“Perché la comunità scolastica siamo noi, STUDENTI E DOCENTI, che dobbiamo ambire a ritornare alla cultura del SAPERE… del saper essere se stessi, del saper relazionarsi agli altri, del saper combattere le ingiustizie, del saper costruire un’alternativa, del saper sviluppare le nostre menti in maniera libera.”

 

 

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un Interssante articolo di  Yari  Angelo Russo studente.

È necessario, oggi più che mai, riflettere su dove stia andando a finire la Scuola italiana. Una scuola che diventa sempre più “vetrina” e sempre meno luogo di scambio di idee, confronto, sviluppo del pensiero critico. Una scuola che si sta trasformando in un prodotto da vendere al miglior offerente, per acquisire iscritti e dunque maggior visibilità per il Dirigente Scolastico. Agli Open Day si dà il meglio di sé per mettere in scena una finzione eccellente, che narra di una scuola innovativa, aperta, piena di opportunità e iniziative per aprire la mente degli studenti. Ma nella maggior parte dei casi, purtroppo, la scuola è perfettamente l’antitesi di ciò che si racconta. Una scuola in cui il Dirigente Scolastico ha sempre più potere a discapito degli studenti e dei docenti, che si trovano limitati in ciò che dicono e ciò che fanno, costretti ad abbandonare le loro idee e le loro iniziative per lasciar spazio ad un rassegnato “signorsì”.Una scuola in cui il Consiglio d’istituto è una mera illusione, perché di fatto diventa un luogo in cui il dirigente illustra le proprie decisioni e ascolta quelle altrui, ma senza una reale unità di intenti e parità di opportunità. Una scuola in cui dibattiti e confronti sono considerati pericolosi perché “politici”… e a scuola non si fa politica. E chi lo ha deciso? Politica è mettersi alla prova, donare se stessi per gli altri, sviluppare idee, condividerle con i propri compagni, lottare insieme per dei valori comuni e analizzare la realtà che ci circonda con occhio lucidamente critico e obiettivo. Percorsi sul razzismo, sulla Costituzione, sullo Ius Soli.. non sono argomenti di propaganda politica, bensì momenti di arricchimento personale e approfondimento del mondo che ci circonda e che dovremmo tutti provare a migliorare. Nel modello della scuola-industria questo tipo di politica non è previsto… è previsto però quello degli accordi con la politica politicante, degli sponsor, delle passerelle che si fanno fare ad esponenti di partito in cambio di una promessa o un favore qua e là. La politica del compromesso, dello scambio di favori per far contento me e te. Una scuola, dunque, in cui manca la possibilità di parola e il senso critico, dove chi la pensa diversamente viene messo all’angolo da chi gestisce il tutto, dove quasi tutto è calato dall’alto ma una illusoria e ben costruita vetrina deforma la realtà facendo sembrare ciò che non è. Una scuola che è perfettamente lo specchio della società in cui viviamo. Perche è dai ragazzi, nelle scuole, che si insegna la cultura del “pensiero unico”, della rassegnazione, che li si plasma in maniera tale da essere futuri cittadini deboli, ignari di ciò che li circonda ed estremamente manipolabili. Ma è sempre dai ragazzi che può partire una tendenza contraria, un’opposizione a questa realtà che sta degenerando, e che non ha niente a che fare con la democrazia che dovrebbe caratterizzare ogni luogo pubblico. Dai ragazzi può e deve partire un nuovo modo di concepire la scuola, che porta alla riappropriazione degli spazi di condivisione, allo scambio di idee, alla riflessione su tematiche sociali, alla partecipazione attiva di ognuno alla vita della comunità scolastica. Perché la comunità scolastica siamo noi, STUDENTI E DOCENTI, che dobbiamo ambire a ritornare alla cultura del SAPERE… del saper essere se stessi, del saper relazionarsi agli altri, del saper combattere le ingiustizie, del saper costruire un’alternativa, del saper sviluppare le nostre menti in maniera libera.

Yari Angelo Russo 

Domenica prossima si vota, quando sarai nella cabina non dare ascolto a nessun altro che non sia la tua coscienza!

Metro collinare, ore 20,00. I passeggeri salgono, ed ognuno è perso nei suoi pensieri. La metro collinare è un immenso tubo connettivo che collega le periferie al centro, ed a sua volta, la provincia alle periferie. Flussi di risorse umane che si spostano lungo le latitudini metropolitane per recarsi a lavoro, a studiare, o nei territori del consumo totale. Il silenzio lisergico è rotto da un mendicante che chiede qualche spicciolo. Questa volta però nelle sue parole riecheggia qualche cosa di strano. Con voce sommessa dice: “perché a me non date un soldo, ed invece sostenete gli immigrati”. Eccoci al capolinea della nostra civiltà, ci sono riusciti. Hanno trasformato la povertà in miseria. Essa, la povertà, ripiegata in sé stessa e deprivata di ogni anelito alla trasformazione sociale, è divenuta miseria rancorosa e cupa. Dal quel momento il gioco è stato facile: italiani contro migranti, lavoratori contro altri lavoratori, precari contro precari, poveri contro poveri. La campagna elettorale appare una bestia muta che non proferisce parola. Sui grandi temi cala il silenzio. Tutto si ricompone in questo vuoto. Nei primi anni novanta le classi egemoni alimentavano uno scontro in cui taluni partiti sostenevano gli interessi del capitale industriale, altri quelli della piccola imprenditoria. Oggi, sul quel lato della barricata, il fronte è unitario e ricomposto. Il capitale ha accumulato le sue forze  e, dopo aver sfondato sul piano della dissoluzione dei diritti, prova a portare l’attacco fino in fondo. Politicamente ciò si traduce nella formula delle larghe intese. Tutto come previsto? No, in giro c’è un’anomalia. il tentativo di ricomporre uno spazio politico che rappresenti una contro spinta a questi processi, ha portato alla maturazione dell’esperienza di Potere al Popolo.

In questo ambito è maturata la candidatura di Barbara Pierro.  Una campagna elettorale entusiasmante, fatta tra la gente, nelle  “case dei puffi” a Scampia, nei mercatini, nel Carcere di Poggioreale, nelle comunità migranti, nei quartieri della zona est. Una campagna che ha portato un gruppo di rom di Scampia a decidere di voler prendere parte al processo democratico attraverso il voto.  Relazioni umane che si sono sedimentate. Già questa è una vittoria. Insomma, una campagna elettorale fatta non con le parole mute e sterili dei soliti partiti, ma con il lessico vibrante della solidarietà, della vicinanza, della cooperazione e dell’amicizia.

E’ per questo che lanciamo un invito al voto per Potere al Popolo e per la nostra Barbara Pierro.

Sappiamo che questo sarà solo un primo passo, alla lunga è necessario munirsi di uno strumento politico capace di contrastare la devastazione che il sistema capitalistico produce, ma percepiamo già il timore dei nostri  avversari.

Alla lunga tutto questo modello sociale che si basa sul dolore verrà giù  come un castello di sabbia.

Universo giovanile, scuola ed anestetizzazioni sociali: intervista ad Angela Vitale.

Dopo i recenti fatti di cronaca si è aperto il dibattito sulla violenza giovanile e sulle baby gang. Noi abbiamo deciso di dare la parola ad un’insegnante, poiché riteniamo che il piano su cui contrastare la violenza  è quello della famiglia, della scuola e della società nel suo complesso.

