Intervista Pietro Ioia dell’Associazione Ex Detenuti sulla condizioni delle carceri italiane.

 Con l’intervista di oggi inizieremo ad occuparci di un tema difficile e molto spesso messo in oblio dai mezzi di comunicazione: il carcere.

Abbiamo deciso di iniziare intervistando Pietro Ioia, dell’Associazione  Ex Detenuti Organizzati Napoletani. 

Allora Pietro Ioia, come ha conosciuto il carcere?

ll carcere l’ho conosciuto che avevo venti anni, avevo una piazza di spaccio (fumo) nel mio quartiere:  Forcella

C’è stato un episodio all’origine del suo impegno?

Ebbene si, c’è stato un episodio che mi ha cambiato la vita, a favore degli ultimi, perché in carcere ho fatto vari corsi di carpentiere, proprio per cambiare vita, ma quando stavo per essere assunto da una ditta di Modena, il documento della mia fedina penale, è bastato per non accettarmi al lavoro, e mi sono sentito come un marchio addosso.

 La Sentenza Torreggiani ha avuto il merito di far luce sul trattamento inumano dei detenuti in Italia. Cosa pensa a riguardo?

La sentenza Torreggiani, è stata come una manna dal cielo, ed è la giusta ricompensa per tutti i detenuti che vivono in spazi ristretti, dove si vive la carcerazione psicologicamente in cattività

 Nella mia esperienza spesso la disorganizzazione degli uffici di sorveglianza cronicamente a corto di personale, si traduce in una lesione dei diritti dei detenuti.Cosa pensa a tal proposito?

Gli uffici di sorveglianza, a mio parere sono al collasso, ho visto migliaia di detenuti che scontavano più della pena perché non gli arrivavano la liberazione anticipata per buona condotta, e ci vorrebbero più giudici e più cancellieri, e più elasticità alle pene alternative.

 Attualmente come è la condizione nelle carceri campane?

Attualmente le carceri campane, sono di soffraffollamento e di mancanza di attività ricreative e lavorative, troppe ore chiusi in cella e per niente rieducative, in barba a l’articolo 27 della Costituzione italiana

Cosa è la cella ZERO?

La cella zero, e una cella al piano terra, che fu ideata nel 1982 per estorcere confessioni con la violenza, era una cella vuota con la sola eccezione di una coperta a terra situata in un angolo della cella, era luogo di torture e supplizio

Chiediamo a tutti i nostri intervistati di consigliarci un libro, un cd ed un film. lei che ci dice?

Per il libro io consiglio, “Cella zero morte e rinascita di un uomo in gabbia”, autore Pietro Ioia, Editore Marotta&Cafiero il mese prossimo in tutte le librerie d’Italia. Per il cd, consiglio il cortometraggio “Cella zero” ideato dal giornalista e fotografo Salvatore Esposito, e Pietro Ioia vincitore di molti premi. Il film consiglio, “Detenuto in attesa di giudizio”, di Nanni Loy

ARTECINEMA: La rassegna e l’incontro con Heinz Peter Schwerfel

Il 19 ottobre, al Teatro San Carlo a Napoli, è stato inaugurato il ventiduesimo festival dei film sull’arte contemporanea “ArteCinema”.

La rassegna gratuita, che ogni anno ad ottobre accoglie un pubblico eterogeneo e corposo sia di appassionati che di curiosi, si è svolta dal 20 al 22 ottobre al Teatro Augusteo, proponendo una carrellata di mediometraggi dedicati ad artisti di tutto il mondo, spaziando dalla fotografia all’architettura, con un’attenzione particolare riguardo il ruolo della donna nell’arte contemporanea.

All’interno del festival, in collaborazione con la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanea, sono state organizzate delle proiezioni speciali per le scuole e per i detenuti.

