Dire legalità, agire razzismo: gli sgomberi dei campi rom

 

Gli sgomberi dei campi rom a Napoli hanno colpito negli ultimi tempi quasi tutti i territori e gli insediamenti cittadini, da Ponticelli e Barra lo scorso anno, a Via delle Brecce a Gianturco pochi settimane fa (parte di quegli abitanti si trova oggi presso l’Ex Manifatutra Tabacchi, ancora senz’acqua in quanto ‘illegale’) fino all’ultimo, in ordine cronologico, di Via Cupa Perillo a Scampia, dove lo scorso 17 luglio è stata notificata a circa 700 persone, che vi abitano da 30 anni, l’ordinanza della Procura della Repubblica che prevede la liberazione dell’area entro l’11 settembre.
Oggi nei fatti l’Assessorato alle politiche sociali del Comune non consente alla popolazione rom del territorio cittadino né il diritto all’abitare, né un posto in cui stare e neppure un luogo in cui rifugiarsi nell’attesa che la politica trovi soluzioni a problemi che evidentemente non comprende del tutto, almeno stando ai risultati ‘raggiunti’ quali il campo-container di Via del Riposo.
La violenza, silente o esplicita, di queste operazioni di forza a tutela della legalità e a discapito dell’umanità ha contraddistinto le pratiche di abuso che la comunità rom di Napoli e provincia sta subendo in questi mesi; in perfetta continuità con il passato infatti, i rom restano ancora una valida ragione per mettere d’accordo tutti intorno al razzismo ed alla repressione, sotto la sempre utile bandiera, duble-face, della legalità.
Nonostante lo stridente ossimoro tra legalità e rivoluzione, le due parole d’ordine del lessico politico e mediatico arancione, cavalcando ora una sponda ora l’altra, si prova a fatica a stare nel mezzo.
Intanto la vita di circa 200 persone presso l’ex Manifattura Tabacchi, di altri circa 700 rom dispersi sul territorio dopo lo sgombero di via delle Brecce, e da ultimo di circa 700 abitanti del campo di Cupa Perillo a Scampia, è appesa al filo di questo ossimoro.
Forse è ora di cominciare a chiarirsi le idee. Un primo passo utile è il presidio cittadino fissato per domani venerdì 28 luglio alle ore 10.00 sotto Palazzo San Giacomo in Piazza Municipio, in cui gli abitanti, i cittadini e le associazioni chiederanno chiarezza e risposte sulla situazione di Cupa Perillo. Aderiscono: Comunità rom Cupa Perillo, Alex Zanotelli, Domenico Pizzuti, Giovanni Laino, Gennaro Sanges, Lino Chimenti, Monica Riccio, Felicetta Parisi, Pino Guerra, Enrico Muller, Antonio Lievore, Gridas, Centro Hurtado, Associazione Celus, Cantiere 167, Comitato Vele, chi rom e…chi no, Circolo La Gru Legambiente, Scuola di Pace, Cooperativa Occhi Aperti, Associazione 21 luglio, Compare – Mammut, Kitti Baracsi, IDEA ROM Onlus, N:EA Napoli: Europa Africa

Rom: senz’acqua e senza giustizia

Dopo essere stati sgomberati dal campo di Via delle Brecce, essere stati esclusi dalla ‘soluzione’ alternativa di accoglienza realizzata dal Comune di Napoli in Via del Riposo, ed essersi dispersi senza meta e senza più nulla di proprio su tutto il territorio della provincia di Napoli, questa mattina i circa 150 rom, degli oltre 800 dispersi dopo lo sgombero, che avevano trovato riparo nella ex Manifattura Tabacchi, hanno ricevuto la visita della Polizia Municipale, che nell’ordine delle priorità dei propri interventi rinviene evidentemente quella dell’accanimento sui disgraziati. Così nel copione già visto da decine di famiglie e bambini sono partite minacce, violenza, ritiro di documenti e l’intimazione a firmare alcune carte senza presa visione.
La situazione presso la manifattura, molto ben descritta nel filmato in apertura realizzato Nicola Angrisano per Insutv, è attualmente insostenibile in particolare per la mancanza d’acqua. L’acqua pubblica è stato come si ricorderà un cavallo di battaglia, con tanto di spot nelle metro cittadine, dell’attuale amministrazione comunale  che l’ha dichiarata bene comune, anche se, a quanto pare, non per i rom.
Per questo domani mattina venerdì 14 luglio dalle 10.00 alle 13.00 nel piazzale antistante Palazzo San Giacomo il comitato via delle brecce con cittadini, attivisti ed operatori sociali ha promosso la raccolta di bottiglie e taniche d’acqua per affrontare l’emergenza idrica delle famiglie rom presso la ex Manifattura, con l’obiettivo di far vincere i fatti sugli slogan.

