HUGO RACE: il rock crepuscolare dell’ex chittarrista dei Bad Seeds dal vivo a Napoli

Nato a Melbourne nel 1963, Hugo Race è noto principalmente per le sue collaborazioni con Nick Cave, che ha accompagnato dal 1983 al 1985, come chitarrista dei Bad Seeds. Debuttarono in Australia durante uno spettacolo di Capodanno al Seaview di St.Kilda e sarebbero diventati di lì a poco una delle band underground più seminali degli anni ottanta.

Race abbandonerà la band dopo il primo, spettacolare, album “From Her To Eternity”, per proseguire la sua carriera musicale con gli australiani The Wreckery che entrano in scena nel 1985 con un EP intitolato “I think this town is nervous”, decisamente vicino alle ambientazioni musicali oscure dei Bad Seeds.

Le sonorità sono post punk ma caratterizzate sia da composizioni complesse che ricordano l’approccio del jazz, che da venature blues.

Un’identità profondamente versatile è probabilmente l’unico marchio di fabbrica di Hugo Race che nella sua lunga carriera ha adottato influenze musicali di tutti i tipi miscelandole in un cocktail sonoro onirico ed assolutamente convincente.

The Wreckery proseguono la propria carriera producendo colonne sonore ideali per le ore notturne come il singolo “I can’t say“, un brano impreziosito da un assolo in cui s’intrecciano sassofono e pianoforte, o la più convenzionale “Everlasting Sleep, dal disco “Here At Pains Insistence“.

Il gruppo si scioglie nel 1988, anno in cui viene pubblicata una compilation della band.

A seguito di quest’esperienza, Race si trasferisce in Europa e fonda, a Berlino, i True Spirits, band che attraverserà gli anni novanta e rimarrà in piedi fino al 2015, mentre Race si dedica, al contempo, a progetti paralleli sia in altre band che come solista.

Il riferimento ad un racconto di Edgar Allan Poe sbandierato nel titolo del primo disco dei True Spirit, “Rue Morgue Blues“, rivela che gli interessi del musicista australiano non si limitano solo alla musica. La title track dell’album, anche stavolta accompagnata da fiati che arricchiscono la composizione, è un blues che si trascina accattivante ed è scandito da una batteria statica e praticamente inesistente che si limita ad un suono secco ripetuto per più di quattro minuti, mentre la chitarra intesse una melodia ipnotica.

Il filo conduttore dei True Spirits è il buio, inteso non come collocazione spaventosa o angusta, bensì come dominio in cui esprimersi al cento per cento. A differenza della maggior parte della musica post punk e new wave degli anni ottanta, che alla lunga può diventare ripetitiva, la musica dei True Spirit risulta varia e stimolante.

Più ci avviciniamo al presente, più i punti di contatto tra Hugo Race e l’Italia aumentano. La collaborazione con la catanese Maria Collica inizia con un duetto in “When midnight comes” dei True Spirits e si evolve nei Sepiatone, band in cui Race si dedica principalmente alla parte strumentale per lasciare spazio alla voce della cantante. Ed ancora, con una band tutta italiana, gli emiliani I Sacri Cuori, il chitarrista e cantante fonderà gli Hugo Race and Fatalists.

Il 2017 vede Race in tour in Europa con Michelangelo Russo da ottobre a dicembre, ma il compositore è riuscito a ritagliarsi una data come solista al Cellar Theory a Napoli. In quest’occasione ha proposto un live set unico in cui ha sperimentato brani inediti, intrattenendo il pubblico per più di un’ora.

La serata è stata organizzata da Rockalvi che propone eventi in Campania per promuovere l’ONLUS per bambini affetti da malattie rare Camilla la stella che brilla, a cui è inoltre possibile devolvere il cinque per mille.

Dopo l’apertura di Johnny Dalbasso, one man band carismatico di origine avellinese, (potete leggere l’intervista che gli abbiamo fatto qualche tempo fa cliccando qui), Hugo Race si presenta sul palco senza l’accompagnamento di una band.
Voce e chitarra, una stomp box visibilmente artigianale che assomiglia ad un cassetto, ed un’astronave di pedali, ma anche basi pre-registrate che non suonano false grazie alla chitarra evocativa ed onirica di Race che si distende sul tappeto pre-registrato come una pianta rampicante.

Le canzoni richiamano immagini palpabili che sembrano concretizzarsi nel club vomerese: le note ridisegnano le tracce sull’asfalto di un autostrada percorsa di notte, il bancone di un bar notturno fumoso, il letto di una stanza d’albergo solitaria affittata a buon mercato.

Queste ed altre visioni scorrono nelle menti del pubblico mentre il musicista australiano canta sussurrando e fa l’amore con la sua chitarra in un insolito connubio electro-blues.

articolo di Sara Picardi, fotografia di Mina Maya Solimeo

ANTONIO LIGABUE: Al Maschio Angioino le opere del pittore che ha vissuto da indesiderato ed è morto assaporando il successo

L’impatto che suscitano le opere di Antonio Ligabue ha qualcosa in comune con le emozioni che si provano leggendo la sua sventurata biografia.

Una sensazione di tenerezza e compassione empatica che non si limita all’osservazione ma che travolge in pieno.

La vita di Ligabue è così priva di punti fermi che addirittura qualcosa di banale come il suo cognome riesce ad essere incostante. Nasce a Zurigo nel 1899, da padre ignoto, acquisisce il cognome della madre prima di quello del suo nuovo compagno, Bonfiglio Leccabue, ma dal 1900 viene cresciuto dai coniugi Göble, a cui la famiglia d’origine è costretto ad affidarlo a causa della propria condizione economica di indigenza. Da adulto preferirà farsi chiamare Ligabue, come a mantenere un segno delle proprie radici, senza accettarle completamente.

Al 1917 risale il primo ricovero in un ospedale psichiatrico, a causa di una violenta crisi nervosa, e due anni dopo, a seguito dell’ennesima denuncia da parte della madre adottiva, Ligabue è costretto ad abbandonare la Svizzera.