La particolarità della proposta di ArteCinema è che riesce ad andare incontro agli spettatori proponendo documentari su artisti più o meno noti al grande pubblico, da un’angolatura sempre originale. E’ il caso di “Picasso et les Photographes”, della regista francese Mathilde Deschamps-Lotthé, che ripercorre il rapporto di Picasso con la fotografia, in qualità di soggetto. L’artista spagnolo è stato infatti il pittore più fotografato del XX secolo ed ha stabilito con molti dei fotografi che si sono interessati a lui, un rapporto di amicizia e complicità. Nell’epoca dell’immagine da rivista, la fotografia ha contribuito notevolmente alla fama di Picasso ed ha fornito testimonianza diretta del modo in cui l’artista lavorava, creando un ponte tra lui e gli spettatori delle sue opere.

Oltre ai documentari biografici, quelli dedicati ad esposizioni, tra cui “Take me (I’m yours), una mostra realizzata a Parigi alla fine del 2015.

A presentare la pellicola sulla collettiva, c’è Heinz Peter Schwerfel, il regista. Nato a Colonia nel 1954, ha collaborato in più occasioni con il festival ArteCinema. Oltre ad essere un regista è anche un critico d’arte che scrive per numerose riviste tedesche ed è curatore e direttore artistico del Festival di Monaco “Kino der Kunst”.

Schwerfel ha introdotto il suo lavoro spiegando le motivazioni di natura politica che hanno spinto i curatori ad organizzare una mostra la cui particolarità è quella di poter usufruire delle opere esposte al pubblico: l’idea è quella di contrastare l’industria dell’arte che ha mercificato quadri, istallazioni e sculture riducendole ad un prodotto di mercato qualsiasi.

In contrapposizione a questa visione delle cose, la mostra “Take me (I’m Yours)”, letteralmente, “Prendimi (sono tuo/a)”, invita il visitatore ad appropriarsi di parte degli elementi in mostra e farne uso. Nessuna opera è in vendita ma all’ingresso, assieme al biglietto, viene regalata una shopping bag di carta, da riempire con ciò che si desidera, ma non è tutto: perché le opere possono essere prese, indossate, mangiate o addirittura respirate.

Un’intera sala accoglie cumuli di indumenti, ammassati come al mercato, il visitatore può prendere ciò che vuole, lasciare ciò che vuole e scegliere di indossare e rimettere al proprio posto i vestiti. Nella sala successiva sono a disposizione spille con slogan provocatori, riproposti anche sui muri, che non hanno nulla da invidiare a quelli del movimento punk. Le bolle d’aria di Yoko Ono, “in vendita” in degli espositori simili a quelli di caramelle, contengono sfere di plastica trasparenti vuote.

Franco Vaccari propone un’enorme collage in divenire, realizzabile tramite una cabina fotografica, come quelle per le foto dei documenti: una volta sviluppate le proprie fotografie istantanee, le si possono appendere al muro, tra tutte quelle degli altri visitatori. Il tappeto di caramelle di Felix Gonzales-Vaccari, che è stato anche ospitato a Napoli al Museo MADRE, è la gioia dei golosi e dei bambini. 

La mostra vuole indurre lo spettatore a sperimentare emozioni inedite all’interno di un museo e questo è reso possibile dandogli modo di partecipare attivamente all’evoluzione delle opere.

La provocazione finale e probabilmente più estrema, è mettere a disposizione un’ “opera vivente” a quattro zampe, che si può portare a passeggio.

La collettiva, che ha avuto un grande successo e che permette ai visitatori di ricrearla parzialmente a casa propria, semplicemente ripescando dal proprio sacchetto, verrà riproposta a Milano dal 1 novembre 2017 al 14 gennaio 2018.

Sempre di Heinz Peter Schwerfel, “Live Art: 14 Rooms”, racconta la mostra 14ROOMS in cui sono stati messi a disposizione di 14 artisti, altrettante stanze vuote di 25 mq. Gli ambienti, separati tra loro da porte a specchio, come a proporre continue ripetizioni che affiorano nel diverso, ospitano opere d’arte vive, concepite da pionieri della body art come Marina Abramovic e Joan Jonas. Il documentario è un viaggio all’interno della storia della “Performance” come forma d’arte.

Ma ad ArteCinema trovano spazio anche l’arte murale, raccontata in “MU”, in cui vediamo artisti di diverse culture che “trasformano” la città di Montréal, con i graffiti, o la “Bamboo school of Bali”, una scuola senza muri e pareti interne costruita interamente in bamboo, o ancora Tadao Ando, l’architetto samurai giapponese.

Grazie all’associazione culturale TRISORIO, che organizza l’evento ArteCinema, per quattro giorni, teatro San Carlo e teatro Augusteo si trasformano in finestre, accessibili a tutti, sull’arte di tutto il mondo.

articolo di Sara Picardi

Gioielli di latte Made With Love Mom: Marina ha portato a Napoli i gioielli di latte materno.

Avete presente la cosa più bella, più intima, più pregna di significato che una madre possa fare? Eccola: allattare!

Pensate un po’ di poter racchiudere per sempre, in un gioiello, tutto quello che una madre può trasmettere ad un figlio: calore, colore, sapore, abbracci, coccole, protezione, DNA; tutto ciò in una goccia che, con una speciale resina, diventa “per sempre”, perché l’allattamento è una fase transitoria, mentre la fierezza di una madre che ha allattato dura sicuramente per sempre.
La creazione di gioielli di latte materno, tecnica che disgusta e inorridisce alcuni, è una tecnica che permette a qualunque madre di custodire parte di quel patrimonio che ha donato al figlio.
Durante la ricerca di una produttrice di gioielli di latte, mi sono imbattuta sulla pagina di Marina D’avanzo, (potrete visitare la sua pagina qui) napoletana che racconta storie attraverso la creazione di mirabili pezzi unici. Marina è una mamma di particolare sensibilità, pronta a recepire il bisogno di ogni madre di raccontare, raccontarsi. Le creazioni di Marina sono semplici pezzi di vita racchiusi in bellissime confezioni di legno naturale, Marina ci tiene molto a conoscere i gusti e pezzi di vita della madre che richiede i suoi gioielli e pone sempre una certa attenzione nella realizzazione di gioielli che rispecchino la personalità di chi li ha creati.
Quando si diventa madri, parte della propria vita si intreccia con quelle di altre madri, quando incontri Marina ti rendi conto che la tua vita è indissolubilmente legata alla sua, la creazione di un gioiello, per lei, non è la mera mercificazione di un bene, è molto di più.

“Ciao Marina, vuoi farci una piccola presentazione di te?”

“Mi chiamo Marina diventata mamma da 20 mesi …oggi compiuti. Dopo un lungo percorso di PMA per rimanere incinta divento Mamma. Il mio desiderio più grande partorire naturalmente senza un ulteriore intervento umano ma lasciando fare alla Natura il suo percorso. Il mio piccolo è nato ad 8 mesi fortunatamente sano . “

“Allattamento al seno: la tua esperienza “

“Molti mi dissuadevano dall’allattamento al seno perché essendo piccolino di peso (2 kg e 300 gr) volevano dare subito l’aggiunta. Fortunatamente con grande caparbietà da parte mia sono riuscita a riappropriarmi dell’allattamento senza interferenze estranee e da lì è iniziata la mia campagna di informazione per l ‘allattamento e per sostenere tutte le mamme in difficoltà come me. Basti pensare che su 10 mamme solo 4 allattano ed è veramente triste non solo perché si altera quel dolce rapporto mamma e bimbo ma anche perché allattare previene il rischio di tumore. Moltissime donne sono disinformate e continuando così andremo sempre peggio. “

“Da cosa nasce l’idea dei gioielli di latte?”

