“La bandiera rossa, la nostra bandiera”: articolo di Salvatore Martelli sul Subcomandante Vittorio

Il comandante, Vittorio Passeggio, certo, perché di comandante si tratta, comandare nel senso di dirigere, proiettare verso, avere visione di lungo, ripugnando il termine nel suo contenuto borghese che esprime il comando come ordine, opprime, talvolta sopprime. Il comandante che non si autoproclama alle folle, si barrica all’interno di fogli di alluminio saldati con poca precisione, la roccaforte della lotta diventa la sede del comitato, alla vela gialla, si passa da un eccesso all’altro, dal caldo d’estate, al freddo, freddissimo d’inverno che le mura di cemento armato a mestiere, mantengono, proteggono, il fumo delle sigarette a riempire i vuoti, i silenzi ad urlare più forti le posizioni opposte, difficilmente conciliabili, i compagni di una vita scelgono le strade meglio apparecchiate, quelle in discesa, dove si tende al compromesso, alla concertazione istituzionale, Vittorio invece tra la gente a vendere la dignità.

La politica che si scontra non per idea, lo fa per interesse, il comandante fuma e pensa al futuro mentre si sbraccia nel mare agitato delle Vele. Tutto qui, la complessità di un percorso di lotta che nasce come rivendicazione ad avere una abitazione dignitosa, diventa margine di realtà, copertina di giornale, pellicola per film. L’uomo che ha combattuto col megafono, è sicuramente l’esempio più bello, più vivido, più intenso da raccontare ai bambini, agli studenti , nessuno ci credeva al tempo, così, come tutti vogliono sedersi al tavolo delle spartizioni oggi, lo stesso tavolo che il comandante più volte ha ribaltato sulle facce senza contorni degli assessori di turno.

Un capolavoro, senza precedenti, le vele che tra pochi mesi verranno giù sotto i colpi delle gru armate, rappresentano la vittoria di un comandante di brigata che ha guidato senza tregua la lotta, nella difesa del suo popolo, del popolo delle Vele.

Il Duemiladieci scorre, è Ottobre o Novembre , piena crisi finanziaria, ci organizziamo per andare a Roma, dove si terrà una Manifestazione della Cgil, la crisi sta strangolando le persone, i lavoratori ormai sono in balia dei padroni, a Pomigliano hanno vinto gli altri, una lavoratrice urla e piange<< ho dovuto farmi la tessera con gli altri perché altrimenti mi licenziano, non posso permettermelo, ho tre figli e mio marito è stato licenziato due mesi fa>> .

Da tempo le cose sono cambiate in Italia, ma da quattro mesi si vive un clima di paura generalizzato, a Giugno il referendum di Pomigliano ha spalancato le porte ad una deregulation del lavoro, una guerra tra lavoratori, una gara a chi è più debole, la fabbrica sbanda sotto i colpi del Dirigente Italo- canadese, l’Italia crolla, sotto i colpi di chi divide, illude, approfitta e batte cassa.

Io insieme ad alcuni compagni abbiamo deciso di andare a Roma, perché il momento è delicato, drammatico, c’è bisogno di tutti, partiamo da Napoli in treno, le persone ci guardano, abbiamo con noi dei colori troppo evidenti, abbiamo bandiere e striscioni, rossi, come sempre.

Arriviamo a Roma, ci uniamo al corteo, salutiamo i compagni di Roma, la manifestazione è bella, si canta, ci divertiamo, arriviamo a Piazza San Giovanni, qualcuno degli anziani del sindacato mi ha trasmesso una strana abitudine, voglia, tradizione, devo scambiare la bandiera della mia federazione con quella di un’altra federazione, a casa ne tengo tre, una è bellissima, un bambino con il pugno chiuso avvolto nel rosso della bandiera. Mi avvicino ad un lavoratore per comprare una maglia che poi appenderemo in impianto “Pomigliano non si piega” gli chiedo di scambiare la bandiera, mi regala quella della FIom, non vuole baratto, me la regala, perché siamo <paesani>.

La tengo stretta per quella giornata e per molto ancora, la manifestazione finisce, torniamo a casa con le parole della lavoratrice dal palco che rimbombano come suoni di tamburo,, sentiamo nitidi i colpi, sentiamo lo stesso rumore in tanti, le parole di quella mamma esplodono per tutta la giornata senza sosta, esploderanno in noi per molti giorni ancora . L’anno che segue il Duemiladieci, ci ritroviamo a Napoli, sciopero generale, ci sono tutti, gli studenti, i lavoratori, in testa al corteo partito da piazza Mancini qualche politico e qualche sindacalista, noi siamo al centro tra gli studenti.

Tra qualche giorno ci saranno le elezioni amministrative alcuni movimenti appoggiano De Magistris, e si fanno sentire, si fanno notare. Arriviamo a piazza Dante, dove prendono parola i segretari, per ultima Susanna Camusso segretario generale, da una strada spunta una Nissan micra nera, piena di rabbia, piena di rivoluzione, sale sul marciapiede, scende un uomo di carnagione scura, in molti lo salutano, lo conoscono bene, è determinatissimo, vuole una bandiera, vuole andare sul palco, vuole prendere parola, il servizio d’ordine lo ferma, lui torna indietro viene verso di noi, vuole la mia bandiera per salire sul palco, io per l’occasione ho portato quella della Fiom dell’anno prima, quella di Pomigliano.

Non lo conosco, ma quel suo modo di fare, mi attira, mi affascina tantissimo, gliela cedo, corre verso il palco con la bandiera rossa Fiom, urla <<la Cgil ha isolato la FIOM, ‘a Camuuu vattenn>>> Non gli fanno spazio, non lo fanno salire, lo lasciano urlare ,il servivo d’ordine è addestrato bene, non cedono nemmeno a Vittorio Passeggio. Torniamo a casa dopo la manifestazione, torno senza bandiera, è servita per la causa mi dico,, quell’uomo che poi mi diranno che si chiama, Vittorio Passeggio voleva sfidare le regole, per parlare ai lavoratori, per gridare giustizia. Pomigliano ha lasciato un segno indelebile nelle lotte sindacali, qualcuno non regge l’urto, lui ha solo una cicatrice in più, una di tante. Il 30 Maggio del Duemilaundici c’è il ballottaggio delle elezioni comunali, De Magistris contro Lettieri, nel tragitto che mi porta a casa da lavoro, ascolto la radio, stanno scrutinando i primi seggi, De Magistris è in vantaggio, netto.

Faccio presto il cammino di casa, voglio andare nei seggi, per avere conferma. Arrivo fuori alla scuola dove voto, incontro un uomo di carnagione scura, è determinatissimo, ha il pugno chiuso, in alto, in vista, canta <> ripete l’inno per molto tempo. Lo guardo con gli occhi di chi non conosce, lui mi guarda ma, mi conosce << sagl cù me guaglió andiamo al centro, andiamo a festeggiare, Napoli è Rossa, editto bulgaro>> Vado con lui, andiamo a festeggiare, nel percorso mi abbraccia, è felice, dice ad alta voce dal finestrino <>, le persone fuori si stupiscono, non capiscono, ridono. Arriviamo a piazza Municipio, scendiamo dalla Nissan micra nera, lui va dietro , apre il cofano e prende una bandiera rossa, poi mi guarda serioso, con voce rauca dice << questa è tua, e bandier ‘e guerr nun se’ lasciano pa’ strad>> La prendo, e la stringo come nel treno del 2010, forte nei pugni, coi pugni. Le sue parole come quelle della lavoratrice di Roma esplodono ancora in me, per lui non possono vincere gli altri, si combatte, si resiste, si incassa, si mostrano le cicatrici, ma non si molla. Sul suo viso gli anni di lotta migliori, il sole dei momenti peggiori alla ricerca di sè, e poi milioni di pensieri, di storie che raccontano la vita di un “comandante”, che non si è arreso, che non si arrende nemmeno al sole, piuttosto lo sfida, come fa con tutto, bruciandosi la pelle. Porto la bandiera nello zaino da quel giorno, sempre con me, mi da autostima, consapevolezza di riuscita, è molto più di un pezzo di stoffa colorato a piacere, rappresenta battaglia, è la bandiera rossa, la bandiera nostra.

