“La bandiera rossa, la nostra bandiera”: articolo di Salvatore Martelli sul Subcomandante Vittorio

Il comandante, Vittorio Passeggio, certo, perché di comandante si tratta, comandare nel senso di dirigere, proiettare verso, avere visione di lungo, ripugnando il termine nel suo contenuto borghese che esprime il comando come ordine, opprime, talvolta sopprime. Il comandante che non si autoproclama alle folle, si barrica all’interno di fogli di alluminio saldati con poca precisione, la roccaforte della lotta diventa la sede del comitato, alla vela gialla, si passa da un eccesso all’altro, dal caldo d’estate, al freddo, freddissimo d’inverno che le mura di cemento armato a mestiere, mantengono, proteggono, il fumo delle sigarette a riempire i vuoti, i silenzi ad urlare più forti le posizioni opposte, difficilmente conciliabili, i compagni di una vita scelgono le strade meglio apparecchiate, quelle in discesa, dove si tende al compromesso, alla concertazione istituzionale, Vittorio invece tra la gente a vendere la dignità.

La politica che si scontra non per idea, lo fa per interesse, il comandante fuma e pensa al futuro mentre si sbraccia nel mare agitato delle Vele. Tutto qui, la complessità di un percorso di lotta che nasce come rivendicazione ad avere una abitazione dignitosa, diventa margine di realtà, copertina di giornale, pellicola per film. L’uomo che ha combattuto col megafono, è sicuramente l’esempio più bello, più vivido, più intenso da raccontare ai bambini, agli studenti , nessuno ci credeva al tempo, così, come tutti vogliono sedersi al tavolo delle spartizioni oggi, lo stesso tavolo che il comandante più volte ha ribaltato sulle facce senza contorni degli assessori di turno.

Un capolavoro, senza precedenti, le vele che tra pochi mesi verranno giù sotto i colpi delle gru armate, rappresentano la vittoria di un comandante di brigata che ha guidato senza tregua la lotta, nella difesa del suo popolo, del popolo delle Vele.

Il Duemiladieci scorre, è Ottobre o Novembre , piena crisi finanziaria, ci organizziamo per andare a Roma, dove si terrà una Manifestazione della Cgil, la crisi sta strangolando le persone, i lavoratori ormai sono in balia dei padroni, a Pomigliano hanno vinto gli altri, una lavoratrice urla e piange<< ho dovuto farmi la tessera con gli altri perché altrimenti mi licenziano, non posso permettermelo, ho tre figli e mio marito è stato licenziato due mesi fa>> .

Da tempo le cose sono cambiate in Italia, ma da quattro mesi si vive un clima di paura generalizzato, a Giugno il referendum di Pomigliano ha spalancato le porte ad una deregulation del lavoro, una guerra tra lavoratori, una gara a chi è più debole, la fabbrica sbanda sotto i colpi del Dirigente Italo- canadese, l’Italia crolla, sotto i colpi di chi divide, illude, approfitta e batte cassa.

Io insieme ad alcuni compagni abbiamo deciso di andare a Roma, perché il momento è delicato, drammatico, c’è bisogno di tutti, partiamo da Napoli in treno, le persone ci guardano, abbiamo con noi dei colori troppo evidenti, abbiamo bandiere e striscioni, rossi, come sempre.

Arriviamo a Roma, ci uniamo al corteo, salutiamo i compagni di Roma, la manifestazione è bella, si canta, ci divertiamo, arriviamo a Piazza San Giovanni, qualcuno degli anziani del sindacato mi ha trasmesso una strana abitudine, voglia, tradizione, devo scambiare la bandiera della mia federazione con quella di un’altra federazione, a casa ne tengo tre, una è bellissima, un bambino con il pugno chiuso avvolto nel rosso della bandiera. Mi avvicino ad un lavoratore per comprare una maglia che poi appenderemo in impianto “Pomigliano non si piega” gli chiedo di scambiare la bandiera, mi regala quella della FIom, non vuole baratto, me la regala, perché siamo <paesani>.