Di seguito l’intervista ad Angela Vitale:

 

 Angela lei insegna, in quale scuola?
Insegno nell’Istituto “Santa Rita alla Salute”, nel quartiere Avvocata/Montecalvario, limitrofo ai quartieri Vicaria, Arenella e Quartieri spagnoli. La scuola abbraccia un bacino d’utenza di ragazzi che provengono anche da luoghi noti alle cronache, quali il rione Sanità, il Cavone, le Fontanelle.
Che idea si è fatta dell’universo giovanile?
L’idea che mi sono fatta è quella di una grande complessità perché molto complessa è la realtà in cui i nostri ragazzi sono immersi. Per parlare dell’universo giovanile credo si debba partire dall’analisi e dalla comprensione della realtà sociale e culturale del contesto (che poi non è mai uno solo ma è l’interazione tra più contesti ad agire): i giovani sono lo specchio della realtà sociale e culturale nella quale vivono; ed oggi sono la cartina di tornasole di una società piena di contraddizioni, di cambiamenti rapidissimi e profondi, di instabilità, di precarietà. La sensazione è quella di vivere in una realtà frenetica e provvisoria che aliena, che mortifica la progettualità. È l’epoca dei grandi social eppure connotata da un forte individualismo e da grandi solitudini. Ragazzi pieni di grandi potenzialità eppure spesso così smarriti. E forse, prima ancora dei ragazzi, i primi ad esserlo sono proprio gli adulti.
 Gli ultimi drammatici fatti di cronaca ci raccontano di baby gang molto violente. Cosa pensa a tal proposito?
Penso ci sia molta più solitudine di quel che normalmente si pensi. Un malessere diffuso, silente che attraversa nel profondo i nostri ragazzi. Da qui alla noia e al cinismo il passo è breve. Ci si anestetizza e si finisce col pensare al mondo come ad un luogo in cui ci si debba difendere. Nei casi peggiori questo senso di minaccia arma i nostri ragazzi di brutalità, coltelli ben affilati e violenza disumana. Penso che il fenomeno delle baby gang, conosciuto da tempo, debba essere un’occasione improrogabile per interrogarsi. Noi adulti siamo degni di essere chiamati tali solo se ci sentiamo mossi da un urgente senso di responsabilità. La responsabilità ha a che fare col rispondere: è la capacità di rispondere reagendo, è una risposta d’azione, una presa di forte consapevolezza. Chi si sente assolto, de-responsabilizzato rispetto a tanta umanità marginalizzata, disperata, dolente è il primo dei colpevoli e condanna senza possibilità di appello.
Con quali strumenti bisognerebbe fronteggiare questa escalation di violenza?
Prima di ogni cosa, con la cura. La cura è responsabilità. Prendiamoci cura dei nostri ragazzi e facciamolo con premura. Ascoltiamoli. Hanno bisogno di non sentirsi dimenticati. Interroghiamoli, parliamo con loro cercando di capire quali sono le difficoltà che incontrano, caliamoci nel loro mondo. Non credo nella repressione e neppure nella sola prevenzione. Entro in grande conflitto con i rinunciatari, i disfattisti o con chi sa solo pontificare. Serve un piano per i ragazzi a rischio, e non solo di Napoli. Bisogna lottare. Credo nell’azione e nell’esempio. Forniamo ai nostri ragazzi nuovi paradigmi. Mostriamo loro che esistono nuovi mondi possibili. E poi la Bellezza, devono ubriacarsi di Bellezza.
 Ci sono dei limiti nell’azione della scuola?
I limiti ce li impongono. Negli ultimi anni l’Italia pare non punti sulla scuola. Eppure questo non basta a fermare chi vuole fare: quando un insegnante è in classe si chiude la porta alle spalle e riscrive ogni giorno la sua storia con i ragazzi. I miei momenti migliori, i più commoventi, sono quelli in cui intercetto la loro emotività, le loro debolezze… dolori, disagi, bisogni. Hanno bisogno di persone che siano disposte a raccontare, perché vogliono ascoltare, e di persone disposte ad ascoltarli, perché hanno bisogno di narrarsi. La scuola deve fare cultura nel senso più ampio del termine: deve fornire ai ragazzi gli strumenti per coltivare se stessi. La comunicazione è determinante, e avviene davvero solo quando si trasmette un “supplemento d’anima”.
Parliamo di lei. Chiediamo a tutti i nostri interlocutori di segnalarci un libro o un musicista da tenere assolutamente in libreria o nel lettore cd. Lei cosa ci dice?
Segnalare un solo libro è quanto di più complesso possa chiedermi! Ne cito uno perché anche solo il titolo trasmette un messaggio per me importante: “Le parole sono corpi tattili” di Fernando Pessoa. Perché “chi non vede bene una parola non può vedere bene un’anima.” In quanto alla musica sono eclettica, amo generi anche distanti tra loro a partire dal jazz alla musica classica, dal pop a quella sperimentale. In questo momento ascolto con una certa devozione Ryuichi Sakamoto.

“Per chi ha un cuore green è un’esperienza traumatica vedere una pianta distrutta”. Intervista a Cristiana Liguori Coportavoce di gente Green.

Le profonde trasformazioni a cui stiamo assistendo e la crisi ambientale fanno in modo che tali temi non siano più sussidiari o secondari rispetto ad altri. Abbiamo intervistato Cristiana Liguori di gente Green e ne è emersa un’idea di città in armonia con i principi dell’ecologia: 

Allora Cristiana, come nasce il tuo interesse per le tematiche ambientali?

Fin da bambina ho avuto ho avuto una spiccata sensibilità per le sorti degli animali e delle piante. Per questa ragione a 14 anni smisi di mangiare la carne. Ma è solo in tempi recenti che ho sentito il bisogno di agire concretamente e smettere di lamentarmi dello stato delle cose. Io penso che le persone comuni hanno molto potere ma devono metterlo in campo. Specialmente quelle che hanno a cuore il benessere di tutti. E così avevo appena deciso di iscrivermi a una grande associazione tipo Legambiente o WWF quando mi contatta Carmine Maturo e mi invita a partecipare alla prima riunione di una nuova associazione, Gente Green. Una coincidenza interessante!


Cosa è gente Green e quali sono le sue campagne?
Gente Green è un’associazione nata dalla volontà di incidere nella città di Napoli ma anche nella città metropolitana ed è costituita da tecnici, ecologisti storici e persone appassionate a queste tematiche come me.
La nostra visione è ampia, abbiamo un programma che riguarda i trasporti pubblici, la rete della pista ciclabile, abbiamo lanciato una campagna per la costruzione di un nuovo aeroporto per allontanare il traffico aereo dall’area urbana. Poi c’è la questione dei parchi e del verde. Di recente abbiamo presentato un manifesto per il verde insieme a wwf e Legambiente.
Inoltre organizziamo eventi per consentire ai cittadini di godere delle bellezze della città, come le passeggiate del cambiamento che si svolgono sulle scale della Pedamentina e del Moiariello. E ancora stiamo curando un ciclo di discipline orientali come yoga, tai chi e altre che si tengono al bosco di Capodimonte.
A Napoli ti stai battendo contro la potatura selvaggia. Ci racconti questa esperienza?