L’ idea, oltre a fare informazione sull’allattamento tramite la mia pagina, di creare di gioielli unici che fossero fatti proprio di questo amore liquido…si: gioielli impreziositi con il latte materno delle mamme . Una moda che sta prendendo molto piede anche qui in Italia. Da buona napoletana ho ho creato una piccola linea di gioielli ispirandomi anche alle bellezze della mia terra. Una città piena di contraddizioni, piena di creatività e legata alle tradizioni familiari. Spero di riuscire a coinvolgere altre mamme come me in questo progetto dando loro una seconda opportunità come Mamme e come donne consapevoli”

“Ci mostri alcune delle tue creazioni?”

Questo orsetto è stato creato da me come dono ad una madre che mi aveva commissionato una collana con latte materno, è unico nel suo genere poiché è nato a seguito di una chiacchierata che ho fatto con la madre, grande appassionata di una nota marca italiana di oggetti da collezione, tra cui orsetti e piccoli ninnoli. Ho cercato di ricreare un orsetto che potesse essere nelle fattezze il più simile a quelli collezionati dalla madre e.. eccolo qui!, quello di fianco è un moncone ombelicale, l’ho racchiuso in una scatolina per conservarlo per sempre, con una speciale resina, come una madre conserva nel cuore i momenti più belli della vita del proprio bambino.

.

Da Napoli a Roma per uguali diritti!

In fin dei conti basterebbe fare un giro nell’area metropolitana della città. Basterebbe aprire gli occhi nelle prime ore del mattino. In quel momento lungo la strada si concentrano colonne di migranti. Un enorme esercito industriale impiegato nei lavori agricoli. Questa è: struttura economica, la forma  del sistema di produzione. Ad essa, con intensità di sfruttamento e gradi di consapevolezza diversi, tutti siamo in una qualche maniera legati. I braccianti, precari, lavoratori.

In questo senso dietro le scelte del Ministro Minniti si cela un disegno che riguarda tutti. Ci avviamo sempre più verso una società del controllo globale e nuovi temibili strumenti normativi stanno nascendo.

A Napoli, grazie ad una tre  giorni contro il G7 (tenutasi  dal 19 al 21 ottobre,e organizzata dai movimenti napoletani) ha preso parola una parte di questa città e di questa regione, a partire proprio da quelli che si vorrebbero esclusi e sottomessi, e si è mobilitata per rivendicare che un altro mondo, un altro futuro è possibile!
Per denunciare che l’inganno securitario è servito a invisibilizzare le grandi questioni sociali, il diritto negato alla casa, al lavoro e al reddito, alla libertà per tutte e tutti. Si è ribadito il concetto che la “sicurezza” parte dal riconoscimento del diritto al lavoro, al reddito, alla casa, allo studio.

Un cartello nel corteo conclusivo della tre giorni recitava : “volevate braccia, avete avuto corpi”. Credo fornisca l’idea della spregevole concezione dei corpi come combustibile per il nostro sistema di produzione, talvolta, spesso, un business anche per le cooperative del sociale.

Di seguito l’intervento di Aboubakar Soumahoro, Coord. Naz.  USB e Coordinamento San Papiers.

 

Nel lanciare la mobilitazione del 16 dicembre a Roma, pubblichiamo l’appello dei Sans Papiers:
#Appello #Assemblea nazionale 5 novembre a Roma per preparare la #Manifestazione Nazionale #16Dicembre 2017 a Roma per uguali diritti e contro la ghettizzazione dei migranti/profughi
Siamo quelle donne e quegli uomini che attraversano il pianeta, decine di milioni di persone strappate alla loro terra e ai loro cari dalle scelte geopolitiche, economiche e ambientali dei potenti, costrette ogni giorno a combattere contro i fili spinati e i muri fisici e ideologici. Siamo i dannati della globalizzazione e delle politiche antisociali imposte dall’Unione europea e dalla Banca centrale europea (BCE) alle popolazioni d’Europa e d’Italia, che privano le persone del reddito, del lavoro e dell’alloggio indipendentemente dalla provenienza geografica.
Basta parlare di noi, su di noi, contro di noi, o al posto nostro. Basta fare affari sulla nostra pelle, basta guadagnare voti sulla scelta di accoglierci o di cacciarci. Non abbiamo bisogno di retorica interessata, abbiamo bisogno di fatti. Il razzismo, lo sfruttamento sociale e lavorativo che viviamo concretamente non è possibile batterlo con la carità né speculando sulle nostre vite.
Il razzismo si sta diffondendo proprio tra chi sta più in difficoltà, tra le persone più povere. Il cambiamento che vogliamo non può riguardare solo la nostra condizione ma anche quella di quanti soffrono uno stato di ingiustizia e di privazione.
È grazie ai tagli allo stato sociale e alla ghettizzazione di ampie fasce della società che molti territori, secondo una logica di confino e militarizzazione, sono stati trasformati in discariche di bisogni e depositi di ingiustizie sociali.
Partendo dall’impegno costante nei territori, creando e valorizzando buone pratiche condivise, le nostre storie si sono intrecciate nella condivisione dei bisogni comuni, consapevoli di dover prendere il nostro destino nelle nostre mani per ottenere il riscatto sociale e rifiutare le campagne xenofobe e razziste condotte sulla nostra pelle, di qualsiasi colore essa sia.
Riteniamo l’insieme degli attuali dispositivi legislativi italiani (Bossi – Fini con il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro; Minniti – Orlando; decreto Lupi) ed europei (Regolamento Dublino III) un tentativo di camuffamento della realtà che vuole far passare i migranti e i profughi come i responsabili primi delle disuguaglianze sociali. Gli obiettivi dichiarati sono la trasformazione del welfare in elemosina da elargire agli ultimi e l’individuazione del povero e del migrante come nemico da combattere, specchio inquietante di una società che si vuole governare con la paura e lo sfruttamento, contrastando e reprimendo le forme di dissenso e di lotta per i diritti.
Consideriamo inaccettabile che chi nasce e cresce sul territorio italiano faccia fatica a essere riconosciuto come cittadino italiano. Basti osservare le reazioni scomposte al tentativo poco convinto di introdurre lo ius soli, alle quali opponiamo la certezza incrollabile che la politica si debba assumere la responsabilità di una legge sulla cittadinanza per le cosiddette seconde generazioni. Senza dimenticare la condizione dei minore straniero non accompagnato.
Siamo convinti che una parte significativa della filiera dei centri d’accoglienza neghi quotidianamente i nostri diritti e faccia invece parte a pieno titolo del sistema di sfruttamento economico, lavorativo e sociale che nega i nostri bisogni e colpisce la dignità non solo dei profughi ma anche degli operatori. Si vogliono trasformare le persone in oggetti invisibili e senza diritti, esattamente come si sente invisibile chi è in un centro d’accoglienza o chi è ancora privo di un permesso di soggiorno. Crediamo che la regolarizzazione sia l’unica via per restituire dignità a queste persone.
Oggi la filiera dell’accoglienza è diventata troppo spesso la giustificazione umanitaria per alimentare un business che mantiene in una condizione di ricatto permanente le persone, permettendo l’arricchimento di cooperative e gestori dei centri.
A partire dal lavoro nei territori e dalle pratiche quotidiane, abbiamo condiviso la necessità di coniugare antirazzismo, antisessismo, lotta per la giustizia sociale e la libertà di circolazione e di residenza. È per questo che abbiamo deciso di organizzare una manifestazione nazionale a Roma il 16 dicembre per rivendicare la giustizia sociale e il diritto all’uguaglianza per tutte e tutti.
La manifestazione che vogliamo costruire è promossa pertanto proprio da noi, i dannati della globalizzazione e della colonizzazione economico finanziaria, uomini e donne in fuga o sfruttati. Non è la manifestazione che parla di noi, è la nostra manifestazione, per prendere parola e spiegare la nostra piattaforma rivendicativa, gli obiettivi concreti della nostra lotta.
Proponiamo alle realtà laiche e religiose, ai movimenti antirazzisti, un’assemblea pubblica da tenersi a Roma domenica 5 novembre 2017 dalle ore 10.00 in Viale Scalo di San Lorenzo 67 partendo da una piattaforma articolata sui seguenti punti:
Per la libertà di circolazione e di residenza;
Per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari ai profughi a cui non è stata riconosciuta la protezione internazionale;
Per la regolarizzazione generalizzata dei migranti presenti in Italia;
Per la solidarietà, l’antirazzismo e la giustizia sociale;
Per la regolarizzazione dei migranti presenti in Italia;
Per l’abolizione delle leggi repressive (Bossi-Fini, Minniti – Orlando e Dublino III);
Per la rottura del vincolo permesso di soggiorno/contratto di lavoro e residenza;
Per il diritto all’iscrizione anagrafica;
Contro i lager e gli accordi di deportazione;
Per la cancellazione dell’art 5 della legge Lupi e della legge sulla Sicurezza urbana;
Per un’accoglienza un lavoro dignitosi per tutti e tutte;
Contro qualsiasi forma di ghettizzazione;
CISPM (Coalizione Internazionale Sans-Papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo) – Movimento Migranti e Rifugiati – Ex OPG “Je So Pazzo” – Associazione Ivoriani e Fratelli di West Africa – Napoli Direzione Opposta (NDO) – Associazione Senegalese Torino – Comitato Solidarietà Migranti – Federazione del Sociale USB – Osservatorio sul disagio abitativo – Associazione ASAHI – Movimento Profughi Conetta-Cona – C.S.C Nuvola Rossa – Collettivo autonomo Altra Lamezia – C.S.O.A Angelina Cartella – SOS Rosarno – USB (Unione Sindacale di Base) – Askavusa – Collettivo Autogestito CasaRossa40 – Asd Atletico Brigante – Benevento Antirazzista – Movimento per il diritto all’abitare – Progetto Diritti – Coordinamento Lavoratori agricoli USB – Movimento Profughi – Associazione La Torre di Babele – Coordinamento Migranti Toscana Nord – Un Mondo di Mondi – Campagna Over The Fortress – Meltingpot Europa – Centri Sociali Autogestiti Marche – Ambasciata dei Diritti Marche – Laboratorio Insurgencia – Associazione Senegalesi Napoli – Associazione il brigante Società dei territorialisti – Il Salto – JVP Italia – ecc …
Per promozione / informazioni /comunicazioni ed adesioni: manifestazioneroma16dicembre@gmail.com