La tengo stretta per quella giornata e per molto ancora, la manifestazione finisce, torniamo a casa con le parole della lavoratrice dal palco che rimbombano come suoni di tamburo,, sentiamo nitidi i colpi, sentiamo lo stesso rumore in tanti, le parole di quella mamma esplodono per tutta la giornata senza sosta, esploderanno in noi per molti giorni ancora . L’anno che segue il Duemiladieci, ci ritroviamo a Napoli, sciopero generale, ci sono tutti, gli studenti, i lavoratori, in testa al corteo partito da piazza Mancini qualche politico e qualche sindacalista, noi siamo al centro tra gli studenti.

Tra qualche giorno ci saranno le elezioni amministrative alcuni movimenti appoggiano De Magistris, e si fanno sentire, si fanno notare. Arriviamo a piazza Dante, dove prendono parola i segretari, per ultima Susanna Camusso segretario generale, da una strada spunta una Nissan micra nera, piena di rabbia, piena di rivoluzione, sale sul marciapiede, scende un uomo di carnagione scura, in molti lo salutano, lo conoscono bene, è determinatissimo, vuole una bandiera, vuole andare sul palco, vuole prendere parola, il servizio d’ordine lo ferma, lui torna indietro viene verso di noi, vuole la mia bandiera per salire sul palco, io per l’occasione ho portato quella della Fiom dell’anno prima, quella di Pomigliano.

Non lo conosco, ma quel suo modo di fare, mi attira, mi affascina tantissimo, gliela cedo, corre verso il palco con la bandiera rossa Fiom, urla <<la Cgil ha isolato la FIOM, ‘a Camuuu vattenn>>> Non gli fanno spazio, non lo fanno salire, lo lasciano urlare ,il servivo d’ordine è addestrato bene, non cedono nemmeno a Vittorio Passeggio. Torniamo a casa dopo la manifestazione, torno senza bandiera, è servita per la causa mi dico,, quell’uomo che poi mi diranno che si chiama, Vittorio Passeggio voleva sfidare le regole, per parlare ai lavoratori, per gridare giustizia. Pomigliano ha lasciato un segno indelebile nelle lotte sindacali, qualcuno non regge l’urto, lui ha solo una cicatrice in più, una di tante. Il 30 Maggio del Duemilaundici c’è il ballottaggio delle elezioni comunali, De Magistris contro Lettieri, nel tragitto che mi porta a casa da lavoro, ascolto la radio, stanno scrutinando i primi seggi, De Magistris è in vantaggio, netto.

Faccio presto il cammino di casa, voglio andare nei seggi, per avere conferma. Arrivo fuori alla scuola dove voto, incontro un uomo di carnagione scura, è determinatissimo, ha il pugno chiuso, in alto, in vista, canta <> ripete l’inno per molto tempo. Lo guardo con gli occhi di chi non conosce, lui mi guarda ma, mi conosce << sagl cù me guaglió andiamo al centro, andiamo a festeggiare, Napoli è Rossa, editto bulgaro>> Vado con lui, andiamo a festeggiare, nel percorso mi abbraccia, è felice, dice ad alta voce dal finestrino <>, le persone fuori si stupiscono, non capiscono, ridono. Arriviamo a piazza Municipio, scendiamo dalla Nissan micra nera, lui va dietro , apre il cofano e prende una bandiera rossa, poi mi guarda serioso, con voce rauca dice << questa è tua, e bandier ‘e guerr nun se’ lasciano pa’ strad>> La prendo, e la stringo come nel treno del 2010, forte nei pugni, coi pugni. Le sue parole come quelle della lavoratrice di Roma esplodono ancora in me, per lui non possono vincere gli altri, si combatte, si resiste, si incassa, si mostrano le cicatrici, ma non si molla. Sul suo viso gli anni di lotta migliori, il sole dei momenti peggiori alla ricerca di sè, e poi milioni di pensieri, di storie che raccontano la vita di un “comandante”, che non si è arreso, che non si arrende nemmeno al sole, piuttosto lo sfida, come fa con tutto, bruciandosi la pelle. Porto la bandiera nello zaino da quel giorno, sempre con me, mi da autostima, consapevolezza di riuscita, è molto più di un pezzo di stoffa colorato a piacere, rappresenta battaglia, è la bandiera rossa, la bandiera nostra.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *