlo, mentre strutture enormi e potenzialmente grandiose vengono abbandonate, fatiscenti, in stato di incuria.

articolo di Sara Picardi

FRANCO BATTIATO: Il concerto gratuito in Piazza del Plebiscito inaugura il Napoli Teatro Festival


Quando un paio di mesi fa ho scoperto che il concerto di Franco Battiato a piazza Plebiscito avrebbe aperto il Napoli Teatro Festival, ho iniziato una specie di conto alla rovescia inconscio. Nonostante questo sono riuscita, inspiegabilmente, ad arrivare all’evento in ritardo rispetto alle 21,30, l’orario in cui sarebbe dovuta iniziare la musica. Mi sono tuffata frettolosamente tra le persone che affollavano la piazza in un momento veramente singolare: sul palco c’era il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca. Non ho idea di cosa avesse detto fino a quel momento ma il pubblico era immerso in un tripudio di fischi, pernacchie ed altre espressioni di disappunto che hanno coperto completamente il discorso. Indipendentemente da qualsiasi considerazione di tipo politico, mi è sembrato un momento poetico, uno sfoggio di democrazia: una folla di persone di età diverse, riunite per un evento musicale, senza l’incombenza di bandiere di nessun colore, ha scelto di esprimere pacificamente il proprio punto di vista, evitando le mezze misure. Con queste premesse, prevedo che non mancherà un aspetto a cui faccio sempre attenzione e che trovo particolarmente significativo ai concerti, lo scambio empatico tra artista ed il pubblico. Dopo il criticato intervento di De Luca, inizia finalmente lo spettacolo rivelando una piacevole sorpresa: oltre alla musica, lo show prevede la lettura di testi di Auden, Giambattista Vico, e Giordano Bruno mentre il lato visivo, affidato a Antonio Biasiucci, comprende videoinstallazioni in bianco e nero ipnotiche che fanno concorrenza alla giacca rosso fuoco che indossa Franco Battiato. Dà il via al concerto un brano famigerato ed intramontabile: “L’Era Del Cinghiale Bianco” seguito da “Up Patriots To Arms”, durante la quale è impossibile non chiedersi cosa pensi di ciò che circola nel 2017 il maestro, se già nel 1980 trovava la musica contemporanea deprimente. La scaletta è un susseguirsi di classici che va avanti con “No Time No Space” e la magnetica “Shock In My Town”. Il cantautore tiene il palco con un’eleganza fragile e romantica, accomodato su una sedia da salotto mentre l’ Electric Band e gli archi della Symphony Orchestra lo accompagnano.

A metà concerto, “Povera Patria” entusiasma il pubblico che indulge in applausi ed esultanze nella parte che recita “Tra i governanti / quanti perfetti e inutili buffoni”, come a voler nuovamente sottolineare una certa consapevolezza politica. Nella successiva e meno famosa, “L’animale” l’atmosfera torna tranquilla e silenziosa. Quello di questa notte di giugno al Plebiscito, è un pubblico partecipe ma civile e rispettoso che non vuole perdersi la possibilità di godere dei testi delle canzoni.

Tuttavia a chiusura di ogni brano le ovazioni si sprecano, nonostante Battiato entri fuori tempo nelle strofe in un paio di occasioni ed a volte sembri davvero affaticato. “Sono distrutto”, dichiara durante il concerto ma questo non gli impedisce di rientrare in scena per il bis, restituendo al pubblico il rispetto ricevuto, e portando avanti un’esibizione seducente che dura quasi due ore.

Il clima mite, le luci azzurre sul palco e quelle gialle che illuminano il porticato del Plebiscito insieme alla musica creano un’atmosfera perfetta, come in un’oasi speciale e fuori dal tempo che durante “La Cura”, nella parte finale della scaletta, raggiunge l’apice. È proprio in quel momento che mi accorgo della distesa di cellulari impegnati a filmare, illuminati in una miriade di rettangolini, che a distanza assomiglia ad una costellazione futuristica. Sono tentata dallo scattare una fotografia dall’alto della scena, che in qualche modo perverso ha un suo fascino ma decido di rinunciare e lasciare che questa significativa immagine di fine primavera resti fissata solo nella mia memoria mentre mi chiedo se ha senso assecondare l’ossessiva paura che abbiamo di perdere i ricordi, rinunciando in cambio a qualcosa di prezioso come la luce delle stelle.