Pubblichiamo interessante articolo di Raffaele Carotenuto sulla privatizzazione, non più strisciante, della Napoletanagas

 

Napoletana Gas, una storia senza passione

In questo mese di ottobre si è consumato l’ennesimo episodio di saccheggio territoriale, un ulteriore scippo nei confronti del sud, un altro passo falso in tema di sviluppo di relazioni industriali perpetuato a danno dell’intero mezzogiorno.

E’ sparita dalla geografia industriale di questa parte d’Italia la Napoletana Gas, un pezzo di storia che risale all’unificazione del popolo italico. Italgas (Torino) ha accorpato, per fusione, quella che veniva chiamata la “compagnia del gas”, quel soggetto che si identificava direttamente con i cittadini napoletani. E non è vero che è una scelta incomprensibile, come direbbe una qualche vulgata politico-sindacale, si capisce e come dove si andrà a “parare”.

Il nuovo assetto operativo di Italgas prevede 14 poli territoriali su tutto il territorio italiano: 6 al nord, 4 al centro e 4 al sud. Questo sistema organizzativo (operations) già dice del dis-investimento di prospettiva nell’Italia di giù. Già dimostra la verticalizzazione decisionale che relega il sud ad una prospettiva di “larga e volgare manovalanza” (i vecchi operai) che la mattina aspetta una cliccata da Torino per sapere cosa fare e dove.

