Gabriele Gesso, Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista: facciamo che noi eravamo…?

Pubblichiamo una nota del Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista Gabriele Gesso. Speriamo che valga ad aprire una discussione ormai impellente:

Siamo alla vigilia di una nuova tornata elettorale e il campo della sinistra torna ad occuparsi con urgenza dell’unità. Quest’anno il teatro del nuovo cammino è il Brancaccio, il cartellone vede in scena Sinistra Italiana, Mdp, Rifondazione Comunista, le associazioni, i movimenti in assetto di ascolto e l’immancabile società civile. La colonna sonora è ancora una volta “la fiera dell’est”: l’azione di uno dipende dalle scelte dell’altro in un sempre meno avvolgente turbinio di dichiarazioni tese a far pendere la bilancia un po’ più da un lato o più dall’altro.
Negli ultimi anni ho partecipato a molti tentativi unitari alcuni più convincenti, penso alla nettezza della scelta di campo che fu dell’Altra Europa, altri meno appassionanti che hanno rappresentato meri cartelli elettorali. La composizione politica del percorso del Brancaccio, come ad oggi è conosciuta, sancisce la fine della relazione tra significante e significato, trasforma la domanda di alternativa alle politiche neoliberiste di cui è principale interprete il Partito Democratico, in alternativa al PD di Renzi.
Tra un anno ne avrò quaranta, per non so quanto ho lavorato con contratti a progetto. Oggi ho un contratto part-time a tempo indeterminato per quello che vale in tempo di Jobs Act. Forse avrò una pensione sociale e sono tra quelli che si devono considerare fortunati. In tantissimi pagano le politiche di austerità che si fondano sull’ideologia del pareggio di bilancio.
In questo quadro il percorso del Brancaccio che fa? Mi propone un’alleanza anti Renzi con quanti hanno sostenuto e con quanti ancora sostengono queste politiche.
Dico al mio partito, ai compagni e alle compagne di Rifondazione Comunista, che siamo ancora in tempo a rompere questo schema che guarda all’unità come fine e non come strumento. Qualche mese fa in una lettera indirizzata anche al gruppo dirigente nazionale del Prc, alcuni militanti esprimevano la necessità di scegliere in tempo, di lavorare ad un progetto politico non condizionato dalle scadenze e dalle leggi elettorali. Quel tempo è ora!
Non voglio sentirmi dire a qualche settimana dalla presentazione delle liste che non c’è alternativa, non più. Lo ricordate quel gioco che si faceva da bambini? Ebbene, facciamo che noi non eravamo Navarra. Facciamo che l’alternativa la costruiamo a partire dai processi reali che pure si stanno generando in giro per l’Italia. Processi che richiamiamo nei nostri dibattiti definendoli di buone pratiche, di cui a volte siamo coprotagonisti, processi che tornano ad entusiasmare e motivare la militanza, processi a cui non possiamo voltare le spalle alla vigilia delle tornate elettorali in nome di un rassicurante schema tattico puntualmente fallimentare. Ci sarà pure da qualche parte un proverbio cinese che dice meglio un due per cento di prospettiva che una minuta pattuglia parlamentare senza progetto politico! Faccio questa battuta perché so bene che in un partito bisogna preoccuparsi anche delle elezioni. Eppure bisogna farlo con una prospettiva generale oltre che di fase. Ci sono ambiti di attivismo sociale e politico che iniziano a porsi con serietà il nodo della soggettività politica e dell’organizzazione. La stessa Rifondazione Comunista attraverso i suoi iscritti è impegnata nella costruzione di quello che abbiamo definito il Partito Sociale. Destrutturiamo il tema dell’unità della sinistra come mantra, come preghiera. Uniamo i conflitti, le esperienze di mutualismo e solidarietà sociale, uniamoci per rovesciare l’austerità.

Gabriele Gesso, Segretario Provinciale Partito della Rifondazione Comunista.

Stanno uccidendo il mare: un’analisi di Umberto Oreste di Sinistra Anticapitalista

Pubblichiamo un interessantissima analisi di Umberto Oreste di Sinistra Anticapitalista:

Amiamo il mare e lo sentiamo parte di noi, non solo perché napoletani, non solo perché al mare ci lega la nostra storia, la nostra cultura, momenti belli della nostra vita, amiamo il mare anche perché lo sentiamo violato, maltrattato, offeso quotidianamente dall’inquinamento, dal riscaldamento globale, dall’acidificazione, dalla cementificazione delle sue coste, da una pesca sconsiderata che distrugge le riserve ittiche, da traffici intensissimi di mostri galleggianti quali portaerei nucleari, portacontainer enormi, navi da crociere, vere città galleggianti di migliaia di abitanti. Se gli oceani sono malati, alcuni mari interni sono già morti, come il Mare di Aral in Asia Centrale, il Mar Morto in Palestina, e parzialmente il Mar Caspio tra Europa ed Asia.

Allora, qual è lo stato del mare? Quali le cause dei suoi mali? Un articolo di giornale non può essere, certamente, esauriente sul tema ma sicuramente farà pensare qualche lettore.
È bene chiarire prima di tutto che lo stato del mare è lo stato del nostro pianeta che piuttosto che “Terra” dovrebbe chiamarsi “Mare”. I mari infatti costituiscono il 70,8 della superficie del pianeta, e la sua massa è stimata in 1,3 x1018 tonnellate; da ricordare che dal mare è nata, 3,5 miliardi di anni fa, la vita.
Ora è opinione corrente che il mare è un pozzo senza fine dove tutto si perde; si pensa che il mare alla fine consuma tutto e che rimane sempre uguale, quello di ieri come quello di oggi, come quello di domani. Niente di più falso: il mare è cambiato e, non a caso, è cambiato al cambiare dei modelli economici.

Generalmente viene indicato come “Antropocene” il periodo storico in cui l’azione della specie homo sapiens ha influito sull’ambiente. Questo è avvenuto con la caccia, l’introduzione dell’agricoltura, dell’allevamento, con le canalizzazioni per l’utilizzo dell’acqua piovana etc. Per moltissimi millenni l’equilibrio uomo-natura non è stato alterato, se non minimamente. Anzi le opere umane come le attività di cura dei boschi, il terrazzamento a scopo agricolo dei fianchi delle colline, hanno difeso il territorio da eventi catastrofici come incendi e alluvioni. Alla metà del XIX secolo, invece, lo sviluppo delle produzioni industriali ha condotto all’utilizzo dei carburanti fossili come fonte energetica primaria, alla conseguente crescita delle città dove accorrevano in cerca di lavoro i contadini immiseriti dal capitalismo agrario, alla conseguente corsa agli investimenti per trarne profitto. Questo periodo ha costituito una svolta nel rapporto uomo-natura che ha portato al depredamento dell’ambiente, ai disastri ecologici che oggi sono sotto gli occhi di tutti. A questa fase storica alcuni scienziati hanno dato il nome di “Capitalocene” indicando che il fattore dominante non è l’uomo in quanto specie, ma il Capitale con la sua sete inesauribile di profitto.

Anche nel mare all’Antropocene è seguito il Capitalocene e un esempio lampante è il tema della pesca. Per i lunghi secoli dell’Antropocene il mare era il luogo amato-temuto dai naviganti sia se sospinti ad imbarcarsi per semplice desiderio di conoscenza (Ulisse come Corto Maltese), sia per scambiare merci (Marco Polo come Colombo), sia per pescare (“Piscatore ‘e stu mare ‘e Pusilleco” come il pescatore “assopito all’ombra dell’ultimo sole, con un solco lungo il viso come una specie di sorriso”).
Immagini esemplificative dell’attualità del Capitalocene sono, invece, le “Floting processor” enormi industrie galleggianti che avvistano con implacabili mezzi tecnologici i banchi di pesci, li catturano con reti lunghe anche un chilometro, li caricano a bordo, e li trascinano su nastri che li portano in sale di lavorazione dove centinaia di operai li processano, in parte li congelano in azoto liquido, in massima parte li lavorano in farine proteiche per l’alimentazione di polli, maiali e bovini. Ma di chi è l’azienda? Di poche multinazionali americane o giapponesi o anche europee che controllano la pesca mondiale, la distribuzione del pescato, la vendita nei supermercati e introducono i propri rappresentanti all’interno degli organi di gestione dei governi.

Da considerare che i mari depredati dalle multinazionali sono i mari dei paesi poveri ed in questo caso anche la UE è colpevole: nel 2013, la PCP (politica comune europea della pesca) rivista ha introdotto accordi di partenariato in materia di pesca (APP) con i paesi terzi. Tali accordi prevedono l’accesso alle risorse in un ambiente regolamentato, commisurato agli interessi della flotta dell’UE, in cambio di un contributo finanziario e di un supporto tecnico che dovrebbero contribuire all’efficienza della raccolta, del monitoraggio, del controllo e della sorveglianza dei dati. Gli APP finiscono per foraggiare governi, sostenere le borghesie locali e danneggiare irrimediabilmente la pesca locale. E’ un mercato: soldi in tasca ai governanti che consentono a distruggere il sostentamento dei poveri pescatori locali.

Risultati: in alcuni decenni le riserve ittiche mondiali sono diminuite del 30% secondo i dati ufficiali della FAO, ma dati 2015 della società zoologica di Londra affermano che fauna ittica nei nostri oceani si è dimezzata rispetto al 1970 In particolare, secondo i ricercatori, le popolazioni di tonno e sgombro hanno subito un declino catastrofico, perdendo quasi tre quarti delle rispettive popolazioni.