(articolo di Sara Picardi)

PINO DANIELE: TERRA MIA, intervista a Daniele Sanzone


Sono passati quarant’anni esatti dalla pubblicazione di “Terra Mia”, primo album di Pino Daniele. Claudio Poggi, produttore e amico del cantautore, in collaborazione con Daniele Sanzone, voce degli ‘A67, ha raccontato della scena musicale fertile e creativa della Napoli degli anni settanta e della genesi di Pino Daniele come musicista, in un libro edito dalla “Minimum Fax” intitolato proprio “PINO DANIELE: Terra Mia”.

Ho fatto quattro chiacchiere con Daniele Sanzone riguardo questo suo ultimo lavoro:

Ho iniziato la lettura del libro con un po’ di diffidenza, temendo potesse trattarsi di un’operazione commerciale ma mi sono ricreduta, si tratta certamente di un tributo ma non sembra un libro che vuole compiacere i fan…

Il Pino che troviamo tra queste pagine non è un eroe senza difetti, il merito di un racconto così onesto è di Claudio Poggi che ha avuto il coraggio di raccontare la realtà senza banalità o idealizzazioni. Per me è stato un onore collaborare alla stesura di un libro che come fan avrei sempre voluto leggere.

Tra i collaboratori e amici di Pino è menzionato Rino Zurzolo, che purtroppo è scomparso di recente, ci parli di lui?

Ho avuto il piacere di conoscerlo e di collaborare con lui nell’album “Naples Power” del 2012. E’ considerato il più grande contrabbassista italiano e non a caso è il musicista che ha collaborato più a lungo con Pino Daniele. Mi ha colpito la sua umiltà oltre al suo talento puro.

C’è una frase di Pino nel libro che mi ha colpito: -“Noi siamo come i negri, il razzismo c’è, lo vivo, l’ho vissuto e sono convinto che c’è”-, è questa sensazione di emarginazione sociale che fa di lui un “Nero a metà” oltre alla passione per il blues?

Nel suo amore per il blues del Mississippi si può leggere un parallelismo con la nostra città, noi napoletani in Italia siamo stati oggetto di razzismo come i neri in America. Ma il bello di Pino è che pur rivendicando queste istanze non ha mai fatto vittimismo. Pino è sempre stato politico senza essere ideologico come altri suoi contemporanei, a lui interessava la musica, mentre per gli altri cantautori dell’epoca la musica non era altro che un contorno per le parole. Il suo era un’approccio sincero, mai costruito ed assolutamente libero.

Il libro racconta del modo in cui “Pinotto”, come lo chiamavano gli amici, è diventato il musicista apprezzato che ora tutti conosciamo, come mai i napoletani amano così tanto la musica in dialetto? Pensi che questo contribuisca a creare in qualche modo una distanza col resto dello stivale?

Il napoletano ha il difetto di non essere comprensibile a tutti, ma il pregio di suonare come poche lingue al mondo, questo permette di arrivare a tutti attraverso la musicalità, mentre il significante deve superare delle barriere. Pino Daniele è riuscito ad imporsi a livello nazionale con “Nero a metà” che è in napoletano, quindi non penso che il dialetto sia un vero ostacolo. Con la mia band, gli ‘A67 sono arrivato in finale al premio Tenco con delle canzoni in dialetto ma adesso ho voluto scrivere un album quasi interamente in italiano per raccogliere una sfida. Per certi aspetti la nostra tradizione ci ha ingabbiato, bisogna avere il coraggio di fare proprio quello che faceva Pino Daniele, essere innovativi sporcando la tradizione con capacità e con idee fresche. A volte il talento c’è ma non è coltivato perché spesso mancano figure professionali adatte.

In questo senso pensi siano cambiate le cose rispetto al contesto in cui è emerso Pino? Quanto è cambiata l’industria discografica rispetto ad allora?

Il primo disco di Pino andò malissimo, neanche il secondo disco ebbe un grande riscontro mentre il terzo disco fu finalmente un successo.