Al 1920 risalgono le prime opere, contemporaneamente all’inizio di un lavoro faticoso,come bracciante presso i margini del fiume Po’, che gli consente di tirare avanti. Invogliato dall’artista Renato Marino Mazzacurati, Ligabue affina le proprie tecniche di pittura e scultura ma il suo rendimento tecnico sarà altalenante come la sua stabilità psicologica. Nel tra il 1937 ed il 1947 viene nuovamente internato in ospedale psichiatrico un paio di volte mentre la sua attività artistica dopo la guerra si intensifica al punto tale da iniziare a riscuotere un certo successo.

Fama e la ricchezza arrivano solo alla fine degli anni ’50, quando il pittore vede riconosciuto definitivamente il proprio talento e riesce a vendere abbastanza opere da potersi concedere il capriccio di acquistare delle motociclette di lusso.

Vittima di un incidente a seguito del quale rimase parzialmente paralizzato, morì nel 1965 concludendo una vita terribilmente sfortunata ma anche segnata dalla rivalsa e dalla libertà assoluta.

Ospitata al Maschio Angioino e curata da Sandro Parmiggiani, la personale “Antonio Ligabue” è stata inaugurata il 10 ottobre e proseguirà fino al 29 gennaio, proponendo le opere che hanno reso l’artista famoso, quelle che incarnano le sue ossessioni, come gli animali feroci, mai visti dal vivo dal pittore ma solo tramite illustrazioni di un bestiario. Animali inquieti che raffigurano in maniera eccellente il suo lato aggressivo. Sono tigri che ruggiscono mostrando i denti ma che sembrano più vicine ad una visione immaginaria che realistica e assomigliano a quelle sui manifesti del circo, più che ai felini fieri che vivono nella savana, liberi di esprimere il proprio potenziale distruttivo. I colori sono vivi, pieni e luminosi.

Ligabue è un artista molto fisico, che ha espresso le proprie frustrazioni sovrapponendo strati e strati di colore corposo, come a voler coprire, pennellata dopo pennellata, i ricordi dolorosi di una vita da indesiderato.

Allestita unicamente nella sala della Loggia, l’esposizione ospita opere che si dividono in quadri, disegni e sculture, tra cui spiccano innumerevoli autoritratti dell’artista che si è immortalato quasi sempre nella stessa posizione, mostrando un profilo che aveva delineato lui stesso, scolpendolo con atti autolesionistici, tentando di fare assomigliare il più possibile il suo naso al becco di un falco.

Il legame tra il pittore svizzero ed il regno animale è evidente e sfocia in un vero e proprio senso di appartenenza di cui troviamo testimonianza nel documentario della RAI proposto all’esposizione. Sullo schermo vediamo Ligabue aggirarsi in un bosco mentre imita alla perfezione il verso degli uccelli, nel tentativo di richiamarne qualcuno.

Oltre alla sublimazione della violenza espressa tramite gli animali feroci, nelle sue opere è mostrata la vulnerabilità, attraverso le prede.

Scoiattoli e conigli sono forse la rappresentazione di un lato tenero che è stato trattato brutalmente ed incarnano l’amara consapevolezza che la necessità non lascia spazio alla pietà.

La genesi delle creazioni di Ligabue è mistica ed assomiglia ai rituali di purificazione degli sciamani, come se l’autore utilizzasse il mezzo pittorico come tramite per liberarsi dei propri demoni, che assumono la forma di elementi della natura. Tra questi gli insetti, che brulicano nelle suoi quadri come ammonimento orrorifico e che incontriamo anche in un autoritratto in cui sono ancora più spaventosi perché raffigurati insieme a del sangue sulle tempie dell’artista.

La mostra d’arte al Maschio Angioino è un ulteriore tassello nel mosaico della rivalsa dell’artista sciamano che, nato senza nome, è riuscito a trovare un posto per sé e le proprie visioni, nella storia dell’arte.

articolo di Sara Picardi

ARTECINEMA: La rassegna e l’incontro con Heinz Peter Schwerfel

Il 19 ottobre, al Teatro San Carlo a Napoli, è stato inaugurato il ventiduesimo festival dei film sull’arte contemporanea “ArteCinema”.

La rassegna gratuita, che ogni anno ad ottobre accoglie un pubblico eterogeneo e corposo sia di appassionati che di curiosi, si è svolta dal 20 al 22 ottobre al Teatro Augusteo, proponendo una carrellata di mediometraggi dedicati ad artisti di tutto il mondo, spaziando dalla fotografia all’architettura, con un’attenzione particolare riguardo il ruolo della donna nell’arte contemporanea.

All’interno del festival, in collaborazione con la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanea, sono state organizzate delle proiezioni speciali per le scuole e per i detenuti.

La particolarità della proposta di ArteCinema è che riesce ad andare incontro agli spettatori proponendo documentari su artisti più o meno noti al grande pubblico, da un’angolatura sempre originale. E’ il caso di “Picasso et les Photographes”, della regista francese Mathilde Deschamps-Lotthé, che ripercorre il rapporto di Picasso con la fotografia, in qualità di soggetto. L’artista spagnolo è stato infatti il pittore più fotografato del XX secolo ed ha stabilito con molti dei fotografi che si sono interessati a lui, un rapporto di amicizia e complicità. Nell’epoca dell’immagine da rivista, la fotografia ha contribuito notevolmente alla fama di Picasso ed ha fornito testimonianza diretta del modo in cui l’artista lavorava, creando un ponte tra lui e gli spettatori delle sue opere.

Oltre ai documentari biografici, quelli dedicati ad esposizioni, tra cui “Take me (I’m yours), una mostra realizzata a Parigi alla fine del 2015.

A presentare la pellicola sulla collettiva, c’è Heinz Peter Schwerfel, il regista. Nato a Colonia nel 1954, ha collaborato in più occasioni con il festival ArteCinema. Oltre ad essere un regista è anche un critico d’arte che scrive per numerose riviste tedesche ed è curatore e direttore artistico del Festival di Monaco “Kino der Kunst”.

Schwerfel ha introdotto il suo lavoro spiegando le motivazioni di natura politica che hanno spinto i curatori ad organizzare una mostra la cui particolarità è quella di poter usufruire delle opere esposte al pubblico: l’idea è quella di contrastare l’industria dell’arte che ha mercificato quadri, istallazioni e sculture riducendole ad un prodotto di mercato qualsiasi.