In definitiva, la pesca negli ultimi decenni si è capitalizzata: da attività “artigianale” si è trasformata in attività “industriale”:
non ci sono più pescatori ma ci sono operai,
le tecnologie di pesca sono cambiate enormemente,
la pesca da fonte alimentare è divenuta un segmento integrato del ciclo capitalistico.
La pesca ha assunto le caratteristiche predatorie del sistema capitalistico:
nessun rispetto per l’ambiente,
nessun rispetto per le leggi internazionali,
predazione di un bene comune,
interessi neocoloniali,
scontri di interessi tra gli stati.
In conseguenza
le riserve ittiche si esauriscono,
fame e migrazioni dai paesi poveri.

…e la pesca è solo una delle offese perpetrate dal capitalismo sul mare. Le altre ad una prossima puntata.

Umberto Oreste, Sinistra Anticapitalista

CONFERENZA SUI DIRITTI UMANI ALL’ASILO FILANGIERI.

Pubblichiamo la presentazione ed  il programma di una interessantissima conferenza sui diritti umani che si terrà all’ ex Asilo Filangieri.

 

Conferenza sui diritti umani

Associazione Nazionale Giuristi Democratici

Sembra oramai matura l’esigenza di un incontro delle associazioni dei giuristi democratici dell’area mediterranea per discutere di temi comuni, scambiare informazioni ed esperienze, strutturare una rete di relazioni stabili ed approvare una carta di principi cui fare riferimento.
Tra gli obiettivi della conferenza c’è quello di approfondire e sviluppare il complesso dei temi proposti secondo un preciso filo conduttore: qual è il ruolo degli avvocati nella tutela dei diritti fondamentali? Perché diviene essenziale la costruzione di una rete nell’area del Mediterraneo? Quali sono i principi e le pratiche da condividere? I temi sono vari e tutti ugualmente importanti, dall’autodeterminazione e la pace, alle migrazioni, alla repressione dei movimenti di lotta a livello europeo. Proponiamo due giorni di discussione, ad ottobre, con la partecipazione di delegazioni internazionali delle aree di riferimento. Il programma sarà articolato come segue, l’obiettivo è l’adozione di una Dichiarazione dei Giuristi Democratici del Mediterraneo (Carta di Napoli).
Prima Conferenza dei giuristi del Mediterraneo
“Il ruolo dei giuristi nell’area del Mediterraneo per autodeterminazione, stato di diritto, tutela dei diritti umani e democrazia”

Promuove/organizza: Ass. Nazionale Giuristi Democratici – Italia; Associazione Europea dei Giuristi per la Democrazia e i diritti umani nel mondo (ELDH) – – European United Left/Nordic Green Left – European Parliamentary Group GUE/NGL –

Partner e patrocini: ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione); Consiglio nazionale forense; Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli; Camera Penale di Napoli; Comune di Napoli, Città Metropolitana di Napoli; Rete ONG italiane “In difesa di”

Programma dei lavori (7- 8 ottobre 2017)
Sabato 7, L’Asilo – www.exasilofilangieri.it
9.30 apertura
Saluti
Luigi De Magistris – Sindaco di Napoli
Andrea Mascherin, Presidente Consiglio Nazionale Forense
Roberto Lamacchia – Presidente Giuristi Democratici
Thomas Schmidt – Associazione europea dei giuristi per la democrazia e i diritti umani nel mondo
Roland Weyl – Associazione internazionale dei giuristi democratici
Francesco Martone – Rete ONG “In difesa di”
Eleonora Forenza, Paloma Lopez GUE
Stefano Maruca, FIOM
Fabio Marcelli, Breve relazione introduttiva sui proponimenti della Conferenza

a seguire:
11.30-13.30 – Focus migrazioni (a cura di ASGI)
Titolarità ed effettività dei diritti dei migranti e richiedenti protezione internazionale: il modello hotspot come laboratorio per la sperimentazione delle politiche UE per il controllo delle frontiere.

Introduce e modera l’Avv. Margherita D’Andrea

13.30 – Pausa pranzo

15.30-17.30 – Focus Europa e diritti/ conflitti sociali: Genova ’01/ Amburgo ’17 Conflitto e repressione nella fortezza Europa

Introduce e modera l’Avv. Danilo Risi

17.30-19.30 – Focus Turchia

Lo Stato di diritto nello stato di emergenza in Turchia: compressione delle libertà fondamentali e crimini contro l’umanità .

Introduce e modera l’ Avv. Barbara Spinelli

19.30 – Chiusura
21.45 – Performance per Giulio Regeni: Drown out – Chapter IIIrd “Regere”. Ideazione di Marie-Therèse Sitzia. Produzione Asilo
22.30 – Concerto del Mediterraneo, Massimo Ferrante

Domenica 8 ottobre
Sala del Capitolo, Complesso San Domenico Maggiore.
9.30 “Mediterraneo: autodeterminazione, democrazia, diritti umani”

Palestina (Wael Abunemeh; S. E. l’ambasciatrice Mai Alkaila)
Sahara occidentale (Elhassan Salek Abba)
Turchia (Fatma Özdemir; Selçuk Koza acli; erife eren Uysal; Ümit Dede, Mahmut Shakar, Mazlum Dinc)
Rojava (Midia Abdamâ Mohammed Abdulkade)
Egitto (Mohamed Azab, Mohamed Issa)
Tunisia (Sabiha Salah, Abdelaziz Essid )
Algeria (Yasmine Bennamani; Ghania Nechar, Mohammed Bentoumi)
Siria (Elias Khouri)
Libano (Hassan Jouni, Souheil El Natour)
Irak (Hussain Shaban)
Catalogna (Mercè Barcelò Serramalena)
Interventi istituzionali (rappresentanti degli ordini forensi)

13.00 – Pausa pranzo

15.00 – Discussione e adozione della Dichiarazione dei Giuristi del Mediterraneo – Carta di Napoli

17.30 Chiusura

Intervista a tutto campo con Vincenzo Rusciano di Greenpeace Napoli: “creare un oggetto di plastica oggi significa creare qualche cosa che vivrà più a lungo dei nipoti di chi ha creato l’oggetto”.

Le questioni ambientali si rilevano di sempre maggior importanza. La questione climatica, l’inquinamento, la vivibilità delle metropoli sono temi imprescindibili per un’agenda politica. Ne abbiamo parlato con Vincenzo Rusciano, portavoce di Geenpeace Napoli.

Allora Vincenzo, quest’estate Napoli è stata funestata da terribili incendi. Cosa pensi a proposito?

Un dolore al cuore. In quel periodo ogni giorno passavo per le zone di Napoli da cui normalmente si gode del panorama ed ogni giorno era come ricevere una coltellata. Sembra assurdo pensare che nessuno riuscisse a controllare quei focolai che anzi, ogni giorno erano più grandi.

In quegli incendi c’erano vari cancri della nostra terra: i rifiuti tossici, l’incapacità di prevenire, la scarsità dei mezzi, l’incapacità di chi ci governa di saper risolvere un’emergenza che una pianificazione avrebbe potuto evitare.

Ci racconti le principali campagne di Greenpeace?

Bhè sono numerosissime: da quelle di contrasto alla deforestazione, ai quelle riguardanti i cambiamenti climatici, arrivando alle campagne sull’inquinamento dei mari. Chi volesse avere un quadro completo può consultare  http://www.greenpeace.org/italy/it/campagne/

Qui a Napoli, chi volesse sostenere le vostre attività, come dovrebbe fare?

Abbiamo un gruppo locale con una presenza virtuale: https://www.facebook.com/GreenpeaceNapoli/ ci riuniamo in vari posti in città e svolgiamo le nostre attività in coordinazione con l’ufficio nazionale a Roma, ma anche intraprendendo noi altre attività locali. Dalla pagina indicata chi vuole può scriverci e l’avviseremo della prossima riunione, ci possono pure scrivere a greenpeacegl.napoli@gmail.com

La Rainbow warrior è da tempo ormai impegnata nel contrasto all’inquinamento del mare. La plastica in questo senso sembra essere un’insidia temibile. Ci racconti di quest’esperienza?
Salire a bordo della rainbow è come entrare in un altro pianeta, un posto dove la gestione dei rifiuti ha influenza sul ciclo di vita dei prodotti che arrivano a bordo, a partire da quando si fa la lista della spesa. La rainbow è una specie di leggenda, é la terza della “saga” ed é la concretizzazione di quei valori ai quali apparteniamo noi come volontari.

Creare un oggetto di plastica oggi giorno significa creare un qualcosa che vivrà più a lungo dei nipoti di colui che ha creato quell’oggetto! Certo, in parte viene riciclata ma una bella parte diventa rifiuto, non trattato, con costi, ambientali e monetari assurdi. Il discorso vale soprattutto per il monouso: pensa, viviamo in un posto dove tra trovare, trasportare, trattare petrolio, farlo diventare un bicchiere, trasportarlo, venderlo, portarlo a casa o sciacquarlo dopo aver bevuto, la gente sceglie la prima opzione!

La grossa tragedia della plastica non é solo quella che si vede ma la microplastica, diffusa negli oceani.

