“L’opinione pubblica che volta la testa dall’altra parte è bene che sappia” Intervista a Pietro Ioia sul libro “Cella zero”.

 

 

Abbiamo deciso di intervistare Pietro Ioia perchè crediamo nel potere della parola che narra, capace di immergersi nel più profondo degli inferni per tirare fuori barlumi di verità. Purtroppo il carcere è avvolto da una coltre di silenzio. Parlare, raccontare, testimoniare è un atto di sfida teso ad abolire l’ingiustizia attraverso la consapevolezza delle cose: 

Allora Pietro, come le è venuta l’idea di un libro sulla “cella zero”?

Non è venuta a me ma ad un giornalista. Mi disse: “perché non scrivi un libro, visto che l’hai vissuta, sai che esiste”. Mi voleva aiutare, poi non se ne fece nulla. Facendo teatro in seguito mi contattò un giornalista che volle fare uno spettacolo sulle violenze nelle carceri. Un’attrice laureata in legge mi disse: “Pietro se vuoi fare il libro ti aiuto”. Il suo nome è Marina Billwiller. Diciamo che è stata fondamentale nell’incitarmi. Mi diceva: “scrivi scrivi scrivi” .
Quale è il motivo per cui è finito in carcere?
Sono stato un giovanissimo spacciatore. Quando non esisteva ancora Scampia, Forcella era il cuore dello spaccio. Poi sono passato al narcotraffico. Così sono finito in carcere. Ho girato più di 20 Istituti e spesso ho dovuto lottare contro ciò che non funzionava e mi atterriva.
Ci sono stai episodi specifici?

Ricordo la carenza di cibo, il freddo, alzarsi come un burattino alla conta, una sola ora di passeggio quando ne erano previste due. Le celle sono state sempre sovraffollate. Mai trovato una cella a norma. All’epoca non sapevo dei tre meri previsti per detenuto. Quando andai in prigione per un vecchio mandato in una fase in cui già avevo iniziato a prendere consapevolezza delle cose, ebbi modo di protestare contro questo sopruso.
Cosa ci dice della “Cella zero”?
Ci sono stato due volte nella cella zero. Una per un mazzo di carte da gioco non consentite. Ci fecero scendere dal capoposto e volevano sapere di chi erano le carte. Nessuno lo disse. Erano di un detenuto trasferito.
Uno per uno, spogliati, passammo verso la cella zero. Senza vestiti. Fummo pestati brutalmente poi insultati. Ricordo le parole: “Pezzo di merda. Ti facciamo vedere chi comanda qui”. 7-8 minuti di puro inferno. Arrivavano scariche di manganellate e calci. Poi dovevi correre nudo sopra, dritto nella cella.
Moltissimi sono passati per questo strazio. Credo migliaia.
Nessuno parlava. In fin dei conti eri solo. Nel 2014 ho fatto una denuncia. Poi ci sono state altre denunce. Con la mia denunzia saltò il tappo dal vaso di pandora. 22 indagati ed anche un medico. Poi furono rinviati a giudizio 13 poliziotti. La prossima udienza ci sarà il 13 marzo. Loro puntano alla prescrizione. Intanto con alcune Associazioni ci siamo costituiti parte civile e speriamo che in primo grado sia fatta giustizia.

Perché dovrebbe essere letto il suo libro?

È un libro verità. Non avrei saputo scrivere un romanzo. È la mia vita. 120 pagine di pura verità. Tutto quello che ho passato è contenuto in quelle pagine. Ma è anche un libro denuncia e l’opinione pubblica che volta la testa dall’altra parte è bene che sappia cosa accade nelle carceri, perché il carcere riguarda tutti. Si pagano tasse per far rispettare la Costituzione secondo la quale la condanna deve essere una riabilitazione. Temo che tale spirito  sia tradito.
Chi volesse prendere il tuo libro come può farlo in attesa che esca in libreria?
Può farlo scrivendo a info@marottaecafiero.it

Intervista ad Annamaria Bubamara: ” La nostra scommessa è quella di far tornare il babywearing una modalità di accudimento democratica e auspicabilmente sostenibile”

 Continua il percorso di NapoLeaks sui temi riguardanti la genitorialità consapevole. Questa volta abbiamo intervistato Annamaria Bubamara, Consulente del portare.

Allora Annamaria quale e’ il ruolo di una consulente del portare?

Innanzitutto ci tengo a ringraziarvi per avermi dato la possibilità di parlare di un argomento che ormai da otto anni (l’età della nostra prima figlia!) ha un significato e valore enorme per me… Il portare in fascia, o babywearing. Ho la fortuna di fare un lavoro che amo, sono una Consulente del Portare, ovvero aiuto i genitori ad avvicinarsi e orientarsi in questo mondo colorato e morbido delle fasce portabebe’. Come tutte le altre colleghe nelle varie città italiane mi occupo in primis della divulgazione del babywearing, soprattutto attraverso gli incontri informativi gratuiti nei Consultori e nei corsi di accompagnamento alla nascita. Mi impegno a trasmettere corrette informazioni sulla fisiologia del bebe’ (cifosi della colonna vertebrale, rispetto delle articolazioni delle anche etc) in modo da poter portare in tutta comodità e sicurezza i propri bambini… E’ infatti ancora troppo diffuso un modo non ergonomico di portare i bebe’ addosso, per lo più attraverso marsupi con schienali poco adeguati al far sentire “contenuti” specialmente i più piccolini: quante volte abbiamo visto per strada neonati tras-portati in queste imbracature molto basse sul corpo del portatore, praticamente appesi, e magari rivolti con la testolina verso la strada? (pensiamo al sostegno che offriamo invece istintivamente, quando lo portiamo in braccio, alla testolina del bebe’… Perché in marsupio dovrei fare diversamente?) Oltre alla diffusione di un portare “buono”, mi occupo di seguire e aiutare i genitori nella scelta del portabebe’ più adatto alle loro esigenze, e insegno loro come indossarlo al meglio, guidando all’acquisto… E anche dopo, se necessario e gradito, per dubbi ed eventuali consigli.

 Esiste una cultura del portare in fascia? Cio’ ha attinenza col sud italia? Che evoluzione sta avendo?

Una cultura del portare… E’ il progetto lavorativo cui io e le mie colleghe curiamo e coccoliamo tutti i giorni, come una piantina da innaffiare e accudire! Il portare è una pratica antichissima, che esiste da quando è nato l’uomo, essa è trans-culturale, appartiene a tutte le culture e società nel mondo, solo che in diversi contesti è stata “dimenticata” o per dirla più incisivamente sacrificata in nome di altro… Come ad esempio l’ostentazione di un vero o presunto benessere (il passeggino, diffusosi a partire da fine 800, era appannaggio inizialmente della classe alto-borghese). Dagli anni 70 in Europa è iniziato un movimento di riappropriazione del portare, con modalità sicuramente diverse rispetto a quelle tradizionali che c’erano anche qui, nel Sud Italia, e con i significativi apporti della tecnologia (dei tessuti, dei materiali utilizzati per realizzare portabebe’) e di discipline come ad esempio l’ortopedia. Oggi il portare è sicuramente più comodo rispetto a quello delle nostre antenate, che andavano a lavorare nei campi con i propri figli avvolti in scialli legati sulle spalle. La nostra “scommessa” è quella di far tornare il babywearing una modalità di accudimento democratica e auspicabilmente sostenibile: attualmente stiamo vivendo un momento di grande diffusione di questa pratica, etichettata velocemente come “moda” o “novità”, ma come detto di nuovo c’è poco!

Ci parli dell’ alto contatto?

Con l’espressione “alto contatto” ci si riferisce solitamente ad uno stile di accudimento che parte da un profondo rispetto delle peculiarità del bambino, delle sue risorse, dei suoi bisogni. Il cucciolo di uomo è considerato nella sua unicità, sia come individuo sia come mammifero della sua specie, e il genitore vi si pone in ascolto cercando di rispondere al meglio alle sue richieste, che ben lontane dall’essere “vizi” sono semplicemente fortissime necessità comuni a tutti i bambini (soprattutto neonati) in tutte le culture del mondo. Il concetto di “vizio”, per cui i bambini fin da piccolissimi vorrebbero manipolare i genitori prevaricando psicologicamente su di loro, è frutto di una società, la nostra, che per troppo tempo ha incoraggiato una separazione dalla nascita del bebè in particolare dalla sua mamma, in nome di un mito dell’indipendenza precoce. Si è assistito specie negli ultimi decenni del secolo scorso a un atteggiamento diffuso per cui meno si assecondava il pianto e la richiesta di contatto del bebè e più “forte” e autonomo questi sarebbe diventato da adulto… A distanza di qualche anno si sta fortunatamente capendo che questo non solo è totalmente infondato, ma anche molto dannoso: infondato perché, al contrario, più si risponde in maniera rassicurante ai bisogni del neonato e più si sviluppa quella “base sicura” di cui parla Bowlby; dannoso perché si è visto concretamente sul lungo termine come ad esempio metodi rigidi di “abituazione” al sonno fondati sull’assenza di contatto fisico tra genitori e bebe’ (leggi Estivill) abbiano prodotto adulti nevrotici e tendenzialmente angosciati. Questo approccio è interessante anche dal punto di vista dei genitori, i quali si riscoprono madri e padri dotati di un efficace istinto genitoriale, per cui mettono finalmente in atto competenze e risorse per molto tempo ignorate e soppresse a causa di un meccanismo di delega totale a figure professionali “esperte” più di loro stessi del proprio figlio.

Che consiglio daresti ad un genitore interessato alla cosa?