In contrapposizione a questa visione delle cose, la mostra “Take me (I’m Yours)”, letteralmente, “Prendimi (sono tuo/a)”, invita il visitatore ad appropriarsi di parte degli elementi in mostra e farne uso. Nessuna opera è in vendita ma all’ingresso, assieme al biglietto, viene regalata una shopping bag di carta, da riempire con ciò che si desidera, ma non è tutto: perché le opere possono essere prese, indossate, mangiate o addirittura respirate.

Un’intera sala accoglie cumuli di indumenti, ammassati come al mercato, il visitatore può prendere ciò che vuole, lasciare ciò che vuole e scegliere di indossare e rimettere al proprio posto i vestiti. Nella sala successiva sono a disposizione spille con slogan provocatori, riproposti anche sui muri, che non hanno nulla da invidiare a quelli del movimento punk. Le bolle d’aria di Yoko Ono, “in vendita” in degli espositori simili a quelli di caramelle, contengono sfere di plastica trasparenti vuote.

Franco Vaccari propone un’enorme collage in divenire, realizzabile tramite una cabina fotografica, come quelle per le foto dei documenti: una volta sviluppate le proprie fotografie istantanee, le si possono appendere al muro, tra tutte quelle degli altri visitatori. Il tappeto di caramelle di Felix Gonzales-Vaccari, che è stato anche ospitato a Napoli al Museo MADRE, è la gioia dei golosi e dei bambini. 

La mostra vuole indurre lo spettatore a sperimentare emozioni inedite all’interno di un museo e questo è reso possibile dandogli modo di partecipare attivamente all’evoluzione delle opere.

La provocazione finale e probabilmente più estrema, è mettere a disposizione un’ “opera vivente” a quattro zampe, che si può portare a passeggio.

La collettiva, che ha avuto un grande successo e che permette ai visitatori di ricrearla parzialmente a casa propria, semplicemente ripescando dal proprio sacchetto, verrà riproposta a Milano dal 1 novembre 2017 al 14 gennaio 2018.

Sempre di Heinz Peter Schwerfel, “Live Art: 14 Rooms”, racconta la mostra 14ROOMS in cui sono stati messi a disposizione di 14 artisti, altrettante stanze vuote di 25 mq. Gli ambienti, separati tra loro da porte a specchio, come a proporre continue ripetizioni che affiorano nel diverso, ospitano opere d’arte vive, concepite da pionieri della body art come Marina Abramovic e Joan Jonas. Il documentario è un viaggio all’interno della storia della “Performance” come forma d’arte.

Ma ad ArteCinema trovano spazio anche l’arte murale, raccontata in “MU”, in cui vediamo artisti di diverse culture che “trasformano” la città di Montréal, con i graffiti, o la “Bamboo school of Bali”, una scuola senza muri e pareti interne costruita interamente in bamboo, o ancora Tadao Ando, l’architetto samurai giapponese.

Grazie all’associazione culturale TRISORIO, che organizza l’evento ArteCinema, per quattro giorni, teatro San Carlo e teatro Augusteo si trasformano in finestre, accessibili a tutti, sull’arte di tutto il mondo.

articolo di Sara Picardi

LOVING VINCENT: I capolavori di Van Gogh prendono vita sullo schermo del cinema


Dopo più di un anno di promozione, arriva finalmente nelle sale di tutto il mondo “Loving Vincent”, il film dipinto a mano su pellicola, dedicato a Van Gogh, che sbanca i botteghini battendo addirittura “Blade Runner 2049”.

Per la realizzazione della pellicola è stato ingaggiato un team numeroso di pittori professionisti che ha cercato di replicare lo stile pastoso ed emozionale del genio di Zundert. Il risultato è stupefacente e criticabile per un unico, paradossale motivo: un perfezionismo ed un attenzione ai dettagli e alla prospettiva che rendono le scene indubbiamente meno caotiche e più adatte al formato cinematografico, ma un po’ più distanti dall’emotività, probabilmente irriproducibile, del pittore olandese.

Sin dai titoli di testa, ci si rende conto di essere di fronte ad un’opera originale, sperimentale e coinvolgente.

La storia è ambientata dopo la morte di Vincent e ruota attorno alla lettera che questi ha lasciato per suo fratello Theo, morto prima di poter ricevere la missiva. Chi conosce Van Gogh sa che effettivamente la corrispondenza tra Vincent e suo fratello fu fitta e che le lettere che si scambiavano i due ha lasciato ai posteri numerose informazioni circa la biografia ed il modo di pensare del pittore olandese.

La lettera dunque è nelle mani del protagonista Armand Roulin, che cercando di trovare un nuovo destinatario degno di ricevere le ultime righe scritte di pugno dal pittore, si ritrova ad indagare sulla vita dello sfortunato Vincent, in una spirale relativamente convincente che scivola goffamente verso il giallo con insinuazioni che mettono in dubbio il probabile suicidio di Van Gogh.

Se dal punto di vista visivo il film offre allo spettatore completo appagamento, la trama, indubbiamente originale, lascia un po’ l’amaro in bocca dato che Vincent resta un fantasma evocato solo attraverso i ricordi di coloro che l’hanno incontrato. Commovente il finale, in cui scopriamo finalmente il contenuto della lettera e durante la lettura della quale vediamo, finalmente, Vincent prendere forma attraverso quelli che sono i suoi colori  e le sue forme.

Osservare prendere vita e muoversi ambientazioni e personaggi dei ritratti di Van Gogh vale il prezzo del biglietto e laddove la trama è carente, lo spettatore ha il tempo di perdersi in riflessioni inevitabili sulla vita dell’infelice pittore, che si odiava a tal punto da mutilarsi, che fu così ossessionato dall’arte da produrre in soli dieci anni oltre 900 dipinti.