Per chi ha un cuore Green, è un’esperienza traumatica vedere una pianta distrutta, tagliata, bruciata. Ed è quello che si vede in città, per non parlare degli incendi boschivi dell’estate scorsa. Li sono stati distrutti flora e fauna. Le persone devono capire che a noi il verde serve intatto e abbondante per la salute dei nostri figli. Il verde non è solo un fattore estetico, ma è un vero e proprio presidio sanitario. Senza il verde si muore. Penso che bisogna educare all’ambiente l’intera popolazione a partire dalle scuole primarie. C’è molta ignoranza.
a Napoli le politiche ambientali sono tenute nel giusto conto?

A Napoli e dintorni ci sono molti problemi da risolvere e quello del verde è uno di questi. Abbiamo ereditato cattive abitudini che si fa fatica a cambiare. Servono persone capaci con una nuova visione. Sia i tecnici che i giardinieri sono convinti che bisogna tagliare, mentre i nostri esperti non lo pensano affatto. Solo quando strettamente necessario si può potare non più del 30% della pianta e con tecniche precise. Il problema è a monte, non si può piantare un albero ad alto fusto a un metro delle abitazioni, perché è ovvio che i rami cresceranno sui balconi dei residenti.
Quali sarebbero delle soluzioni per rendere la nostra città più in armonia con l’ambiente?

Le soluzioni sono molteplici, ma la prima che mi viene in mente è fare un piano del verde o perlomeno applicare le leggi già esistenti che a detta degli agronomi non sono malvagie. Inoltre serve un cambio generazionale di operatori nel settore. Come in ogni campo se c’è una vera passione il lavoro che vai a fare ne trarrà beneficio. Aumentare le aree verdi per i bambini e anche per i cani. Dovremmo prendere esempio dalle città europee. Più pedoni, più bici, più verde.


Non posso esimermi dal chiederti cosa pensi di questa vicenda dei cd. “sacchetti biodegradabili”

La questione della plastica è molto seria, molto grave. È sotto gli occhi di tutti l’esistenza di veri continenti di plastica alla deriva. Non credo a chi dice che la plastica ben smaltita è ecologica. Dobbiamo fare una conversione globale dei sacchetti di plastica in biodegradabile. È ridicolo proporre solo i sacchetti biodegradabili per la frutta o i farmaci. E tutto il packaging? Sarà meglio pagare qualche centesimo per le buste che qualche milione per il recupero dell’ambiente. Quello che trovo assurdo è che non si possa portare buste riciclate. Un decreto malsano che va boicottato.


Chi volesse iniziare un percorso di attivismo ambientalista come potrebbe contattarti?

Potrebbe contattarci attraverso la nostra pagina Gente Green per poi partecipare ai nostri meeting e alle nostre iniziative. Abbiamo bisogno di giovani per agire insieme per il loro futuro!


 Ci piace che gli intervistati ci raccontino del loro universo interiore. Ci parli di un libro e un cd musicale che ti ha particolarmente appassionata?

Mentre per la musica non ho un’idea precisa, c’è invece un libro che rileggo periodicamente ed è Lo Zen e il tiro con l’arco. È la storia di un occidentale che prende lezioni di tiro con l’arco da un maestro orientale. Parla della concentrazione, o meglio della compenetrazione della mente con l’oggetto, una sorta di fusione della psiche con la materia che ti consente di ottenere il risultato senza sforzo. Ci sto lavorando!

Invito alla lettura del libro di Raffaele Carotenuto: “Napoli, Sud, l’altra Italia”.

L’uguaglianza ha dei paradossi? Per il filosofo del diritto Thomas Nagel si. Essi si manifestano nello stridere tra la tendenza all’uguaglianza a cui tutti aneliamo “impersonalemnte”, e le spinte “personalistiche” alla base delle motivazioni individuali. Una scissione lacerante. La riflessione sui sistemi politici deve avere alla base questi presupposti.

Il libro di Raffaele Carotenuto in fondo spinge la riflessione in questa scia costringendoci a misurare anche con un’altra contraddizione paradossale, il rapporto nord/sud. pubblichiamo di seguito una recensione del libro:

 

 

Il terzo lavoro editoriale di Raffaele Carotenuto “Napoli, Sud, l’altra Italia. Diseguali tra uguali” (Spring edizioni) affronta la trattazione di un tema, di grande attualità e dibattito, con un taglio di racconto ed analisi ad ampio raggio narrativo e di ricerca d’inchiesta: i rapporti nord/sud, la verità soppressa, il razzismo sociale, l’oggi.
Il percorrere di un cammino in passi di storia, a tratti a ritroso a tratti in progress, abitando pensieri, interrogativi, proiezioni, su chi si è stati, chi si è, e cosa provare ad essere nel tempo.
Una sorta di solco tracciato tra “il riconoscersi e la maschera di un popolo” e sceglierne la nudità dell’essere. Quell’essenza che ne determina radici, identità, ma anche sostanza, soggettività consapevole, presente che parla al futuro.
Un viaggio complesso ed articolato in varie dinamiche narrative e di componenti relazionali, con richiami di approfondimento storico ed attualità di reportage su Napoli e su quanto oggi si muove in un panorama descrittivo, solo apparentemente “altro” dal passato.
Un libro argomentato, coraggioso, qualificato, che non dispone risposte ma ne apre la strada, con onestà, passione, capacità critica di studio e di pensiero.
Un percorso itinerante di contenuto vero, in libertà di penna e di idee, attraverso un linguaggio descrittivo che ne coniuga bellezza e forza, e quel sentimento “oltre” che unisce alla città.

“Un processo mai nato, un’offesa storica mai pulita, un presente mai riconosciuto.
Napoli, il sud, arrivano come il secondo tempo del calcio, sempre…dopo il primo; poi.
Giustizia malata, un processo unitario (quello del 1861) che ha tolto a qualcuno (sud) e dato a qualcun altro (nord), le moderne (pubbliche) discriminazioni ed offese nei confronti di un popolo, di una ex nazione.”

“Insomma un’altra Napoli per un’altra Italia: Raffaele Carotenuto ci crede, quando scrive di diseguaglianze tra uguali; perché non dargli ragione e seguirne l’esempio? A maggior ragione se i Napoletani avranno nel frattempo effettivamente deciso, tra l’appartenere e l’apparire, l’essere compiutamente se stessi, magari diversi ma non diseguali.” (Guido D’Agostino, Professore di Storia Moderna e Storia del Mezzogiorno, Presidente dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza).

“…Ciò che Carotenuto racconta nel suo libro, gli episodi che con tanta cura ha annotato e descritto, in ambito culturale, economico, sociale e persino sportivo nascono in un terreno fertile appositamente predisposto e foraggiato per poi giustificare una politica che mette costantemente in secondo piano il Sud.” (Flavia Sorrentino, delegata “Napoli Città Autonoma”).

“La bandiera rossa, la nostra bandiera”: articolo di Salvatore Martelli sul Subcomandante Vittorio

Il comandante, Vittorio Passeggio, certo, perché di comandante si tratta, comandare nel senso di dirigere, proiettare verso, avere visione di lungo, ripugnando il termine nel suo contenuto borghese che esprime il comando come ordine, opprime, talvolta sopprime. Il comandante che non si autoproclama alle folle, si barrica all’interno di fogli di alluminio saldati con poca precisione, la roccaforte della lotta diventa la sede del comitato, alla vela gialla, si passa da un eccesso all’altro, dal caldo d’estate, al freddo, freddissimo d’inverno che le mura di cemento armato a mestiere, mantengono, proteggono, il fumo delle sigarette a riempire i vuoti, i silenzi ad urlare più forti le posizioni opposte, difficilmente conciliabili, i compagni di una vita scelgono le strade meglio apparecchiate, quelle in discesa, dove si tende al compromesso, alla concertazione istituzionale, Vittorio invece tra la gente a vendere la dignità.

La politica che si scontra non per idea, lo fa per interesse, il comandante fuma e pensa al futuro mentre si sbraccia nel mare agitato delle Vele. Tutto qui, la complessità di un percorso di lotta che nasce come rivendicazione ad avere una abitazione dignitosa, diventa margine di realtà, copertina di giornale, pellicola per film. L’uomo che ha combattuto col megafono, è sicuramente l’esempio più bello, più vivido, più intenso da raccontare ai bambini, agli studenti , nessuno ci credeva al tempo, così, come tutti vogliono sedersi al tavolo delle spartizioni oggi, lo stesso tavolo che il comandante più volte ha ribaltato sulle facce senza contorni degli assessori di turno.

Un capolavoro, senza precedenti, le vele che tra pochi mesi verranno giù sotto i colpi delle gru armate, rappresentano la vittoria di un comandante di brigata che ha guidato senza tregua la lotta, nella difesa del suo popolo, del popolo delle Vele.

Il Duemiladieci scorre, è Ottobre o Novembre , piena crisi finanziaria, ci organizziamo per andare a Roma, dove si terrà una Manifestazione della Cgil, la crisi sta strangolando le persone, i lavoratori ormai sono in balia dei padroni, a Pomigliano hanno vinto gli altri, una lavoratrice urla e piange<< ho dovuto farmi la tessera con gli altri perché altrimenti mi licenziano, non posso permettermelo, ho tre figli e mio marito è stato licenziato due mesi fa>> .

Da tempo le cose sono cambiate in Italia, ma da quattro mesi si vive un clima di paura generalizzato, a Giugno il referendum di Pomigliano ha spalancato le porte ad una deregulation del lavoro, una guerra tra lavoratori, una gara a chi è più debole, la fabbrica sbanda sotto i colpi del Dirigente Italo- canadese, l’Italia crolla, sotto i colpi di chi divide, illude, approfitta e batte cassa.

Io insieme ad alcuni compagni abbiamo deciso di andare a Roma, perché il momento è delicato, drammatico, c’è bisogno di tutti, partiamo da Napoli in treno, le persone ci guardano, abbiamo con noi dei colori troppo evidenti, abbiamo bandiere e striscioni, rossi, come sempre.

Arriviamo a Roma, ci uniamo al corteo, salutiamo i compagni di Roma, la manifestazione è bella, si canta, ci divertiamo, arriviamo a Piazza San Giovanni, qualcuno degli anziani del sindacato mi ha trasmesso una strana abitudine, voglia, tradizione, devo scambiare la bandiera della mia federazione con quella di un’altra federazione, a casa ne tengo tre, una è bellissima, un bambino con il pugno chiuso avvolto nel rosso della bandiera. Mi avvicino ad un lavoratore per comprare una maglia che poi appenderemo in impianto “Pomigliano non si piega” gli chiedo di scambiare la bandiera, mi regala quella della FIom, non vuole baratto, me la regala, perché siamo <paesani>.

La tengo stretta per quella giornata e per molto ancora, la manifestazione finisce, torniamo a casa con le parole della lavoratrice dal palco che rimbombano come suoni di tamburo,, sentiamo nitidi i colpi, sentiamo lo stesso rumore in tanti, le parole di quella mamma esplodono per tutta la giornata senza sosta, esploderanno in noi per molti giorni ancora . L’anno che segue il Duemiladieci, ci ritroviamo a Napoli, sciopero generale, ci sono tutti, gli studenti, i lavoratori, in testa al corteo partito da piazza Mancini qualche politico e qualche sindacalista, noi siamo al centro tra gli studenti.

Tra qualche giorno ci saranno le elezioni amministrative alcuni movimenti appoggiano De Magistris, e si fanno sentire, si fanno notare. Arriviamo a piazza Dante, dove prendono parola i segretari, per ultima Susanna Camusso segretario generale, da una strada spunta una Nissan micra nera, piena di rabbia, piena di rivoluzione, sale sul marciapiede, scende un uomo di carnagione scura, in molti lo salutano, lo conoscono bene, è determinatissimo, vuole una bandiera, vuole andare sul palco, vuole prendere parola, il servizio d’ordine lo ferma, lui torna indietro viene verso di noi, vuole la mia bandiera per salire sul palco, io per l’occasione ho portato quella della Fiom dell’anno prima, quella di Pomigliano.

Non lo conosco, ma quel suo modo di fare, mi attira, mi affascina tantissimo, gliela cedo, corre verso il palco con la bandiera rossa Fiom, urla <<la Cgil ha isolato la FIOM, ‘a Camuuu vattenn>>> Non gli fanno spazio, non lo fanno salire, lo lasciano urlare ,il servivo d’ordine è addestrato bene, non cedono nemmeno a Vittorio Passeggio. Torniamo a casa dopo la manifestazione, torno senza bandiera, è servita per la causa mi dico,, quell’uomo che poi mi diranno che si chiama, Vittorio Passeggio voleva sfidare le regole, per parlare ai lavoratori, per gridare giustizia. Pomigliano ha lasciato un segno indelebile nelle lotte sindacali, qualcuno non regge l’urto, lui ha solo una cicatrice in più, una di tante. Il 30 Maggio del Duemilaundici c’è il ballottaggio delle elezioni comunali, De Magistris contro Lettieri, nel tragitto che mi porta a casa da lavoro, ascolto la radio, stanno scrutinando i primi seggi, De Magistris è in vantaggio, netto.

Faccio presto il cammino di casa, voglio andare nei seggi, per avere conferma. Arrivo fuori alla scuola dove voto, incontro un uomo di carnagione scura, è determinatissimo, ha il pugno chiuso, in alto, in vista, canta <> ripete l’inno per molto tempo. Lo guardo con gli occhi di chi non conosce, lui mi guarda ma, mi conosce << sagl cù me guaglió andiamo al centro, andiamo a festeggiare, Napoli è Rossa, editto bulgaro>> Vado con lui, andiamo a festeggiare, nel percorso mi abbraccia, è felice, dice ad alta voce dal finestrino <>, le persone fuori si stupiscono, non capiscono, ridono. Arriviamo a piazza Municipio, scendiamo dalla Nissan micra nera, lui va dietro , apre il cofano e prende una bandiera rossa, poi mi guarda serioso, con voce rauca dice << questa è tua, e bandier ‘e guerr nun se’ lasciano pa’ strad>> La prendo, e la stringo come nel treno del 2010, forte nei pugni, coi pugni. Le sue parole come quelle della lavoratrice di Roma esplodono ancora in me, per lui non possono vincere gli altri, si combatte, si resiste, si incassa, si mostrano le cicatrici, ma non si molla. Sul suo viso gli anni di lotta migliori, il sole dei momenti peggiori alla ricerca di sè, e poi milioni di pensieri, di storie che raccontano la vita di un “comandante”, che non si è arreso, che non si arrende nemmeno al sole, piuttosto lo sfida, come fa con tutto, bruciandosi la pelle. Porto la bandiera nello zaino da quel giorno, sempre con me, mi da autostima, consapevolezza di riuscita, è molto più di un pezzo di stoffa colorato a piacere, rappresenta battaglia, è la bandiera rossa, la bandiera nostra.

 

“Voglino chiamarci NoVax, oggi vale più l’etichetta che la sostanza” Intervista a Daniela Ascione sulle libertà di scelta e di cura.

Il 13 novembre a Benevento, il 14 a Napoli, ieri a Torre Annunziata.

Il Comitato Va.Li.Ca. – Vaccini Liberi Campania ha svolto una tre giorni di informazione costante, alla presenza di un folto pubblico, cui è stata proposta la notissima esperienza del Dr. Dario Miedico.

Sull’onda della conferenza stampa dello scorso maggio, con cui il Ministero della Salute annunciava una norma finalizzata all’aumento del numero dei vaccini obbligatori, poi adottata con lo strumento dell’urgenza ed approvata con l’istituto della fiducia, nasce il comitato Va.Li.Ca. – Vaccini Liberi Campania, un comitato di genitori e famiglie organizzatosi per mettere a sistema le conoscenze acquisite sull’obiezione attiva alla pratica vaccinale, in favore della libertà di scelta e di cura.

Agli inizi di novembre, dopo numerosi incontri, il comitato ha annunciato il convegno programmato già da tempo che avrebbe dovuto vedere protagonisti il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris ed i giudici Paolo Maddalena e Ferdinando Imposimato, nonché un confronto scientifico tra più medici.

<<Il convegno si è tenuto regolarmente come programmato il 14 novembre”, spiega Daniela Ascione, uno dei rappresentanti di Va.Li.Ca., tra gli organizzatori. Di seguito una intervista rilasciataci:

 

Come nasce il percorso che ha portato a questo evento pubblico a Napoli?

Agli inizi del mese di luglio fummo ricevuti dal Sindaco, al quale annunciammo tutte le nostre perplessità di genitori in merito ai nuovi obblighi paventati dal Ministro Lorenzin, senza una reale epidemia in corso e senza una preventiva verifica dell’efficacia e della applicabilità di una dose così massiccia di antigeni, iniettati tutti insieme in un sistema immunitario in via di formazione, quale quello di un neonato di pochissimi mesi.

Il vaccino è un farmaco e come tale comporta effetti collaterali, per cui  prima di essere inoculato dovrebbe essere opportunamente testato e studiato.

Concordammo, pertanto, una pubblica assemblea, a condizione di estendere la discussione a tutte le parti coinvolte, in modo da animare un dibattito democratico.

Come è andata a finire?

Quello che poi è avvenuto ha lasciato molti di noi sbalorditi. Alcuni tra i soggetti indicati nella locandina, tutti regolarmente invitati, hanno detto di non avere mai avuto l’invito.

Ma noi non ci siamo scoraggiati. Abbiamo proseguito lungo il nostro percorso, finalizzato alla informazione piena, libera ed incondizionata.

Ed il sindaco Luigi de Magistris si è presentato?

Alla fine il Sindaco non si è presentato all’incontro, ma ci ha fatto sapere che a breve ci comunicherà la data nella quale si terrà un evento per molti versi simile a quello che si era ipotizzato, organizzato stavolta dal Comune di Napoli e con l’ufficiale convocazione di tutti i rappresentanti istituzionali coinvolti dal dibattito.

I NoVax chi sono realmente?

Vogliono chiamarci NoVax, oggi vale più l’etichetta che la sostanza.

Siamo un comitato di famiglie che propendono per la libertà di scelta e di cura e non intendono mettere in discussione il principio generale della vaccinazione, ma l’uso spregiudicato che se ne fa attraverso l’applicazione della norma recentemente approvata. Noi chiediamo, come ci consente la legge, la diffusione di vaccini in forma monovalente, di cui le ASL sono tuttora sprovviste, privi di adiuvanti e di metalli pesanti. Le strutture sanitarie, invece, anch’esse gravate peraltro da un enorme carico di lavoro, stanno smaltendo gli accantonamenti di magazzino e sono sfornite dei presidi sanitari immediati più comuni, come l’antitetanica in formulazione singola, che ormai non si trova più nemmeno a pagarla cara.

Quali sono le peggiori ombre della nuova legge?

Sicuramente la campagna informativa che, secondo la nuova normativa, avrebbe dovuto essere messa in campo dal Ministero della Salute entro sei mesi dall’approvazione della legge.

Non se n’è vista nemmeno l’ombra, se non sporadici e dispotici cartelloni inneggianti al DOVERE di vaccinarsi, sparsi su tutto il territorio regionale e azioni di mero terrorismo mediatico, che hanno indotto alla vaccinazione anche le famiglie dei minori compresi nella fascia dell’obbligo scolastico, con l’incubo che potessero essere esclusi dalla frequenza, quando per gli stessi, come si legge dalla Circolare 16 agosto 2017 del Ministero della Salute – il pagamento della sanzione estingue l’obbligo vaccinale.

Con quali azioni proseguirete il vostro cammino?

Intanto il Sindaco ci ha fatto sapere di volere incontrare a breve nuovamente una delegazione di Va.Li.Ca..

Ci aspettiamo che in quella sede ci darà nuovi spunti per arricchire il dibattito in programma.

Per quanto riguarda l’obiezione, per ora siamo cautamente in attesa della decisione della Corte Costituzionale, che il 21 in seduta pubblica inizierà a discutere in merito alla costituzionalità della legge 119/2017, potendo la consulta concedere la sospensiva dall’applicazione, che potrà finalmente garantire a tutti i bambini l’accesso alla scuola di ogni ordine e grado.

In quella data ci sarà a Roma, in piazza Bocca della Verità, una grande e pacifica manifestazione, cui prenderà parte anche il nostro comitato.

Nel frattempo continueranno gli incontri informativi sul tema a carattere locale, con l’augurio di coinvolgere nel dibattito quanti più genitori possibile a vantaggio di una scelta libera e consapevole.

Napoli incontra Cuba attraverso i culti della santeria. Ne abbiamo parlato con Melania Scarpato.