DI RAZZA, DI CLASSE E DI MORTE. In 1000 in strada per Ibrahim Manneh

 

In Italia si muore ancora di rgazza e di classe. È stato così per Ibrahim Manneh, il ragazzo ivoriano di ventiquattro anni morto di peritonite all’ospedale Loreto Mare nella notte di lunedì, dopo una serie assurda di mancati soccorsi.
Oggi pomeriggio, nel corteo promosso dall’Ex Opg Je so Pazz e diretto alla Prefettura, circa 1000 persone si sono concentrate a Piazza Garibaldi per gridare rabbia, dolore e lotta al razzismo e alla malasanità . La comunità ivoriana, gli attivisti dell’Ex Opg, e centinaia di migranti, associazioni, studenti sono scesi in strada per reagire all’orrore di questa tragedia.
La morte di Ibrahim è stata ricostruita nelle scorse ore. Sono stati i suoi amici – dopo aver ricevuto una serie di rifiuti da parte di taxi, 118, farmacia – a condurre il giovane, la cui situazione era in visibile peggioramento a causa di forti dolori addominali, presso la guardia medica del distretto 33 di Piazza Nazionale. Solo l’allarme lanciato dal medico in servizio ha fatto sì che finalmente giungesse un’ambulanza diretta al Loreto Mare, da cui il ragazzo era peraltro stato dimesso proprio il giornoprimo . Quando Ibrahim viene portato in sala operatoria non c’è già  più  nulla da fare.
Un operatore in servizio presso la guardia medica di Piazza Nazionale racconta che nei giorni scorsi i carabinieri si sono recati nella struttura per chiarire alcuni dettagli in merito alla telefonata effettuata dalla guardia medica al 118, per accertarsi che fosse effettivamente partita da lì e ricostruendo l’orario esatto della chiamata, alle ore 2.15 e quello dell’arrivo della vettura, alle ore 2.35.
La morte del giovane migrante non è una serie di sfortunate coincidenze, ma l’intreccio di precise responsabilità, in una spirale dell’assurdo che lega politica, burocrazia e vita.
La partecipazione al corteo di oggi dimostra però che sono ancora in molti decisi a resistere all’assurdo.

Al Via Scampia Summer Jam volume 3

La cultura hip hop abita da anni Scampia, dove nel tempo sono nate diverse formazioni rap e hip hop, più o meno conosciute, che hanno dato voce e passo alla rabbia, al disagio ma anche alla vitalità e all’energia degli adolescenti e dei giovani del quartiere. Da tre anni questo fermento musicale si concentra in Scampia Summer Jam, festival di hip hop internazionale che si svolge oggi sabato 1 e fino a domani domenica 2 luglio, presso il Centro Territoriale Mammut, nella grande piazza Giovanni Paolo II.
In una due giorni fittissima di appuntamenti, il festival coinvolge l’intero quartiere con la dirompente energia di giovani provenienti da tutta la città, e non solo, attraverso diverse espressioni creative come street art breaking, rap, writing, dj set, musica live.

Due giornate ricche di sfide danzanti, rap, colonne da dipingere, musica live. Stasera la festa continua con un ricco after party organizzato in collaborazione con il ristorante italo-rom Chikù e la sera si dorme sotto le stelle nell’ area camping allestita all’interno del Centro Sportivo Arci Scampia.

Un’esplosione di carica giovanile che è anche un manifesto: i territori possono essere trasformati e resi vivibili, a partire dalle esigenze di chi li abita, grazie all’incontro tra pratiche di riqualificazione e riappropriazione degli spazi- che il Centro territoriale Mammut porta avanti da 10 anni nel quartiere – e le culture urbane che il territorio esprime. Ed è proprio da questo incontro, tra le mura del Centro Mammut, che nasce la Mammut Family, promotrice della manifestazione: un gruppo eterogeneo espressione di una comunità di giovani e meno giovani che condividono i valori della cultura hip hop e praticano i principi della pedagogia attiva.

La manifestazione, rigorosamente gratuita ed autofinanziata, è frutto di un lavoro sinergico in cui hanno trovato spazio passioni ed attitudini individuali e collettive, e che esprime il modo in cui il Centro mammut lavora con la città e gli spazi pubblici in funzione dei bisogni e dei desideri delle persone che la vivono, per trasformare immaginari e rappresentazioni, nel tentativo di sdoganare Scampia dalla retorica della “periferia simbolo”, su cui invece gran parte della retorica politica locale e mediatica ancora continua e spingere e a progettare.

Info e contatti: 393.9521564, mail: scampiasummerjam@gmail.co

NASCE IL COMITATO “PALAZZO DEL MONTE DI PIETA’ MUSEO DELLA CITTA”

NASCE IL COMITATO “PALAZZO DEL MONTE DI PIETA’ MUSEO DELLA CITTA”

Il patrimonio artistico, architettonico e monumentale di Napoli è notoriamente impressionante per numeri e bellezza. In questo vasto panorama, spesso in preda all’incuria ed all’abbandono, c’è un luogo che rappresenta non solo un edificio di pregio, ma racchiude la storia economica, culturale e sociale della città. È il Monte di Pietà, il Palazzo Carafa. Fondato nel 1539 dall’aristocrazia cittadina come strumento di lotta all’usura che affliggeva il popolo napoletano, attraverso la concessione di prestiti senza fini di lucro, è all’origine del Banco di Napoli. All’interno ospita la Cappella del Monte di Pietà con opere artisti come Bernini e Battistello Caracciolo. L’intero complesso fa parte del patrimonio d’arte del Gruppo Bancario Intesa Sanpaolo, già proprietà del Banco di Napoli. Oggi Intesa San paolo ha scelto di mettere in vendita questo bene, in qualità di legittimo proprietario, espropriandolo di fatto alla città. Che diritto ha la città e che diritto hanno i napoletani su un bene che è parte integrante del proprio patrimonio architettonico e storico? Stando alla recente risoluzione del gruppo bancario, si direbbe nessuno. Ma la città non concorda ed i napoletani ed una serie di associazioni, sulla spinta della Consigliera comunale Laura Bismuto, hanno dato vita ad un comitato di volontariato, senza fini di lucro, denominato “PALAZZO DEL MONTE DI PIETA’ MUSEO DELLA CITTÀ ”. Il comitato chiede l’impegno delle istituzioni locali e nazionali affinchè il Palazzo del Monte di Pietà e la sua Cappella ritornino ad essere beni pubblici attraverso la cessione al Comune di Napoli, a quest’ultimo il Comitato chiede lo sblocco dei fondi Unesco – in cui vi sono 70mln di euro per l’edilizia monumentale pubblica- per la riqualificazione dei luoghi. Tra le proposte rivolte al gruppo Intesa San Paolo anche quella di costituire all’interno del Palazzo del Monte di Pietà un MUSEO DELLA CITTA’ concentrandovi tutti i beni culturali e artistici di proprietà del gruppo presenti sul territorio, quelli attualmente esposti a Palazzo Zevallos e quelli, numerosissimi, che attualmente giacciono inutilizzati nei caveau, non fruibili dai cittadini e dai turisti. Infine, Il Comitato spinge ancora oltre la proposta proponendo il ripristino della funzione iniziale e della destinazione d’uso originaria del luogo: ricreare il Monte di Pieta’ come luogo per la lotta all’usura e al racket, istituendo UN FONDO ANTIUSURA per prestiti e finanziamenti a tasso zero per coloro che hanno la forza di ribellarsi alla criminalità. Cittadini, artisti e intellettuali a raccogliere l’appello del PALAZZO DEL MONTE DI PIETA’ MUSEO DELLA CITTÀ. Intanto l’appuntamento per tutti coloro che intendono aderire e partecipare è per mercoledì 26 APRILE alle ore 18.00 sotto il Palazzo Monte di Pietà in via San Biagio dei Librai 114.