All’epoca gli artisti venivano seguiti dall’inizio alla fine, gli si concedeva la possibilità di crescere, perché si credeva in loro, lo stesso Claudio Poggi, co-autore del libro, che ha collaborato con Pino e vissuto quegli anni in prima persona, lo ha seguito come se fosse stato stato un figlio.

Adesso è tutto troppo veloce, manca attenzione e non si può più aspettare l’ispirazione dell’artista.

Tu come vivi il tuo essere musicista con questo stato di cose e con questi ritmi frenetici?

L’ultimo disco di inediti degli ‘A67 è del 2008, successivamente abbiamo pubblicato un album di cover, adesso torneremo dopo quasi 10 anni. Il presente impone di essere presenti di continuo sui social network e noi in questo senso ci sentiamo un po’ fuori dagli schemi.

Quanto ha influito sulla tua formazione musicale Pino Daniele?

Probabilmente le prime note che ho ascoltato sono state le sue, da bambino rubavo ai miei fratelli maggiori i dischi di Pino per ascoltarli.

Ed è stato una costante nella mia vita, tra i maggiori insegnamenti che ho tratto da quella musica c’è in primis il denunciare la realtà senza cadere nel vittimismo e poi la possibilità di essere internazionali partendo dalle proprie radici.

A proposito di radici, la scena musicale napoletana è in fermento ma sono pochi gli artisti che osano, di chi è la colpa?

La musica è un istantanea. Si è ciò che si canta ed il tutto va di pari passo con la propria crescita. Dunque un gruppo compone in base a quello che è, ma è anche uno specchio del pubblico, si scrive per se stessi ma anche per gli altri.

Esiste secondo te un erede di Pino Daniele?

Gli ‘A67 sono suoi figli, gli Almamegretta, i 99 Posse, i Foja, la Maschera, tutto il nuovo cantautorato, ma non parlei di eredi. A Napoli tutti i musicisti devono qualcosa a Pino Daniele, ha insegnato tanto, anche inconsapevolmente.

THE CLASH: 40 anni fa “Londra Bruciava” e la band pubblicava l’indimenticabile disco d’esordio

Il primo disco dei Clash, pubblicato esattamente 40 anni ed un mese fa da oggi, è un perfetto collage dei vari tasselli che hanno caratterizzato il movimento punk inglese di fine anni 70, una miscela esplosiva di rabbia ben canalizzata ed acerba consapevolezza politica, contraddistinta musicalmente da echi di musica caraibica ed un sound grezzo, giovane ed urgente che prende in prestito le melodie del vecchio rock and roll per maltrattarle e riportarle alla luce in una chiave nuova e sintetica.

La stessa lavorazione dell’album avvenne in modo frettoloso ed essenziale, le registrazioni durarono circa tre settimane in sedute da tre o quattro giorni, le canzoni sono state suonate e registrate in maniera spontanea, senza trucchi o particolari modifiche in post produzione eccetto gli arrangiamenti di cui si occupò lo stesso chitarrista del gruppo.

Nel dare vita alle composizioni musicali, i ragazzi si erano aiutati come una squadra, il chitarrista Mick Jones ricorda di avere supportato Paul Simonon nell’elaborazione dei giri di basso ed addirittura con l’accordatura dello stesso.

Entrambi provenienti da Brixton, il quartiere londinese con la più alta concentrazione di immigrati giamaicani, Paul e Mick sono stati il nucleo iniziale della band, a cui in seguito si è aggiunto John Mellor, in arte Joe Strummer, precedentemente cantante in una band di pub rock con influenze rockabilly, chiamato 101ers, dal civico dello squat in cui risiedeva “lo strimpellatore”.

Determinante per la pubblicazione del disco l’incontro con il manager Bernie Rhodes “Bernie era il mentore. Ha costruito i Clash ed ha concentrato le nostre energie, noi lo abbiamo ripagato diventando molto bravi. Era Bernie che ci ha detto di scrivere su ciò che sapevamo, cioè la carenza di alloggi, la mancanza di istruzione, il futuro come un vicolo cieco di lavoro fino alla morte.” dichiarò Joe Strummer.

Quanto al batterista, la ricerca fu piuttosto complessa e pare ne vennero provati almeno 200, ancora Strummer: “Ogni batterista che è entrato in un gruppo nei dieci anni successivi aveva provato con noi“. Dopo gli innumerevoli tentativi venne scelto Topper Headon che però si tirò indietro, per poter registrare la band ripiegò su Terry Chimes, che aveva già suonato in precedenza con i Clash ma li aveva abbandonati per incompatibilità caratteriali.

Strummer e soci si chiusero in sala per registrare pezzi già pronti, elaborati in precedenza e sperimentati dal vivo durante l’Anarchy Tour, una serie di concerti che avrebbero portato “paura e delirio” nel Regno Unito, durante cui i Clash condivisero il palco con gli altri alfieri della musica ribelle inglese di quegli anni, i Sex Pistols ed i Damned. Alcune canzoni come “What’s my name”, “Protex Blue” e la prima parte di “Deny” risalgono addirittura al periodo in cui Strummer non era ancora entrato a far parte della band. La genesi delle canzoni fu spesso originata da situazioni di vita, particolari o banali, che i quattro musicisti si trovavano a vivere in prima persona, è il caso di “London’s Burning” che venne in mente al cantante semplicemente passeggiando per la città deserta, mentre Garageband fu scritta come risposta velenosa ad una terribile recensione in cui i Clash erano stati definiti come “Una di quelle garage band che dovrebbe ritirarsi nel garage e chiudere le porte con il motore acceso“.

Ma eccetto sporadici detrattori, il disco era atteso con un certo entusiasmo dalla stampa, dato che il gruppo, rispetto ai rissosi cuginetti Sex Pistols, non si dimostrava particolarmente ostile nei confronti dei giornalisti.

Pubblicato dalla CBS, “The Clash” rappresentò la prima presentazione discografica importante dedicata alla musica punk, che si era così conquistata una discreta credibilità presso il grande pubblico, l’album infatti conquistò gli inglesi finendo al dodicesimo posto in classifica la stessa settimana in cui uscì.

Al contrario, gli esponenti della scena punk underground interpretarono come un tradimento il fatto che Strummer e gli altri avessero scelto di firmare un contratto con una major. Mark P, della fanzine Sniffin’Glue, fu lapidario a riguardo, scrivendo: “Il punk è morto il giorno in cui i Clash hanno firmato per la Columbia” fomentando l’indignazione di molti e scaturendo reazioni di protesta che continuarono a riecheggiare per molti anni intorno alla band.

Nell’arco dei 40 anni che ci separano dalla pubblicazione di “The Clash”, il disco è stato più volte riconosciuto come una pietra miliare della storia della musica, il punto di partenza di un gruppo, riconosciuto dalla Rock and Roll of Fame, che avrebbe dimostrato da lì in poi di valere ancora di più di quanto ci si potesse aspettare e che evidentemente ha fatto bene a non seguire il consiglio di restare chiusa nel proprio garage.

Nel presente “The Clash” è un portale temporale verso l’epoca in cui si credeva che la musica avrebbe cambiato la società. Analizzando i testi, ci si scuote dal torpore dando il giusto valore agli insegnamenti preziosi di quegli anni: l’arte è un veicolo per trasmettere ideali e pensieri e piantare semini di consapevolezza in delle canzoni, che possono arrivare con facilità a qualsiasi classe sociale, è il primo passo per trasformare finalmente il mondo in un luogo migliore.

COMICON 2017: Divertimento, portafogli svuotati e condivisione

Secondo alcuni, fumetti, videogames e serie televisive dovrebbero essere nobilitati ed iniziare ad essere considerati come forme d’arte, piuttosto che d’intrattenimento, visto il notevole impatto culturale che hanno sulla società ed il lavoro che c’è dietro la loro realizzazione.

È con questo pensiero che mi rimbalza in testa che mi reco al Comicon, la fiera internazionale del fumetto e del gioco che si svolge a Napoli dalla fine degli anni ’90.

Fortunatamente, nel corso del tempo, è stato ormai sdoganato il luogo comune secondo cui le storie a fumetti, i supereroi ed i film di animazione, sono dedicati solo ai più piccoli, merito in primis dei cinecomics e delle tante graphic novel d’autore dedicate ad un pubblico tutt’altro che infantile.