Un genio troppo sensibile, che nel presente è considerato il pittore più famoso della storia ed il padre dell’arte moderna mentre in vita patì la miseria riuscendo a vendere un unico quadro.

articolo di Sara Picardi

RICOMINCIO DAI LIBRI: Arriva a Napoli la fiera per gli appassionati di letteratura


Dal ventinove settembre al primo ottobre, il Complesso monumentale di Santa Maria della Pace a via Tribunali, in pieno centro storico di Napoli, ha ospitato la fiera “Ricomincio dai libri”. La sala del lazzaretto, all’interno dell’edificio, ospita una discreta quantità di stand di editori provenienti da tutt’Italia e svariate conferenze. Per saperne di più, ho deciso di scambiare due chiacchiere con Gianluca Calvino, uno degli organizzatori dell’evento:


Di chi è il merito di questa iniziativa? Siete un’associazione culturale?

Ad organizzare questa fiera sono stati quattro soggetti associativi: “Librincircolo” che è l’associazione di cui faccio parte, “La bottega delle parole”, “Parole alate” e la cooperativa sociale “Sepofà”.

Ci siamo uniti per questo progetto specifico dato che durante l’anno ci occupiamo di cose differenti.

So che è il primo anno che organizzate a Napoli “Ricomincio dai libri”, dato che in passato la fiera di svolgeva a San Giorgio a Cremano. Quali sono state le differenze quest’anno?

Le precedenti edizioni San Giorgio le abbiamo organizzate in tre. Abbiamo uno spazio associativo, che quest’anno era ospitato nel cortile. È nata così la collaborazione con “Parole alate” e la cooperativa sociale “Sepofà”, dato che avevano già partecipato alla manifestazione in altra forma. Lo scorso anno a San Giorgio contammo 2000 ingressi, mentre quest’anno a Napoli ne abbiamo registrati intorno ai 10000, nonostante in precedenza avessimo uno spazio più grande. Anche gli editori che hanno scelto di partecipare alla fiera sono quasi raddoppiati, abbiamo avuto molti editori nazionali tra cui Treccani e Laterza.

Com’è nata l’idea di “Ricomincio dai libri”?

L’idea è nata quattro anni fa dall’incontro tra me e la presidentessa de “La bottega delle parole” di San Giorgio a Cremano.

Ci siamo incontrati in vari progetti e quasi per gioco pensammo di organizzare una fiera del libro. Abbiamo iniziato da San Giorgio a Cremano perché, trattandosi di un comune più piccolo, ci è risultato più semplice gestire la cosa, inoltre conoscevamo Villa Bruno che ospita periodicamente eventi e ci è sembrata la location ideale ma dalla prima edizione avevamo in mente che il nostro obiettivo era riportare una fiera del libro a Napoli.

A parte la fiera ci sono altri eventi culturali che organizzate durante l’anno?

Lavoriamo al progetto di “Ricomincio dai libri” per molto tempo in team, per quanto riguarda la mia associazione, “Librincircolo”, l’evento che riscuote più successo è il “BookMob”, ovvero una sorta di flash mob del libro che organizziamo periodicamente a piazza Dante. Inoltre teniamo un corso di editoria che partirà ad ottobre e proponiamo presentazioni ed eventi che riguardano libri e cultura.

Oltre agli stand degli editori cosa propone la fiera?

Lo spazio delle associazioni proponeva laboratori per adulti e bambini, ci sono state performance musicali ed attoriali.

Abbiamo avuto vari ospiti tra cui Maurizio Di Giovanni, Lorenzo Marone, Pino Imperatore e tanti altri. Ci sono stati incontri tutti i giorni più la presenza di autori portati dai singoli editori per dar modo di presentare vari libri.

Che progetti avete per il futuro?

Stiamo già discutendo riguardo l’edizione del prossimo anno, abbiamo preso contatto con soggetti importanti che ci hanno offerto un sostegno concreto.

Esiste un modo efficace per avvicinare i bambini e gli adolescenti alla lettura?

Per conquistare i ragazzi bisogna cercare di non annoiarli, l’approccio scolastico dev’essere stimolante. La proposta non deve suonare come un’imposizione. In Campania non abbiamo molte strutture a disposizione ma le associazioni sono molto attive.

Cosa ne pensi degli eBook? Il mondo degli amanti della lettura si divide tra chi li ama per la loro praticità e chi li detesta, tu che ne pensi?

Resto molto legato alla carta ma non sono un integralista, penso che un eBook reader possa essere un ottimo strumento per avvicinare alla lettura di alcuni testi che non si ha voglia di acquistare in versione cartacea, ad esempio i classici che spesso sono venduti a prezzi irrisori nel formato eBook. In questo senso meglio leggere su un reader che non leggere affatto, dato che a volte i prezzi dei cartacei sono piuttosto alti.

Gli editori presenti alla fiera proponevano solo il formato cartaceo o entrambi?

Hanno partecipato editori che si dedicano anche al digitale, in particolare la casa editrice “Inknot”, che ci segue dalla prima edizione della fiera, è nata come casa editrice solo digitale e negli anni ha stampato solo pochi titoli cartacei.

Ci parli delle case editrici che hanno partecipato alla fiera?

A parte le già citate Laterza e Treccani, che sono le più note a livello nazionale, tra gli editori campani che hanno collaborato con noi sin dal principio ci sono “Homo scrivens”, “Ad est dell’equatore” e la già citata “Inknot”.

Non si tratta di grandi editori ma di professionisti validi molto presenti sul nostro territorio e nelle librerie.

articolo di Sara Picardi

GATTA CENERENTOLA: La fiaba animata in cui si incontrano il passato ed il futuro di Napoli

Il lungometraggio degli autori de “L’arte della felicità” punta tutto su un piano narrativo unico che fa intrecciare due momenti temporali diversi.

Tutto parte da Basile, il padre della piccola Mia che è la protagonista femminile.

Basile, il cui nome già viaggia nel tempo, essendo rubato a quello dell’autore della storia originale de “La Gatta Cenerentola”, è uno scienziato geniale che decide di investire i suoi capitali per fondare un  “Polo della Scienza e della Memoria” a bordo di un’enorme nave attraccata al porto di Napoli.

Programmati per conquistare, istruire e stupire i visitatori del Polo, degli ologrammi che si aggirano come fantasmi futuristici a bordo di questo gioiello di ingegneria navale.