Napoli e l’Avana sono due città molto distanti ma a volte accade che si creino ponti che mettono in contatto mondi lontani. La santeria sicuramente è uno di questi. Ne abbiamo parlato con Melania Scarpato che ci ha raccontato questo universo:

Da dove derivano i culti santeri?
La Santeria cubana nasce dal sincretismo tra la religione cattolica e l’animismo africano ai tempi della schiavitù. Quando gli schiavi, di origine per lo più Yoruba, Bantù e Congo, furono portati dagli spagnoli principalmente a Cuba e poi nel resto del sud America, non avevano il permesso di celebrare le loro divinità, detti “Orishas”, sotto casa cattolica. Decisero così di spacciarli per Santi cattolici con i quali avessero un qualsiasi tipo di relazione. Così l’Orisha del fuoco, della folgore e della spada, Shangò, divenne Santa Barbara. Eleggua, rappresentato come bambino burlone, divenne il Santo Niño de Atocha. Babalù Aye, colui che aiutava le persone affette da lebbra, divenne S. Lazzaro. Questo giusto per fare degli esempi. Il nome “Santeria” fu dato al culto dagli stessi spagnoli per identificare questa enorme devozione da parte degli schiavi verso i Santi, ma in realtà noi la chiamiamo Lukumì o Regla de Ocha. Il fatto di credere negli Orishas non vuol dire che noi nob crediamo in Dio, anzi. Secondo le credenze del popolo Yoruba, il quale si stanziava nell’attuale area a sud tra Nigeria e Benin, esiste un “Essere supremo” formato di 3 elementi e dotato di una forza astratta e cosmica capace di dare vita a tutto (Ashé). Olodumare, è l’universo. Olorun, è il sole, forza vitale della natura. Olofin, è la forza creatrice del regno degli umani e degli animali. Questo “Essere supremo” invia sulla Terra le divinità per aiutare gli uomini a risolvere i problemi quotidiani. Quindi possiamo dire che la Regla de Ocha è una religione monoteista ma attua come se fosse politeista.

Cosa porta una ragazza napoletana ad aderire alla Santeria?
Di solito le persone si avvicinano alla religione per 3 motivi: per salute, per vocazione o semplicemente perché tramandato in famiglia. Personalmente il mio motivo è stato il secondo. Sono sempre stata molto sensibile all’energie che interagiscono e si muovono attorno a noi e in precedenza seguivo un culto neopagano da quando avevo 16 anni (anche se i miti greci iniziarono ad esercitare fascino su di me già all’età di 12 anni) volto alla celebrazione del Dio e della Dea madre. Festeggiavamo i Sabbath (equinozi e solstizi) e gli Esbath (luna piena), facevo parte di un’associazione neopagana che aveva come scopo la divulgazione di questo tipo di cultura, Quercia Bianca, e che esiste ed opera tutt’ora su tutto il territorio campano. Ed ora entriamo nel vivo. Una sera, mentre ero dedita a celebrare la luna piena, mi sentii come quando sei a riva e vieni travolto da una grossa onda e subito dopo sentii un brivido che mi percorreva tutto il corpo. Mi pietrificai. La mia amica, che è venezuelana e quindi qualcosina di questa cultura ne era a conoscenza avendo la zia Santera, mi disse, senza che io aprissi bocca su ciò che mi era appena accaduto, “Non ti preoccupare, amore, è Yemaya” (Orisha signora del mare). Così iniziai a farmi 30 mila domande: perché proprio me? Con una venezuelana che ha nel sangue questa cultura, perché venire da me che ero completamente lontana da queste credenze e per di più non sapevo nulla di tutto ciò? Quindi iniziai a documentarmi e contattai tramite facebook una botanica che vende prodotti di santeria, “Animalero Santeria”, con la speranza di saperne di più. Conobbi così Carlo Angelo Nuzzo che divenne per me prima di tutto un grande amico e poi anche una guida spirituale. E colgo l’occasione per ringraziarlo di tutto ciò che ha fatto per me, senza di lui non sarei dove sono ora o probabilmente avrei impiegato molto più tempo. Tornando a noi, Angelo mi portò ad una festa religiosa, “Tambor”, in onore di Eleggua. Lì conobbi altre persone, santere e non, cubane ma anche italiane. E così entrai a far parte della comunità santera 3 anni fa, ma per essere “iniziata” ho dovuto aspettare 2 anni, non perché ci fosse un tempo prestabilito ma semplicemente non era ancora la mia ora. Un anno fa aiutai Angelo in una esposizione dei suoi prodotti al concerto di uno dei gruppo folclorici più importanti di Cuba, “Yoruba andabo”, e lì conobbi colui che sarebbe poi diventato il mio padrino. Julio Cesar, detto “el gordo” per la sua stazza, accettò con molto piacere di iniziarmi al culto e così organizzammo la cosidettà “Mano di Orula” che durò 3 giorni. Ciò che succede durante l’iniziazione non posso svelarlo in quanto segreta, ma posso solo dire che il terzo giorno, chiamato “giorno dell’Ita”, i sacerdoti di Orula (orisha del destino), grazie ad un oracolo, ti dicono qual è il tuo destino, cosa fare e cosa non fare affinché ti vadano bene le cose. Inoltre ti svelano qual è il tuo Orisha tutelare, ovvero chi ti protegge e veglia su di te e che un giorno dovrai “coronare” per poter diventare effettivamente sacerdote/sacerdotessa di quel Santo. E indovinate chi è uscito come mio Orisha tutelare? Chi se non la Regina del mare, colei che mi aveva chiamata a sé 3 anni prima. Ed eccomi qua su questo cammino ma di strada ne ho ancora tanta da fare.

Fotografia di Federica Fusco

Esiste un culto santero a Napoli?
A Napoli la comunità santera è abbastanza grande. Basti pensare alla comunità cubana trasferitasi in Italia che è numerosa. E come ho detto prima, non solo i cubani seguono questo culto. Se ad essi aggiungiamo i molti italiani, napoletani o campani in generale, che hanno abbracciato questa religione, allora i numeri aumentano. Questa religione non ha una sede spirituale, in quanto è molto personale e individuale. Ma i credenti spesso si riuniscono in case private per celebrare e festeggiare, con musica e canti, gli Orishas. I canti sono in lingua Yoruba e la musica è riprodotta con speciali tamburi, detti “Batà”.

Fotografia di Federica Fusco

 C’è un legame tra Napoli e Havana?
Napoli è molto simili all’Havana. Anche se non ci sono ancora stata, ci andrò a breve, ma da come me ne hanno parlato, sia urbanisticamente sia antropologicamente sono molto legate tra loro. Il popolo è caloroso, ti trattano come una persona di famiglia invitandoti in casa ed offrendoti da bere. Ma la cosa che secondo me lega ancor di più queste due città, oltre l’enorme devozione per le numerose madonne, è il culto dei morti. Anche a Napoli, fino a poco tempo fa, le anime dei defunti erano venerate come dei veri e propri santi. Si portava loro cibo, fiori e candele. Così è anche a Cuba poiché prima del Santo viene il morto, “Ikù lobi ocha”.
 Un’altra tua passione è il ballo. Com’è iniziata questa storia? Frequenti una scuola?
La passione per il ballo è sempre stata presente dentro di me fin da quando ero piccola, ma ho iniziato a frequentare una vera e propria scuola di balli caraibici 1 anno e mezzo fa, dopo una forte delusione amorosa, dovuta ad una rottura di un fidanzamento durato 10 anni, avvenuta non per volere mio. Ad oggi posso dire che ciò è stata una benedizione per me. Il ballo, unito con la religione, mi ha salvato. Tutt’ora frequento la stessa scuola, “El uno ahora”, una delle poche scuole che trasmette realmente la VERA cultura cubana. Ed approfitto per ringraziare i miei maestri Riccardo Sozzino e Miriana Diotallevi per aver creduto in me sempre, anche quando non ci credevo io in prima persona, per spronarmi ogni giorno e per infondere in me la loro passione per il ballo. Ora il mio obiettivo è studiare ed approfondire la parte folclorica del ballo, ovvero la rumba (ballo popolare cubano) e i balli dei Santi (balli sacri dei quali vengono rappresentati gli Orishas).
Chi fosse incuriosito dalla Santeria, come può contattarti?
Voglio precisare che questa religione non fa proselitismo, ma che chi volesse saperne di più su questa magnifica cultura può contattarmi su facebook, anche se come ho detto di strada ne ho ancora da fare. Poi per chi è realmente interessato, posso mettere in contatto con persone maggiori che sono molto più avanti di me sul cammino.
Ci consigli un libro, un film e un CD?
Da premettere che essendo questa una religione nata in africa, la cultura veniva diffusa e trasmessa verbalmente. Quando poi il popolo africano fu portato nel Nuovo Mondo iniziò a trascrivere le proprie credenze e legende su carta. E’ difficile trovare testi in lingua italiana poiché sono per lo più in lingua spagnola. Però spulciando nelle più famose librerie italiane, è possibile trovare qualcosina inerente alla storia e teoria della religione. Difficile trovare qualcosa che tratti della ritualistica in quanto segreta e trasmessa da Padrino a figlio. Film che parlano prettamente di santeria credo non esistano o se esistono non sono stati pervenuti. E’ possibile trovare accenni in alcuni film ambientati a Cuba o in generale nel sud America. Però ci sono numerosi documentari, come per esempio “con los santos no se juega”, facilmente reperibile su youtube. Per quanto riguarda la musica, sicuro posso consigliare “Yoruba andabo”, “Abbilona” o “Muñequito de Matanza” (gruppo folclorico). Inoltre faccio parte di un gruppo BATALAB, laboratorio di percussioni a cura del maestro Bata Bianconcini, che ha come scopo appunto la diffusione di suoni, musica e cultura afrocubana. Ci trovate su facebook e spesso ci esibiamo per strada o in eventi inerenti.

Yari Angelo Russo, Studente : “Esigiamo che il governo riveda i propri sbagli”.

“Studenti fannulloni, non vogliono fare niente e trovano scuse per non andare a scuola” è quello che ci viene detto quando andiamo a manifestare. Ora però parliamo noi e vi diciamo quali sono le vere ragioni del nostro dissenso. L’Alternanza Scuola-Lavoro, che con la “Buona Scuola” di Renzi è diventata obbligatoria per tutti gli studenti delle superiori, sta effettivamente producendo più danni che altro. Dalle recenti inchieste è infatti emerso come, nella maggior parte dei casi, essa non sia inerente al percorso di studi o finanche non rappresenti fonte di arricchimento e formazione per lo studente. Togliere tempo allo studio e alla vita privata di noi studenti… ma a pro di che? Chi ne trae veramente benefici? Ebbene sì, ancora loro, le aziende. Per giunta sono spesso multinazionali dai manager con capitali d’oro (McDonald’s, Zara…) che, come se non bastasse, decidono di speculare sugli studenti spacciandola come una “buona azione”, una formazione gratuita che loro concedono. E gli studenti si ritrovano senza uno Statuto, senza i loro diritti garantiti, a lavare piatti o fare fotocopie. E questa la chiamate formazione? Questo è sfruttamento. Ancora una volta ad essere presi in giro sono gli studenti, ma non solo… vogliamo parlare dei lavoratori? In un tempo in cui la disoccupazione è a livelli inaccettabili, lo Stato stringe accordi con le multinazionali, promette sgravi fiscali, “regala” manodopera gratuita incentivando il lavoro non retribuito e la stessa disoccupazione, perché di certo le aziende preferiranno assumere (si fa per dire, non c’è contratto né tutela) uno studente in alternanza, piuttosto che un lavoratore che dovrebbe essere pagato. E così, in una sola mossa, il governo annienta il valore del lavoro retribuito, danneggia gli studenti e fa crescere il numero dei disoccupati… sì perché non servono competenze, ormai i requisiti sono due: chinare il capo e lavorare gratis. Riteniamo che tutto questo sia assurdo. Non contestiamo l’Alternanza Scuola-Lavoro nella sua interezza, ma il modello pensato e posto in essere da questo governo. Chiediamo più diritti e tutele per gli studenti che prestano servizio in alternanza. Chiediamo che essa sia inerente al percorso di studi. Chiediamo che si verifichi il comportamento delle aziende con gli studenti e i lavoratori: non si possono premiare le multinazionali dello sfruttamento, del precariato, della pessima condotta morale e senza alcun rispetto ambientale come “McDonald’s”. Che siano invece favoriti il Made in Italy, le piccole e medie imprese, la formazione vera e la diffusione di una vera cultura del lavoro che porta arricchimento non solo economico nelle tasche di alcuni, ma anche sociale e morale nella vita di molti. Esigiamo, dunque, che il governo riveda i propri sbagli… e soprattutto che smetta di schierarsi dalla parte dei potenti e degli speculatori, ma che torni a difendere gli studenti e i lavoratori. Perché è questo che un governo dovrebbe fare, oggi più che mai: garantire sempre il rispetto della dignità personale, lottare per i diritti dei più deboli, lavorare per un paese più giusto. Queste non sono opzioni, queste sono priorità. E vanno portate avanti. Subito.

Yari Angelo Russo, Studente e Rappresentante del Liceo Sbordone

Da Napoli a Roma per uguali diritti!

In fin dei conti basterebbe fare un giro nell’area metropolitana della città. Basterebbe aprire gli occhi nelle prime ore del mattino. In quel momento lungo la strada si concentrano colonne di migranti. Un enorme esercito industriale impiegato nei lavori agricoli. Questa è: struttura economica, la forma  del sistema di produzione. Ad essa, con intensità di sfruttamento e gradi di consapevolezza diversi, tutti siamo in una qualche maniera legati. I braccianti, precari, lavoratori.

In questo senso dietro le scelte del Ministro Minniti si cela un disegno che riguarda tutti. Ci avviamo sempre più verso una società del controllo globale e nuovi temibili strumenti normativi stanno nascendo.

A Napoli, grazie ad una tre  giorni contro il G7 (tenutasi  dal 19 al 21 ottobre,e organizzata dai movimenti napoletani) ha preso parola una parte di questa città e di questa regione, a partire proprio da quelli che si vorrebbero esclusi e sottomessi, e si è mobilitata per rivendicare che un altro mondo, un altro futuro è possibile!
Per denunciare che l’inganno securitario è servito a invisibilizzare le grandi questioni sociali, il diritto negato alla casa, al lavoro e al reddito, alla libertà per tutte e tutti. Si è ribadito il concetto che la “sicurezza” parte dal riconoscimento del diritto al lavoro, al reddito, alla casa, allo studio.

Un cartello nel corteo conclusivo della tre giorni recitava : “volevate braccia, avete avuto corpi”. Credo fornisca l’idea della spregevole concezione dei corpi come combustibile per il nostro sistema di produzione, talvolta, spesso, un business anche per le cooperative del sociale.

Di seguito l’intervento di Aboubakar Soumahoro, Coord. Naz.  USB e Coordinamento San Papiers.