Che sia un albo di “Dylan Dog” del fratello maggiore, un hentai del cugino smaliziato, il classico “Topolino” da bambini, tutti noi, o quasi, abbiamo ricordi speciali legati al mondo dei fumetti e dei cartoni animati.

Ricordo in maniera distinta le emozioni che provavo quando iniziavo ad appassionarmi ai manga, nella pre-adolescenza. All’epoca, ovvero appena superata la metà degli anni novanta, non era ancora scoppiata la “giappomania” e procurarmi i miei albi preferiti di “Ramna 1/2” e “Lamù” non era semplicissimo, così costringevo mia madre o le mie amichette ad accompagnarmi in estenuanti ricerche. Quando queste si rivelavano fruttuose, e riuscivo a trovare non solo i fumetti, ma addirittura dei gadget dedicati ai miei personaggi preferiti, per me era l’apoteosi. Tutt’ora adoro quei pezzi di plastica inutili, costosi e bellissimi, che rappresentano i personaggi di fantasia: si chiamano action figures, a volte arrivano a prezzi imbarazzanti eppure molti collezionisti o semplici appassionati come me, non riescono ad evitare di acquistarli. Quale occasione migliore del Comicon per tuffarsi, come Zio Paperone nel deposito, in un mare di fuffa, boardgames, albi a fumetto rari e non, collezioni complete e figures di personaggi di ogni tipo?

Nessuna ovviamente, ma è proprio quest’aspetto della fiera che, dopo tanti anni di nerdismo militante, inizia a darmi fastidio: stand su stand con merce facilmente reperibile in rete e nelle tante fumetterie della città, spesso e volentieri sovra prezzata. La sensazione, se ci si guarda intorno con occhio critico, è quella di essere in un posto costruito a pennello per strizzare via i soldi dal portafogli degli appassionati, fino all’ultimo centesimo.

Ma allora perché sono in tanti ad affannarsi ad acquistare gli abbonamenti alla fiera che, anche stavolta, sono andati sold out mesi prima dell’inaugurazione di questa nuova edizione del Comicon? La risposta sta oltre gli stand, nei ragazzi che li gestiscono e si emozionano mentre ti mostrano il modellino in resina decorato faticosamente con le proprie mani, la risposta è nei tavoli affollati dagli appassionati di giochi da tavolo, la risposta è cucita a mano nel costume dei cosplay, giovani armati di fantasia, stoffa, forbici e, qualche volta, il portafogli della mamma, che hanno il coraggio di trasformarsi in ciò che desiderano essere. Al dì là dell’aspetto ludico, io leggo qualcosa di molto significativo nella figura del cosplayer che riguarda la mia generazione e quella dei ragazzi più giovani di me: la necessità di rifugiarsi in un mondo di fantasia per sfuggire ad una realtà che offre sempre meno opportunità, il coraggio di apparire buffi e il portare in alto il vessillo dell’immaginazione. Anche in questo caso c’è lo spettro del denaro e del consumismo che aleggia, spesso costumi e parrucche sono venduti a cifre improponibili, ma nella maggior parte dei casi, i cosplay costruiscono da soli i propri vestiti e gli accessori, trascorrendo giornate intere nella realizzazione di qualcosa che li porterà non ad avvicinarsi ai propri eroi, ma a trasformarsi in essi.

Se esiste un vanto nella cultura popolare, è quello di avere insegnato che l’unico limite al raggiungimento dei propri obiettivi è la propria volontà. È partendo da questo presupposto che al Comicon assistiamo alla messa in atto di un carnevale catartico che ha la stessa funzione di quelli medioevali, in cui i giullari e saltimbanchi potevano finalmente farsi beffa del signore di turno: ragazze formose si trasformano nella longilinea Sailor Moon, ragazzi disabili in X-Men, i ruoli di genere si invertono perché finalmente privi di significato, ed incontriamo Sherlock Holmes e Watson in versione femminile ed Harley Quinn in versione maschile in un arcobaleno di colori in cui ci si sente liberi dagli schemi sociali e parte di qualcosa, assieme ad altri : la fantasia non resta confinata nella propria cameretta e si esprime in forma creativa. Alla luce di tutto questo, non so se i cartoni animati ed i fumetti vanno considerati come arte o solo un modo per divertirsi, ma sono felice che esistano e credo che i tempi siano maturi per destrutturare, finalmente, l’ordine gerarchico che impone una separazione tra la “cultura alta” e la “cultura bassa”.