info e contatti | comitatopalazzomontepieta@gmail.com
Gruppo Facebook | COMITATO PALAZZO DEL MONTE DI PIETA’ MUSEO DELLA CITTA’

4 domande facili sulla ‘soluzione’ per i rom di Via del Riposo

 

Gli orrori  sono sempre avvolti dal silenzio che li rende possibili.

E’ stato così anche  per lo sgombero del campo rom di Via delle Brecce a Gianturco  e per il successivo trasferimento nella struttura d’accoglienza in Via del Riposo.

Quella di Via del riposo è la ‘soluzione’ trovata dal Comune di Napoli per assicurare alloggi alternativi agli oltre 1000 rom su cui, a fronte del decreto di sequestro preventivo dell’area emesso dalla Procura di Napoli, pendeva la minaccia di sgombero dall’insediamento informale di Via delle Brecce, nato più di 5 anni fa e  ingrossato nel tempo anche a seguito di fughe, per minacce o aggressioni, da altri insediamenti cittadini.

La mattina del 7 aprile lo sgombero è stato effettuato e le famiglie presenti – meno del 10%  del totale stimato solo qualche mese fa- sono state trasferite presso il  nuovo campo di Via del Riposo, appositamente predisposto dal Comune e realizzato con un co-finanziamento del Ministero dell’Interno.

Il campo di Via del Riposo, dalle immagini che è stato possibile vedere, si presenta invivibile per dimensioni, struttura e spazio vitale tra un container e l’altro, tanto che le modalità di accesso non sono ancora state chiarite ed è stato rifiutato l’ingresso sia ai fotografi sia ad una referente di Amnesty International che, venuta a Napoli a seguire la vicenda, ha denunciato “ violazioni dei diritti dell’uomo e condizioni di segregazione razziale”.

Inutile dire che nessuna consultazione, confronto, discussione partecipata è stata aperta dall’Amministrazione ‘dal basso’ del Comune di Napoli con le associazioni, gli abitanti e coloro cui era destinato l’intervento, anche perché, se così fosse stato non si sarebbe partorito un tale scempio.

Sull’intera vicenda, le modalità dello sgombero – effettuato in maniera silente dalla polizia nei mesi precedenti-  e i criteri della scelta e realizzazione degli alloggi di Via del Riposo pesano dunque silenzio ed oscurità.

Proviamo  fare chiarezza ponendo 4 domande facili relativamente a questa ‘soluzione’, domande a cui  non sono ancora giunte risposte ufficiali.

Nel campo rom di via Brecce c’erano oltre 1000 persone.  Il campo di via del Riposo ne ospita circa  170.               La dispersione di circa 800 persone sul territorio, prive delle minime condizioni di vivibilità : è una soluzione?

L’interruzione improvvisa e forzata dei legami di comunità, della piccole economia informale, del processo di scolarizzazione dei bambini che negli ultimi anni si era costruito nel Campo di via Brecce, senza la predisposizione di un accompagnamento verso il nuovo insediamento: è una soluzione?

Le condizioni assolutamente inadeguate di spazio e vivibilità del Campo di via del Riposo, 20 container, da 20 mq, a distanza di 1,5 metri tra loro : sono una soluzione?