 

Nel lanciare la mobilitazione del 16 dicembre a Roma, pubblichiamo l’appello dei Sans Papiers:
#Appello #Assemblea nazionale 5 novembre a Roma per preparare la #Manifestazione Nazionale #16Dicembre 2017 a Roma per uguali diritti e contro la ghettizzazione dei migranti/profughi
Siamo quelle donne e quegli uomini che attraversano il pianeta, decine di milioni di persone strappate alla loro terra e ai loro cari dalle scelte geopolitiche, economiche e ambientali dei potenti, costrette ogni giorno a combattere contro i fili spinati e i muri fisici e ideologici. Siamo i dannati della globalizzazione e delle politiche antisociali imposte dall’Unione europea e dalla Banca centrale europea (BCE) alle popolazioni d’Europa e d’Italia, che privano le persone del reddito, del lavoro e dell’alloggio indipendentemente dalla provenienza geografica.
Basta parlare di noi, su di noi, contro di noi, o al posto nostro. Basta fare affari sulla nostra pelle, basta guadagnare voti sulla scelta di accoglierci o di cacciarci. Non abbiamo bisogno di retorica interessata, abbiamo bisogno di fatti. Il razzismo, lo sfruttamento sociale e lavorativo che viviamo concretamente non è possibile batterlo con la carità né speculando sulle nostre vite.
Il razzismo si sta diffondendo proprio tra chi sta più in difficoltà, tra le persone più povere. Il cambiamento che vogliamo non può riguardare solo la nostra condizione ma anche quella di quanti soffrono uno stato di ingiustizia e di privazione.
È grazie ai tagli allo stato sociale e alla ghettizzazione di ampie fasce della società che molti territori, secondo una logica di confino e militarizzazione, sono stati trasformati in discariche di bisogni e depositi di ingiustizie sociali.
Partendo dall’impegno costante nei territori, creando e valorizzando buone pratiche condivise, le nostre storie si sono intrecciate nella condivisione dei bisogni comuni, consapevoli di dover prendere il nostro destino nelle nostre mani per ottenere il riscatto sociale e rifiutare le campagne xenofobe e razziste condotte sulla nostra pelle, di qualsiasi colore essa sia.
Riteniamo l’insieme degli attuali dispositivi legislativi italiani (Bossi – Fini con il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro; Minniti – Orlando; decreto Lupi) ed europei (Regolamento Dublino III) un tentativo di camuffamento della realtà che vuole far passare i migranti e i profughi come i responsabili primi delle disuguaglianze sociali. Gli obiettivi dichiarati sono la trasformazione del welfare in elemosina da elargire agli ultimi e l’individuazione del povero e del migrante come nemico da combattere, specchio inquietante di una società che si vuole governare con la paura e lo sfruttamento, contrastando e reprimendo le forme di dissenso e di lotta per i diritti.
Consideriamo inaccettabile che chi nasce e cresce sul territorio italiano faccia fatica a essere riconosciuto come cittadino italiano. Basti osservare le reazioni scomposte al tentativo poco convinto di introdurre lo ius soli, alle quali opponiamo la certezza incrollabile che la politica si debba assumere la responsabilità di una legge sulla cittadinanza per le cosiddette seconde generazioni. Senza dimenticare la condizione dei minore straniero non accompagnato.
Siamo convinti che una parte significativa della filiera dei centri d’accoglienza neghi quotidianamente i nostri diritti e faccia invece parte a pieno titolo del sistema di sfruttamento economico, lavorativo e sociale che nega i nostri bisogni e colpisce la dignità non solo dei profughi ma anche degli operatori. Si vogliono trasformare le persone in oggetti invisibili e senza diritti, esattamente come si sente invisibile chi è in un centro d’accoglienza o chi è ancora privo di un permesso di soggiorno. Crediamo che la regolarizzazione sia l’unica via per restituire dignità a queste persone.
Oggi la filiera dell’accoglienza è diventata troppo spesso la giustificazione umanitaria per alimentare un business che mantiene in una condizione di ricatto permanente le persone, permettendo l’arricchimento di cooperative e gestori dei centri.
A partire dal lavoro nei territori e dalle pratiche quotidiane, abbiamo condiviso la necessità di coniugare antirazzismo, antisessismo, lotta per la giustizia sociale e la libertà di circolazione e di residenza. È per questo che abbiamo deciso di organizzare una manifestazione nazionale a Roma il 16 dicembre per rivendicare la giustizia sociale e il diritto all’uguaglianza per tutte e tutti.
La manifestazione che vogliamo costruire è promossa pertanto proprio da noi, i dannati della globalizzazione e della colonizzazione economico finanziaria, uomini e donne in fuga o sfruttati. Non è la manifestazione che parla di noi, è la nostra manifestazione, per prendere parola e spiegare la nostra piattaforma rivendicativa, gli obiettivi concreti della nostra lotta.
Proponiamo alle realtà laiche e religiose, ai movimenti antirazzisti, un’assemblea pubblica da tenersi a Roma domenica 5 novembre 2017 dalle ore 10.00 in Viale Scalo di San Lorenzo 67 partendo da una piattaforma articolata sui seguenti punti:
Per la libertà di circolazione e di residenza;
Per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari ai profughi a cui non è stata riconosciuta la protezione internazionale;
Per la regolarizzazione generalizzata dei migranti presenti in Italia;
Per la solidarietà, l’antirazzismo e la giustizia sociale;
Per la regolarizzazione dei migranti presenti in Italia;
Per l’abolizione delle leggi repressive (Bossi-Fini, Minniti – Orlando e Dublino III);
Per la rottura del vincolo permesso di soggiorno/contratto di lavoro e residenza;
Per il diritto all’iscrizione anagrafica;
Contro i lager e gli accordi di deportazione;
Per la cancellazione dell’art 5 della legge Lupi e della legge sulla Sicurezza urbana;
Per un’accoglienza un lavoro dignitosi per tutti e tutte;
Contro qualsiasi forma di ghettizzazione;
CISPM (Coalizione Internazionale Sans-Papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo) – Movimento Migranti e Rifugiati – Ex OPG “Je So Pazzo” – Associazione Ivoriani e Fratelli di West Africa – Napoli Direzione Opposta (NDO) – Associazione Senegalese Torino – Comitato Solidarietà Migranti – Federazione del Sociale USB – Osservatorio sul disagio abitativo – Associazione ASAHI – Movimento Profughi Conetta-Cona – C.S.C Nuvola Rossa – Collettivo autonomo Altra Lamezia – C.S.O.A Angelina Cartella – SOS Rosarno – USB (Unione Sindacale di Base) – Askavusa – Collettivo Autogestito CasaRossa40 – Asd Atletico Brigante – Benevento Antirazzista – Movimento per il diritto all’abitare – Progetto Diritti – Coordinamento Lavoratori agricoli USB – Movimento Profughi – Associazione La Torre di Babele – Coordinamento Migranti Toscana Nord – Un Mondo di Mondi – Campagna Over The Fortress – Meltingpot Europa – Centri Sociali Autogestiti Marche – Ambasciata dei Diritti Marche – Laboratorio Insurgencia – Associazione Senegalesi Napoli – Associazione il brigante Società dei territorialisti – Il Salto – JVP Italia – ecc …
Per promozione / informazioni /comunicazioni ed adesioni: manifestazioneroma16dicembre@gmail.com