Come Redazione riteniamo di fondamentale importanza la campagna contro il nucleare che state facendo. Cosa ne pensi?
Fermare un esplosione nucleare, nel 1971 fu l’obbiettivo di un gruppo di pazzi che s’imbarcò a bordo del Phyllis Cormack in Alaska. Quei pazzi alla fine sono coloro che pensavano che il cattivo progresso potesse essere fermato, sono stati loro a fondare Greenpeace. Quanto sta succedendo a livello internazionale é l’ennesima prova che il nucleare é un progresso che, come mondo non possiamo permetterci, né con le armi né quando pensiamo di usarlo per produrre energia, basti vedere quello che é successo a Fukushima.

 Da cittadino napoletano, ci dici una proposta che applicheresti per migliorare la qualità delle nostre vite?
Consapevolezza e collaborazione. Sono ritornato a Napoli dopo 13 anni di estero e la cosa più assurda che ho constato é l’accettazione che le cose dovessero andare così. La gente dovrebbe iniziare a pretendere dai politici piuttosto che riverirli. La gente dovrebbe smettere di pensare che l’estero é migliore, perché qua potremmo veramente stare bene, ma piuttosto che armarci e costruire qualcosa assieme litighiamo per il vantaggio immediato.

In fine, a tutte le persone con cui dialoghiamo chiediamo di consigliarci un cd musicale, un film ed un libro. Tu cosa ci consigli?
Musicalmente Lagrimas negras di Bebo y Cigala. Cinematograficamente invito a vedere “le Ali della Libertá” e come libro: “Into the Wild”.

MAI PIU’ CAMPI-LAGHER, MAI PIU’ GHETTI, MAI PIU’ “ VELE DI CEMENTO”, MAI PIU’.

Pubblichiamo un articolo di Franco Vicario. Lo facciamo condividendo sillaba per sillaba, parola per parola. I temi trattati  faranno da sfondo ad un’assemblea che ci sarà al GRIDAS stasera alle 18,30. E’ importante essere in tanti lì. Lo è anche perché proprio da Scampia parte un percorso antirazzista e di contrasto alla xenofobia. Abbiamo pensato di mettere come immagine in evidenza una foto di un murales di Felice Pignataro.  Una immagine che è metafora di una idea profonda a cui non possiamo rinunziare. Attraversare il mare tutti assieme in una barca che reca sulla prua un occhio: la consapevolezza. Essere consapevoli di ciò che accade è il primo passo in un percorso antirazzista.

Ero piccolo, anni 50/60, quando mio padre minatore partiva in cerca di lavoro per il Belgio, venduto dal governo italiano dell’epoca per un sacco di carboni. Dieci anni vissuti, insieme con altri poveri cristi, in un campo di baracche ai margini delle miniere stesse dove si consumava un’esistenza nel buio degli abissi della terra dalla quale si riemergeva, dopo 12 ore, per ritrovarsi avvolti dal buio della notte. La prima immagine di un campo l’ho conosciuta così, attraverso il racconto di mio padre, un racconto sbiadito dal tempo, ma che i fatti di questi giorni, di campi rom bruciati, di campi per migranti, di campi per terremotati, di campi di cemento armato sotto forma di “vele”, ripropongono, nell’era della tecnologia e della comunicazione avanzatissima, in forme, se possibile, ancora più disumane, nonostante la loro apparente antistoricità, l’incapacità degli uomini, della politica nazionale e locale, del popolo critico, del cooperativismo e dell’associazionismo d’accatto, di trovare soluzioni che non siano semplicemente “il cacciare” le persone da un luogo all’altro peggiorando, il più delle volte, le loro condizioni di vita. E’ successo così, e continua a succedere, ciclicamente, per i terremotati, sradicati e trasmigrati, dopo anni di tendopoli, in ghetti periferici, di cui Scampia né un esempio, distruggendone storia ed identità. Sta succedendo così per l’esodo epocale di fiumi di migranti che fuggono da guerre e carestie il più delle volte determinate dagli stessi stati occidentali verso i quali migrano in cerca di aiuto, per ritrovarsi poi, se nel frattempo non sono morti lungo il percorso, accolti in “campi di concentramento” in attesa della carità prezzolata da parte di paesi sempre più divisi, ma complessivamente inaccoglienti.
Sta succedendo così, in particolare a Roma e Napoli, per le etnie Rom, per quelli definiti “ ‘e zingari” che vivono da decenni, non da nomadi, ma in maniera stabile, nei campi e nelle baraccopoli delle periferie delle periferie. A Napoli ne sono complessivamente qualche migliaio, di cui circa seicento a Scampia, censiti dalle prefetture e che, nonostante siano di seconda e terza generazione, quindi napoletani a tutti gli effetti, risultano per lo più esseri sconosciuti alle anagrafi comunali sia per vuoti legislativi nazionali che per incuria istituzionale. In particolare quelli di Scampia vivono sul territorio dagli anni sessanta/settanta ancor prima che, con la legge 167 e con quelle del post-terremoto, fossero costruiti gli attuali casermoni a 13 piani, le vele bunker, i sette palazzi, le palazzine prefabbricate del lotto P, e quelle, cosiddette, del terzo mondo, dei puffi, delle case celesti. “Case” abitate per la maggior parte da gente proveniente da luoghi e da situazioni molto diverse tra di loro, ma con in comune, per la maggior parte, l’appartenenza e la provenienza da mondi di disagio e di marginalità sociale. Tanti campi di concentramento in unico grande campo di concentramento: Scampia. E alla stessa logica non sono sfuggiti gli stessi abitanti dei “parchi” di edilizia cooperativistica, una decina, tutti con nomi bellissimi, tipo, le rose, le rondini, dei ciliegi, delle acacie ecc., ma tutti chiusi e “difesi” da chilometri di recinzioni di ferro. Altri campi di gente “perbene” in mezzo a tanti altri campi senza nome. Persino la villa comunale è negata alla vista, circondata da muri e barriere che ne fanno un luogo quasi inaccessibile sia per la chiusura della maggior parte dei varchi che per i limatati orari di fruizione. Ognuno, di questi luoghi, finisce per farne il proprio regno. Chi per farne la propria piazza di spaccio, chi per farne un personale spazio sociale, chi per farne l’oasi nella quale sentirsi protetto, forse perché si ritiene dissimile tra simili. I recinti di ferro non sono che l’espressione dei recinti e dei ghetti mentali nei quali ci si chiude sempre di più per paure irrazionali negandosi di conseguenza ad ogni possibilità di confronto soprattutto quando si percepisce e si vede la distanza sempre più evidente da chi, per il suo ruolo di responsabilità politica, di responsabilità amministrativa, di governo delle dinamiche sociali, non interviene concretamente per sanare errori propri, per eliminare disagi, per restituire dignità umana a luoghi e persone, vittime, più o meno inconsapevoli, della condizione nella quale si ritrovano a vivere. In questa condizione, che definirei di auto-ghettizzazione, si ritrova gran parte della città di Napoli, dalle “periferie centrali” dei vicoli, ai ghetti delle zone cosiddette “bene” del Vomero e di Posillipo, dai quartieri dormitorio del rione Traiano, di Ponticelli, alle zone sub-urbane super affollate. Si possono fare tutte le distinzioni del mondo, ma è evidente la collocazione di ogni napoletano all’interno di un proprio ghetto , che non fa più distinzione di classe o di ceto di appartenenza e senza particolari differenze tra napoletani “veraci” e napoletani rom. Quelli che urlano, cacciamo i rom dal nostro quartiere, ripeto, napoletani come loro e non sempre peggio di altri, dal nostro quartiere, soffiando sui venti del razzismo e delle pulizie etniche, si fermano, spesso per ignoranza e/o mera speculazione politica, alla superficie di un problema, alimentandone altri, e, soprattutto senza proporre niente altro se non “mandiamoli al vomero e a posillipo così ci pensano loro”, senza interrogarsi e rendersi conto che essi stessi vivono in una condizione “disumana” personale e collettiva, non certo per responsabilità dei pochi rom napoletani sui quali pensano di scaricare le loro anche comprensibili frustrazioni, ma per gravi inadempienze e responsabilità dei governi nazionali e delle amministrazioni locali che si sono succedute nel tempo.
Penso che, mai come ora, tutti quelli che hanno veramente a cuore il destino sociale della propria città e dei luoghi in cui vive, debbano avvertire la necessità di avviare con l’amministrazione di Napoli, con il Sindaco, le prefetture e le altre istituzioni collegate, un confronto per trovare immediate soluzioni ai problemi “emergenti”. Così, come avviene in altri paesi del centro/nord Europa, non deve esistere e deve essere smantellata ogni forma di campo-lager che è la risultante di culture ancora colpevolmente arretrate sul piano dei diritti e del rispetto della dignità umana. Vanno avviate subito dal Sindaco politiche abitative, utilizzando anche il patrimonio immobiliare inutilizzato (migliaia di case e strutture sfitte) dal Comune di Napoli, affinchè nessun cittadino sia costretto ad accamparsi o ad occupare case in maniera “abusiva” diventando oggetto di persecuzioni e di gestioni criminali, camorristiche e non, che si servono e vedono queste sacche di disperazione come un osso da spolpare . Se si vuole parlare di emergenza rom a Scampia si vuole deviare e mistificare quale sia la vera emergenza che è tutta nella difficoltà istituzionale di amministrare una città e le sue contraddizioni. Ma una svolta, decisiva, ci deve pur essere. Tutti i cittadini, napoletani e rom-napoletani, ma anche di altre etnie, a cui è negato il diritto all’abitare per la loro condizione di povertà, hanno bisogno in questa fase, più che mai, del sostegno istituzionale e delle comunità nelle quali si trovano ad essere inseriti nel rispetto delle leggi e delle regole di convivenza che sono alla base delle relazioni umane, ognuno per la sua parte di responsabilità. Bisogna anche sfatare il mito che i rom vogliono necessariamente vivere in comunità ristrette. Il fatto di aver perso nel tempo la “nomadicità” del loro essere li porta ad acquisire le culture dei luoghi in cui nascono e vivono e ad aspirare anche ad avere una famiglia, una casa, ovunque sia possibile, che non sia un campo di concentramento e un ghetto nel quale consumare disumanamente la propria esistenza. Se si riesce a comprendere questo, forse, si comincia ad appartenere ad un mondo nel quale non ci si divide e ci si scanna per stabilire chi in questo mondo vi deve abitare e chi, invece, deve essere “cacciato”.
Ringrazio mio padre che con il suo lavoro e la sua vita in campi-lager stranieri mi ha insegnato cosa sia la solidarietà tra gli uomini e i valori dell’accoglienza, il valore della casa che mi ha lasciato in un “campo fiorito” con il calore dell’ospitalità e dell’amicizia.
Mai più campi-lager, ghetti e “vele di cemento” a Scampia e altrove.
Franco Vicario

Intervista al Segretario Provinciale di Rifondazione, Gabriele Gesso. Abbiamo parlato della Festa Popolare di Pomigliano, delle alleanze politiche, delle priorità nella città di Napoli e di tanto altro.

 In occasione della Festa Popolare che si terrà a Pomigliano d’Arco venerdì, sabato e domenica prossimi,  abbiamo intervistato Gabriele Gesso, Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista. Di seguito l’intervista:

 

Allora Gesso, cosa accadrà dall’ 8 al 10 settembre a Pomigliano D’Arco.
Nell’ambito della Festa Popolare abbiamo inserito la conferenza programmatica metropolitana del Prc di Napoli. Un momento di discussione aperto che provi a determinare linee d’indirizzo da trasformare in azioni politiche concrete nell’ambito del governo metropolitano della città di Napoli.
Quali sono i focus tematici su cui volete fissare l’attenzione
Da anni assistiamo a un continuo svilimento delle capacità d’intervento degli enti pubblici. Il modo in cui la Delrio istituisce le città metropolitane ne è un ulteriore esempio sia in termini di riduzione degli spazi di democrazia che in termini di funzioni. Ormai gli Enti Pubblici nella testa dei Governi nazionali sono stazioni appaltanti il cui compito è privatizzare i settori che hanno intesse per il mercato (acqua, trasporti, sanità…). Noi vogliamo costruire strumenti d’indirizzo politico tesi a ridare centralità agli enti di prossimità che sono gli unici che possono agire per l’interesse collettivo. Per questo pensiamo che i servizi pubblici possano essere riorganizzati su scala metropolitana e che il caso di Napoli possa rappresentare anche un elemento di reazione alle ottuse politiche di austerità. Un punto importante del nostro confronto sarà certamente il rafforzamento della vertenza per l’utilizzo di parte dell’avanzo libero di bilancio, dimostrazione concreta che i soldi ci sono! A fianco di un confronto sui processi amministrativi e di governo noi non possiamo non articolare un ragionamento sui conflitti che si sono generati nella città metropolitana di Napoli a cui il Governo nazionale dà come risposta la vergogna del decreto Minniti. Su questo punto occorre lanciare mobilitazioni che diano un chiaro segnale in difesa del diritto al dissenso. In fine, un tavolo di lavoro si occuperà delle pratiche di mutualismo e di solidarietà sociale come processo che deve attraversare la costruzione del conflitto e la proposta politica. Il tutto sintetizzato nel titolo della tre giorni: strumenti, azioni e conflitti per superare l’austerità.

Ci sarà anche della musica ed occasioni di socialità?
Si certo. A seguito di ogni tavolo di lavoro ci sarà un concerto con la possibilità di cenare grazie alla cucina allestita dal circolo Prc di Pomigliano.
Quali ospiti avete invitato?
Ci sono esperienze amministrative (sindaci e consiglieri dei comuni dell’area metropolitana), rappresentati politici, istituzionali e i movimenti sociali. Sarà presente tra gli altri la nostra Eurodeputata Eleonora Forenza, la nostra consigliera Elena Coccia, il Sindaco metropolitano Luigi de Magistris.
Non posso esimermi da alcune domande connesse alla fase politica. Lei, da Segretario del partito della Rifondazione Comunista, cosa pensa in materia di alleanze elettorali?
Parlare brevemente di questo argomento rischia di farmi scivolare su dichiarazioni spot. Mi piacerebbe affrontare il tema nel dettaglio. Il punto è la forza che esprimi. E’ in base a questa forza, di proposta e di relazioni sociali, che determini la qualità delle tue alleanze. Credo che il mio campo, la sinistra e i comunisti, si debbano preoccupare ora di costruire questa forza e non di bypassare il problema con cartelli elettorali alla vigilia delle elezioni. Insomma l’unità della sinistra è diventata una preghiera, una sorta di litania che muove in uno schema di relazioni solo tattico. I risultati di questo modello sono avanti agli occhi di tutti noi. Credo che ci sia la possibilità di attivare nuovi modelli di alleanze, alleanze sociali tese a ricostruire una base di riferimento, che hanno grande potenziale. Questo tipo di alleanze spesso vengono sacrificate sull’altare del ritorno in Parlamento. Io non ho tendenze extraparlamentari ma credo che nelle istituzioni si ritorni con la costruzione del consenso e con una tattica elettorale efficace. Il punto è ormai ci si occupa solo di tattica elettorale e strategie a brevissimo termine.
Ci racconta un punto di forza ed uno di debolezza dell’amministrazione arancione a Napoli città.
Luigi de Magistris ha la capacità di relazione con la gente e un lessico popolare associato ad una volontà di agire nell’interesse della collettività. Nel primo mandato sono numerosi gli atti che lo dimostrano. Oggi ci scontriamo con nodi importanti e con i continui attacchi dei poteri forti. Abbiamo bisogno di riprendere un percorso di ampia partecipazione e di riassumere un ruolo anche di conflitto con provvedimenti antipopolari messi in campo da Governo nazionale e Regione. Insomma dovremmo tornare a Roma coma Città, recuperare con più efficacia il percorso della città ribelle.

Cosa pensa dello spinoso tema dei campi ROM?
Certamente l’amministrazione ha dimostrato un senso forte di disponibilità all’accoglienza e alla comprensione delle problematiche che riguardano i cittadini Rom. D’altra parte non possiamo nasconderci che non siamo riusciti a trovare misure di contrasto all’emarginazione e alternative abitative ai dei campi. Su questo non c’è più tempo. I progetti faraonici degli anni passati e mai attuati vanno cambiati. Il modello d’integrazione non può essere lo stesso degli anni 90. Sul punto abbiamo presentato una nota articolata con alcune proposte.

Lei ha assunto anche il ruolo di assessore nel Comune di Arzano. Che idee ha per il territorio.
Arzano è un comune che viene da due scioglimenti e anni di “ordinaria” amministrazione commissariale che lascia il segno. Dobbiamo affrontare le emergenze e avere continua relazione con i cittadini ma dobbiamo anche programmare interventi strutturali. Oggi le priorità sono il riassetto del territorio sul piano urbanistico, la messa in sicurezza del sottosuolo, e il ripristino delle regole che tengono in vita una comunità di pari passo con la riattivazione di percorsi di cittadinanza in tutti i campi, dallo sporto all’impegno civico.
 Pur rivestendo un ruolo importante, lei è anche giovane e questo è un bene. Ci consiglia un libro ed un cd che reputa particolarmente interessante?
Ormai sono un diversamente giovane. Evito di stare sul classico e anche sui miei autori preferiti. Credo che faccia bene una sana lettura de “il matematico impertinente” di Odifreddi (nulla a che fare con la matematica), e di rilassarsi un po’ con Meet the Eeels – Essenzial Eels.

Leggiamo con soddisfazione le parole che di seguito pubblichiamo. Speriamo siano la miccia che accende la discussione. Un punto di vista nel senso letterale, che non si arrende alla grande cecita’. Avendole lette non abbiamo avuto dubbi sulla loro notevole importanza in questa fase: adelante

Viviamo una congiuntura storica complessa. Ogni giorno uomini donne e bambini muoiono in quel cimitero liquido che e’ il mediterraneo. I flussi migratori devono essere governati solo da esigenze d’ impresa. Per il resto il genicidio in atto ci pare inesistente. Ogni giorno il modello capitalista devasta l’ ecosistema determinando un countdown verso l autodistruzione. Ogni giorno giovani precari si misurano col vuoto interiore determinato dal piu’ mostruoso dei sistemi di sfruttamento. L’ epilogo e’ drammatico. Una classe sociale frantumata e’ resa impotente. Imprigionata nelle gabbia dei social. Per chi non lo avesse ancora capito la parola chiave dei nostri tempi e’ ricomposizione. Lavorare su quello slancio che trasforma la classe in se’ in classe per se’. Leggiamo con soddisfazione le parole che di seguito pubblichiamo. Speriamo siano la miccia che accende la discussione. Un punto di vista nel senso letterale, che non si arrende alla grande cecita’. Avendole lette non abbiamo avuto dubbi sulla loro notevole importanza in questa fase: adelante

Se non ora, quando?

Le lancette della Storia tornano indietro. Il tempo sta per scadere.

Più di cento attivisti e attiviste si sono incontrati a Cassino (FR) per tre giorni di assemblee e tavoli tematici, confermando la volontà di organizzarsi e unire le forze con chiare finalità e metodi organizzativi.
Un salto di qualità oltre il coordinamento già praticato in questi ultimi anni in città, per una ricomposizione di chi oggi subisce gli effetti del regime neoliberista fatto di precarietà e povertà. Tutto ciò pensiamo debba avvenire su più fronti e livelli, partendo dall’unità su determinati obiettivi di lotta in grado di riunificare le condizioni materiali dei diversi settori di coloro che sono coinvolti, favorendone la reciproca riconoscibilità e l’identificazione della comunanza di interessi.

Il tema della povertà e della marginalità sociale ci sembra centrale oggi in una fase storica in cui si provano a mettere da parte le emergenze sociali per favorire speculazioni finanziarie, tutelando gli interessi di poche persone a discapito di tanti: questo può e deve essere un tema ricompositivo per la cornice che poco prima abbiamo provato a delineare sul tema.

Così come il preoccupante fenomeno della fuga di chi abita a sud verso altri lidi che in un contesto di precarietà simile garantiscono però una continuità di reddito maggiore, tutto in funzione di una ricattabilità maggiore all’interno del vasto mercato del lavoro europeo.

I nuovi “schiavi” oggi viaggiano spesso da sud a nord in cerca di “fortuna”, ma trovano invece ritmi precari più pressanti in cambio di pochi euro in più rispetto a come sarebbero stati pagati nel paese d’origine.
Noi dobbiamo assolutamente combattere per restare nella nostra città e costruirci qui un futuro da cui ripartire: con audacia e spirito di lotta.
Questo per noi è sicuramente un tema ricompositivo da cui ripartire e che riguarda in particolar modo la generazione più giovane che è presente anche all’interno dei nostri collettivi e piani vertenziali.

Per essere all’altezza del nostro tempo e dello scontro in atto c’è la necessità di un livello politico da raggiungere per delineare una soluzione realistica che tenga conto sia delle condizioni oggettive (crisi generale che viviamo e le ripercussioni particolari che assume nel nostro paese) sia soggettive (debolezza del movimento, crisi e ristrutturazione politica delle istituzioni in una fase di evoluzione del capitale). Un livello politico e organizzativo che sappia intervenire sia nella guerra interna (leggi speciali, chiusura delle frontiere, attacco alle condizioni di vita di tantissimi sfruttati) che nella guerra esterna (massacri indiscriminati, guerra, distruzione e avvelenamento della terra).

Per questo crediamo sia fondamentale lavorare nella direzione di una proposta politica ampia per confederare in ogni città le capacità organizzative, le forze militanti e simpatizzanti, le tante esperienze di organismi di base, come le assemblee popolari, i comitati e resistenze territoriali, quelle forze che provano a costruire nuove istituzioni dal basso. Non bastano i nostri “No” alla guerra, allo sfruttamento, alla precarizzazione del lavoro, ai licenziamenti, alle grandi opere, alla Tav, alle trivelle, agli inceneritori, al Muos, al Ponte sullo stretto, agli accordi internazionali come il Ttip, ai patti di stabilità e pareggi di bilancio imposti da organismi transnazionali non democratici, alla sottrazione di beni comuni e risorse pubbliche e alla privatizzazione di servizi pubblici come scuola, sanità, trasporti e beni primari, alla svendita del territorio e agli interventi emergenziali tramite commissariamenti straordinari, allo stato d’eccezione politico e tecnocratico. Tutto questo dobbiamo farlo convergere verso una visione politica, sociale ed economica più complessiva.
Aggredire il vuoto politico che c’è oggi nel paese, trasformarci da minoranza attiva a maggioranza potenziale per orientare e organizzare il nostro blocco sociale di riferimento per porlo sul terreno della trasformazione dello stato di cose presenti e sottrarlo dalla passività e dal disorientamento o ancora dal clima di xenofobia, razzismo, barbarie, miseria e guerra tra poveri e violenza che sta riportando le lancette della Storia indietro.

Tutti i nostri interventi, lotte, percorsi, vertenze e mobilitazioni devono confluire e determinarsi in un programma, in una proposta e concreta e in un’azione politica capace di parlare ai tanti lavoratori, disoccupati, precari, persone impoverite dalla crisi per tracciare insieme una strada e un orizzonte diverso dalla quello che ci circonda.
Pur rappresentando un pezzo significativo della nostra città non ci illudiamo di essere autosufficienti né di rappresentarne la totalità. La sfida è grande. Per questo dall’inizio del prossimo anno politico, settembre, costruiremo momenti pubblici di dibattito e confronto in questa direzione, invitando e coinvolgendo a in questo cantiere tutte le forze sociali e politiche interessate che vogliono confederarsi. Per farlo bisogna cominciare a rafforzare le date già in costruzione, per noi fondamentali.

1) La mobilitazione indetta dalla rete «Non una di meno» contro l’obiezione di coscienza il 28 settembre in tutte le città. In continuità con le mobilitazioni che hanno visto riempire le piazze di migliaia di donne e uomini per una società libera dal patriarcato.

2) Lo sciopero indetto dalle sigle sindacali di base per il 27 ottobre. Per incrociare le braccia e bloccare il paese, iniziando dai nodi centrali della valorizzazione e circolazione delle merci con la capacità di generalizzarlo e farlo vivere sui territori e nella metropoli.
Allo stesso tempo concentrarsi sulla necessità di tornare a mettere al centro la rivendicazione di un Reddito di base e incondizionato, contro il lavoro gratuito, per un salario minimo e un permesso di soggiorno slegato dal contratto di lavoro. Per questi motivi saremo interessanti alla costruzione di una grossa campagna nazionale sul Reddito di base, che possa essere un alternativa di rivendicazione per fasce subalterne del nostro paese rispetto al Reddito di inclusione del governo e della proposta truffa di reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle

3) Le mobilitazioni contro il G7 di questo autunno a Torino. Sull’onda delle centinaia di migliaia di persone che ad Amburgo hanno contestato il vertice della vergogna, evidenziandone la natura oligarchica e l’incapacità di intervenire al di fuori delle logiche di mercato.

4) Costruire iniziative e mobilitazioni partendo da Napoli. Per elevare il livello di scontro sociale e politico con lo scopo di non appiattirlo sul confronto con il piano amministrativo locale, non manchevole di limiti e contraddizioni, ma di direzionarlo “al piano di sopra”: contro patti di stabilità, pareggi di bilancio e debiti imposti dall’Unione Europea e dal governo nazionale.
Il vento che arriva dall’Argentina ci dice: «costruire sintesi e convergenza, senza preclusione al dibattito delle differenze». Noi condividiamo queste parole. Questa è la sfida, questo è il passo successivo. Altrimenti ognuno può credere di cambiare il mondo da solo, rimanendo del tutto incapace di incidere nei processi reali.

Le lancette della storia tornano indietro.

Non abbiamo tempo da perdere.

CAP – Centro Autogestito Piperno
Laboratorio NAssau
Laboratorio Politico Iskra
Bancarotta Bagnoli 2.0
Scugnizzo Liberato
Zero81 – Laboratorio di Mutuo Soccorso

 

 

Un riflessione a mente fredda sui fatti di Amburgo: intervista ad Antonio Perillo di Rifondazione Comunista.

 A mente fredda vi proponiamo una riflessione  sui fatti di Amburgo  del dirigente di Rifondazione Comunista Antonio Perillo.

Ovviamente si tratta di una riflessione che esonda dai temi specifici assumendo i connotati di una analisi generale su cui val la pena soffermarsi:

 

Allora Antonio, ad Amburgo chi si è riunito e per decidere cosa?

Ad Amburgo si sono riuniti capi di Stato e di governo, con molti ministri al seguito, in particolare dei settori economici, dei 20 paesi più ricchi del pianeta. E’ una istituzione senza alcuna legittimazione democratica, non è prevista da alcun trattato dell’ONU o di altro tipo. Ha cominciato a riunirsi negli anni ’90, in parallelo con le riunioni del G7 e poi del G8. Il suo scopo dichiarato, lo si può leggere sul sito ufficiale, è l’armonizzazione dei vantaggi creati dal commercio internazionale e la distribuzione del benefici procurati dalla globalizzazione finanziaria. Un delirio. In realtà si tratta del luogo in cui i governanti pianificano uno sviluppo economico e finanziario a vantaggio delle élite che rappresentano. Negli ultimi 20 anni in fatti non vi è stata alcuna redistribuzione dell’enorme ricchezza prodotto dall’economia mondiale, ma un continuo drenaggio di denaro e risorse verso i paesi più ricchi e in particolare per le strutture economiche e politiche nazionali e internazionali che detengono il potere reale. La cosa più assurda è che ad Amburgo si è parlato di armonizzazione, di sviluppo, di ricchezze…un linguaggio orwelliano se si considera che sono 10 anni che il mondo versa in una grave crisi economica e in una moltiplicazione dei conflitti anche armati. In sostanza, ad Amburgo si è riunito il G20 per discutere di come perpetuare il potere, il dominio e lo sfruttamento da parte dei più ricchi del mondo a danno della parte più povera del pianeta e dei lavoratori dello stesso cosiddetto primo mondo.

Cosa propongono i manifestanti in alternativa?

Le manifestazioni che hanno accompagnato i vari vertici del G7, G8 e G20, fin dai tempi di Seattle (1999) e Genova (2001) hanno sempre ragionato di un altro mondo possibile. Un mondo basato non più sul profitto, ma sulla condivisione e la redistribuzione delle risorse, delle conoscenze, del potere. Io sono nato politicamente in quella stagione, a Napoli nella mattanza di piazza Municipio del 17 marzo 2001 (che fu il prodromo di Genova), e mi ci riconosco pienamente ancora oggi.
C’è da dire che quell’afflato “globale” che sembrava esserci nei primi anni 2000, nei forum sociali mondiali da Porto Alegre a Firenze, sembra esaurito. Come se non si percepisse quel “movimento dei movimenti”, come lo chiamavamo, come una forza politica mondiale in cui riconoscersi. Il NYT ci definì la seconda potenza mondiale, al tempo delle manifestazioni contro le guerre americane in Afghanistan e Iraq.
Ad Amburgo ho visto grande partecipazione ma anche grande rabbia. Ho ascoltato slogan molto duri, antagonisti.
E ho visto tante rivendicazioni, da quelle ambientali, a quelle “nazionali” come quella dei curdi, a quelle sindacali, a quelle più radicali contro il capitalismo. E forse meno consapevolezza “unitaria” come ricordo nei giorni di Genova e dei social Forum. Non so quanto questo possa essere una forza o una debolezza. Lo verificheremo nei prossimi appuntamenti di conflitto. Di certo è una novità, a partire dalla forte ripresa della mobilitazione contro questo tipo di appuntamenti. Non percepivo da tempo l’atmosfera che si respirava ad Amburgo in una settimana intera di momenti di lotta. A fronte, drammaticamente, della scarsità delle mobilitazioni nei recenti eventi del G7 in Italia, in ultimo a Taormina qualche mese fa.

L’Europa può essere lo spazio politico genetico di una nuova soggettività?

Direi che l’Europa è lo spazio minimo possibile. Ad Amburgo, che è uno dei porti più importanti dell’intera Europa, abbiamo partecipato a cortei che si interrogavano su come mettere in discussione i grandi flussi di merci e di capitali che proprio ad Amburgo trovano nel nostro continente un crocevia fondamentale. Al G20 si discuteva di come organizzare questi flussi sempre più in direzione del grande profitto delle poche aziende che li governano. La prepotenza della Germania in Europa si basa sulla sua economia votata alla grande esportazione, col vantaggio della moneta unica e dei bassi salari pagati ai lavoratori in relazione a profitti e produttività.
Bloccare per qualche ora, con un grande corteo pacifico, alcuni accessi al porto, come abbiamo fatto una delle mattine di Amburgo, ha voluto simbolicamente incarnare tutto ciò. Indice di una ripresa di consapevolezza, il movimento che si è palesato ad Amburgo ha ricominciato ad indicare la radice dei problemi, che è europea al suo livello più basso.
Se non si riuscirà ad organizzare un’agenda dei conflitti di livello almeno europeo in grado di mirare alla luna, non andremo molto lontano. Schiacciati dai meccanismi infernali che a livello nazionale stanno mettendo uno contro l’altro lavoratori garantiti e precari, precari e migranti. Cioè poveri contro poveri, facendo il gioco delle destre fasciste.
E’ un’impresa titanica, ma è l’unica strada che abbiamo davanti.

Come si sono organizzate le iniziative di contrasto al vertice di Amburgo?
Il G20 è stato incredibilmente organizzato ad Amburgo nel cuore della città, dove è presente storicamente un insediamento di forze della sinistra sociale, di movimento e antagoniste. Riunire i potenti del mondo fra i quartieri di Altona, Sternschanze e St. Pauli è apparsa da subito come una provocazione.
Molti degli scontri di cui abbiamo visto immagini e filmati si sono verificati nei pressi di strutture sociali da sempre frequentate da queste forze, che hanno, dal loro punto di vista, difeso il proprio territorio.
Come ho detto sopra, complessivamente mi è sembrata mancare un luogo unitario di coordinamento di tutte le iniziative di mobilitazione che sono durate un’intera settimana. Molto si è svolto nell’autonomia di gruppi grandi e piccoli. Spesso c’erano moltissimi cortei presenti in contemporanea.
La polizia ha da subito cercato di alzare la tensione attaccando i pochi spazi collettivi riconosciuti, come i campeggi autorizzati dove trovavano alloggio i manifestanti e la prima grande manifestazione unitaria, la “Welcome to hell” del giovedì sera. Ciò non ha fatto che rendere ancora più ingestibile una situazione già compromessa.
Il grande corteo del sabato mattina è l’unico che ha visto una organizzazione unitaria, dalle forze politiche come la Linke ai settori più radicali di movimento. Ed infatti si è trattato di un corteo enorme, oltre le 100mila presenze, e molto bene organizzato.

 Abbiamo avuto modo di vedere una repressione decisamente dura, tu stesso sei stato fermato. Ci racconti quest’esperienza?

Si è trattato di una esperienza dura e surreale allo stesso tempo. Indice di un cambiamento di fase, nell’implementazione dei meccanismi repressivi, che dovremo approfondire e studiare lungamente.
Ero in un gruppo di 15 compagne e compagni italiani a margine del grande corteo del sabato, appena terminato. Camminavamo in maniera rilassata in cerca di un posto in cui mangiare qualcosa. Siamo stati fermati mentre imboccavamo una strada presidiata da diverse camionette della polizia. Abbiamo subito pensato ad una seccatura, un’identificazione e magari molto tempo per poter essere lasciati liberi di andare a pranzare.
Invece lo scenario si è dimostrato subito più pesante. In pochi secondi, mentre estraevamo i documenti di identità, si sono materializzati oltre 20 agenti che hanno formato un cordone semicircolare chiudendo il nostro gruppo contro le mura di un palazzo. Siamo stati quindi perquisiti individualmente e lungamente. Qualcuno di noi era vestito di nero o di scuro, altri no. Non avevamo alcun oggetto atto ad offendere, né c’era alcun motivo per ritenerci coinvolti negli scontri che si erano verificati nei giorni precedenti. Dopo quasi un’ora ci è stato comunicato che eravamo in arresto in quanto soggetti potenzialmente pericolosi, a discrezione della polizia. Avevano un’intelligence, a loro detta, che dava in arrivo ad Amburgo gruppi di italiani intenzionati a partecipare ai riot nei quartieri caldi attorno alla zona rossa. Siamo stati arrestati, quindi, in maniera preventiva, senza accuse, senza prove e in quanto parlavamo italiano.
A questo scenario già grave e surreale in sé si aggiunga il fatto incredibile che nel nostro gruppo c’era Eleonora Forenza, parlamentare europea che si è immediatamente qualificata come tale agli agenti, in realtà all’unico che parlasse inglese, mostrando il suo badge del parlamento ed il passaporto di servizio. Eleonora era ad Amburgo come compagna e militante, ma anche per supervisionare le mobilitazioni nella sua veste di parlamentare, insieme a molti altri parlamentari europei e nazionali in particolare della Linke. Nessuno degli agenti ha creduto ad Eleonora né al console italiano ad Amburgo che Eleonora stessa ha avuto la prontezza di contattare in quei momenti e mettere in comunicazione con l’agente che sembrava guidare le operazioni. Anzi, molteplici sono state le risate in risposta ad Eleonora a me e ad altri compagni quando facevamo presente che una europarlamentare possiede un’immunità che non consente venga arrestata e detenuta in alcun modo.
A seguire, siamo stati arrestati formalmente e fatti salire su due camionette blindate della polizei, fornite ognuna di due celle. Abbiamo trascorso attorno alle 3 ore seduti in quel piccolo spazio. La parlamentare europea è stata detenuta in questo modo quindi per circa 4 ore complessive, cosa di cui abbiamo già chiesto conto formalmente, tramite il nostro gruppo parlamentare Gue/Ngl, alla presidenza del Parlamento Europeo e al governo tedesco.
Siamo stati quindi condotti presso una struttura detentiva messa su per l‘occasione del G20, la GESA. In sostanza, una grande struttura, forse un ex ipermercato, in cui erano stati posati dei container, dipinti tutti di bianco, a fungere da celle. Siamo stati perquisiti, nudi, fotografati e scortati da due agenti che ci tenevano duramente per le braccia e quindi depositati sul pavimento delle celle. Non c’era alcuna branda o sedia, solo il pavimento ed una stretta panca. Per 24h circa sono stato tenuto quindi per terra, con l’ausilio di una sola sottile coperta. C’era un pulsante per richiedere l’intervento dei secondini. I bagni erano esterni e si veniva accompagnati lì dai soliti due agenti, uno a tenere il mio gomito sinistro, l’altro a torcere il polso destro. I due agenti quindi perquisivano, chissà perché, le loro toilet e ci sorvegliavano, porta aperta, mentre le usavamo. (All’esterno, incredibilmente, due guardie donne scortavano al bagno anche Eleonora, che pure era stata rilasciata all’arrivo alla Gesa in virtù del suo status da parlamentare).
Stesso metodo per i “pasti” che ci hanno portato. Abbiamo mangiato a vista di due guardie che non potevano evidentemente lasciarci strumenti pericolosi come forchette e coltelli di plastica.
Il tutto ci è parso da subito un meccanismo di intimidazione, evidentemente esagerato per persone fermate senza alcun tipo di accusa o di prova.
Personalmente, pur avendo telefonato al legal team che assisteva i manifestanti, non ho avuto in quelle ore la possibilità di parlare con alcun avvocato, investigatore o giudice. Sono soltanto stato svegliato alle 3 di notte circa per parlare con una interprete, che mi ha soltanto ripetuto, traducendo ciò che diceva una poliziotta, che ero detenuto perché ritenuto pericoloso in quelle giornate caratterizzate da scontri di piazza, in virtù di una norme che consente un fermo anche lungo senza alcuna prova o anche accusa. Alla mia domanda “perché sarei pericoloso?” hanno risposto dicendo che la polizia non era obbligata a fornire spiegazioni.
Le ore sono passate, grazie soprattutto alla compagnia di un compagno italiano e di un simpatico anarchico spagnolo che dividevano la cella con me. E siamo stati fatti uscire alle 18 circa del giorno successivo, la domenica, sempre senza ricevere alcuna spiegazione. All’esterno, per tutta la notte precedente, Eleonora aveva cercato in tutti i modi di intervenire, anche grazie al console italiano. Senza alcun esito, anzi venendo minacciata in più occasioni di essere portata fuori con la forza dalla zona dell’ingresso della Gesa.
In tutto ciò, nessuna solidarietà o notizia o comunicazione è giunta dalle autorità italiane. Se si esclude il prezioso contributo del console italiano ad Amburgo. Vi sono ancora 6 compagni italiani detenuti, dopo oltre 2 settimane, anche loro con accuse deboli o debolissime. E non è volata una foglia italiana contro il potente e ricco alleato tedesco. Tutto ciò è vergognoso. Giovedì 27 siamo stati in piazza all’ambasciata tedesca a Roma per chiedere l’immediato rilascio dei 6 italiani. Con la rabbia data dalla consapevolezza che questo livello di repressione del dissenso è diventato ormai normalità, tanto da non diventare nemmeno notizia sui media quando ci sono dei connazionali dietro le sbarre.

Più in generale, anche i giornali conservatori tedeschi hanno criticato la gestione della sicurezza nei giorni del G20 ad opera di Hartmut Dudde, il capo della polizei di Amburgo. Una escalation delle violenze che ha portato a centinaia di feriti fra genti e manifestanti e che probabilmente, nel giorno della manifestazione del sabato, ha dato il via ad una politica di arresti preventivi anche ad uso politico e mediatico.
Oltre la globalizzazione e la gestione neoliberista della crisi all’insegna dell’austerità, abbiamo un altro moloch da abbattere, ovvero la torsione autoritaria sulle nostre vite e sul nostro diritto a dissentire e a manifestare.

Che prospettive ha, secondo la tua impressione, questo enorme movimento?

Non è certamente semplice da dire. Noi arrivavamo ad Amburgo con negli occhi le magre mobilitazioni italiane contro il G7 e ancora prima contro la presenza dei capi di Stato a Roma per l’anniversario dei trattati europei nel marzo scorso. Abbiamo visto invece una partecipazione massiccia e diversificata, radicale. Non interessata a chiedere udienza, o “dialogo”, o a consegnare letterine di intenti ad una istituzione antidemocratica come il G20 (triste deriva degli ultimi anni di forum sociali), ma a metterne in discussione alla base la legittimità. Noi possiamo fare senza di voi, questo il messaggio. Non so dire se si tratta di un nuovo inizio di mobilitazione a livello europeo e globale, noi lavoreremo per quello. Ma di certo è il minimo indispensabile per ripartire in quella direzione.

Interessante documento sul caso Bagnoli elaborato da Massa Critica e Bagnoli Libera

Bagnoli: quando troppi parlano, se ‘mbrogliano ‘e lengue.  

Facciamo chiarezza sul piano e il futuro delle lotte in città

In queste ore sul caso Bagnoli chiunque prova a mettere bocca. È naturale che un argomento che ha tenuto banco per oltre vent’anni, simbolo dell’immobilismo della classe dirigente napoletana e nazionale, davanti a un possibile orizzonte di cambiamento produca come primo effetto una polarizzazione delle posizioni. Prima di tutto vorremmo precisare che quando si parla di movimenti e di conflitto sociale bisogna sempre sforzarsi di comprenderne la complessità. Tutto ciò diventa più difficile nell’epoca dei social media dove il tutto si riduce a cocktail di frasi fatte e opinioni basate sul sentito dire che rendono quasi impossibile un bilancio sereno dei fatti che ci troviamo a commentare.

Viviamo in una repubblica delle opinioni in libertà piuttosto che della libertà di opinione.

Il livello del dibattito politico in questa città è scandito da commenti, post su Facebook o articoli di taglio scandalistico. Peccato che l’accordo vero e proprio sia stato reso pubblico solo da poche ore, e questo misura chiaramente come viviamo in una repubblica delle opinioni in libertà piuttosto che della libertà di opinione. Il primo limite è proprio questo: per decidere la città deve conoscere, altrimenti si delega sulla fiducia e nella crisi politica attuale ciò significa uno scontro sterile tra le tifoserie. È questo scenario che non intendiamo assecondare, perché ha le gambe corte. È questo un messaggio dovrebbe essere chiaro prima di tutto a questa Amministrazione che ha saputo ricalibrare le proprie scelte su Bagnoli in base alle posizioni espresse dai comitati e dai cittadini. In quest’ottica vanno interpretati il no al commissariamento, il rigetto dell’accordo del 14 agosto 2014 e all’opposizione alla cabina di regia. Su altre questioni, della dialettica costruita in questi ultimi anni, abbiamo espresso posizioni differenti oltre ad avere scelto, per il ruolo che i movimenti ricoprono, pratiche autonome attraverso le quali abbiamo portato avanti questa e altre battaglie. Ma è chiaro che senza una mobilitazione diffusa, e sia chiaro conflittuale, degli abitanti del territorio i primi ad essere travolti saranno proprio quelli, anche nelle Istituzioni, che non hanno alleati potenti tra speculatori, palazzinari e grandi interessi privati. È uno scenario già visto nel settembre 2013, che nelle prossime ore si potrebbe riaprire con ancora più virulenza grazie alla Corte dei Conti. Sono questi i fiati sul collo pericolosi che si vorrebbero far finta di non vedere? Quelli che crescono nel sottobosco delle stanze chiuse e che possono essere soffocati solo agendo all’opposto, aprendo cioè carte, documenti e progetti alla città. Questo è stato fatto solo ora e adesso deve cominciare un controllo popolare diffuso, come detto in campagna elettorale. Gli attori del dibattito politico cittadino, dalle istituzioni ai movimenti, hanno il dovere di articolare una discussione su questa nuova fase che non sia il sostegno a questa o quella posizione, ma che entri nel merito della questione e che riesca anche ad articolare una prospettiva sulle scelte che verranno prese nei prossimi mesi.

Viviamo una fase di impasse, il vuoto delle casse del bilancio comunale impedisce qualsiasi ipotesi di avanzamento delle rivendicazioni sociali complessive (a eccezione di poche vertenze) e mantiene la città in un perenne stato di ricatto tra il dissesto o la possibilità di galleggiare in questa situazione fino all’uscita dal tunnel che, a dire il vero, in questo momento non ci sembra a portata di mano.

In questo quadro si iscrive l’accordo su Bagnoli firmato qualche giorno fa, accordo che rappresenta un risultato importante, soprattutto dal punto di vista politico. Ricordiamo bene l’arroganza di Renzi il 6 aprile 2016, durante mobilitazioni durante più di 12 ore, mentre mostrava le slide di un piano che puntava a far diventare la nostra terra ancora una volta un luogo da depredare e sul quale speculare. Ci fa sorridere che l’ex premier abbia dichiarato che anche lui sosteneva le rivendicazioni dei cittadini: spiaggia pubblica, arretramento di Città della Scienza, rimozione della colmata, parco urbano. È chiaro che, in questi ultimi mesi, un pezzo del PD e di chi vuole che i territori siano solo luoghi del saccheggio, ha dovuto indietreggiare dovendo accettare che la città di Napoli, nel suo complesso, non cederà a nuove speculazioni.

Questi sono i risultati della mobilitazione e della lotta, che hanno pagato e hanno imposto le loro idee alla politica e alle istituzioni.

Questi sono i risultati della mobilitazione e della lotta, che hanno pagato e hanno imposto le loro idee alla politica e alle istituzioni. Questo ci basta? Assolutamente no, siamo consapevoli che i movimenti napoletani e la loro capacità di mobilitazione e di costruzione di discorso escano rinforzati da questa vicenda, ma siamo altrettanto consapevoli che noi non siamo sufficienti come non è sufficiente un sindaco, perché o saremo capaci di innescare una mobilitazione cittadina o tutto quello che si è ottenuto verrà poco a poco eroso dagli accordi esecutivi e quello che di sbagliato c’è aumenterà a dismisura. Sintetizziamo alcune delle criticità che la firma di quest’accordo presenta:

  • La partecipazione è l’elemento maggiormente sacrificato. Se, come dicono De Magistris e l’assessore Piscopo, siamo a un primo passo, bisogna recuperare sulle pratiche della partecipazione e del coinvolgimento, in particolar modo durante l’attuazione del piano e sul controllo di ogni operazione, dalle bonifiche alle clausole sociali per il territorio.
  • La battaglia contro l’articolo 33 dello SbloccaItalia e il commissariamento. Questa battaglia non è finita. Non ci possiamo accontentare di un buon piano se sui nostri territori, da Bagnoli alla Val di Susa, si continueranno a riprodurre meccanismi di espropriazione della decisionalità degli abitanti e dei territori.
  • I tempi di attuazione dell’accordo e le risorse finanziarie necessarie. Se alle bonifiche probabilmente ci sarà dedicata la delibera CIPE di agosto, non è ancora chiaro da dove verranno reperite le risorse per effettuare la rigenerazione urbana. Il capitalismo italiano, straccione e parassitario, preferisce inghiottire le rendite piuttosto che investire e speculare. Oggi ci troviamo di fronte alla possibilità di depredare Nisida, area non inclusa nel Sin, e sul possibile immobilismo del resto delle opere – parco, spiaggia e servizi sociali nel quartiere.
  • Nisida e il porto. L’isola di Nisida sembra essere diventata l’area di interesse delle future speculazioni. Speculazioni che prevedono l’annessione della stessa al perimetro del Sin e, successivamente, la presenza di strutture ricettive e di un porto la cui grandezza è maggiore rispetto al passato. Progetti predatori e speculativi che paiono quasi un indennizzo per l’aver ceduto su spiaggia pubblica, parco urbano, ecc, per i quali mancano, peraltro, gli studi ambientali necessari.

È evidente che la firma di questo accordo e le problematiche appena esposte caratterizzino l’apertura di una nuova fase. Saremmo miopi se non vedessimo i grandi passi avanti fatti in questi ultimi tre anni, anche se volessimo ragionare solo dal punto di vista contenutistico del dibattito attorno a Bagnoli. Parlare oggi di spiaggia, rimozione della colmata e di mandare a casa i concessionari non è una questione da poco. Per questo alcuni stakeholder, che su questi territori hanno sempre avuto le mani libere per imporre i propri interessi e fare i propri sporchi comodi, oggi urlano e chiedono di essere “inclusi” nel processo decisionale.

Per questo la nostra azione non può fermarsi, anzi. Oggi, che vediamo più chiara la luce in fondo a un tunnel durato 25 anni, dobbiamo intensificare la nostra azione di controllo, partecipazione e pressione dal basso.

La nostra azione non può fermarsi, anzi. Dobbiamo intensificare la nostra azione di controllo, partecipazione e pressione dal basso. Dobbiamo tenere gli occhi aperti e far sentire il nostro fiato sul collo.

Dobbiamo tenere gli occhi aperti e far sentire il nostro fiato sul collo al Governo e a Nastasi affinché le bonifiche siano realizzate. Dobbiamo stare con il fiato sul collo della Regione, perché siano realizzate le infrastrutture richieste dal territorio. Dobbiamo tenere il fiato sul collo anche del Consiglio Comunale perché in troppi, in questi anni, hanno strizzato l’occhio a Renzi, a Città della Scienza o agli amici degli amici dei locali sulla costa. Dobbiamo avere il fiato sul collo di chi pensa che Nisida possa diventare un resort privato da sottrarre alla città.

Al Sindaco, alla stampa, a chi abbia ancora dubbi diciamo ancora una volta che i nemici sono e restano ancora una volta il commissario Nastasi, il PD, i monopolisti del litorale e degli interessi speculativi, e tutti coloro che in questi anni hanno tenuto tutto fermo a Bagnoli. Se con la sigla di questo accordo si alimenterà la decisionalità dal basso e si andrà nella direzione dei bisogni sociali espressi dal territorio, ci troveremo ancora una volta dalla stessa parte come in questi anni. Altrimenti non ci sono ragioni di stato o tattiche politiche che tengano: non faremo un passo indietro.

 

Ancora una volta Napoli colpita dalla bomba ecologica.

12 luglio 2017, ore 7:00, le narici tirano su aria, un gesto vitale ma che  prima di uscire si riempie di un valore simbolico: chiamare a sé le energie. Un rito che mi accompagna ogni mattino. Ogni ritualità  religiosa associa all’atto di inspirare una potenzialità rigenerativa. Alcune pratiche meditative si basano su questo esercizio.

Gli antichi bodhisattva certo non avrebbero mai potuto immaginare che l’avvelenamento sarebbe un giorno passato proprio attraverso l’atto dell’inspirazione.

Uno sguardo dal balcone. In lontananza il Vesuvio è avvolto dalle fiamme. Giorni dopo avrei ritrovato un’immagine in rete, scattata dal musicista Daniele Sepe mentre era in aereo.

 

 

Esistono vari tipi di bombe.  Esiste la “bomba militare”. Essa ha una sorta di “onestà intellettuale”. Geneticamente votata allo sterminio. Produce tanti morti quanti dice di volerne produrre. Napoli già nel novembre del 1940 fu bombardata. In quella folle guerra a quei bombardamenti ne seguirono altri.

Poi esiste la “bomba economica”. Essa produce precarietà e disoccupazione. Desertifica lo spazio giuridico in cui fioriscono i diritti e trasforma la povertà in miseria.

In fine i esiste la “bomba ambientale”. Anche essa è un potente strumento di sterminio.  Con i roghi del Vesuvio ben oltre 100 ettari di terreno andati in fumo.

Una nube di colore scuro lascia presagire che siano andate in fiamme anche le discariche abusive. La bomba ecologica ora si staglia lungo le pendici del Vesuvio trasportata dal vento. C’hai visto giusto. Sei in guerra come nel 40. Solo che questa volta non c’è stata una dichiarazione formale. Non ci sono eserciti sul campo. La guerra è silente e strisciante e non si fa nulla per affrontarne le conseguenze. Il governo Renzi ha sciolto il corpo forestale accorpandolo nei carabinieri. Quello Gentiloni ha ridotto i mezzi utilizzabili nel contrasto agli incendi procedendo invece ad acquistare una flotta di F35. Uno sola di quelle macchine da morte costa 130 milioni di dollari. Il volto osceno della morte, sia essa provocata da un bombardamento militare, sia essa provocata dalla bomba ambientale, assume lo stesso ghigno. Il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca ha più volte rifiutato di stipulare una Convenzione coi Vigili del Fuoco. Ora vi sono molti modi per accendere una miccia. Anche una omissione può essere un modo per favorire chi ha compiuto quel gesto criminale. Quella convenzione andava firmata ed invece è avvenuto solo oggi, mentre da ben otto giorni il Vesuvio è in fiamme. Ed è ovvio che in un momento del genere il pensiero vada anche ai Vigili del Fuoco ed alla loro impresa titanica. Uomini e donne straordinari, sottopagati, che agiscono con pochi mezzi e che hanno lanciato una importante manifestazione a Roma per il 19 luglio.

Ben tre Procure sono impegnate nelle indagini, Napoli, Nola e Torre. Gli indizi per ora sembrerebbero portare a gruppi criminali impegnati nella gestione dei rifiuti e nelle speculazioni edilizie.

In questo disastro, scrivendo tra le macerie che la bomba ecologica ha prodotto e produrrà in termini di aggressione alla salute degli esseri viventi, le parole del Presidente della Repubblica sono veramente troppo poco. L’utilizzo dell’esercito è una trovata buona per ogni emergenza che non frega più nessuno. Un poco come le armi segrete di Hitler, che secondo la propaganda avrebbero mutato le sorti della guerra, ma che poi si rivelarono esperimenti embrionali che fallivano miseramente. Anni dopo grazie ad essi gli americani avrebbero costruito lo strumento di sterminio totale: la bomba atomica.

Intanto da queste parti le cose non appaiono nitide. Come se la bomba ecologica, avvolta in una coltre di fumo, schermasse moventi e fini dei suoi artificieri.  Gli interessi, gli attori reali e la posta in gioco ancora non sono chiari. L’indizio principale, il suo innesco, è per sua natura indecodificabile, appartenente all’arsenale di follia umana che tutti riteniamo non sarà mai azionato, almeno fino alla frazione di secondo dopo. Quando qualcuno ha premuto il bottone della soluzione finale.

Fin qui due le iniziative messe in campo. L’una organizzata da Stop Biocidio, l’altra un presidio di movimenti e comitati sotto i palazzi regionali. Importanti ma non sufficienti.

Il livello di scontro in atto richiederebbe, crediamo, un livello d’azzardo più altro di conflitto. Bisognerebbe immaginare in autunno una mobilitazione unitaria che parta dai soggetti politici  ma li oltrepassi  e divenga un’onda anomala di esseri umani capace di travolgere il mal governo. Chiamiamo tutti/e alla “resistenza del vivente”.  A sostenere tutte quelle persone che prima hanno lottato contro le fiamme ed ora devono misurarsi contro l’oblio che avvolgerà le loro produzioni dimenticate, gli alberi, i boschi, il verde.

Come sempre dalla parte del Bosco!