Ma la sorte di questa creazione neonata, volta a riqualificare l’area del porto, è avversa: Angelica, la compagna che Basile ha scelto come sua sposa, ha cospirato con il guappo malavitoso Salvatore Lo Giusto, affinché lo scienziato venisse ucciso per impossessarsi del suo patrimonio.

Angelica, doppiata da Maria Pia Calzone (Imma Savastano nella serie “Gomorra”), è perfida quanto innamorata di Lo Giusto, il cui soprannome, “O’rre” ben si accosta al carattere megalomane del personaggio caratterizzato come il classico boss di quartiere: disonesto, spregiudicato e prepotente.

La storia si ferma e la narrazione riprende quindici anni dopo: Angelica vive a bordo della nave, assieme alle sue figlie naturali ed alla figliastra Mia che ha smesso di parlare ed è cresciuta abituata a rispondere al nomignolo di “Gatta” affibbiatole in senso dispregiativo.

“O’rre” ha esteso il suo impero economico ed è diventato un pezzo grosso grazie al traffico di droga mentre a bordo del Polo galleggiante, ormai completamente rovinato a causa della mancanza di manutenzione nelle sua funzionalità ingegneristiche, ologrammi del passato compaiono di tanto in tanto come spettri, proiettando fisicamente nel presente i ricordi del passato.

Gli autori hanno confezionato una storia cupa e profonda, apprezzabile in tutte le sue sfaccettature soprattutto dagli adulti e piuttosto distante dalle produzioni cinematografiche associate in genere alla città del sole. La morale ottimista della storia è piuttosto chiara: quella di incoraggiare a non rassegnarsi, anche nelle situazioni più disperate, perché la realtà può sempre cambiare e diventare migliore.

In questa fiaba noir non c’è traccia di fatina, zucche e topolini. Gli aspetti magici vengono messi da parte e sostituiti dalla tecnologia e dal progresso, mezzi ben più utili per ottenere un lieto fine nella realtà.

Il personaggio della Gatta, ben simboleggia la città in cui ha preso vita: vivace e coraggiosa ma affaticata e ridotta al mutismo a causa di personaggi viscidi ed avidi che vogliono usarla ed approfittare della sua bellezza fino a logorarla.

Oltre ad essere un prodotto di animazione eccellente, la narrazione in cui i piani temporanei si incontrano con l’escamotage degli ologrammi, che hanno un ruolo cardine nella vicenda, funziona perfettamente e, seppure alcuni avvenimenti restano un po’ prevedibili, il risultato finale è assolutamente convincente.

Passato e futuro si incontrano non solo ai fini della narrazione, grazie agli ologrammi, ma anche in senso metaforico. Gli spettatori vedranno incontrarsi sullo schermo personaggi che evocano il progresso, le speranze e probabilmente il futuro di Napoli come lo scienziato Basile, sua figlia ed il poliziotto che aiuterà Mia da una parte e dall’altra personaggi squallidi come il camorrista Lo Giusto e Angelica da relegare quanto prima nel passato remoto della città.

articolo di Sara Picardi

ROCK!7: L’esposizione al museo PAN con in mostra uno dei distintivi originali di Elvis

La prima sala dell’esposizione, con riferimenti a John Milton

Chi, come me, ha avuto un’educazione particolarmente flessibile riguardo il dogma della religione, ha uno strano rapporto con le festività ad essa correlate.

Potrebbe sembrare liberatorio sentirsi completamente disinteressati rispetto al numeretto riportato quotidianamente dal calendario, ma si rischia di incappare in una sorta di vuoto esistenziale provocato dalla mancanza di sacralità associata alle feste comandate. Queste infatti, oltre a dare la possibilità di tirar fiato ai lavoratori, hanno una funzione psicologica ben precisa: quella di aggregare le persone e di farle sentire meno isolate.

Ecco dove risiede la differenza tra festa e festività. La “festa” viene percepita dal singolo come una questione privata mentre la “festività” riguarda il rapporto con l’altro, la sua utilità è quello di abbattere la sensazione di isolamento del singolo.

Personalmente, ho colmato il vuoto lasciato dai santi del calendario, elevando i grandi idoli del rock al rango di Pseudo Divinità da onorare: anniversari di nascita, morte e concerti importanti hanno quindi preso il posto del Natale, l’Epifania, San Valentino, la Pasqua ecc.

In quest’ottica, il 5 settembre è una data particolarmente importante per noi adoratori del rock, dato che è il giorno di nascita di Freddie Mercury.

Aggirandomi per la città in cerca di un luogo adeguato per festeggiare un evento di tale portata, ho scoperto che dal 2 al 30 settembre al Palazzo delle Arti di Napoli a Chiaia c’è, per il settimo anno consecutivo, la mostra gratuita “ROCK!7” dedicata alla musica ed i suoi linguaggi.

Il 2017 è stato molto impegnativo per noi adoratori dell’oscuro Dio del rock and roll, quest’anno è stato infatti il 50ennale di molti dei dischi più importanti della storia della musica contemporanea: “the Doors”, il primo album dell’omonima band, Sgt Peppers dei Beatles, l’album di esordio dei Pink Floyd ed il meraviglioso “the Velvet Underground & Nico” prodotto da Sua Maestà Andy Warhol, per citarne solo qualcuno.

Al PAN un’intera sala è stata dedicata a questi capolavori senza tempo in maniera un po’ goffa e caotica ma apprezzabile nel suo intento. Il visitatore passa rapidamente dal 1967 al 1977 e si imbatte in uno dei punti di forza della mostra, l’esposizione delle fotografie dedicate alla scena punk di Belfast del fotografo irlandese Ricky Adam (che ha incontrato il pubblico il 2 settembre).

Oltrepassando la sala commemorativa per Michael Jackson e quella per Bowie, con tanto di manichino, c’è il piatto forte dell’esposizione: la sezione dedicata ad Elvis che moriva esattamente quarant’anni fa.

Camminando tra “Il diario di Elvis” ovvero 30 roll-up con informazioni biografiche e fotografie del Re, i visitatori potranno ammirare due pezzi originali: la camicia militare indossata da Elvis durante il servizio di leva (ed immortalata in numerose fotografie) ed il distintivo di sceriffo della Contea di Shelby (Tennessee).

