“L’opinione pubblica che volta la testa dall’altra parte è bene che sappia” Intervista a Pietro Ioia sul libro “Cella zero”.

 

 

Abbiamo deciso di intervistare Pietro Ioia perchè crediamo nel potere della parola che narra, capace di immergersi nel più profondo degli inferni per tirare fuori barlumi di verità. Purtroppo il carcere è avvolto da una coltre di silenzio. Parlare, raccontare, testimoniare è un atto di sfida teso ad abolire l’ingiustizia attraverso la consapevolezza delle cose: 

Allora Pietro, come le è venuta l’idea di un libro sulla “cella zero”?

Non è venuta a me ma ad un giornalista. Mi disse: “perché non scrivi un libro, visto che l’hai vissuta, sai che esiste”. Mi voleva aiutare, poi non se ne fece nulla. Facendo teatro in seguito mi contattò un giornalista che volle fare uno spettacolo sulle violenze nelle carceri. Un’attrice laureata in legge mi disse: “Pietro se vuoi fare il libro ti aiuto”. Il suo nome è Marina Billwiller. Diciamo che è stata fondamentale nell’incitarmi. Mi diceva: “scrivi scrivi scrivi” .
Quale è il motivo per cui è finito in carcere?
Sono stato un giovanissimo spacciatore. Quando non esisteva ancora Scampia, Forcella era il cuore dello spaccio. Poi sono passato al narcotraffico. Così sono finito in carcere. Ho girato più di 20 Istituti e spesso ho dovuto lottare contro ciò che non funzionava e mi atterriva.
Ci sono stai episodi specifici?

Ricordo la carenza di cibo, il freddo, alzarsi come un burattino alla conta, una sola ora di passeggio quando ne erano previste due. Le celle sono state sempre sovraffollate. Mai trovato una cella a norma. All’epoca non sapevo dei tre meri previsti per detenuto. Quando andai in prigione per un vecchio mandato in una fase in cui già avevo iniziato a prendere consapevolezza delle cose, ebbi modo di protestare contro questo sopruso.
Cosa ci dice della “Cella zero”?
Ci sono stato due volte nella cella zero. Una per un mazzo di carte da gioco non consentite. Ci fecero scendere dal capoposto e volevano sapere di chi erano le carte. Nessuno lo disse. Erano di un detenuto trasferito.
Uno per uno, spogliati, passammo verso la cella zero. Senza vestiti. Fummo pestati brutalmente poi insultati. Ricordo le parole: “Pezzo di merda. Ti facciamo vedere chi comanda qui”. 7-8 minuti di puro inferno. Arrivavano scariche di manganellate e calci. Poi dovevi correre nudo sopra, dritto nella cella.
Moltissimi sono passati per questo strazio. Credo migliaia.
Nessuno parlava. In fin dei conti eri solo. Nel 2014 ho fatto una denuncia. Poi ci sono state altre denunce. Con la mia denunzia saltò il tappo dal vaso di pandora. 22 indagati ed anche un medico. Poi furono rinviati a giudizio 13 poliziotti. La prossima udienza ci sarà il 13 marzo. Loro puntano alla prescrizione. Intanto con alcune Associazioni ci siamo costituiti parte civile e speriamo che in primo grado sia fatta giustizia.

Perché dovrebbe essere letto il suo libro?

È un libro verità. Non avrei saputo scrivere un romanzo. È la mia vita. 120 pagine di pura verità. Tutto quello che ho passato è contenuto in quelle pagine. Ma è anche un libro denuncia e l’opinione pubblica che volta la testa dall’altra parte è bene che sappia cosa accade nelle carceri, perché il carcere riguarda tutti. Si pagano tasse per far rispettare la Costituzione secondo la quale la condanna deve essere una riabilitazione. Temo che tale spirito  sia tradito.
Chi volesse prendere il tuo libro come può farlo in attesa che esca in libreria?
Può farlo scrivendo a info@marottaecafiero.it

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