Spunti di riflessione sullo sdoganamento del fascismo. Nuovo articolo di Raffaele Carotenuto

“E’ successo e ciò che è accaduto una volta, può accadere di nuovo. E’ un dovere di tutti noi ricordare per non dimenticare affinché certi tragici eventi non si ripetano”. Primo Levi

Questo presente che ti ruba passato e futuro

Alcuni episodi di questo tempo storico fanno riflettere su chi eravamo e cosa stiamo diventando, sul cambiamento di costume degli italiani che sembrerebbe essere regredito, dove si mettono in discussione conquiste sociali che hanno fondato questo popolo, con resistenze e lotte mai neutre.

Mi riferisco al Decimo Municipio di Roma, Ostia, dove gruppi neofascisti ostentano forza ed aggregano violenza, ringalluzziti dal risultato elettorale locale, e per questo motivo ospitati in tv spessissimo; al giocatore che a Marzabotto, dopo un gol, esibisce la maglia della Repubblica Sociale Italiana e alza il braccio teso verso i propri tifosi. Un’offesa alla storia visto che proprio lì, nell’autunno del 1944, vi fu l’eccidio di Monte Sole, un crimine contro l’umanità per mano nazifascista. Ed ancora, Anna Frank “usata” in qualche stadio di calcio, dove si fischiano gli inni di altre nazioni.

Fenomeni da baraccone, atti di goliardia. Sbagliato farli passare così, grave ridurre gli stessi ad episodi isolati, dannoso minimizzare. In gioco vi sono valori, culture, sentimenti. L’Italia ha scelto l’antifascismo, ha vinto su barbarie e tirannia, ha pagato con il sangue e con la vita.

Questa “voglia” di normalizzazione di tv, giornali e commentatori pubblici rappresenta una rottura, una pericolosa involuzione, anche se gli anticorpi a ciò sono lunghi e larghi.

Un tempo la politica (e i luoghi istituzionali) esprimeva progetti, programmi, studi (in qualche caso scuola di partito), competenze, ricerche, lotte, rivendicazione di obiettivi di classe. Anche i processi individuali venivano trattati con una dimensione comunitaria. La conflittualità tra i partiti, un tempo massimi agenti della mediazione sociale, era dimensionata dal rispetto e dal riconoscimento reciproco. Quella politica produceva politica, non ceto politico, sfornava rappresentanza e classe dirigente, appartenenza, identità, non avventurieri, solisti e populismo territoriale (leggi referendum Lega). La politica era sì fazione, ma aveva parametri di riferimento ideali e culturali.

Si pensi ai giochi olimpici, ovvero ai mondiali di tutte le discipline agonistiche (e da qualche anno i paraolimpici), oppure ai giochi senza frontiere, nati in Francia per un’idea dell’allora presidente Charles De Gaulle, sostanzialmente per rafforzare l’amicizia tra i francesi e i tedeschi, riprodotto successivamente in altri paesi europei (circa 20), orgoglio delle nazioni, dove la competizione rappresentava valore, messaggio. Insomma qualcosa che aveva l’ambizione di avvicinare i popoli del continente europeo, non già per esprimere violenza, sopraffazione, prevaricazione sociale. Questi momenti hanno ispirato canzoni (Peter Gabriel), videogiochi (It’s Knockout), programmi in eurovisione.

La differenza con quanto accade oggi è che prima questi ambiti della vita pubblica si muovevano su regole concordemente accettate (non escludendo mai chi le violava).

“Aggregatori sociali”, luoghi di appartenenza, inclusività. Il primo sport dello stivale faceva emergere competizione, meriti, dove il “prevalente” era l’agonismo, la robustezza morale. Insomma, il calcio come modello di vita ed in qualche caso di tendenza culturale (lo sport per il sociale, la solidarietà, i messaggi positivi contro la violenza, etc.). Certo, mondi non scevri da condizionamenti, da storture e contraddizioni, ma questi sembravano non essere il “prevalente”, erano confinati, eccezionali.

Oggi tutto finisce in un “presente ossessivo”, amplificato prima di tutto dai social media, senza filtri né regole, mai analizzando il passato o provare a tracciare un orizzonte largo, un fine lungo. C’è sempre qualcuno pronto a dirti cosa dire, che mangiare, come vestire, ma anche e soprattutto dove ognuno vomita interiorità, intimità, mette a nudo se stesso (come se a tutti gli altri veramente interessasse ciò).

 

Chi parla a “microfono” deve provare ad indicare come si recupera il divario tra le “due società”, ovvero tra quella rappresentata (o autorappresentata) e quella esclusa, non analizzando le sole mosse dell’una (quella esclusa) ed omettendo o mitigando quelle dell’altra (per opportunità od opportunismo).

Questi contenitori pubblici (stadi di calcio, sedi istituzionali) vanno ricondotti su una strada che si riappropri di passi puliti, proponendo virtuosità, buone ed oneste pratiche pubbliche, valori condivisi e tanta onestà intellettuale, senza parlare (e pensare) esclusivamente di questo eterno presente.

Si “scenda” dalle cattedre universitarie e si evitino lectio magistralis, andiamo tutti a “praticare” nei luoghi del conflitto e delle contraddizioni sociali, innanzitutto con la Costituzione tra le mani, mettiamo in discussione i propri titoli ed onorificenze, grandi e piccoli (piccolissimi pure), e ritorniamo tra i banchi di scuola. Non è più tempo di piedistalli.

 

 

Napoli, 16 novembre 2017                                                           Raffaele Carotenuto

 

 

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