Universo giovanile, scuola ed anestetizzazioni sociali: intervista ad Angela Vitale.

Dopo i recenti fatti di cronaca si è aperto il dibattito sulla violenza giovanile e sulle baby gang. Noi abbiamo deciso di dare la parola ad un’insegnante, poiché riteniamo che il piano su cui contrastare la violenza  è quello della famiglia, della scuola e della società nel suo complesso.

Di seguito l’intervista ad Angela Vitale:

 

 Angela lei insegna, in quale scuola?
Insegno nell’Istituto “Santa Rita alla Salute”, nel quartiere Avvocata/Montecalvario, limitrofo ai quartieri Vicaria, Arenella e Quartieri spagnoli. La scuola abbraccia un bacino d’utenza di ragazzi che provengono anche da luoghi noti alle cronache, quali il rione Sanità, il Cavone, le Fontanelle.
Che idea si è fatta dell’universo giovanile?
L’idea che mi sono fatta è quella di una grande complessità perché molto complessa è la realtà in cui i nostri ragazzi sono immersi. Per parlare dell’universo giovanile credo si debba partire dall’analisi e dalla comprensione della realtà sociale e culturale del contesto (che poi non è mai uno solo ma è l’interazione tra più contesti ad agire): i giovani sono lo specchio della realtà sociale e culturale nella quale vivono; ed oggi sono la cartina di tornasole di una società piena di contraddizioni, di cambiamenti rapidissimi e profondi, di instabilità, di precarietà. La sensazione è quella di vivere in una realtà frenetica e provvisoria che aliena, che mortifica la progettualità. È l’epoca dei grandi social eppure connotata da un forte individualismo e da grandi solitudini. Ragazzi pieni di grandi potenzialità eppure spesso così smarriti. E forse, prima ancora dei ragazzi, i primi ad esserlo sono proprio gli adulti.
 Gli ultimi drammatici fatti di cronaca ci raccontano di baby gang molto violente. Cosa pensa a tal proposito?
Penso ci sia molta più solitudine di quel che normalmente si pensi. Un malessere diffuso, silente che attraversa nel profondo i nostri ragazzi. Da qui alla noia e al cinismo il passo è breve. Ci si anestetizza e si finisce col pensare al mondo come ad un luogo in cui ci si debba difendere. Nei casi peggiori questo senso di minaccia arma i nostri ragazzi di brutalità, coltelli ben affilati e violenza disumana. Penso che il fenomeno delle baby gang, conosciuto da tempo, debba essere un’occasione improrogabile per interrogarsi. Noi adulti siamo degni di essere chiamati tali solo se ci sentiamo mossi da un urgente senso di responsabilità. La responsabilità ha a che fare col rispondere: è la capacità di rispondere reagendo, è una risposta d’azione, una presa di forte consapevolezza. Chi si sente assolto, de-responsabilizzato rispetto a tanta umanità marginalizzata, disperata, dolente è il primo dei colpevoli e condanna senza possibilità di appello.
Con quali strumenti bisognerebbe fronteggiare questa escalation di violenza?
Prima di ogni cosa, con la cura. La cura è responsabilità. Prendiamoci cura dei nostri ragazzi e facciamolo con premura. Ascoltiamoli. Hanno bisogno di non sentirsi dimenticati. Interroghiamoli, parliamo con loro cercando di capire quali sono le difficoltà che incontrano, caliamoci nel loro mondo. Non credo nella repressione e neppure nella sola prevenzione. Entro in grande conflitto con i rinunciatari, i disfattisti o con chi sa solo pontificare. Serve un piano per i ragazzi a rischio, e non solo di Napoli. Bisogna lottare. Credo nell’azione e nell’esempio. Forniamo ai nostri ragazzi nuovi paradigmi. Mostriamo loro che esistono nuovi mondi possibili. E poi la Bellezza, devono ubriacarsi di Bellezza.
 Ci sono dei limiti nell’azione della scuola?
I limiti ce li impongono. Negli ultimi anni l’Italia pare non punti sulla scuola. Eppure questo non basta a fermare chi vuole fare: quando un insegnante è in classe si chiude la porta alle spalle e riscrive ogni giorno la sua storia con i ragazzi. I miei momenti migliori, i più commoventi, sono quelli in cui intercetto la loro emotività, le loro debolezze… dolori, disagi, bisogni. Hanno bisogno di persone che siano disposte a raccontare, perché vogliono ascoltare, e di persone disposte ad ascoltarli, perché hanno bisogno di narrarsi. La scuola deve fare cultura nel senso più ampio del termine: deve fornire ai ragazzi gli strumenti per coltivare se stessi. La comunicazione è determinante, e avviene davvero solo quando si trasmette un “supplemento d’anima”.
Parliamo di lei. Chiediamo a tutti i nostri interlocutori di segnalarci un libro o un musicista da tenere assolutamente in libreria o nel lettore cd. Lei cosa ci dice?
Segnalare un solo libro è quanto di più complesso possa chiedermi! Ne cito uno perché anche solo il titolo trasmette un messaggio per me importante: “Le parole sono corpi tattili” di Fernando Pessoa. Perché “chi non vede bene una parola non può vedere bene un’anima.” In quanto alla musica sono eclettica, amo generi anche distanti tra loro a partire dal jazz alla musica classica, dal pop a quella sperimentale. In questo momento ascolto con una certa devozione Ryuichi Sakamoto.

“Per chi ha un cuore green è un’esperienza traumatica vedere una pianta distrutta”. Intervista a Cristiana Liguori Coportavoce di gente Green.

Le profonde trasformazioni a cui stiamo assistendo e la crisi ambientale fanno in modo che tali temi non siano più sussidiari o secondari rispetto ad altri. Abbiamo intervistato Cristiana Liguori di gente Green e ne è emersa un’idea di città in armonia con i principi dell’ecologia: 

Allora Cristiana, come nasce il tuo interesse per le tematiche ambientali?

Fin da bambina ho avuto ho avuto una spiccata sensibilità per le sorti degli animali e delle piante. Per questa ragione a 14 anni smisi di mangiare la carne. Ma è solo in tempi recenti che ho sentito il bisogno di agire concretamente e smettere di lamentarmi dello stato delle cose. Io penso che le persone comuni hanno molto potere ma devono metterlo in campo. Specialmente quelle che hanno a cuore il benessere di tutti. E così avevo appena deciso di iscrivermi a una grande associazione tipo Legambiente o WWF quando mi contatta Carmine Maturo e mi invita a partecipare alla prima riunione di una nuova associazione, Gente Green. Una coincidenza interessante!


Cosa è gente Green e quali sono le sue campagne?
Gente Green è un’associazione nata dalla volontà di incidere nella città di Napoli ma anche nella città metropolitana ed è costituita da tecnici, ecologisti storici e persone appassionate a queste tematiche come me.
La nostra visione è ampia, abbiamo un programma che riguarda i trasporti pubblici, la rete della pista ciclabile, abbiamo lanciato una campagna per la costruzione di un nuovo aeroporto per allontanare il traffico aereo dall’area urbana. Poi c’è la questione dei parchi e del verde. Di recente abbiamo presentato un manifesto per il verde insieme a wwf e Legambiente.
Inoltre organizziamo eventi per consentire ai cittadini di godere delle bellezze della città, come le passeggiate del cambiamento che si svolgono sulle scale della Pedamentina e del Moiariello. E ancora stiamo curando un ciclo di discipline orientali come yoga, tai chi e altre che si tengono al bosco di Capodimonte.
A Napoli ti stai battendo contro la potatura selvaggia. Ci racconti questa esperienza?

Per chi ha un cuore Green, è un’esperienza traumatica vedere una pianta distrutta, tagliata, bruciata. Ed è quello che si vede in città, per non parlare degli incendi boschivi dell’estate scorsa. Li sono stati distrutti flora e fauna. Le persone devono capire che a noi il verde serve intatto e abbondante per la salute dei nostri figli. Il verde non è solo un fattore estetico, ma è un vero e proprio presidio sanitario. Senza il verde si muore. Penso che bisogna educare all’ambiente l’intera popolazione a partire dalle scuole primarie. C’è molta ignoranza.
a Napoli le politiche ambientali sono tenute nel giusto conto?

A Napoli e dintorni ci sono molti problemi da risolvere e quello del verde è uno di questi. Abbiamo ereditato cattive abitudini che si fa fatica a cambiare. Servono persone capaci con una nuova visione. Sia i tecnici che i giardinieri sono convinti che bisogna tagliare, mentre i nostri esperti non lo pensano affatto. Solo quando strettamente necessario si può potare non più del 30% della pianta e con tecniche precise. Il problema è a monte, non si può piantare un albero ad alto fusto a un metro delle abitazioni, perché è ovvio che i rami cresceranno sui balconi dei residenti.
Quali sarebbero delle soluzioni per rendere la nostra città più in armonia con l’ambiente?

Le soluzioni sono molteplici, ma la prima che mi viene in mente è fare un piano del verde o perlomeno applicare le leggi già esistenti che a detta degli agronomi non sono malvagie. Inoltre serve un cambio generazionale di operatori nel settore. Come in ogni campo se c’è una vera passione il lavoro che vai a fare ne trarrà beneficio. Aumentare le aree verdi per i bambini e anche per i cani. Dovremmo prendere esempio dalle città europee. Più pedoni, più bici, più verde.


Non posso esimermi dal chiederti cosa pensi di questa vicenda dei cd. “sacchetti biodegradabili”

La questione della plastica è molto seria, molto grave. È sotto gli occhi di tutti l’esistenza di veri continenti di plastica alla deriva. Non credo a chi dice che la plastica ben smaltita è ecologica. Dobbiamo fare una conversione globale dei sacchetti di plastica in biodegradabile. È ridicolo proporre solo i sacchetti biodegradabili per la frutta o i farmaci. E tutto il packaging? Sarà meglio pagare qualche centesimo per le buste che qualche milione per il recupero dell’ambiente. Quello che trovo assurdo è che non si possa portare buste riciclate. Un decreto malsano che va boicottato.


Chi volesse iniziare un percorso di attivismo ambientalista come potrebbe contattarti?

Potrebbe contattarci attraverso la nostra pagina Gente Green per poi partecipare ai nostri meeting e alle nostre iniziative. Abbiamo bisogno di giovani per agire insieme per il loro futuro!


 Ci piace che gli intervistati ci raccontino del loro universo interiore. Ci parli di un libro e un cd musicale che ti ha particolarmente appassionata?

Mentre per la musica non ho un’idea precisa, c’è invece un libro che rileggo periodicamente ed è Lo Zen e il tiro con l’arco. È la storia di un occidentale che prende lezioni di tiro con l’arco da un maestro orientale. Parla della concentrazione, o meglio della compenetrazione della mente con l’oggetto, una sorta di fusione della psiche con la materia che ti consente di ottenere il risultato senza sforzo. Ci sto lavorando!

Invito alla lettura del libro di Raffaele Carotenuto: “Napoli, Sud, l’altra Italia”.

L’uguaglianza ha dei paradossi? Per il filosofo del diritto Thomas Nagel si. Essi si manifestano nello stridere tra la tendenza all’uguaglianza a cui tutti aneliamo “impersonalemnte”, e le spinte “personalistiche” alla base delle motivazioni individuali. Una scissione lacerante. La riflessione sui sistemi politici deve avere alla base questi presupposti.

Il libro di Raffaele Carotenuto in fondo spinge la riflessione in questa scia costringendoci a misurare anche con un’altra contraddizione paradossale, il rapporto nord/sud. pubblichiamo di seguito una recensione del libro:

 

 