 

“Voglino chiamarci NoVax, oggi vale più l’etichetta che la sostanza” Intervista a Daniela Ascione sulle libertà di scelta e di cura.

Il 13 novembre a Benevento, il 14 a Napoli, ieri a Torre Annunziata.

Il Comitato Va.Li.Ca. – Vaccini Liberi Campania ha svolto una tre giorni di informazione costante, alla presenza di un folto pubblico, cui è stata proposta la notissima esperienza del Dr. Dario Miedico.

Sull’onda della conferenza stampa dello scorso maggio, con cui il Ministero della Salute annunciava una norma finalizzata all’aumento del numero dei vaccini obbligatori, poi adottata con lo strumento dell’urgenza ed approvata con l’istituto della fiducia, nasce il comitato Va.Li.Ca. – Vaccini Liberi Campania, un comitato di genitori e famiglie organizzatosi per mettere a sistema le conoscenze acquisite sull’obiezione attiva alla pratica vaccinale, in favore della libertà di scelta e di cura.

Agli inizi di novembre, dopo numerosi incontri, il comitato ha annunciato il convegno programmato già da tempo che avrebbe dovuto vedere protagonisti il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris ed i giudici Paolo Maddalena e Ferdinando Imposimato, nonché un confronto scientifico tra più medici.

<<Il convegno si è tenuto regolarmente come programmato il 14 novembre”, spiega Daniela Ascione, uno dei rappresentanti di Va.Li.Ca., tra gli organizzatori. Di seguito una intervista rilasciataci:

 

Come nasce il percorso che ha portato a questo evento pubblico a Napoli?

Agli inizi del mese di luglio fummo ricevuti dal Sindaco, al quale annunciammo tutte le nostre perplessità di genitori in merito ai nuovi obblighi paventati dal Ministro Lorenzin, senza una reale epidemia in corso e senza una preventiva verifica dell’efficacia e della applicabilità di una dose così massiccia di antigeni, iniettati tutti insieme in un sistema immunitario in via di formazione, quale quello di un neonato di pochissimi mesi.

Il vaccino è un farmaco e come tale comporta effetti collaterali, per cui  prima di essere inoculato dovrebbe essere opportunamente testato e studiato.

Concordammo, pertanto, una pubblica assemblea, a condizione di estendere la discussione a tutte le parti coinvolte, in modo da animare un dibattito democratico.

Come è andata a finire?

Quello che poi è avvenuto ha lasciato molti di noi sbalorditi. Alcuni tra i soggetti indicati nella locandina, tutti regolarmente invitati, hanno detto di non avere mai avuto l’invito.

Ma noi non ci siamo scoraggiati. Abbiamo proseguito lungo il nostro percorso, finalizzato alla informazione piena, libera ed incondizionata.

Ed il sindaco Luigi de Magistris si è presentato?

Alla fine il Sindaco non si è presentato all’incontro, ma ci ha fatto sapere che a breve ci comunicherà la data nella quale si terrà un evento per molti versi simile a quello che si era ipotizzato, organizzato stavolta dal Comune di Napoli e con l’ufficiale convocazione di tutti i rappresentanti istituzionali coinvolti dal dibattito.

I NoVax chi sono realmente?

Vogliono chiamarci NoVax, oggi vale più l’etichetta che la sostanza.

Siamo un comitato di famiglie che propendono per la libertà di scelta e di cura e non intendono mettere in discussione il principio generale della vaccinazione, ma l’uso spregiudicato che se ne fa attraverso l’applicazione della norma recentemente approvata. Noi chiediamo, come ci consente la legge, la diffusione di vaccini in forma monovalente, di cui le ASL sono tuttora sprovviste, privi di adiuvanti e di metalli pesanti. Le strutture sanitarie, invece, anch’esse gravate peraltro da un enorme carico di lavoro, stanno smaltendo gli accantonamenti di magazzino e sono sfornite dei presidi sanitari immediati più comuni, come l’antitetanica in formulazione singola, che ormai non si trova più nemmeno a pagarla cara.

Quali sono le peggiori ombre della nuova legge?

Sicuramente la campagna informativa che, secondo la nuova normativa, avrebbe dovuto essere messa in campo dal Ministero della Salute entro sei mesi dall’approvazione della legge.

Non se n’è vista nemmeno l’ombra, se non sporadici e dispotici cartelloni inneggianti al DOVERE di vaccinarsi, sparsi su tutto il territorio regionale e azioni di mero terrorismo mediatico, che hanno indotto alla vaccinazione anche le famiglie dei minori compresi nella fascia dell’obbligo scolastico, con l’incubo che potessero essere esclusi dalla frequenza, quando per gli stessi, come si legge dalla Circolare 16 agosto 2017 del Ministero della Salute – il pagamento della sanzione estingue l’obbligo vaccinale.

Con quali azioni proseguirete il vostro cammino?

Intanto il Sindaco ci ha fatto sapere di volere incontrare a breve nuovamente una delegazione di Va.Li.Ca..

Ci aspettiamo che in quella sede ci darà nuovi spunti per arricchire il dibattito in programma.

Per quanto riguarda l’obiezione, per ora siamo cautamente in attesa della decisione della Corte Costituzionale, che il 21 in seduta pubblica inizierà a discutere in merito alla costituzionalità della legge 119/2017, potendo la consulta concedere la sospensiva dall’applicazione, che potrà finalmente garantire a tutti i bambini l’accesso alla scuola di ogni ordine e grado.

In quella data ci sarà a Roma, in piazza Bocca della Verità, una grande e pacifica manifestazione, cui prenderà parte anche il nostro comitato.

Nel frattempo continueranno gli incontri informativi sul tema a carattere locale, con l’augurio di coinvolgere nel dibattito quanti più genitori possibile a vantaggio di una scelta libera e consapevole.

Napoli incontra Cuba attraverso i culti della santeria. Ne abbiamo parlato con Melania Scarpato.

Napoli e l’Avana sono due città molto distanti ma a volte accade che si creino ponti che mettono in contatto mondi lontani. La santeria sicuramente è uno di questi. Ne abbiamo parlato con Melania Scarpato che ci ha raccontato questo universo:

Da dove derivano i culti santeri?
La Santeria cubana nasce dal sincretismo tra la religione cattolica e l’animismo africano ai tempi della schiavitù. Quando gli schiavi, di origine per lo più Yoruba, Bantù e Congo, furono portati dagli spagnoli principalmente a Cuba e poi nel resto del sud America, non avevano il permesso di celebrare le loro divinità, detti “Orishas”, sotto casa cattolica. Decisero così di spacciarli per Santi cattolici con i quali avessero un qualsiasi tipo di relazione. Così l’Orisha del fuoco, della folgore e della spada, Shangò, divenne Santa Barbara. Eleggua, rappresentato come bambino burlone, divenne il Santo Niño de Atocha. Babalù Aye, colui che aiutava le persone affette da lebbra, divenne S. Lazzaro. Questo giusto per fare degli esempi. Il nome “Santeria” fu dato al culto dagli stessi spagnoli per identificare questa enorme devozione da parte degli schiavi verso i Santi, ma in realtà noi la chiamiamo Lukumì o Regla de Ocha. Il fatto di credere negli Orishas non vuol dire che noi nob crediamo in Dio, anzi. Secondo le credenze del popolo Yoruba, il quale si stanziava nell’attuale area a sud tra Nigeria e Benin, esiste un “Essere supremo” formato di 3 elementi e dotato di una forza astratta e cosmica capace di dare vita a tutto (Ashé). Olodumare, è l’universo. Olorun, è il sole, forza vitale della natura. Olofin, è la forza creatrice del regno degli umani e degli animali. Questo “Essere supremo” invia sulla Terra le divinità per aiutare gli uomini a risolvere i problemi quotidiani. Quindi possiamo dire che la Regla de Ocha è una religione monoteista ma attua come se fosse politeista.

Cosa porta una ragazza napoletana ad aderire alla Santeria?
Di solito le persone si avvicinano alla religione per 3 motivi: per salute, per vocazione o semplicemente perché tramandato in famiglia. Personalmente il mio motivo è stato il secondo. Sono sempre stata molto sensibile all’energie che interagiscono e si muovono attorno a noi e in precedenza seguivo un culto neopagano da quando avevo 16 anni (anche se i miti greci iniziarono ad esercitare fascino su di me già all’età di 12 anni) volto alla celebrazione del Dio e della Dea madre. Festeggiavamo i Sabbath (equinozi e solstizi) e gli Esbath (luna piena), facevo parte di un’associazione neopagana che aveva come scopo la divulgazione di questo tipo di cultura, Quercia Bianca, e che esiste ed opera tutt’ora su tutto il territorio campano. Ed ora entriamo nel vivo. Una sera, mentre ero dedita a celebrare la luna piena, mi sentii come quando sei a riva e vieni travolto da una grossa onda e subito dopo sentii un brivido che mi percorreva tutto il corpo. Mi pietrificai. La mia amica, che è venezuelana e quindi qualcosina di questa cultura ne era a conoscenza avendo la zia Santera, mi disse, senza che io aprissi bocca su ciò che mi era appena accaduto, “Non ti preoccupare, amore, è Yemaya” (Orisha signora del mare). Così iniziai a farmi 30 mila domande: perché proprio me? Con una venezuelana che ha nel sangue questa cultura, perché venire da me che ero completamente lontana da queste credenze e per di più non sapevo nulla di tutto ciò? Quindi iniziai a documentarmi e contattai tramite facebook una botanica che vende prodotti di santeria, “Animalero Santeria”, con la speranza di saperne di più. Conobbi così Carlo Angelo Nuzzo che divenne per me prima di tutto un grande amico e poi anche una guida spirituale. E colgo l’occasione per ringraziarlo di tutto ciò che ha fatto per me, senza di lui non sarei dove sono ora o probabilmente avrei impiegato molto più tempo. Tornando a noi, Angelo mi portò ad una festa religiosa, “Tambor”, in onore di Eleggua. Lì conobbi altre persone, santere e non, cubane ma anche italiane. E così entrai a far parte della comunità santera 3 anni fa, ma per essere “iniziata” ho dovuto aspettare 2 anni, non perché ci fosse un tempo prestabilito ma semplicemente non era ancora la mia ora. Un anno fa aiutai Angelo in una esposizione dei suoi prodotti al concerto di uno dei gruppo folclorici più importanti di Cuba, “Yoruba andabo”, e lì conobbi colui che sarebbe poi diventato il mio padrino. Julio Cesar, detto “el gordo” per la sua stazza, accettò con molto piacere di iniziarmi al culto e così organizzammo la cosidettà “Mano di Orula” che durò 3 giorni. Ciò che succede durante l’iniziazione non posso svelarlo in quanto segreta, ma posso solo dire che il terzo giorno, chiamato “giorno dell’Ita”, i sacerdoti di Orula (orisha del destino), grazie ad un oracolo, ti dicono qual è il tuo destino, cosa fare e cosa non fare affinché ti vadano bene le cose. Inoltre ti svelano qual è il tuo Orisha tutelare, ovvero chi ti protegge e veglia su di te e che un giorno dovrai “coronare” per poter diventare effettivamente sacerdote/sacerdotessa di quel Santo. E indovinate chi è uscito come mio Orisha tutelare? Chi se non la Regina del mare, colei che mi aveva chiamata a sé 3 anni prima. Ed eccomi qua su questo cammino ma di strada ne ho ancora tanta da fare.

Fotografia di Federica Fusco

Esiste un culto santero a Napoli?
A Napoli la comunità santera è abbastanza grande. Basti pensare alla comunità cubana trasferitasi in Italia che è numerosa. E come ho detto prima, non solo i cubani seguono questo culto. Se ad essi aggiungiamo i molti italiani, napoletani o campani in generale, che hanno abbracciato questa religione, allora i numeri aumentano. Questa religione non ha una sede spirituale, in quanto è molto personale e individuale. Ma i credenti spesso si riuniscono in case private per celebrare e festeggiare, con musica e canti, gli Orishas. I canti sono in lingua Yoruba e la musica è riprodotta con speciali tamburi, detti “Batà”.

Fotografia di Federica Fusco

 C’è un legame tra Napoli e Havana?
Napoli è molto simili all’Havana. Anche se non ci sono ancora stata, ci andrò a breve, ma da come me ne hanno parlato, sia urbanisticamente sia antropologicamente sono molto legate tra loro. Il popolo è caloroso, ti trattano come una persona di famiglia invitandoti in casa ed offrendoti da bere. Ma la cosa che secondo me lega ancor di più queste due città, oltre l’enorme devozione per le numerose madonne, è il culto dei morti. Anche a Napoli, fino a poco tempo fa, le anime dei defunti erano venerate come dei veri e propri santi. Si portava loro cibo, fiori e candele. Così è anche a Cuba poiché prima del Santo viene il morto, “Ikù lobi ocha”.
 Un’altra tua passione è il ballo. Com’è iniziata questa storia? Frequenti una scuola?
La passione per il ballo è sempre stata presente dentro di me fin da quando ero piccola, ma ho iniziato a frequentare una vera e propria scuola di balli caraibici 1 anno e mezzo fa, dopo una forte delusione amorosa, dovuta ad una rottura di un fidanzamento durato 10 anni, avvenuta non per volere mio. Ad oggi posso dire che ciò è stata una benedizione per me. Il ballo, unito con la religione, mi ha salvato. Tutt’ora frequento la stessa scuola, “El uno ahora”, una delle poche scuole che trasmette realmente la VERA cultura cubana. Ed approfitto per ringraziare i miei maestri Riccardo Sozzino e Miriana Diotallevi per aver creduto in me sempre, anche quando non ci credevo io in prima persona, per spronarmi ogni giorno e per infondere in me la loro passione per il ballo. Ora il mio obiettivo è studiare ed approfondire la parte folclorica del ballo, ovvero la rumba (ballo popolare cubano) e i balli dei Santi (balli sacri dei quali vengono rappresentati gli Orishas).
Chi fosse incuriosito dalla Santeria, come può contattarti?
Voglio precisare che questa religione non fa proselitismo, ma che chi volesse saperne di più su questa magnifica cultura può contattarmi su facebook, anche se come ho detto di strada ne ho ancora da fare. Poi per chi è realmente interessato, posso mettere in contatto con persone maggiori che sono molto più avanti di me sul cammino.
Ci consigli un libro, un film e un CD?
Da premettere che essendo questa una religione nata in africa, la cultura veniva diffusa e trasmessa verbalmente. Quando poi il popolo africano fu portato nel Nuovo Mondo iniziò a trascrivere le proprie credenze e legende su carta. E’ difficile trovare testi in lingua italiana poiché sono per lo più in lingua spagnola. Però spulciando nelle più famose librerie italiane, è possibile trovare qualcosina inerente alla storia e teoria della religione. Difficile trovare qualcosa che tratti della ritualistica in quanto segreta e trasmessa da Padrino a figlio. Film che parlano prettamente di santeria credo non esistano o se esistono non sono stati pervenuti. E’ possibile trovare accenni in alcuni film ambientati a Cuba o in generale nel sud America. Però ci sono numerosi documentari, come per esempio “con los santos no se juega”, facilmente reperibile su youtube. Per quanto riguarda la musica, sicuro posso consigliare “Yoruba andabo”, “Abbilona” o “Muñequito de Matanza” (gruppo folclorico). Inoltre faccio parte di un gruppo BATALAB, laboratorio di percussioni a cura del maestro Bata Bianconcini, che ha come scopo appunto la diffusione di suoni, musica e cultura afrocubana. Ci trovate su facebook e spesso ci esibiamo per strada o in eventi inerenti.

Yari Angelo Russo, Studente : “Esigiamo che il governo riveda i propri sbagli”.

“Studenti fannulloni, non vogliono fare niente e trovano scuse per non andare a scuola” è quello che ci viene detto quando andiamo a manifestare. Ora però parliamo noi e vi diciamo quali sono le vere ragioni del nostro dissenso. L’Alternanza Scuola-Lavoro, che con la “Buona Scuola” di Renzi è diventata obbligatoria per tutti gli studenti delle superiori, sta effettivamente producendo più danni che altro. Dalle recenti inchieste è infatti emerso come, nella maggior parte dei casi, essa non sia inerente al percorso di studi o finanche non rappresenti fonte di arricchimento e formazione per lo studente. Togliere tempo allo studio e alla vita privata di noi studenti… ma a pro di che? Chi ne trae veramente benefici? Ebbene sì, ancora loro, le aziende. Per giunta sono spesso multinazionali dai manager con capitali d’oro (McDonald’s, Zara…) che, come se non bastasse, decidono di speculare sugli studenti spacciandola come una “buona azione”, una formazione gratuita che loro concedono. E gli studenti si ritrovano senza uno Statuto, senza i loro diritti garantiti, a lavare piatti o fare fotocopie. E questa la chiamate formazione? Questo è sfruttamento. Ancora una volta ad essere presi in giro sono gli studenti, ma non solo… vogliamo parlare dei lavoratori? In un tempo in cui la disoccupazione è a livelli inaccettabili, lo Stato stringe accordi con le multinazionali, promette sgravi fiscali, “regala” manodopera gratuita incentivando il lavoro non retribuito e la stessa disoccupazione, perché di certo le aziende preferiranno assumere (si fa per dire, non c’è contratto né tutela) uno studente in alternanza, piuttosto che un lavoratore che dovrebbe essere pagato. E così, in una sola mossa, il governo annienta il valore del lavoro retribuito, danneggia gli studenti e fa crescere il numero dei disoccupati… sì perché non servono competenze, ormai i requisiti sono due: chinare il capo e lavorare gratis. Riteniamo che tutto questo sia assurdo. Non contestiamo l’Alternanza Scuola-Lavoro nella sua interezza, ma il modello pensato e posto in essere da questo governo. Chiediamo più diritti e tutele per gli studenti che prestano servizio in alternanza. Chiediamo che essa sia inerente al percorso di studi. Chiediamo che si verifichi il comportamento delle aziende con gli studenti e i lavoratori: non si possono premiare le multinazionali dello sfruttamento, del precariato, della pessima condotta morale e senza alcun rispetto ambientale come “McDonald’s”. Che siano invece favoriti il Made in Italy, le piccole e medie imprese, la formazione vera e la diffusione di una vera cultura del lavoro che porta arricchimento non solo economico nelle tasche di alcuni, ma anche sociale e morale nella vita di molti. Esigiamo, dunque, che il governo riveda i propri sbagli… e soprattutto che smetta di schierarsi dalla parte dei potenti e degli speculatori, ma che torni a difendere gli studenti e i lavoratori. Perché è questo che un governo dovrebbe fare, oggi più che mai: garantire sempre il rispetto della dignità personale, lottare per i diritti dei più deboli, lavorare per un paese più giusto. Queste non sono opzioni, queste sono priorità. E vanno portate avanti. Subito.

Yari Angelo Russo, Studente e Rappresentante del Liceo Sbordone

Da Napoli a Roma per uguali diritti!

In fin dei conti basterebbe fare un giro nell’area metropolitana della città. Basterebbe aprire gli occhi nelle prime ore del mattino. In quel momento lungo la strada si concentrano colonne di migranti. Un enorme esercito industriale impiegato nei lavori agricoli. Questa è: struttura economica, la forma  del sistema di produzione. Ad essa, con intensità di sfruttamento e gradi di consapevolezza diversi, tutti siamo in una qualche maniera legati. I braccianti, precari, lavoratori.

In questo senso dietro le scelte del Ministro Minniti si cela un disegno che riguarda tutti. Ci avviamo sempre più verso una società del controllo globale e nuovi temibili strumenti normativi stanno nascendo.

A Napoli, grazie ad una tre  giorni contro il G7 (tenutasi  dal 19 al 21 ottobre,e organizzata dai movimenti napoletani) ha preso parola una parte di questa città e di questa regione, a partire proprio da quelli che si vorrebbero esclusi e sottomessi, e si è mobilitata per rivendicare che un altro mondo, un altro futuro è possibile!
Per denunciare che l’inganno securitario è servito a invisibilizzare le grandi questioni sociali, il diritto negato alla casa, al lavoro e al reddito, alla libertà per tutte e tutti. Si è ribadito il concetto che la “sicurezza” parte dal riconoscimento del diritto al lavoro, al reddito, alla casa, allo studio.

Un cartello nel corteo conclusivo della tre giorni recitava : “volevate braccia, avete avuto corpi”. Credo fornisca l’idea della spregevole concezione dei corpi come combustibile per il nostro sistema di produzione, talvolta, spesso, un business anche per le cooperative del sociale.

Di seguito l’intervento di Aboubakar Soumahoro, Coord. Naz.  USB e Coordinamento San Papiers.

 

Nel lanciare la mobilitazione del 16 dicembre a Roma, pubblichiamo l’appello dei Sans Papiers:
#Appello #Assemblea nazionale 5 novembre a Roma per preparare la #Manifestazione Nazionale #16Dicembre 2017 a Roma per uguali diritti e contro la ghettizzazione dei migranti/profughi
Siamo quelle donne e quegli uomini che attraversano il pianeta, decine di milioni di persone strappate alla loro terra e ai loro cari dalle scelte geopolitiche, economiche e ambientali dei potenti, costrette ogni giorno a combattere contro i fili spinati e i muri fisici e ideologici. Siamo i dannati della globalizzazione e delle politiche antisociali imposte dall’Unione europea e dalla Banca centrale europea (BCE) alle popolazioni d’Europa e d’Italia, che privano le persone del reddito, del lavoro e dell’alloggio indipendentemente dalla provenienza geografica.
Basta parlare di noi, su di noi, contro di noi, o al posto nostro. Basta fare affari sulla nostra pelle, basta guadagnare voti sulla scelta di accoglierci o di cacciarci. Non abbiamo bisogno di retorica interessata, abbiamo bisogno di fatti. Il razzismo, lo sfruttamento sociale e lavorativo che viviamo concretamente non è possibile batterlo con la carità né speculando sulle nostre vite.
Il razzismo si sta diffondendo proprio tra chi sta più in difficoltà, tra le persone più povere. Il cambiamento che vogliamo non può riguardare solo la nostra condizione ma anche quella di quanti soffrono uno stato di ingiustizia e di privazione.
È grazie ai tagli allo stato sociale e alla ghettizzazione di ampie fasce della società che molti territori, secondo una logica di confino e militarizzazione, sono stati trasformati in discariche di bisogni e depositi di ingiustizie sociali.
Partendo dall’impegno costante nei territori, creando e valorizzando buone pratiche condivise, le nostre storie si sono intrecciate nella condivisione dei bisogni comuni, consapevoli di dover prendere il nostro destino nelle nostre mani per ottenere il riscatto sociale e rifiutare le campagne xenofobe e razziste condotte sulla nostra pelle, di qualsiasi colore essa sia.
Riteniamo l’insieme degli attuali dispositivi legislativi italiani (Bossi – Fini con il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro; Minniti – Orlando; decreto Lupi) ed europei (Regolamento Dublino III) un tentativo di camuffamento della realtà che vuole far passare i migranti e i profughi come i responsabili primi delle disuguaglianze sociali. Gli obiettivi dichiarati sono la trasformazione del welfare in elemosina da elargire agli ultimi e l’individuazione del povero e del migrante come nemico da combattere, specchio inquietante di una società che si vuole governare con la paura e lo sfruttamento, contrastando e reprimendo le forme di dissenso e di lotta per i diritti.
Consideriamo inaccettabile che chi nasce e cresce sul territorio italiano faccia fatica a essere riconosciuto come cittadino italiano. Basti osservare le reazioni scomposte al tentativo poco convinto di introdurre lo ius soli, alle quali opponiamo la certezza incrollabile che la politica si debba assumere la responsabilità di una legge sulla cittadinanza per le cosiddette seconde generazioni. Senza dimenticare la condizione dei minore straniero non accompagnato.
Siamo convinti che una parte significativa della filiera dei centri d’accoglienza neghi quotidianamente i nostri diritti e faccia invece parte a pieno titolo del sistema di sfruttamento economico, lavorativo e sociale che nega i nostri bisogni e colpisce la dignità non solo dei profughi ma anche degli operatori. Si vogliono trasformare le persone in oggetti invisibili e senza diritti, esattamente come si sente invisibile chi è in un centro d’accoglienza o chi è ancora privo di un permesso di soggiorno. Crediamo che la regolarizzazione sia l’unica via per restituire dignità a queste persone.
Oggi la filiera dell’accoglienza è diventata troppo spesso la giustificazione umanitaria per alimentare un business che mantiene in una condizione di ricatto permanente le persone, permettendo l’arricchimento di cooperative e gestori dei centri.
A partire dal lavoro nei territori e dalle pratiche quotidiane, abbiamo condiviso la necessità di coniugare antirazzismo, antisessismo, lotta per la giustizia sociale e la libertà di circolazione e di residenza. È per questo che abbiamo deciso di organizzare una manifestazione nazionale a Roma il 16 dicembre per rivendicare la giustizia sociale e il diritto all’uguaglianza per tutte e tutti.
La manifestazione che vogliamo costruire è promossa pertanto proprio da noi, i dannati della globalizzazione e della colonizzazione economico finanziaria, uomini e donne in fuga o sfruttati. Non è la manifestazione che parla di noi, è la nostra manifestazione, per prendere parola e spiegare la nostra piattaforma rivendicativa, gli obiettivi concreti della nostra lotta.
Proponiamo alle realtà laiche e religiose, ai movimenti antirazzisti, un’assemblea pubblica da tenersi a Roma domenica 5 novembre 2017 dalle ore 10.00 in Viale Scalo di San Lorenzo 67 partendo da una piattaforma articolata sui seguenti punti:
Per la libertà di circolazione e di residenza;
Per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari ai profughi a cui non è stata riconosciuta la protezione internazionale;
Per la regolarizzazione generalizzata dei migranti presenti in Italia;
Per la solidarietà, l’antirazzismo e la giustizia sociale;
Per la regolarizzazione dei migranti presenti in Italia;
Per l’abolizione delle leggi repressive (Bossi-Fini, Minniti – Orlando e Dublino III);
Per la rottura del vincolo permesso di soggiorno/contratto di lavoro e residenza;
Per il diritto all’iscrizione anagrafica;
Contro i lager e gli accordi di deportazione;
Per la cancellazione dell’art 5 della legge Lupi e della legge sulla Sicurezza urbana;
Per un’accoglienza un lavoro dignitosi per tutti e tutte;
Contro qualsiasi forma di ghettizzazione;
CISPM (Coalizione Internazionale Sans-Papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo) – Movimento Migranti e Rifugiati – Ex OPG “Je So Pazzo” – Associazione Ivoriani e Fratelli di West Africa – Napoli Direzione Opposta (NDO) – Associazione Senegalese Torino – Comitato Solidarietà Migranti – Federazione del Sociale USB – Osservatorio sul disagio abitativo – Associazione ASAHI – Movimento Profughi Conetta-Cona – C.S.C Nuvola Rossa – Collettivo autonomo Altra Lamezia – C.S.O.A Angelina Cartella – SOS Rosarno – USB (Unione Sindacale di Base) – Askavusa – Collettivo Autogestito CasaRossa40 – Asd Atletico Brigante – Benevento Antirazzista – Movimento per il diritto all’abitare – Progetto Diritti – Coordinamento Lavoratori agricoli USB – Movimento Profughi – Associazione La Torre di Babele – Coordinamento Migranti Toscana Nord – Un Mondo di Mondi – Campagna Over The Fortress – Meltingpot Europa – Centri Sociali Autogestiti Marche – Ambasciata dei Diritti Marche – Laboratorio Insurgencia – Associazione Senegalesi Napoli – Associazione il brigante Società dei territorialisti – Il Salto – JVP Italia – ecc …
Per promozione / informazioni /comunicazioni ed adesioni: manifestazioneroma16dicembre@gmail.com

Gabriele Gesso, Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista: facciamo che noi eravamo…?

Pubblichiamo una nota del Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista Gabriele Gesso. Speriamo che valga ad aprire una discussione ormai impellente:

Siamo alla vigilia di una nuova tornata elettorale e il campo della sinistra torna ad occuparsi con urgenza dell’unità. Quest’anno il teatro del nuovo cammino è il Brancaccio, il cartellone vede in scena Sinistra Italiana, Mdp, Rifondazione Comunista, le associazioni, i movimenti in assetto di ascolto e l’immancabile società civile. La colonna sonora è ancora una volta “la fiera dell’est”: l’azione di uno dipende dalle scelte dell’altro in un sempre meno avvolgente turbinio di dichiarazioni tese a far pendere la bilancia un po’ più da un lato o più dall’altro.
Negli ultimi anni ho partecipato a molti tentativi unitari alcuni più convincenti, penso alla nettezza della scelta di campo che fu dell’Altra Europa, altri meno appassionanti che hanno rappresentato meri cartelli elettorali. La composizione politica del percorso del Brancaccio, come ad oggi è conosciuta, sancisce la fine della relazione tra significante e significato, trasforma la domanda di alternativa alle politiche neoliberiste di cui è principale interprete il Partito Democratico, in alternativa al PD di Renzi.
Tra un anno ne avrò quaranta, per non so quanto ho lavorato con contratti a progetto. Oggi ho un contratto part-time a tempo indeterminato per quello che vale in tempo di Jobs Act. Forse avrò una pensione sociale e sono tra quelli che si devono considerare fortunati. In tantissimi pagano le politiche di austerità che si fondano sull’ideologia del pareggio di bilancio.
In questo quadro il percorso del Brancaccio che fa? Mi propone un’alleanza anti Renzi con quanti hanno sostenuto e con quanti ancora sostengono queste politiche.
Dico al mio partito, ai compagni e alle compagne di Rifondazione Comunista, che siamo ancora in tempo a rompere questo schema che guarda all’unità come fine e non come strumento. Qualche mese fa in una lettera indirizzata anche al gruppo dirigente nazionale del Prc, alcuni militanti esprimevano la necessità di scegliere in tempo, di lavorare ad un progetto politico non condizionato dalle scadenze e dalle leggi elettorali. Quel tempo è ora!
Non voglio sentirmi dire a qualche settimana dalla presentazione delle liste che non c’è alternativa, non più. Lo ricordate quel gioco che si faceva da bambini? Ebbene, facciamo che noi non eravamo Navarra. Facciamo che l’alternativa la costruiamo a partire dai processi reali che pure si stanno generando in giro per l’Italia. Processi che richiamiamo nei nostri dibattiti definendoli di buone pratiche, di cui a volte siamo coprotagonisti, processi che tornano ad entusiasmare e motivare la militanza, processi a cui non possiamo voltare le spalle alla vigilia delle tornate elettorali in nome di un rassicurante schema tattico puntualmente fallimentare. Ci sarà pure da qualche parte un proverbio cinese che dice meglio un due per cento di prospettiva che una minuta pattuglia parlamentare senza progetto politico! Faccio questa battuta perché so bene che in un partito bisogna preoccuparsi anche delle elezioni. Eppure bisogna farlo con una prospettiva generale oltre che di fase. Ci sono ambiti di attivismo sociale e politico che iniziano a porsi con serietà il nodo della soggettività politica e dell’organizzazione. La stessa Rifondazione Comunista attraverso i suoi iscritti è impegnata nella costruzione di quello che abbiamo definito il Partito Sociale. Destrutturiamo il tema dell’unità della sinistra come mantra, come preghiera. Uniamo i conflitti, le esperienze di mutualismo e solidarietà sociale, uniamoci per rovesciare l’austerità.

Gabriele Gesso, Segretario Provinciale Partito della Rifondazione Comunista.

Stanno uccidendo il mare: un’analisi di Umberto Oreste di Sinistra Anticapitalista

Pubblichiamo un interessantissima analisi di Umberto Oreste di Sinistra Anticapitalista:

Amiamo il mare e lo sentiamo parte di noi, non solo perché napoletani, non solo perché al mare ci lega la nostra storia, la nostra cultura, momenti belli della nostra vita, amiamo il mare anche perché lo sentiamo violato, maltrattato, offeso quotidianamente dall’inquinamento, dal riscaldamento globale, dall’acidificazione, dalla cementificazione delle sue coste, da una pesca sconsiderata che distrugge le riserve ittiche, da traffici intensissimi di mostri galleggianti quali portaerei nucleari, portacontainer enormi, navi da crociere, vere città galleggianti di migliaia di abitanti. Se gli oceani sono malati, alcuni mari interni sono già morti, come il Mare di Aral in Asia Centrale, il Mar Morto in Palestina, e parzialmente il Mar Caspio tra Europa ed Asia.

Allora, qual è lo stato del mare? Quali le cause dei suoi mali? Un articolo di giornale non può essere, certamente, esauriente sul tema ma sicuramente farà pensare qualche lettore.
È bene chiarire prima di tutto che lo stato del mare è lo stato del nostro pianeta che piuttosto che “Terra” dovrebbe chiamarsi “Mare”. I mari infatti costituiscono il 70,8 della superficie del pianeta, e la sua massa è stimata in 1,3 x1018 tonnellate; da ricordare che dal mare è nata, 3,5 miliardi di anni fa, la vita.
Ora è opinione corrente che il mare è un pozzo senza fine dove tutto si perde; si pensa che il mare alla fine consuma tutto e che rimane sempre uguale, quello di ieri come quello di oggi, come quello di domani. Niente di più falso: il mare è cambiato e, non a caso, è cambiato al cambiare dei modelli economici.

Generalmente viene indicato come “Antropocene” il periodo storico in cui l’azione della specie homo sapiens ha influito sull’ambiente. Questo è avvenuto con la caccia, l’introduzione dell’agricoltura, dell’allevamento, con le canalizzazioni per l’utilizzo dell’acqua piovana etc. Per moltissimi millenni l’equilibrio uomo-natura non è stato alterato, se non minimamente. Anzi le opere umane come le attività di cura dei boschi, il terrazzamento a scopo agricolo dei fianchi delle colline, hanno difeso il territorio da eventi catastrofici come incendi e alluvioni. Alla metà del XIX secolo, invece, lo sviluppo delle produzioni industriali ha condotto all’utilizzo dei carburanti fossili come fonte energetica primaria, alla conseguente crescita delle città dove accorrevano in cerca di lavoro i contadini immiseriti dal capitalismo agrario, alla conseguente corsa agli investimenti per trarne profitto. Questo periodo ha costituito una svolta nel rapporto uomo-natura che ha portato al depredamento dell’ambiente, ai disastri ecologici che oggi sono sotto gli occhi di tutti. A questa fase storica alcuni scienziati hanno dato il nome di “Capitalocene” indicando che il fattore dominante non è l’uomo in quanto specie, ma il Capitale con la sua sete inesauribile di profitto.

Anche nel mare all’Antropocene è seguito il Capitalocene e un esempio lampante è il tema della pesca. Per i lunghi secoli dell’Antropocene il mare era il luogo amato-temuto dai naviganti sia se sospinti ad imbarcarsi per semplice desiderio di conoscenza (Ulisse come Corto Maltese), sia per scambiare merci (Marco Polo come Colombo), sia per pescare (“Piscatore ‘e stu mare ‘e Pusilleco” come il pescatore “assopito all’ombra dell’ultimo sole, con un solco lungo il viso come una specie di sorriso”).
Immagini esemplificative dell’attualità del Capitalocene sono, invece, le “Floting processor” enormi industrie galleggianti che avvistano con implacabili mezzi tecnologici i banchi di pesci, li catturano con reti lunghe anche un chilometro, li caricano a bordo, e li trascinano su nastri che li portano in sale di lavorazione dove centinaia di operai li processano, in parte li congelano in azoto liquido, in massima parte li lavorano in farine proteiche per l’alimentazione di polli, maiali e bovini. Ma di chi è l’azienda? Di poche multinazionali americane o giapponesi o anche europee che controllano la pesca mondiale, la distribuzione del pescato, la vendita nei supermercati e introducono i propri rappresentanti all’interno degli organi di gestione dei governi.

Da considerare che i mari depredati dalle multinazionali sono i mari dei paesi poveri ed in questo caso anche la UE è colpevole: nel 2013, la PCP (politica comune europea della pesca) rivista ha introdotto accordi di partenariato in materia di pesca (APP) con i paesi terzi. Tali accordi prevedono l’accesso alle risorse in un ambiente regolamentato, commisurato agli interessi della flotta dell’UE, in cambio di un contributo finanziario e di un supporto tecnico che dovrebbero contribuire all’efficienza della raccolta, del monitoraggio, del controllo e della sorveglianza dei dati. Gli APP finiscono per foraggiare governi, sostenere le borghesie locali e danneggiare irrimediabilmente la pesca locale. E’ un mercato: soldi in tasca ai governanti che consentono a distruggere il sostentamento dei poveri pescatori locali.

Risultati: in alcuni decenni le riserve ittiche mondiali sono diminuite del 30% secondo i dati ufficiali della FAO, ma dati 2015 della società zoologica di Londra affermano che fauna ittica nei nostri oceani si è dimezzata rispetto al 1970 In particolare, secondo i ricercatori, le popolazioni di tonno e sgombro hanno subito un declino catastrofico, perdendo quasi tre quarti delle rispettive popolazioni.

In definitiva, la pesca negli ultimi decenni si è capitalizzata: da attività “artigianale” si è trasformata in attività “industriale”:
non ci sono più pescatori ma ci sono operai,
le tecnologie di pesca sono cambiate enormemente,
la pesca da fonte alimentare è divenuta un segmento integrato del ciclo capitalistico.
La pesca ha assunto le caratteristiche predatorie del sistema capitalistico:
nessun rispetto per l’ambiente,
nessun rispetto per le leggi internazionali,
predazione di un bene comune,
interessi neocoloniali,
scontri di interessi tra gli stati.
In conseguenza
le riserve ittiche si esauriscono,
fame e migrazioni dai paesi poveri.

…e la pesca è solo una delle offese perpetrate dal capitalismo sul mare. Le altre ad una prossima puntata.

Umberto Oreste, Sinistra Anticapitalista

CONFERENZA SUI DIRITTI UMANI ALL’ASILO FILANGIERI.

Pubblichiamo la presentazione ed  il programma di una interessantissima conferenza sui diritti umani che si terrà all’ ex Asilo Filangieri.

 

Conferenza sui diritti umani

Associazione Nazionale Giuristi Democratici

Sembra oramai matura l’esigenza di un incontro delle associazioni dei giuristi democratici dell’area mediterranea per discutere di temi comuni, scambiare informazioni ed esperienze, strutturare una rete di relazioni stabili ed approvare una carta di principi cui fare riferimento.
Tra gli obiettivi della conferenza c’è quello di approfondire e sviluppare il complesso dei temi proposti secondo un preciso filo conduttore: qual è il ruolo degli avvocati nella tutela dei diritti fondamentali? Perché diviene essenziale la costruzione di una rete nell’area del Mediterraneo? Quali sono i principi e le pratiche da condividere? I temi sono vari e tutti ugualmente importanti, dall’autodeterminazione e la pace, alle migrazioni, alla repressione dei movimenti di lotta a livello europeo. Proponiamo due giorni di discussione, ad ottobre, con la partecipazione di delegazioni internazionali delle aree di riferimento. Il programma sarà articolato come segue, l’obiettivo è l’adozione di una Dichiarazione dei Giuristi Democratici del Mediterraneo (Carta di Napoli).
Prima Conferenza dei giuristi del Mediterraneo
“Il ruolo dei giuristi nell’area del Mediterraneo per autodeterminazione, stato di diritto, tutela dei diritti umani e democrazia”

Promuove/organizza: Ass. Nazionale Giuristi Democratici – Italia; Associazione Europea dei Giuristi per la Democrazia e i diritti umani nel mondo (ELDH) – – European United Left/Nordic Green Left – European Parliamentary Group GUE/NGL –

Partner e patrocini: ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione); Consiglio nazionale forense; Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli; Camera Penale di Napoli; Comune di Napoli, Città Metropolitana di Napoli; Rete ONG italiane “In difesa di”

Programma dei lavori (7- 8 ottobre 2017)
Sabato 7, L’Asilo – www.exasilofilangieri.it
9.30 apertura
Saluti
Luigi De Magistris – Sindaco di Napoli
Andrea Mascherin, Presidente Consiglio Nazionale Forense
Roberto Lamacchia – Presidente Giuristi Democratici
Thomas Schmidt – Associazione europea dei giuristi per la democrazia e i diritti umani nel mondo
Roland Weyl – Associazione internazionale dei giuristi democratici
Francesco Martone – Rete ONG “In difesa di”
Eleonora Forenza, Paloma Lopez GUE
Stefano Maruca, FIOM
Fabio Marcelli, Breve relazione introduttiva sui proponimenti della Conferenza

a seguire:
11.30-13.30 – Focus migrazioni (a cura di ASGI)
Titolarità ed effettività dei diritti dei migranti e richiedenti protezione internazionale: il modello hotspot come laboratorio per la sperimentazione delle politiche UE per il controllo delle frontiere.

Introduce e modera l’Avv. Margherita D’Andrea

13.30 – Pausa pranzo

15.30-17.30 – Focus Europa e diritti/ conflitti sociali: Genova ’01/ Amburgo ’17 Conflitto e repressione nella fortezza Europa

Introduce e modera l’Avv. Danilo Risi

17.30-19.30 – Focus Turchia

Lo Stato di diritto nello stato di emergenza in Turchia: compressione delle libertà fondamentali e crimini contro l’umanità .

Introduce e modera l’ Avv. Barbara Spinelli

19.30 – Chiusura
21.45 – Performance per Giulio Regeni: Drown out – Chapter IIIrd “Regere”. Ideazione di Marie-Therèse Sitzia. Produzione Asilo
22.30 – Concerto del Mediterraneo, Massimo Ferrante

Domenica 8 ottobre
Sala del Capitolo, Complesso San Domenico Maggiore.
9.30 “Mediterraneo: autodeterminazione, democrazia, diritti umani”

Palestina (Wael Abunemeh; S. E. l’ambasciatrice Mai Alkaila)
Sahara occidentale (Elhassan Salek Abba)
Turchia (Fatma Özdemir; Selçuk Koza acli; erife eren Uysal; Ümit Dede, Mahmut Shakar, Mazlum Dinc)
Rojava (Midia Abdamâ Mohammed Abdulkade)
Egitto (Mohamed Azab, Mohamed Issa)
Tunisia (Sabiha Salah, Abdelaziz Essid )
Algeria (Yasmine Bennamani; Ghania Nechar, Mohammed Bentoumi)
Siria (Elias Khouri)
Libano (Hassan Jouni, Souheil El Natour)
Irak (Hussain Shaban)
Catalogna (Mercè Barcelò Serramalena)
Interventi istituzionali (rappresentanti degli ordini forensi)

13.00 – Pausa pranzo

15.00 – Discussione e adozione della Dichiarazione dei Giuristi del Mediterraneo – Carta di Napoli

17.30 Chiusura

Intervista a tutto campo con Vincenzo Rusciano di Greenpeace Napoli: “creare un oggetto di plastica oggi significa creare qualche cosa che vivrà più a lungo dei nipoti di chi ha creato l’oggetto”.

Le questioni ambientali si rilevano di sempre maggior importanza. La questione climatica, l’inquinamento, la vivibilità delle metropoli sono temi imprescindibili per un’agenda politica. Ne abbiamo parlato con Vincenzo Rusciano, portavoce di Geenpeace Napoli.

Allora Vincenzo, quest’estate Napoli è stata funestata da terribili incendi. Cosa pensi a proposito?

Un dolore al cuore. In quel periodo ogni giorno passavo per le zone di Napoli da cui normalmente si gode del panorama ed ogni giorno era come ricevere una coltellata. Sembra assurdo pensare che nessuno riuscisse a controllare quei focolai che anzi, ogni giorno erano più grandi.

In quegli incendi c’erano vari cancri della nostra terra: i rifiuti tossici, l’incapacità di prevenire, la scarsità dei mezzi, l’incapacità di chi ci governa di saper risolvere un’emergenza che una pianificazione avrebbe potuto evitare.

Ci racconti le principali campagne di Greenpeace?

Bhè sono numerosissime: da quelle di contrasto alla deforestazione, ai quelle riguardanti i cambiamenti climatici, arrivando alle campagne sull’inquinamento dei mari. Chi volesse avere un quadro completo può consultare  http://www.greenpeace.org/italy/it/campagne/

Qui a Napoli, chi volesse sostenere le vostre attività, come dovrebbe fare?

Abbiamo un gruppo locale con una presenza virtuale: https://www.facebook.com/GreenpeaceNapoli/ ci riuniamo in vari posti in città e svolgiamo le nostre attività in coordinazione con l’ufficio nazionale a Roma, ma anche intraprendendo noi altre attività locali. Dalla pagina indicata chi vuole può scriverci e l’avviseremo della prossima riunione, ci possono pure scrivere a greenpeacegl.napoli@gmail.com

La Rainbow warrior è da tempo ormai impegnata nel contrasto all’inquinamento del mare. La plastica in questo senso sembra essere un’insidia temibile. Ci racconti di quest’esperienza?
Salire a bordo della rainbow è come entrare in un altro pianeta, un posto dove la gestione dei rifiuti ha influenza sul ciclo di vita dei prodotti che arrivano a bordo, a partire da quando si fa la lista della spesa. La rainbow è una specie di leggenda, é la terza della “saga” ed é la concretizzazione di quei valori ai quali apparteniamo noi come volontari.

Creare un oggetto di plastica oggi giorno significa creare un qualcosa che vivrà più a lungo dei nipoti di colui che ha creato quell’oggetto! Certo, in parte viene riciclata ma una bella parte diventa rifiuto, non trattato, con costi, ambientali e monetari assurdi. Il discorso vale soprattutto per il monouso: pensa, viviamo in un posto dove tra trovare, trasportare, trattare petrolio, farlo diventare un bicchiere, trasportarlo, venderlo, portarlo a casa o sciacquarlo dopo aver bevuto, la gente sceglie la prima opzione!

La grossa tragedia della plastica non é solo quella che si vede ma la microplastica, diffusa negli oceani.

Come Redazione riteniamo di fondamentale importanza la campagna contro il nucleare che state facendo. Cosa ne pensi?
Fermare un esplosione nucleare, nel 1971 fu l’obbiettivo di un gruppo di pazzi che s’imbarcò a bordo del Phyllis Cormack in Alaska. Quei pazzi alla fine sono coloro che pensavano che il cattivo progresso potesse essere fermato, sono stati loro a fondare Greenpeace. Quanto sta succedendo a livello internazionale é l’ennesima prova che il nucleare é un progresso che, come mondo non possiamo permetterci, né con le armi né quando pensiamo di usarlo per produrre energia, basti vedere quello che é successo a Fukushima.

 Da cittadino napoletano, ci dici una proposta che applicheresti per migliorare la qualità delle nostre vite?
Consapevolezza e collaborazione. Sono ritornato a Napoli dopo 13 anni di estero e la cosa più assurda che ho constato é l’accettazione che le cose dovessero andare così. La gente dovrebbe iniziare a pretendere dai politici piuttosto che riverirli. La gente dovrebbe smettere di pensare che l’estero é migliore, perché qua potremmo veramente stare bene, ma piuttosto che armarci e costruire qualcosa assieme litighiamo per il vantaggio immediato.

In fine, a tutte le persone con cui dialoghiamo chiediamo di consigliarci un cd musicale, un film ed un libro. Tu cosa ci consigli?
Musicalmente Lagrimas negras di Bebo y Cigala. Cinematograficamente invito a vedere “le Ali della Libertá” e come libro: “Into the Wild”.

MAI PIU’ CAMPI-LAGHER, MAI PIU’ GHETTI, MAI PIU’ “ VELE DI CEMENTO”, MAI PIU’.

Pubblichiamo un articolo di Franco Vicario. Lo facciamo condividendo sillaba per sillaba, parola per parola. I temi trattati  faranno da sfondo ad un’assemblea che ci sarà al GRIDAS stasera alle 18,30. E’ importante essere in tanti lì. Lo è anche perché proprio da Scampia parte un percorso antirazzista e di contrasto alla xenofobia. Abbiamo pensato di mettere come immagine in evidenza una foto di un murales di Felice Pignataro.  Una immagine che è metafora di una idea profonda a cui non possiamo rinunziare. Attraversare il mare tutti assieme in una barca che reca sulla prua un occhio: la consapevolezza. Essere consapevoli di ciò che accade è il primo passo in un percorso antirazzista.

Ero piccolo, anni 50/60, quando mio padre minatore partiva in cerca di lavoro per il Belgio, venduto dal governo italiano dell’epoca per un sacco di carboni. Dieci anni vissuti, insieme con altri poveri cristi, in un campo di baracche ai margini delle miniere stesse dove si consumava un’esistenza nel buio degli abissi della terra dalla quale si riemergeva, dopo 12 ore, per ritrovarsi avvolti dal buio della notte. La prima immagine di un campo l’ho conosciuta così, attraverso il racconto di mio padre, un racconto sbiadito dal tempo, ma che i fatti di questi giorni, di campi rom bruciati, di campi per migranti, di campi per terremotati, di campi di cemento armato sotto forma di “vele”, ripropongono, nell’era della tecnologia e della comunicazione avanzatissima, in forme, se possibile, ancora più disumane, nonostante la loro apparente antistoricità, l’incapacità degli uomini, della politica nazionale e locale, del popolo critico, del cooperativismo e dell’associazionismo d’accatto, di trovare soluzioni che non siano semplicemente “il cacciare” le persone da un luogo all’altro peggiorando, il più delle volte, le loro condizioni di vita. E’ successo così, e continua a succedere, ciclicamente, per i terremotati, sradicati e trasmigrati, dopo anni di tendopoli, in ghetti periferici, di cui Scampia né un esempio, distruggendone storia ed identità. Sta succedendo così per l’esodo epocale di fiumi di migranti che fuggono da guerre e carestie il più delle volte determinate dagli stessi stati occidentali verso i quali migrano in cerca di aiuto, per ritrovarsi poi, se nel frattempo non sono morti lungo il percorso, accolti in “campi di concentramento” in attesa della carità prezzolata da parte di paesi sempre più divisi, ma complessivamente inaccoglienti.
Sta succedendo così, in particolare a Roma e Napoli, per le etnie Rom, per quelli definiti “ ‘e zingari” che vivono da decenni, non da nomadi, ma in maniera stabile, nei campi e nelle baraccopoli delle periferie delle periferie. A Napoli ne sono complessivamente qualche migliaio, di cui circa seicento a Scampia, censiti dalle prefetture e che, nonostante siano di seconda e terza generazione, quindi napoletani a tutti gli effetti, risultano per lo più esseri sconosciuti alle anagrafi comunali sia per vuoti legislativi nazionali che per incuria istituzionale. In particolare quelli di Scampia vivono sul territorio dagli anni sessanta/settanta ancor prima che, con la legge 167 e con quelle del post-terremoto, fossero costruiti gli attuali casermoni a 13 piani, le vele bunker, i sette palazzi, le palazzine prefabbricate del lotto P, e quelle, cosiddette, del terzo mondo, dei puffi, delle case celesti. “Case” abitate per la maggior parte da gente proveniente da luoghi e da situazioni molto diverse tra di loro, ma con in comune, per la maggior parte, l’appartenenza e la provenienza da mondi di disagio e di marginalità sociale. Tanti campi di concentramento in unico grande campo di concentramento: Scampia. E alla stessa logica non sono sfuggiti gli stessi abitanti dei “parchi” di edilizia cooperativistica, una decina, tutti con nomi bellissimi, tipo, le rose, le rondini, dei ciliegi, delle acacie ecc., ma tutti chiusi e “difesi” da chilometri di recinzioni di ferro. Altri campi di gente “perbene” in mezzo a tanti altri campi senza nome. Persino la villa comunale è negata alla vista, circondata da muri e barriere che ne fanno un luogo quasi inaccessibile sia per la chiusura della maggior parte dei varchi che per i limatati orari di fruizione. Ognuno, di questi luoghi, finisce per farne il proprio regno. Chi per farne la propria piazza di spaccio, chi per farne un personale spazio sociale, chi per farne l’oasi nella quale sentirsi protetto, forse perché si ritiene dissimile tra simili. I recinti di ferro non sono che l’espressione dei recinti e dei ghetti mentali nei quali ci si chiude sempre di più per paure irrazionali negandosi di conseguenza ad ogni possibilità di confronto soprattutto quando si percepisce e si vede la distanza sempre più evidente da chi, per il suo ruolo di responsabilità politica, di responsabilità amministrativa, di governo delle dinamiche sociali, non interviene concretamente per sanare errori propri, per eliminare disagi, per restituire dignità umana a luoghi e persone, vittime, più o meno inconsapevoli, della condizione nella quale si ritrovano a vivere. In questa condizione, che definirei di auto-ghettizzazione, si ritrova gran parte della città di Napoli, dalle “periferie centrali” dei vicoli, ai ghetti delle zone cosiddette “bene” del Vomero e di Posillipo, dai quartieri dormitorio del rione Traiano, di Ponticelli, alle zone sub-urbane super affollate. Si possono fare tutte le distinzioni del mondo, ma è evidente la collocazione di ogni napoletano all’interno di un proprio ghetto , che non fa più distinzione di classe o di ceto di appartenenza e senza particolari differenze tra napoletani “veraci” e napoletani rom. Quelli che urlano, cacciamo i rom dal nostro quartiere, ripeto, napoletani come loro e non sempre peggio di altri, dal nostro quartiere, soffiando sui venti del razzismo e delle pulizie etniche, si fermano, spesso per ignoranza e/o mera speculazione politica, alla superficie di un problema, alimentandone altri, e, soprattutto senza proporre niente altro se non “mandiamoli al vomero e a posillipo così ci pensano loro”, senza interrogarsi e rendersi conto che essi stessi vivono in una condizione “disumana” personale e collettiva, non certo per responsabilità dei pochi rom napoletani sui quali pensano di scaricare le loro anche comprensibili frustrazioni, ma per gravi inadempienze e responsabilità dei governi nazionali e delle amministrazioni locali che si sono succedute nel tempo.
Penso che, mai come ora, tutti quelli che hanno veramente a cuore il destino sociale della propria città e dei luoghi in cui vive, debbano avvertire la necessità di avviare con l’amministrazione di Napoli, con il Sindaco, le prefetture e le altre istituzioni collegate, un confronto per trovare immediate soluzioni ai problemi “emergenti”. Così, come avviene in altri paesi del centro/nord Europa, non deve esistere e deve essere smantellata ogni forma di campo-lager che è la risultante di culture ancora colpevolmente arretrate sul piano dei diritti e del rispetto della dignità umana. Vanno avviate subito dal Sindaco politiche abitative, utilizzando anche il patrimonio immobiliare inutilizzato (migliaia di case e strutture sfitte) dal Comune di Napoli, affinchè nessun cittadino sia costretto ad accamparsi o ad occupare case in maniera “abusiva” diventando oggetto di persecuzioni e di gestioni criminali, camorristiche e non, che si servono e vedono queste sacche di disperazione come un osso da spolpare . Se si vuole parlare di emergenza rom a Scampia si vuole deviare e mistificare quale sia la vera emergenza che è tutta nella difficoltà istituzionale di amministrare una città e le sue contraddizioni. Ma una svolta, decisiva, ci deve pur essere. Tutti i cittadini, napoletani e rom-napoletani, ma anche di altre etnie, a cui è negato il diritto all’abitare per la loro condizione di povertà, hanno bisogno in questa fase, più che mai, del sostegno istituzionale e delle comunità nelle quali si trovano ad essere inseriti nel rispetto delle leggi e delle regole di convivenza che sono alla base delle relazioni umane, ognuno per la sua parte di responsabilità. Bisogna anche sfatare il mito che i rom vogliono necessariamente vivere in comunità ristrette. Il fatto di aver perso nel tempo la “nomadicità” del loro essere li porta ad acquisire le culture dei luoghi in cui nascono e vivono e ad aspirare anche ad avere una famiglia, una casa, ovunque sia possibile, che non sia un campo di concentramento e un ghetto nel quale consumare disumanamente la propria esistenza. Se si riesce a comprendere questo, forse, si comincia ad appartenere ad un mondo nel quale non ci si divide e ci si scanna per stabilire chi in questo mondo vi deve abitare e chi, invece, deve essere “cacciato”.
Ringrazio mio padre che con il suo lavoro e la sua vita in campi-lager stranieri mi ha insegnato cosa sia la solidarietà tra gli uomini e i valori dell’accoglienza, il valore della casa che mi ha lasciato in un “campo fiorito” con il calore dell’ospitalità e dell’amicizia.
Mai più campi-lager, ghetti e “vele di cemento” a Scampia e altrove.
Franco Vicario