Sgomberare in maniera silente un campo, attraverso ripetuti interventi di dissuasione e minaccia da parte della polizia, finalizzati a far allontanare ‘spontaneamente’ le famiglie senza dover effettuare uno sgombero troppo violento e dunque visibile, è una soluzione?

Se tutto questo per l’Amministrazione comunale e la Regione Campania rappresenta una soluzione, vuol dire che a dispetto dei proclami  di entrambi, quello dei rom a Napoli e in Campania continua ad essere un ‘problema’ soprattutto di ordine pubblico ed emergenza, rispetto al quale si trovano quindi solo ‘soluzioni’ repressive ed emergenziali.

Inutile spendere parole sull’ormai vana retorica dell’accoglienza dell’Amministrazione comunale, quando è invece pressante la necessità di avere risposta a queste domande e soprattutto di ridare dignità, valore ed accoglienza alle circa 800 persone disperse in questo momento alla ricerca di ripari di fortuna -come sta accadendo alla giovane coppia con bambino, di cui lei è al settimo mese di gravidanza, e che attualmente dorme in un’auto. Con le persone disperse sono in contatto alcuni operatori sociali che lavoravano in Via Brecce e che stanno tentando di rintracciare tutte le altre famiglie per stilare un elenco completo da sottoporre al Comune affinchè, sperano, si possa provare a trattare queste persone  da esseri umani invece che da problemi cui trovare soluzioni. Soluzioni che fanno orrore.

 

 

Non è una città per poveri. Storia di un rimpallo tra sanità e politiche sociali, a cui sono appese 40 vite al giorno.

Renato ha circa sessant’anni, beve e vive per strada, precisamente tra la stazione della Cumana di Montesanto e quella della funicolare. La gente del quartiere lo conosce e ogni tanto gli porta qualcosa, ad occuparsi di lui più da vicino è invece una coppia di Pianura che periodicamente se lo porta a casa per offrigli una doccia e un piatto caldo; lo conoscono bene anche le guardie giurate che lavorano all’Eav, che Renato chiama per nome. Stamattina sono stati loro a trovarlo per strada, seminudo e ferito, disteso a terra in mezzo alla piazza di Montesanto. Renato aveva un occhio tumefatto e faceva fatica a respirare, la testa fasciata e i punti sulla fronte a seguito di una caduta. Era stato curato, probabilmente durante la notte, presso l’ospedale Pellegrini che si trova a pochi metri, ma non essendoci ‘estremi per il ricovero’ era stato dimesso. Stamattina le guardie giurate lo hanno raccolto e fatto sedere per terra all’ingresso della cumana, hanno chiamato un’ambulanza, che è arrivata fornendo una coperta isolante ed un plaid, senza riportarlo in ospedale, da cui era uscito qualche ora prima. Verso le 8.30 Renato è ancora lì, con le guardie giurate e qualche passante intorno. Trema dal freddo e non riconosce le persone con cui ha a che fare abitualmente nella stazione. Ci attiviamo, viene chiamata una seconda ambulanza, mobilitiamo alcuni contatti tra operatori sociali e consiglieri municipali e comunali, in quanto sembra che ormai, finita la parte sanitaria, ‘il problema’ Renato sia ora delle politiche sociali del Comune e di un apposito servizio chiamato Camper, che segue i senzatetto in città. Dopo una serie di telefonate scopriamo che il servizio non è attivo, ed è in corso una gara per rifinanziarlo.
In pratica sul piano sociale non si riesce a trovare un intervento possibile, non esistono strutture di accoglienza, tanto meno dotate di personale medico specializzato, e le uniche attive, oltre al Cpa del Comune che ha un limite di 120 posti, sono cattoliche: la Caritas, con La Tenda e la Palma, e le Suore di Calcutta, tutte naturalmente traboccano di gente.
Renato allora ritorna ad essere un problema di competenza della sanità e arriva così la seconda ambulanza, lo carica, questa volta in direzione Loreto Mare. Renato, che soffre anche di epilessia, appena sale sull’ambulanza, forse per la paura, ha una crisi. Mentre si agita terrorizzato l’ambulanza parte.
Quando si allontana nella piazza davanti alla stazione torna la calma. Lo spettacolo di un uomo infreddolito mezzo nudo e tumefatto è stato rimosso.
L’ordine pubblico ristabilito.
La questione è rientrata nelle competenze della sanità e non è quindi più un problema sociale. Almeno per qualche ora. Il tempo di rifare analisi e risonanze, riaprire una cartella clinica a nome ignoto presso un’altra struttura ospedaliera – che in assenza di una rete e di una banca dati non sa che poche ore prima si era ripetuta quella stessa scena in un altro ospedale.
Finita la trafila e i necessari accertamenti Renato sarà risputato fuori anche dal Loreto Mare, uscirà quindi un’altra volta dalla sfera di competenza sanitaria per rientrare in quella sociale. Dove, come si è appreso, i servizi sono indisponibili.
E così si chiuderà il cerchio del rimpallo del problema tra l’assistenza sanitaria e l’assistenza sociale. Nel limbo, nel vuoto tra le due, c’è in ballo la vita di Renato. Appesa al filo della burocrazia.
Quello che né la sanità né i servizi sociali, o quel che resta di loro, ci rivelano è che ogni giorno, appese allo stesso filo a Napoli ci sono 40 vite. Ogni giorno 40 casi , 40 storie, 40 persone come Renato. Napoli, città di poveri, continua a non essere una città per poveri.