Ci sono diversi modi di approcciarsi ad una realtà che si vorrebbe conoscere… Chi preferisce prima uno studio “teorico” per poi approdare al “pratico”, chi invece vuole prima toccare e poi eventualmente documentarsi! Sono tutte (e di più!) scelte rispettabili. Per chi vuole avvicinarsi attraverso la lettura consiglio il testo più completo in lingua italiana sul portare, “Portare i piccoli” di Esther Weber, molto utili e più agili anche diversi siti internet, tra cui quello della scuola dove mi sono formata, Scuola del Portare. Su internet, o meglio sui social, sono presenti molti gruppi tematici che oltre a diffondere nozioni corrette sul babywearing promuovono anche occasioni di incontro tra genitori di una determinata area, ad esempio il nostro gruppo Facebook locale Portare in Fascia Campania. Ci sono poi gli incontri informativi gratuiti, che organizziamo periodicamente come Consulenti del Portare, le giornate di Fascioteca aperta, dove con un contributo simbolico si provano i portabebe’ e si possono prendere in prestito, o le consulenze personalizzate e i corsi, momenti più strutturati dove si impara anche ad indossare correttamente i porta bebe’. Quindi sicuramente il consiglio è… Informarsi bene prima di tutto!

Chi si avvicina a questo mondo spesso si imbatte in supporti non ergonomici? Ci puoi dare qualche consiglio?

Spesso ci si imbatte in porta bebe’ non ergonomici, sia di tipo strutturato (come i marsupi) che non strutturato (come le fasce), negli anni ho avuto modo di vederne diversi, tanto che ho deciso di tenerne qualcuno in Fascioteca per far provare proprio addosso le differenze significative tra ciò che è realmente ergonomico e ciò che non lo è, o lo è solo di facciata. Qualche consiglio? Sicuramente occhio al primo indicatore: il prezzo. Spesso arrivano genitori alle prime armi che, con il timore di spendere troppo e con l’incognita sulla buona riuscita di questi supporti, si butta sull’economico per cui acquistano fasce elastiche a 20/30 euro (il prezzo di una buona fascia elastica parte dai 50 euro), che costano meno sia perché non hanno alcuna certificazione sulla provenienza e filiera dei materiali, sia perché non danno alcuna garanzia sulla qualità della manodopera, spesso sfruttata… Altro elemento da valutare prima di acquistare: dove state facendo l’acquisto? E’ importante effettuare acquisti su siti e negozi affidabili, che garantiscono anche sulla qualità e spesso –ahimè!- anche sull’autenticità dei supporti… Perché il mercato del contraffatto ovviamente è anche in questo settore. Ultimo consiglio, date sempre un’occhiata al mercato dell’usato, spesso si fanno veramente buoni affari!

Chi fosse incuriosito come puo’ contattarti?

Attraverso le Pagine Facebook Bottega Bubamara e Fascioteca Napoli, o via mail (bottegabubamara@gmail.com). C’è anche il nostro gruppo Facebook regionale, Portare in Fascia Campania, dove io e una mia collega facciamo da moderatrici.

A tutti i nostri intervistati chiediamo di consigliarci un libro, un cd ed un film. Tu che ci dici?

Bello! Anche qui la risposta sarebbe lunga… Ma stavolta sarò più incisiva! Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, London Calling dei Clash e Tutto su mia madre di Almodovar.

Intervista Pietro Ioia dell’Associazione Ex Detenuti sulla condizioni delle carceri italiane.

 Con l’intervista di oggi inizieremo ad occuparci di un tema difficile e molto spesso messo in oblio dai mezzi di comunicazione: il carcere.

Abbiamo deciso di iniziare intervistando Pietro Ioia, dell’Associazione  Ex Detenuti Organizzati Napoletani. 

Allora Pietro Ioia, come ha conosciuto il carcere?

ll carcere l’ho conosciuto che avevo venti anni, avevo una piazza di spaccio (fumo) nel mio quartiere:  Forcella

C’è stato un episodio all’origine del suo impegno?

Ebbene si, c’è stato un episodio che mi ha cambiato la vita, a favore degli ultimi, perché in carcere ho fatto vari corsi di carpentiere, proprio per cambiare vita, ma quando stavo per essere assunto da una ditta di Modena, il documento della mia fedina penale, è bastato per non accettarmi al lavoro, e mi sono sentito come un marchio addosso.

 La Sentenza Torreggiani ha avuto il merito di far luce sul trattamento inumano dei detenuti in Italia. Cosa pensa a riguardo?

La sentenza Torreggiani, è stata come una manna dal cielo, ed è la giusta ricompensa per tutti i detenuti che vivono in spazi ristretti, dove si vive la carcerazione psicologicamente in cattività

 Nella mia esperienza spesso la disorganizzazione degli uffici di sorveglianza cronicamente a corto di personale, si traduce in una lesione dei diritti dei detenuti.Cosa pensa a tal proposito?

Gli uffici di sorveglianza, a mio parere sono al collasso, ho visto migliaia di detenuti che scontavano più della pena perché non gli arrivavano la liberazione anticipata per buona condotta, e ci vorrebbero più giudici e più cancellieri, e più elasticità alle pene alternative.

 Attualmente come è la condizione nelle carceri campane?

Attualmente le carceri campane, sono di soffraffollamento e di mancanza di attività ricreative e lavorative, troppe ore chiusi in cella e per niente rieducative, in barba a l’articolo 27 della Costituzione italiana

Cosa è la cella ZERO?

La cella zero, e una cella al piano terra, che fu ideata nel 1982 per estorcere confessioni con la violenza, era una cella vuota con la sola eccezione di una coperta a terra situata in un angolo della cella, era luogo di torture e supplizio

Chiediamo a tutti i nostri intervistati di consigliarci un libro, un cd ed un film. lei che ci dice?