Il terzo lavoro editoriale di Raffaele Carotenuto “Napoli, Sud, l’altra Italia. Diseguali tra uguali” (Spring edizioni) affronta la trattazione di un tema, di grande attualità e dibattito, con un taglio di racconto ed analisi ad ampio raggio narrativo e di ricerca d’inchiesta: i rapporti nord/sud, la verità soppressa, il razzismo sociale, l’oggi.
Il percorrere di un cammino in passi di storia, a tratti a ritroso a tratti in progress, abitando pensieri, interrogativi, proiezioni, su chi si è stati, chi si è, e cosa provare ad essere nel tempo.
Una sorta di solco tracciato tra “il riconoscersi e la maschera di un popolo” e sceglierne la nudità dell’essere. Quell’essenza che ne determina radici, identità, ma anche sostanza, soggettività consapevole, presente che parla al futuro.
Un viaggio complesso ed articolato in varie dinamiche narrative e di componenti relazionali, con richiami di approfondimento storico ed attualità di reportage su Napoli e su quanto oggi si muove in un panorama descrittivo, solo apparentemente “altro” dal passato.
Un libro argomentato, coraggioso, qualificato, che non dispone risposte ma ne apre la strada, con onestà, passione, capacità critica di studio e di pensiero.
Un percorso itinerante di contenuto vero, in libertà di penna e di idee, attraverso un linguaggio descrittivo che ne coniuga bellezza e forza, e quel sentimento “oltre” che unisce alla città.

“Un processo mai nato, un’offesa storica mai pulita, un presente mai riconosciuto.
Napoli, il sud, arrivano come il secondo tempo del calcio, sempre…dopo il primo; poi.
Giustizia malata, un processo unitario (quello del 1861) che ha tolto a qualcuno (sud) e dato a qualcun altro (nord), le moderne (pubbliche) discriminazioni ed offese nei confronti di un popolo, di una ex nazione.”

“Insomma un’altra Napoli per un’altra Italia: Raffaele Carotenuto ci crede, quando scrive di diseguaglianze tra uguali; perché non dargli ragione e seguirne l’esempio? A maggior ragione se i Napoletani avranno nel frattempo effettivamente deciso, tra l’appartenere e l’apparire, l’essere compiutamente se stessi, magari diversi ma non diseguali.” (Guido D’Agostino, Professore di Storia Moderna e Storia del Mezzogiorno, Presidente dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza).

“…Ciò che Carotenuto racconta nel suo libro, gli episodi che con tanta cura ha annotato e descritto, in ambito culturale, economico, sociale e persino sportivo nascono in un terreno fertile appositamente predisposto e foraggiato per poi giustificare una politica che mette costantemente in secondo piano il Sud.” (Flavia Sorrentino, delegata “Napoli Città Autonoma”).

Fuori dallo Zero per parlare di carcere, lavoro ed esclusione sociale.

Bellissima serata al organizzata dal Movimento Disoccupati-Gruppo Risveglio Indignato fuori dallo Zero. Ad Armando Arianiello, portavoce del movimento, va il pregio di aver unito dei temi fondamentali: questione lavoro, carcere, esclusione sociale.

Al dibattito hanno partecipato sia Mirella Pignataro che Monica Riccio. Ancora una volta la riflessione riparte dalla periferia. Ancora una volta è qui che assume una sua profondità. Credo che la sala gremita si sia inevitabilmente emozionata quando è intervenuto Pietro Ioia.

Il racconto delle violenze subite a Poggioreale è lacerante. In molti, quasi tutti siamo rimasti senza parole.

Noi di NapoLeaks non ci stancheremo mai di consigliare la lettura del suo libro.

 

Eppure, un tenue filo ha legato le parole di Mirella, Monica, Armando e Pietro: la ricerca di quel nucleo fondamentale che sostanza l’animo umano e che è il motore di ogni grande trasformazione sociale: rivendicare dignità.

La “cella zero”, luogo di tortura per i detenuti non rappresenta solo un inferno materiale, ma anche la testimonianza che da essa si può uscire, e lo si può fare denunziano i propri carnefici e rivendicando i propri diritti.

Carcere, lavoro, esclusione sono più aspetti degli stessi processi sociali. Confesso l’emozione di essermi trovato seduto a quel tavolo in cui, gioco forza, vecchi e nuovi rapporti di amicizia per me si manifestavano in una forma pubblica, proprio a partire dalla consapevolezza che nell’animo umano esiste un nucleo non smembrabile, ed è proprio lì che si agitano le forze vitali della dignità.