Confusione e incertezza sul futuro dell’ANM e dei suoi lavoratori

Nel piano di riequilibrio pluriennale del Comune di Napoli, e nel conseguente piano, presentato nelle scorse settimane, di razionalizzazione delle società partecipate dell’Amministrazione napoletana, è stata formalizzata la vendita del 40% del pacchetto azionario dell’azienda di trasporto pubblico ANM.

A seguire Il Comune di Napoli ed i vertici dell’azienda hanno annunciato un piano di risanamento aziendale.

Un doppio binario dunque, della  vendita azionaria e del risanamento,che apre interrogativi decisivi  sui reali destini dell’azienda di trasporto pubblico e dei lavoratori.

Nella “bozza di linee guida per il triennio 2017 – 2019”, presentata nei giorni scorsi dall’ANM , si profila, a fronte delle difficoltà di chiusura di bilancio per il biennio 2015/2016 (che hanno visto un passivo rispettivamente pari a -42 milioni e -26 milioni),  uno scenario  preoccupante tanto sul piano finanziario quanto su quello dell’assetto interno, le cui conseguenze, inutile dirlo, graveranno, stando a quanto si evince dalla bozza,  principalmente sui lavoratori e sugli utenti finali.

Sui cittadini  e passeggeri si abbatterebbero infatti aumenti dei costi dei biglietti che porterebbero le tariffe ad 1,10 euro nel 2017, ad 1,20 euro nel 2018, ed infine ad 1,30 euro.

Relativamente al personale la situazione si preannuncia durissima, con una massiccia quantità di prepe nsionamenti, ad oggi ne sono previsti 245 sul totale dei dipendenti, di cui 218 autisti  e con una serie di “accompagnamenti” alla pensione tramite esodo incentivante, stimati nel numero di 140. A ciò  si accompagnerebbe anche un’operazione di conversione dei dipendenti, 85 , da  “improduttivi” a produttivi (impegnati nella verifica dei titoli di viaggio) e il trasferimento di 170 dipendenti ad un altro operatore, CTP,  al fine di favorire nuove assunzioni, attualmente previste nel settore del trasporto su gomma, con condizioni nettamente inferiori sia sul piano salariale che su quello delle garanzie contrattuali.

A fronte di questa situazione, e della mancanza di chiarezza da parte dei vertici dell’azienda di trasposto pubblico e dell’Amministrazione comunale, che aveva assicurato assenza di ricadute sui lavoratori, è prevista una manifestazione di protesta per il giorno 6 febbraio, presso la sede  dell’Anm in via G.B. Marino.