Per il libro io consiglio, “Cella zero morte e rinascita di un uomo in gabbia”, autore Pietro Ioia, Editore Marotta&Cafiero il mese prossimo in tutte le librerie d’Italia. Per il cd, consiglio il cortometraggio “Cella zero” ideato dal giornalista e fotografo Salvatore Esposito, e Pietro Ioia vincitore di molti premi. Il film consiglio, “Detenuto in attesa di giudizio”, di Nanni Loy

Una nuova centralità dei temi ambientali? Ne abbiamo parlato con Carmine Maturo, Co-portavoce Nazionale di GREEN.

I temi ambientali hanno una centralità evidente. I drammatici fatti che hanno funestato quest’estate  lo dimostrano. Settembre non inizia sotto migliori auspici. Ormai le agende politiche non possono trascurare questo dato. Ne abbiamo parlato con Carmine Maturo, Co-portavoce Nazionale di GREEN Italia.

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Riflessioni sullo spinoso caso Riina.

“Il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile. Il fine non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali”. Quando Cesare Beccaria nel 1764 diede alla luce Dei Delitti e delle Pene lo fece mosso da una visione utilitaristica. La pena avrebbe avuto una sua utilità solo se sganciata da una condizione di tormento. La sua visione delle cose tira inevitabilmente in ballo il concetto di tirannia: “Ogni atto di autorità di uomo a uomo che non derivi dall’assoluta necessità è tirannico”.

Nella sua idea, tutto quanto non è necessario, contribuisce a determinare dispotismo. In molti reputano che in quel lontano 1796 furono gettate le basi della civiltà giuridica.

Di acqua sotto i ponti ne è passata ed il diritto penale ha subito significative trasformazioni, ma oggi, per uno di quegli strani tiri che la storia gioca e che qualcuno ha definito ricorsi storici, involviamo verso un tempo oscuro governato dal diritto d’eccezione e dal populismo penale.

Nel caso Riina, la Corte di Cassazione ha rispedito gli atti al Tribunale di Sorveglianza di Bologna, che aveva rigettato il differimento dell’esecuzione della pena.

Questo vuol dire che Riina sarà scarcerato? No. Purtroppo un dibattito avvelenato sta facendo in modo che si discuta di cose lontane dai reali termini della questione.

La Corte di Cassazione ha meramente rammentato un principio per cui il Tribunale di Sorveglianza avrebbe dovuto considerare il complessivo stato morboso del detenuto, per valutare se le sue condizioni generali fossero compatibili con un trattamento che assicuri la dignità a cui rimanda l’art 27, comma III della Costituzione.

“In presenza di patologie implicanti un significativo scadimento delle condizioni generali e di salute, il giudice di merito deve verificare, adeguatamente motivando in proposito”.

Tutto ciò inserito in un contesto dove vengono denunciate nella stessa Ordinanza le deficienze della casa di reclusione di Parma.

In seconda istanza la Cassazione ha rammentato che è assente una valutazione sulla attualità della pericolosità del Riina.

E’ chiaro a tutti che stiamo parlando del vertice di cosa nostra. Una personalità di particolare brutalità criminale. Eppure la vicenda pone un tema spinoso. Lo stato di diritto deve sospendersi al cospetto di tali individui? Il trattarli senza necessariamente rispettare le leggi, non ci avvicina forse culturalmente a quelli che in una qualche maniera vogliamo combattere?

Ammetto che queste domande hanno risposte difficili e tormentate. Difficili e tormentate perché calate nel contesto del diritto al tempo del populismo penale e dei processi televisivi. La realtà che osservava Beccaria è profondamente mutata ed oggi siamo pronti a rimanere indignati rispetto alla Sentenza della Cassazione ed a trascurare le tante, tantissime morti in carcere.

Ed allora a parere di chi scrive questa Sentenza dovrebbe essere letta per il principio che fissa, non a garanzia di un singolo uomo, ma di tutti quelli che in carcere soffrono con epiloghi spesso drammatici. La democrazia è un esercizio di notevole complessità proprio perché ha un profilo troppo spesso trascurato. Essa ci costringe a far fronte ad i nostri mostri interiori: una personalità mostruosa come quella di Riina deve essere trattata con regole diverse, chi si spingono fin oltre la soglia del trattamento umano? Nel momento in cui generiamo questa eccezione non si è forse consumata una metamorfosi che ci fa riscoprire nell’inedito ruolo di carnefici?

Quale è la pulsione che provi nel sapere che il tuo nemico è stato ridotto ad uno stato larvale?

Quanto questo determinerà un avanzamento delle condizioni complessive di vita e di lotta ai poteri criminali?
Ritorno a Beccaria: “il piú sicuro ma piú difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione…”. Il giurista parla di educazione e non rieducazione. Quest’ultima la si rapporta generalmente ai detenuti. Parlare di educazione invece lascia intendere che non ci si riferisca solo ai detenuti ma anche ai cittadini. Essi, credo, debbano recuperare quel senso di umanità, di cui parlava Rousseau, filosofo in parte prossimo a Beccaria (quale saggezza può mai esistere fuori dell’umanità?). Solo questa  porta a non inveire sul cadavere del nemico, ma allo stesso tempo a coservare un punto di memoria su tutti quei figli di un dio minore che non possono pagare le parcelle e permettersi un avvocato come Riina può, e che sono  dimenticati nell’oblio delle carceri del nostro Paese.

Le carceri, proprio quei dispositivi sociali che riproducono criminalità.

Ed allora, se c’è un modo di leggere questa faccenda è quello per cui  la Cassazione, fin ora silente,  ha prodotto un modesto lume. Con questa tenue luce ci è dato  osservare le forme del buio (all’interno del quale si generano, vivono e periscono i mostri).

Nicola Nardella

 

L’autrice Francesca Scamarcio racconta il suo nuovo libro “Tienimi Stretta”.

Il libro di Francesca Scamarcio è di quelli che si leggono tutto d’un fiato. I temi su cui la scrittrice si sofferma sono di stringente importanza e sicuramente bisognerebbe che se ne parlasse spesso, anche per evitare che la drammaticità di tali esperienze cada in una sorta di zona d’ombra dove tutto è silente. Sovente, tra le pagine del libro, la poetica si fonde con l’introspezione. Il tutto si fonda su un equilibrio difficile. Difficile, quando la posta in gioco è così alta: misurarsi coi fantasmi interiori, poiché in fin dei conti è così, se la letteratura è autentica, fa in modo che tutti, personaggi, scrittori e lettori rimangano sospesi sul filo e mezz’asta, rigorosamente senza reti di protezione.

Ecco cosa pensa l’autrice di “Tienimi Stretta”:  

Allora Francesca, il suo libro Tienimi Stretta si disvela lentamente, ed ha sullo fondo un abuso. La protagonista, Vera, è una donna molto forte. Quanta forza ci vuole in questo genere di vicende?

La sofferenza di Vera ha creato una specie di corazza, sembra che il dolore riesca appena a sfiorarla, ma oltre quella barriera difensiva si percepisce una forza enorme. Molto spesso il dolore ci lascia attingere un potere inimmaginabile, è come se l’anima lo trasfigurasse, disegnando un modo parallelo, quasi magico, in cui prendere rifugio. Un abuso sessuale nell’infanzia segna un bivio, da quel momento niente più è uguale, quell’abuso è la morte stessa, la morte dell’innocenza. La forza che si sprigiona a partire da quell’evento è soprattutto un grido di sopravvivenza.

L’universo maschile appare caratterizzato da una sorta di estemporaneità. Figure fuggevoli, quasi dei fantasmi. E’ Cosi?

I personaggi maschili nell’universo di Vera coprono tutti lo stesso ruolo, è come se fosse la coscienza tormentata di Vera a chiedere loro di assumere quella parte, per inscenare il dramma irrisolto dell’infanzia. Ognuno degli uomini di Vera compie su di lei un sottile abuso, rievocando quell’antico dolore che chiede così di essere smascherato.

Il dolore può essere anestetizzato per sempre, o prima o poi bisogna farci i conti?

Il dolore è un bagaglio nel viaggio della vita, prima o poi bisogna aprirlo e disfarlo. Un dolore non compreso, non elaborato, è come una zavorra. Qualsiasi dolore, una volta ripercorso e compreso, acquista invece un senso, ci aiuta a ricomporre le parti di noi, perché è solo dall’integrazione di tutte le nostre parti che possiamo trovare equilibrio, pienezza. Illuminando le nostre parti oscure, guardando in faccia le nostre paure, togliamo loro forza, liberiamo quell’energia creativa imprigionata per troppo tempo nei nostri abissi inesplorati.

La protagonista, Vera, vive gli incontri come una sorta di magia onirica. Il suo paesaggio interiore genera degli incantesimi. In alcuni casi mi è venuto quasi da pensare ad una novella Circe. Esiste un immaginario femminile peculiare rispetto a quello maschile in questo senso?

E’ proprio così, Vera vive come in un incantesimo, qualsiasi esperienza per lei ha un sapore magico, e credo che questa sia un’attitudine femminile, le donne riescono a colorare ogni cosa, hanno in sé quella forza creativa e generatrice che si dispiega in ogni esperienza, in noi la capacità di trasfigurare è molto frequente, la dimensione mentale, emotiva, spesso è molto più “reale” di quella fisica.

La sua scrittura è quasi filmica, sembra procedere per fotogrammi. Che valore hanno le immagini per lei che è una scrittrice?

Credo che le parole debbano fotografare gli stati d’animo, mi fa piacere se in qualche modo ci sono riuscita, se le sensazioni di Vera, gli stati di coscienza, le varie elaborazioni del suo dolore siano arrivate al lettore in maniera diretta ed efficace. Parole e immagini che camminano insieme è tutto quello che io chiedo quando leggo un libro, preferisco l’evocazione di stati d’animo, il viaggio negli spaccati interiori piuttosto che le descrizioni di paesaggi e di luoghi esterni. Il paesaggio che preferisco esplorare sia come lettrice che come scrittrice è quello dell’anima.

A parte il suo, che libro consiglierebbe ai nostri lettori?

L’ultimo libro che ho letto con grande piacere è stato quello di un pediatra napoletano, Vincenzo Barresi, dal titolo “Cara Lucia”. Parla dell’ immigrazione degli italiani del primo dopoguerra e suscita sentimenti intensi e struggenti, che fanno riflettere molto sulle condizioni dei migranti di oggi.

Intervista ad Eve La Plume: “…alla continua ricerca del bello in tutte le sue forme…”

Quando è nata la possibilità di intervistare Eve La Plume, una delle artiste più note nel panorama del burlesque italiano, in fin dei conti già presagivo che ne sarebbe uscito il ritratto di una donna intelligente con una spiccata sensibilità artistica.

Di seguito l’intervista:

 

Allora Eve,da qualche anno in Italia finalmente il burlesque si è consolidato come realtà significativa. Quanto è stata dura la strada per arrivare a questo risultato?
Quando nel 2004 preparavo il mio primo spettacolo non immaginavo che sarebbe stato l’inizio della mia nuova vita e di certo non immaginavo che quello spettacolo, il cui contenuto mi trovavo a spiegare a persone che aggrottavano la fronte e si coprivano di punti di domanda, sarebbe diventato così popolare.
La strada è stata davvero splendida e guardandomi in dietro mi commuovo ripensando ai tanti momenti vissuti con il solo intento di dare dignità e nobilitare questo tipo di spettacolo.E’ stata una missione, portare il burlesque nei salotti buoni delle persone influenti e sconfiggere la loro ritrosia,
imporre le mie regole estetiche nei programmi televisivi, e soprattutto dire tanti no, ogni volta che la richiesta si allontanava dal rigore di cui mi faccio carico.

Crede che il burlesque possa avere un’incidenza dal punto di vista dell’autostima delle tante che lo praticano? E’ possibile condurre delle vite ordinarie ma sentirsi seducenti come delle performer?
Non sono una grande sostenitrice del “burlesque terapeutico”, ma in tempi di grande smarrimento spirituale anche il burlesque sembra dover arrivare in soccorso.

A suo modo di vedere, come è cambiato l’ideale di bello femminile dagli anni 80, in cui prevaleva una rappresentazione di un corpo filiforme?
Le mode estetiche, hanno, nel corso dei secoli inflitto pene indicibili al corpo femminile.Se pensiamo a corsetti e crinoline che hanno torturato le donne fino all’inizio del ‘900, fino ad arrivare agli anni ’60 quando ci si addormentò con le forme rassicuranti e materne della Mangano e ci si risvegliò con quel graziosissimo scheletrino di Twiggy.E se gli anni ’80 hanno chiesto alle donne di mascolinizzarsi dentro a tailleur squadrati, gli anni 2000 ci hanno proposto efebiche ragazzine denutrite convincendoci che, nel mondo del troppo, l’unico modello possibile si dovesse avvicinare meschinamente al nulla.
Oggi, la strada per raggiungere un ideale estetico sano e armonioso è ancora lunga, i canoni di bellezza sono più che mai contraddittori, da una parte le grucce umane che continuano a calcare le passerelle degli stilisti e dell’altra le donne televisive tutte botox e silicone.
Forse in questo senso il mondo del burlesque ci fornisce uno spiraglio di luce e ci regala la visione di donne con una bellezza personale, con caratteri e taglie differenti tra loro, riportando il concetto di bellezza a parametri sani e variegati.

Guardando le sue immagini, il suo percorso sembra intimamente e profondamente artistico. Cosa pensa a tal proposito? Che legame ha con l’arte?
Rimango sempre incantata dal periodo della Belle Époque da cui traggo costantemente ispirazione, le linee sinuose, i riferimenti floreali, i giapponismi e la ricerca dell’armonia di fine ‘800 e di inizio ‘900 mi emoziona e mi coinvolge sempre profondamente.

Come è Eve la Plume quando si assopiscono le luci dello spettacolo? Quali sono le sue maggiori passioni?
Nella vita sono un esteta, alla continua ricerca del bello in tutte le sue forme.
Adoro cucire i miei abiti e i miei accessori, e gran parte dei miei pensieri sono occupati a risolvere “problematiche sartoriali” e di accostamento colori.

Ci consiglia un’artista che ama in qualunque campo ritenga opportuno.
Amo Rossy de Palma l’artista poliedrica e poliglotta,capace con la forza della sua personalità di farci riscoprire il bello in un viso che sfida ogni regola della simmetria. Rossy nella vita come in scena è un inno alla vita, porta con se gioia e determinazione ed è portatrice sana di entusiasmo.

“135 chili di bignè, pane e merendine” il libro di Vincenza Luciano

L’avvocato Vincenza Luciano ha deciso di narrare in un romanzo in imminenza di pubblicazione una vicenda autobiografica.

Il tema di fondo è quello della bulimia.

In attesa di leggere “135 chili di bignè, pane e merendine”, incuriositi dal suo lavoro l’abbiamo intervistata:

allora  Vincenza, di cosa parla il suo romanzo?

Si tratta di una vicenda autobiografica, che si svolge in un paese della Bassa Irpinia, Avella, tra gli inizi degli anni settanta fino ad arrivare ai giorni d’oggi. La protagonista, Vincenza, all’età di cinque anni crede di vedere uno gnomo con il cappello a tre punte, che ha stampato sul volto un ghigno terrificante. Ne ha paura perché non capisce se tale visione è reale o immaginaria. Fa ingresso in tal modo nella sua vita quella che per lei diventa una vera e propria “complicazione”. Erano i tempi in cui la televisione trasmetteva la prima serie del cartone animato Ufo Robot. Erano i tempi in cui, le bambine di buona famiglia, frequentavano la scuola gestita dalle suore. Ufo Robot e le suore con il velo sui capelli erano esempi di “trasformazione” per Vincenza, che iniziò così a vivere anche su di lei la “trasformazione”. Si trattava di sensazioni che sentiva nella pancia, nello stomaco. Avvertiva dentro di sé l’esistenza di un mostro che poteva tenere a bada solo mangiando, mangiando e mangiando. Tutto questo la portò a diventare una donna affetta da un grave stato di obesità. Centrotrentacinque chili il prezzo da pagare per colpa della bulimia. Ad un certo punto la svolta. All’età di 30 anni, dopo un’esistenza di emarginazione, disagio e angoscia, l’inizio del percorso psicoterapeutico – intrapreso qualche anno prima – le consente di perdere sessanta chili e diventare finalmente una donna libera dalla paura ovvero da quello “gnomo” incontrato venticinque anni prima. Nel racconto, ironico ma anche intriso di sofferenza, vengono spiegati tutti i meccanismi tipici della bulimia senza vomito e soprattutto gli strumenti necessari per poter guarire. Una testimonianza di incoraggiamento e di speranza per tutti coloro che sono affetti da tale disturbo del comportamento alimentare.

L’obesità può essere causa di emarginazione?

Assolutamente sì. Si tende ad isolarsi proprio perché spesso derisi, non capiti, offesi, umiliati anche solo perché non puoi vestirti in un certo modo … perché se sei grasso oggi vieni considerato  brutto, perdente,  persona non di qualità. Purtroppo.
Di bulimia si parla poco. Secondo la sua esperienza quali sono le cause?
Avere paura di qualcosa di irreale che però tu senti e vivi come reale. Nel mio libro, in uscita la prossima settimana grazie all’Erudita marchio del Gruppo Giulio Perrone Editore di Roma, spiego bene in che cosa consiste questa paura. Nel mio caso, certa cinematografia horror e di fantascienza, ha rafforzato in me la paura per realtà mostruose, invece del tutto inesistenti.
Esiste un modo per contrastare la bulimia?
Iniziare un percorso di psicoterapia con un valido professionista che ti consenta di affrontare la paura di cui ho appena parlato, superarla, facendoti trovare la forza di guardare con obiettività la realtà.
Oggi lei è una donna felice?
Oggi io sono prima di tutto una donna libera dalla paura, una donna serena ma al contempo propositiva, piena di progetti ed entusiasta della vita. Forse vivere così significa veramente essere felici!

NapoLeaks incontra Maurizio Capone

Incontro Maurizio Capone in un bar. Il tono è da subito confidenziale. Credo vi sia una predisposizione dei grandi artisti all’ascolto e Maurizio mi pare incuriosito da tutto. Mi chiede del blog, del lavoro di inchiesta, delle aspirazioni, persino della”buatteria” (batteria di barattoli) che ho costruito con mia figlia.

Finiamo per parlare di musica quasi ci conoscessimo da una vita.

Io ho amato Mozzarella Nigga dal primo momento. Mi è parso un album da cui traspare una profonda cultura musicale.

Le risposte credo facciano intuire questa ricchezza:

 

Sulla copertina del tuo nuovo album, Mozzarella Nigga, c’è una foto in cui tu racchiudi tra le mani un TAO, ci racconti il perché di quest’idea?

Mozzarella Nigga è una parola che veniva utilizzata per offendere gli emigranti italiani che sbarcarono negli Stati Uniti negli anni ’50. E’ una parola che fonde il nero con il bianco, l’Italia con l’Africa e con la cultura afroamericana. E’ molto rappresentativa del mio modo di far musica. Durante la lavorazione del disco ed in particolare delle immagini che mi sarebbe piaciuto associare mi venne in mente di creare una mozzarella a forma di tao. Infatti quella che stringo è una mozzarella/tao realizzata in ceramica dai Fratelli Scuotto. Un simbolo che descrive ancor meglio il concetto di ricerca dell’armonia tra popoli tra le persone ed in modo più ampio tra tutti gli abitanti della madre Terra. Con il tao sono riuscito ad integrare anche un elemento asiatico così da abbracciare i quattro continenti principale: Europa, Asia, America ed Asia.

 

Ci parli di Mozzarella Nigga. Ascoltandolo ho l’impressione che rappresenti una nuova tappa evolutiva nel tuo percorso.

Si in effetti è un punto di ripartenza. Nasce da una profonda ricerca personale sul linguaggio musicale e testuale. Erano circa otto anni che non facevamo un disco intero di inediti e questo perché ho avuto bisogno di riflettere. Non faccio dischi se non c’è una forte motivazione ed infatti questo è un disco con un’enorme travaglio ed il desiderio di dire qualcosa di molto originale.
Ho scelto un  integralismo strumentale che deve dare il massimo risalto agli strumenti fatti con materiali riciclati, chi ascolta deve percepire che il suono è diverso e che non nasce da strumenti convenzionali. I brani  nella loro composizione parlano una lingua ibrida, mischiano stili diversi, propongono letture alternative. Per fare un esempio, Globe Unity è un brano hip hop che però si muove ritmicamente su un 7/8,  un tempo dispari non utilizzato nel rap.
Tutte le scelte fatte in questo disco scaturiscono dalle emozioni, non ho fatto calcoli commerciali ed anche gli ospiti che hanno partecipato sono stati scelti per motivi “ideologici” e di cuore.
Mozzarella Nigga è una parola che rappresenta un popolo ed ho cercato di rimandare questa immagine a chi ascolta.
I testi sono in napoletano, italiano ed inglese. Una specie di esperanto che è la lingua corrente parlata a Napoli. Anche in questo adotto delle soluzioni non comuni, utilizzo le parole per i loro contenuti ma le plasmo al suono di cui ho bisogno.
Le tematiche sono per me fondamentali, nascono dalle tante emozioni che mi inondano vivendo tra la gente, passando senza problemi da contesti molto diversi  tra di loro ed entrando in luoghi dove le emozioni sono fortissime come le zone a rischio, le carceri, le scuole, le università. Tutti luoghi dove la vita è esplosiva, in un modo o nell’altro e questi contrasti mi alimentano. Mi danno spunti e voglia di raccontare.
 
Utilizzando strumenti musicali costruiti con materiali riutilizzati che tipo di messaggio vuoi lanciare?
I miei strumenti rappresentano di per se una grandissima metafora, quella di Cenerentola! Essere dei rifiuti che si trasformano in eccellenti strumenti musicali da il senso del mio modo di vedere la vita e   le persone.
Ci sono tanti detti che ce lo dicono come “l’abito non fa il monaco” ma io ho il privilegio di dimostrarlo e senza retorica, in modo diretto. Non c’è persona che non si meraviglia e non ne coglie   il messaggio perché la musica parla a tutti e lo fa entrando nel profondo, superando le barriere razionali. Io posso provocare, criticare, destabilizzare, sovvertire modi di pensare senza uno scontro  frontale. Posso mettere in discussione l’impianto della nostra società facendo già vedere uno spiraglio di soluzione. Non sono certo colui che salverà il mondo ne minimante lo penso, sia ben chiaro, però  sono un pappice, un piccolo elemento di disturbo che in qualche modo contribuisce a tenere viva un’idea diversa.
Uno che non demorde perchè segue un ideale difficilmente realizzabile ma proprio per  questo sempre attraente!
 
Ci racconti i tuoi prossimi progetti?
Stiamo girando un film per la regia di Demetrio Salvi, sarà un docufilm che racconterà il mio mondo emotivo, una sorta di dipinto che passa attraverso le mie attività, i nostri concerti, le persone significative della mia vita.
E’ nato sull’onda emotiva di Mozzarella Nigga, che ne è anche il titolo provvisorio, ed ha come location principale lo Scugnizzo Liberato con il quale c’è molto feeling, affetto e stima. Ci sono anche molti altri progetti in cantiere tra cui un grosso spettacolo che dovremmo fare a Napoli, un nuovo disco ed ovviamente tanti concerti nei quali speriamo di far ascoltare le canzoni di Mozzarella Nigga.

 

 

L’officina del Riciclo Artistico a Scampia: un nuovo modo di produrre oggetti.

Quando ho rivisto il mio amico Sergio dopo molti anni non l’ho trovato per nulla cambiato. Come se il tempo, per uno strano sortilegio, avesse deciso di cristallizzare il suo scorrere.

 

 

 

Da qualche anno aveva deciso di allestire un laboratorio in via Ghisleri a Scampia e di chiamarlo Officina del Riciclo Artistico.

Quando gli chiedo dei materiali usati risponde con un sorriso:

“monnezza spostata da una parte all’altra clandestinamente”. “I materiali usati per costruire il banco provengono da un cantiere, ma sono materiali che sarebbero stati scartati, con molta probabilità sarebbero finiti in una discarica”.

Guardandomi attorno vedo fogli di vetro che Sergio mi racconta d’aver trovato in giro.

Poi delle lastre di legno divenute delle bellissime scrivanie.

 

 

In questa piccola stanza ho l’impressione dimori una profonda ed inascoltata verità che sarebbe una ricetta salvifica: zero rifiuti attraverso il riutilizzo dei materiali.

Semplice materia che attraverso metamorfosi muta la sua anima.

Intanto vedo una bellissima lampada. Le forme mi colpiscono. La forma, un punto centrale per Sergio. Liberarsi dalla forma, superare le geometrie, abbandonare pur anche il significato. Intuisco che questo è il demone artistico che arrovella lo spirito di Sergio.

L’officina è un luogo aperto e chiunque voglia dare un’occhiata e partecipare alle sue attività.

Per contatti: sergio.denza@katamail.com