Presley aveva una sorta di fissazione per i distintivi validi che collezionava ed era solito portarli con sé quando viaggiava, a quanto scrisse sua moglie Priscilla nella biografia “Elvis and me“.

Per ottenere il distintivo della Bureau of Narcotics and Dangerous Drugs (l’equivalente del nostro dipartimento anti-droga), Elvis arrivò a contattare direttamente il presidente degli Stati Uniti: venne accolto alla Casa Bianca per incontrare Nixon a cui portò in regalo un’arma, una Colt calibro 45 celebrativa della seconda guerra mondiale (attualmente esposta alla Nixon Library di Yorba Linda).

La foto scattata durante quest’incontro surreale, che venne reso noto solo un anno più tardi, è diventata virale e l’incontro tra i due uomini più famosi d’America è stato raccontato (e romanzato) nel film “Elvis & Nixon” del 2016, in cui Nixon, interpretato da Kevin Spacey risulta troppo simpatico per essere credibile.

Tornando alla mostra al PAN, degne di nota la sala dedicata ai Bee Gees e quella con i 7 sigilli gotici del rock: curata da Francesca Fariello, mette in luce connessioni tra musica rock e letteratura e cinema gotici.

Un piccolo ambiente, arredato un po’ frettolosamente per ricordare la Loggia Nera di Twin Peaks, è dedicata al regista David Lynch come a creare un ponte tra il cinema onirico e quello della musica.

A parte la mostra, lo staff di ROCK!7 organizzerà per tutto il mese di settembre eventi e proiezioni gratuite: il primo è stato un live-set acustico di Kee Marcello degli Europe che si è esibito il primo giorno della mostra per inaugurarla. Ogni mercoledì sono previsti aperitivi-rock mentre per tre giovedì consecutivi, il 7, il 14 ed il 21 settembre, verranno proiettati gratuitamente al cinema Hart a via Crispi “Eight Days a Week” il documentario di Ron Howard sui Beatles, “The Doors” diretto da Oliver Stone ed il film Woodstock, sul famoso festival che rappresentò l’apice della diffusione della cultura hippie.

articolo di Sara Picardi

PINK FLOYD: Il cinquantesimo anniversario del primo viaggio interstellare della band

Mezzo secolo fa veniva pubblicato “The Piper At The Gates Of Dawn”, il primo disco dei Pink Floyd,  una porta verso il mondo della psichedelia ed un nuovo modo di percepire la musica ed il rapporto tra l’uomo e l’universo interiore ed esteriore.

La famosa band inglese iniziò come Pink Floyd Sound, appellativo proposto da Roger “Syd”Barrett, che aveva già scelto i nomi per i suoi due gatti rubandoli ai suoi bluesman preferiti: Pink Anderson e Floyd Council.

Syd è uno studente d’arte con l’hobby della pittura e si unisce in veste di cantate e chitarrista al gruppo musicale dei suoi amici Roger Waters e Bob Klose, rispettivamente bassista e chitarrista. Quando Klose, patito di jazz, lasciò il gruppo che riteneva avesse un sound troppo pop, i ragazzi cambiarono il nome semplicemente in Pink Floyd e diedero vita al loro disco di esordio con la formazione Barrett, Waters, Wright e Mason che avrebbe portato la band al successo.

“The Piper At The Gates Of Dawn” (Il pifferaio ai cancelli dell’alba) ruba il titolo a quello del sesto capitolo del romanzo per ragazzi “Il vento tra i salici” di Kenneth Grahame. Accolto dal pubblico con entusiasmo, il primo album dei Pink Floyd è stato apprezzato ed osannato dai critici contemporanei e postumi che l’hanno considerato seminale non solo per la musica psichedelica degli anni sessanta, ma anche per generi musicali successivi come la musica noise e quella indie.

Il disco attinge a piene mani dall’immaginario frenetico e visionario del pittore/cantante Syd Barrett e suona come un viaggio psichedelico che parte dalla terra per girarci attorno. Opera apripista della mania per lo spazio, anticipa di un anno “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick ed di ben sei anni l’alieno del rock Ziggy Stardust, la creatura androgina creata da David Bowie come proprio alter ego da palco.

L’album comincia con “Astronomy Domine”, un delirio elettrico spaziale che, in puro stile anni ’60, non perde il piglio melodico ed orecchiabile nonostante l’atmosfera ultraterrena.

Ma nel disco non c’è solo lo spazio, che tornerà come tema prepotente del capolavoro “Interstellar Overdrive”, un brano affilato e tagliente come quelli che si sentiranno solo 10 anni dopo con il punk. Nei testi c’è spazio per una bicicletta, uno gnomo, uno spaventapasseri, un gatto strano che accompagna una strega di nome Jennifer ed altre creature bislacche che affollano la mente creativa del giovane Barrett. L’edizione americana dell’album inoltre comprende il delizioso singolo “See Emily Play”, la storia di una ragazza con “la strana abitudine di prendere in prestito i sogni altrui”.

Personaggi poetici ed immagini fiabesche provenienti dalla fantasia e stimolate dall’acido lisergico che ha nella storia della band un posto d’onore in positivo ed in negativo: da un lato ha contribuito ad amplificare visioni e creazioni musicali e non dei Pink Floyd, dall’altro ha condotto Syd Barrett verso una condizione di psicosi cronica che l’ha costretto a ritirarsi dalle scene.

Nonostante la sostituzione con il brillante Dave Gilmour, che sarà il cantate dei Pink Floyd dal 1968 al 1995, Syd è rimasto un fantasma che ha aleggiato nella band per tutti gli anni a seguire, una presenza gravosa che è tangibile nelle canzoni a lui dedicate o ispirate come “Shine on you Crazy Diamond”, “Wish you were here” e la delicata e malinconica “Nobody’s home” in “the Wall”, in cui Syd viene ricordato per il suo spirito artistico e per le sue piccole abitudini come quella di segnare le sue poesie su un taccuino nero o quella di tenere un elastico attaccato alle scarpe per tenerle su.

Nell’immaginario collettivo Syd Barrett ha incarnato in pieno l’archetipo del genio folle e come il matto dei tarocchi, l’arcano maggiore senza numero che simboleggia il principio assoluto, ha regalato ad una delle band più famose ed importanti della storia, il necessario slancio creativo iniziale caratterizzandolo con uno dei dettami più preziosi della musica rock: quello di non avere limiti.

articolo scritto da Sara Picardi

LE BIRRETTE: La band ska tutta al femminile che da Bologna è arrivata alla Giamaica

Domenica 30, il lido “Dum Dum Republic” di Paestum, in provincia di Salerno, ospiterà il concerto di una delle band più originali nel panorama musicale italiano del momento, “Le Birrette“, da Bologna.

Il gruppo vanta ben 10 elementi tra voce, strumenti a fiato, coriste, chitarra, sessione ritmica e tastiere, tutti tasselli fondamentali per ricreare un sound ska con influenze roots reggae e soul.

Ho fatto una chiacchierata con Anna, la cantante, per scoprire la loro biografia e farmi raccontare del loro viaggio in Giamaica:

Raccontami com’è nata la band…

Abbiamo iniziato alla fine del 2014 ed è stato una sorta di esperimento, eravamo 4/5 amiche appassionate di ska, rocksteady, reggae, io avevo già esperienza come cantante con una band di musica soul.

Il gruppo è nato senza pretese e senza aspettarci nulla, dopo le prime prove ci siamo rese conto di essere cariche ed abbiamo cercato altre persone da coinvolgere nel progetto.

Avete cercato solo ragazze oppure il fatto che sia venuta fuori una all girl band è stato casuale?

Abbiamo scelto di formare una band al femminile un po’ per sfida, un po’ perché non esistono band italiane di sole donne nel nostro genere.

Ho visto delle vostre foto in Giamaica, come siete arrivate lì?

Abbiamo aperto alcuni concerti di gruppi ska storici qui in Italia, tra cui gli Skatalites che si sono innamorati musicalmente di noi e ci hanno procurato dei contatti per partecipare ad un festival itinerante in Giamaica che è durato una settimana.

Quali sono i posti che avete avuto modo di visitare?

Siamo state a Runaway Bay che è a nord ovest, poi a Ocho Rios ad est, alle cascate di Somerset Falls ed infine a Kingston.

Che effetto vi ha fatto proporvi nella patria del vostro genere musicale?

Eravamo emozionate ma è stato stupendo perché abbiamo avuto l’opportunità di visitare i posti che avevamo sempre sognato e conoscere gli artisti che non avremo mai pensato di avere modo di incontrare di persona. Le persone sono gentilissime, c’è musica dappertutto ed i paesaggi sono eccezionali e ci hanno accolte a braccia aperte.

Nel passato il Rastafarianesimo ha rappresentato, in Giamaica e non, una nobile rivendicazione identitaria delle radici africane, si tratta di una cultura in cui la musica è un mezzo per veicolare dei messaggi, anche religiosi. La critica che veniva mossa spesso nei confronti di questa filosofia è che fosse molto maschilista, pensi che sia vero?

A parte il musicista Ken Boothe, non abbiamo conosciuto molti Rastafariani, attualmente nell’isola ci sono molti cattolici e solo piccole comunità si interessano al Rastafarianesimo. Per quanto riguarda la nostra band, abbiamo sempre evitato testi Rastafariani proprio perché sono spesso misogini.

Alcuni tra quelli che hanno visitato la Giamaica come turisti, si lamentano del fatto che le città sarebbero pericolose per i bianchi, voi che avete visitato il posto come musicisti piuttosto che turiste, che impressione avete avuto?

Le persone del posto sono un po’ ostili verso il classico turista bianco viziato. Il nostro approccio è stato completamente differente: abbiamo socializzato con i ragazzi del posto, senza trincerarci in autobus turistici, alberghi e resort di lusso. Come in qualsiasi altro posto, l’importante è essere prudenti ed in questo senso ci siamo tenute alla larga della Downtown di Kingston che praticamente abbandonata ed in mano alle bande.

Qui in Italia invece com’è la scena musicale bluebeat?

Suoniamo spesso in giro, c’è una certa attenzione e curiosità riguardo il nostro genere anche da parte di chi non lo ascolta abitualmente. Nell’ultimo anno sono nati altri 3/4 gruppi ska italiani, mentre fino a poco tempo fa c’erano solo the Bluebeaters e pochi altri.

Avete già registrato un disco?

Abbiamo registrato un 45 giri a due tracce: “Mr.A”, che è un brano inedito da cui è stato tratto un video (che potete vedere qui sopra) ed abbiamo rimaneggiato un pezzo storico giamaicano “Sattamassagana”, su cui abbiamo adattato un testo di Ella Fitzgerald che si chiama “Blue Skies”. Ad ottobre ci dedicheremo a registrare un disco con dieci tracce.


Ed i vostri testi di cosa parlano?

Anche in questo ci siamo un po’ ispirate ad i nostri miti d’oltreoceano, testi politici, testi d’amore… un po’ di tutto.

Siete tutte fan della musica giamaicana o ci sono alcune di voi che provengono da generi musicali differenti?

Io sono un’amante del jazz e del soul, la chitarrista e la bassista sono appassionate di punk e rock, siamo tutte diverse ma accomunate dalla passione per la musica ska.

Quale album consiglieresti a chi non conosce la musica giamaicana?

Sicuramente le compilation dello Studio One perché racchiudono tutti i brani più importanti del genere: ska, rocksteady, reggae, funky. Lì c’è tutto.

articolo di Sara Picardi

GEORGE A.ROMERO: Cosa ci ha lasciato in eredità il Signore degli Zombie

Il 16 luglio di quest’anno, George A. Romero è morto a causa di un tumore, pare sia andato via serenamente ascoltando la colonna sonora di “Un uomo tranquillo”, un film di John Ford particolarmente caro al regista newyorchese. Poco dopo la diffusione della notizia, i social network sono stati invasi da status ironici relativi all’imminente ritorno di Romero in versione zombie. Non c’è da stupirsi dato che è inevitabile, sia per i fan che per le persone comuni, associare il regista al cliché più utilizzato nel suo cinema: il morto che ritorna.

Quest’immagine spettrale è presente da secoli nelle culture di tutto il mondo ma la concezione moderna del morto vivente è stata plasmata proprio sul modello rappresentato da Romero nei numerosi film che ha dedicato a questa figura. L’eredità che il regista ha lasciato al mondo infatti non si limita ad una manciata di film spaventosi fini a se stessi ma risiede piuttosto nello sfacciato uso simbolico che Romero ha fatto di questo tipo di mostri. L’uomo nemico dell’uomo, l’uomo asserragliato che difende se stesso ed il proprio gruppo dai diversi, dagli invasori, dagli aggressori, l’uomo che non si confronta con entità ultraterrene ma con altri uomini diversi ed allo stesso tempo simili a ciò che siamo tutti.

Ma Romero non è il primo autore nel mondo del cinema ad aver utilizzato la figura del morto vivente in senso allegorico. Già nel lontano 1932 nel capolavoro “L’isola degli zombie”, ambientato ad haiti, gli zombie sono degli uomini privi di volontà, degli schiavi assoggettati al volere del negromante “Legendre” interpretato da Bela Lugosi, che usa le arti magiche per sfruttare gli haitiani ed ottenerne un tornaconto. Riprendendo alcune tematiche già presenti ne “Il gabinetto del Dottor Caligari”, la storia è una chiara denuncia alla schiavitù ed allo sfruttamento ed è di fatto la prima pellicola che porta sullo schermo la figura dello zombie.

Trentasei anni dopo, Romero, nato nel Bronx da padre cubano e madre statunitense, regala al mondo un film in cui porta per la prima volta i non morti sullo schermo (la parola “zombie” non sarà mai utilizzata nel film). In netto contrasto con gli standard dell’epoca, l’eroe de “La notte dei morti viventi” è Ben, un afroamericano che si troverà a scontrarsi non solo con i mostri che cercano di penetrare nella cascina in cui si è rifugiato assieme ad altri civili, ma anche con gli umanissimi compagni di disavventura che durante il film si rivelano spesso ottusi ed incapaci di gestire la situazione. Unico superstite di una notte da incubo, Ben sarà ucciso al mattina da una squadra di soccorso che gli spara da lontano, scambiandolo per un non morto. Un finale imprevedibile, amaro e significativo che ha conquistato il pubblico nonostante la pellicola sia stata girata con un budget decisamente basso. La carriera del regista subirà un’unica variazione verso il genere della commedia con il secondo film, per poi proseguire a senso unico nel mondo dell’orrore tra streghe e vampiri, fino a ritornare esattamente dieci anni dopo il film d’esordio a confrontarsi con i mangia cervelli. “The Dawn of the Dead” (distribuito in Italia semplicemente come “Zombie”, ma conosciuto da molti come “L’alba dei morti viventi”, traduzione del titolo originale) alza il tiro rispetto al primo film. La società è al collasso, il fenomeno degli zombie è diventato incontenibile. L’ambientazione del film sembra rispecchiare il declino sociale degli anni ’70 in cui la crisi energetica, l’inflazione e le paure riguardanti la crisi petrolifera sono all’ordine del giorno. L’esigua quantità di benzina a disposizione dei protagonisti del film è un tema dominante e che caratterizza tutto l’andamento della trama: i protagonisti sono anche questa volta un gruppo di superstiti che cerca di scappare degli zombie in elicottero e che a causa della scarsità di carburante è costretto ad atterrare sul tetto di un centro commerciale che diventa il quartier generale del gruppo. Clichè che dopo il film sarà riutilizzato fino alla nausea e che ancora una volta richiama una serie di riflessioni che vanno oltre l’intrattenimento: rifugiarsi nei centri commerciali per tirare avanti e sopravvivere è ciò che fanno tante famiglie che non riescono più a trovare luoghi di incontro migliori dei supermercati e mega negozi per condividere dei momenti felici e l’ammonimento nel film è evidente: una felicità di questo tipo può durare ben poco prima di trasformarsi in quegli stessi mostri da cui si tentava di scappare. Passando attraverso collaborazioni prestigiose con altri maestri del terrore come Stephen King e Dario Argento, la carriera di Romero è andata avanti fino al 2009 ritornando periodicamente sul tema morti viventi, mentre nel corso degli anni, chiunque decidesse di confrontarsi con i morti che ritornano è stato costretto a confrontarsi con Romero, Signore del regno degli zombie. Numerosi i tributi ed i remake della produzione cinematografica del regista, che si chiude come si apre, con un film dedicato ai non morti. “The Walking Dead”, la pedante serie televisiva ormai giunta all’ottava stagione, ha spesso citato Romero senza che gli sceneggiatori siano stati in grado di rendergli realmente omaggio con un prodotto significativo.

Ma l’influenza romeriana riesce ad andare oltre il mondo dell’immaginazione ed insinuarsi in maniera brillante nella vita di tutti i giorni, ne è un esempio la protesta per il G20 ad Amburgo, ad inizio luglio, in cui i manifestanti si sono presentati ad un corteo contro i potenti della terra travestiti da zombie grigi ed hanno sfilato verso Burchard Platz ciondolando come morti viventi per due ore, una marcia che si è conclusa con un lieto fine colorato, in cui i “non vivi” si sono pian piano svestiti degli abiti grigi ed hanno concluso la protesta in un tripudio di vitalità. Un’azione dimostrativa che è riuscita nel suo intento: quello di attirare l’attenzione con una performance non violenta che vuole restituire dignità agli individui.

Alla luce di questo possiamo affermare che, in qualche modo, ciò che ci è rimasto di Romero è effettivamente uno zombie, la visione dello zombie come mostro che terrorizza perché parte di noi, l’allegoria perfetta di una società allo sbando dove si tenta di sopravvivere, in lotta l’uno contro l’altro, trovando consolazione nei centri commerciali, trovando rifugio nella propria casa o nella propria auto isolandosi dal pericolo che percepiamo, sempre e comunque, solo come esterno a noi stessi.

articolo di Sara Picardi