Un’occasione per chiedere chiarezza e tentare di garantire, insieme ai posti di lavoro, questo stralcio di trasporto pubblico cittadino, nel dissesto generale che caratterizza il servizio a Napoli e in  Campania.

 

 

 

10 anni del Mammut di Scampia- una resistenza vitale e ostinata

Il 2017 comincia con un anniversario importante eppure sconosciuto, o dimenticato, dalla città che decide. È quello del Centro Territoriale Mammut di Scampia, una realtà di riferimento nazionale nel campo della pedagogia attiva e dell’educazione non autoritaria che quest’anno compie 10 anni.
Nato nel 2007, sulle macerie e l’odore di polvere da sparo della faida di Scampia, il Mammut è stato da subito un luogo che apparteneva al quartiere. Il nome infatti è quello che gli abitanti davano all’enorme porticato che sorge nel cuore di Scampia, sotto le cui colonne un gruppo di operatori e pedagogisti, guidati da Giovanni Zoppoli, maestro ed educatore, iniziò la propria avventura.
Sono stati 10 anni di utopie, resistenze, creazione di nuove comunità. 10 anni in cui in cui il Mammut ha coinvolto oltre 10.000 tra bambini, ragazzi e adulti italiani, migranti e rom, ha recuperato 50 spazi pubblici in varie realtà italiane, ha condotto un’inchiesta permanente sul fare scuola e fare città, cercando di trasformarli in luoghi ‘salutari’ per adulti e bambini, con la campagna Risvegliamoci in cortile ha spinto decine di scuole in Italia a restituire ai bambini i cortili e gli spazi all’aperto per le attività, ha fatto comunità sul territorio con il Mito, gioco collettivo tra teatro, tradizione popolare e ricerca pedagogica. Poi, su un colorato camper, il Mammutbus, ha portato il suo spirito di frontiera in giro per l’Italia, e con giochi di strada, laboratori di pittura e fabulazione è arrivato nelle scuole, centri sociali e associazioni, raggiungendo le piazze cittadine più remote.
Nel bel mezzo di Scampia il Mammut ha partorito anche una mediateca, una scuola di italiano per migranti e una ciclofficina, ha organizzato un ambulatorio popolare di medicina omeopatica per gli abitanti del quartiere e realizzato attività di supporto didattico per adolescenti; ma anche corsi di chitarra, break dance e bike polo e corsi di italiano per migranti.
Infine, lo scorso giugno ha dato vita al primo giornale di e per bambini di Napoli. Una pubblicazione bimestrale, con anche una versione online (www.barritodeipiccoli.org) aggiornata settimanalmente, che ospita opere e racconti di autori, disegnatori, scrittori ed artisti ma che soprattutto ha nei bambini gli autori e i protagonisti. In questi giorni inoltre il Mammut ha lanciato un coordinamento per la pedagogia attiva, con l’obiettivo di mettere in rete tutte le soggettività che credono ad una scuola e ad una società fondata sulla liberazione anziché sul dominio e sul controllo.
Un altro passo vitale ed ostinato, realizzato in una situazione di contributi pubblici minimi ed effimeri, che sfida la crisi e gli ottusi tagli al welfare nazionale e locale.
Un patrimonio di saperi, competenze ed amore che non ha ceduto alla logica dominante di marketing delle imprese sociali ed alla spettacolarizzazione dei bisogni – con cui oggi sono stati sostituiti appieno diritti e servizi- Il Mammut ha scelto di non fare del suo metodo di pedagogia attiva e dei bambini del quartiere un brand da far finanziare al capitale bancario, vedendo intanto ridotti all’osso gli occasionali contributi pubblici. Ma da dieci anni il Mammut vive e fa vivere meglio l’infanzia e l’adolescenza in città. Anche se la città che decide non lo sa, o lo dimentica. L’unica arma contro l’orrore di una morte ventenne, come quella di Renato a Soccavo, non sono i sermoni di Saviano né gli slogan da tour operator del Comune. Sono i fatti. Fatti decennali come il Centro territoriale Mammut.