FOLK PUNK: Johnny Dalbasso, il cantautore “Micidiale”


Con il suo sound essenziale, asciutto e allo stesso tempo trascinante, Johnny Dalbasso, nell’arco di quattro anni, ha conquistato tutt’Italia, proponendosi sul palco come cantautore tuttofare fresco e vivace, fortemente influenzato dalle sonorità del punk e del rock anni cinquanta.

Il 30 aprile, Johnny aprirà il concerto dei Sick Tamburo a Frattamaggiore ed io ho approfittato per fargli un po’ di domande sulla sua carriera.

Come mai la scelta di lavorare come one man band? Qual’è lo strumento con cui hai iniziato?

Il primo strumento che ho avuto è stata una chitarra classica. Sin da piccolo sentivo di avere un’attitudine legata alla musica folk. Figure come Bob Dylan, Edoardo Bennato, cantautori girovaghi ed autonomi, che suonavano la chitarra e l’armonica, mi hanno influenzato molto.

A questo si è unita la mia passione per la musica punk, ma non mi piace l’idea di una band troppo affollata, perché preferisco le sonorità semplici.

Ti senti influenzato dalla scena musicale attuale?

Apprezzo in particolare Edda. Nella musica italiana sento troppo presente l’influenza di gruppi come i Marlene Kuntz ed i Verdena, un’attitudine che a me non appartiene. Alla fine degli anni novanta mentre i miei amici ascoltavano band di quel tipo io preferivo il blues e il punk degli anni settanta. La scena musicale di Seattle degli anni novanta mi fa impazzire, ma quello che c’è stato nello stesso decennio in Italia non mi ha influenzato per niente.

Esiste nel presente una scena musicale italiana che senti vicina a te o ti percepisci più come una voce fuori dal coro?

Mi sento un outsider. Non posso definirmi indie, ma piaccio a chi ascolta quel genere. Penso di interessare ad un pubblico che però non sa dove collocarmi e questo mi piace molto.

Mi ha colpito molto la tua canzone “Rivoluzione”, mi racconti come è nato questo pezzo?

E’ una canzone molto veloce ed è nata nel periodo in cui si parlava molto del Movimento 5 Stelle e quindi c’era nell’aria un’idea generale di cambiamento. Io non sono molto legato alla politica, sono di sinistra ma al momento non mi sento rappresentato in senso politico. All’epoca molte persone avevano riposto speranze nel M5S mentre io non avevo speranza in niente.

Da poco è uscito il tuo ultimo singolo “Micidiale”, stampato su 45 giri, in 150 copie numerate. Ho visto su YouTube il video in cui butti giù una quantità spropositata di shottini, sei riuscito ad arrivare sobrio alla fine delle riprese?

Erano 48 cicchetti, offerti dal Labyrinth Pub di Pomigliano D’Arco, un locale che adoro. In metà dei bicchieri c’era Jack Daniels mentre nell’altra metà c’era tè. Abbiamo girato quattro takes per il video e quello che è stato scelto è proprio quello in cui ho bevuto più Jack Daniels. Se ci si fa caso, la differenza dell’espressione sulla mia faccia si vede tra quando buttavo giù il tè e quando nel bicchiere c’era davvero whiskey.

Chi ha avuto l’idea per il video?

Ho scritto io stesso lo storyboard ed è stata mia l’idea del rullo su cui passano i cicchetti. A volte quasi mi vergogno a dire che sono io a suonare, registrare, produrre le cose che faccio, per paura di sembrare uno sbruffone. Ma ho anche una bella equipe di collaboratori, una manager e la “Revolver Concerti” che si occupa del tour management.

Parlami dei tuoi progetti futuri…

Il “Micidiale Tour”, in cui sono impegnato attualmente, proseguirà fino all’inizio di luglio, poi farò una pausa, dato che giro incessantemente da quattro anni e mezzo, ma ho già del materiale per quello che sarà il prossimo disco.

Per guardare il video di “Micidiale” clicca qui