La necessità di una organizzazione di tipo verticale richiama immediatamente ad una non strategica presenza fisica sul territorio, ma alla sola opportunità della creazione di “famiglie professionali”. Ebbene questo schema, man mano che la privatizzazione galopperà (reti, impianti), vi saranno famiglie professionali vicine alla catena di comando, con poteri di indirizzo e controllo (nord), e famiglie che verranno settorializzate per la sola fase operaista, appunto di manovalanza (sud).

Questo passaggio è fondamentale quanto grave e va analizzato in tutta la sua nefasta manifestazione, ovvero di una “volontà secondaria” di Italgas su questa storia industriale del mezzogiorno. Senza analisi forbite e parole da sapientoni il sud diventa la succursale, la periferia del nord anche per la distribuzione del gas. Non esistono parole più leggere, di questo si tratta.

Questo piano industriale, ormai sul tappeto dall’inizio dell’anno, è da intendersi, a mio avviso, come una transizione al peggio, ovvero alla totale dismissione (deresponsabilizzazione) di un asset produttivo collocato nel meridione, senza necessità di salvaguardia di una storia e di una tradizione secolare, fatta di professionalità e forza lavoro completamente dedicate a questa causa di sviluppo del territorio.

Ma una nota stonata va rilevata: la completa ed assordante assenza delle istituzioni e dei corpi sociali intermedi che dovrebbero parlare di queste cose “per mestiere”. Partiti e sindacati (CGIL, CISL E UIL) sono in vacanza, silenti di fronte ad uno scippo devastante i cui effetti si comprenderanno meglio fra qualche tempo, quando questo quadro avrà prodotto patrizi e plebei, vassalli e valvassori. Allo stato questi soggetti si (auto)riducono ad essere valvassini e servi della gleba. Vedremo il risultato che porteranno a casa, sperando che qualcuno li impegni in un prossimo futuro a spiegare perché e come è successo ciò innanzitutto alla città di Napoli.

Ma il Comune di Napoli può diventare attore protagonista? A mio avviso si. Ha le caratteristiche e le responsabilità giuste per aprire (e chiudere) un tavolo di confronto con Italgas, assieme ad una inevitabile presa di posizione diretta del Governo, ovvero di un soggetto istituzionale che a parole si sforza di riequilibrare i rapporti economici nord/sud, proponendo zone di defiscalizzazione degli oneri sociali (leggi zone economiche speciali), oppure misure del tipo “Resto al Sud”, e dall’altro permette, senza nessun contrappeso, ad una famiglia industriale del nord di depauperare quel territorio “maledetto” sotto la linea del Garigliano.

Agli inizi del 2000 mi ritrovai protagonista di una discussione nel Consiglio Comunale di Napoli, come consigliere di Rifondazione Comunista, al fianco dei lavoratori, per poter portare sotto l’egida pubblica la Napoletana Gas, accorpando questo soggetto con l’allora ARIN, ovvero il gestore dell’acqua pubblica della città. Quel tentativo, col senno di poi, avrebbe pubblicizzato i settori dell’acqua e del gas, e la discussione di oggi non sarebbe andata a finire sotto i colpi di una “burocrazia padronale” balorda, cosciente e senziente, che ha come ultima istanza la completa privatizzazione.

Fui etichettato come “pazzo”, assieme al capogruppo di Rifondazione di quegli anni, in una missiva che fu spedita direttamente nelle mani dell’allora segretario nazionale del partito, tal Fausto Bertinotti.

La politica è scelta, opzione, strategia, ma soprattutto lungimiranza, prospettiva, una cosa che indica la luna senza farsi distrarre dal dito.

Oggi non dobbiamo raccogliere quei cocci, anche perché su questo versante abbiamo già perso, dobbiamo solo provare a praticare/condizionare quella radicalità alla quale in molti fanno riferimento, con azioni visibili e lotte perpetue, senza la semplificazione del web e della tastiera.

 

 

 

Napoli, 18 ottobre 2017                                                              Raffaele Carotenuto

 

 

 

LOVING VINCENT: I capolavori di Van Gogh prendono vita sullo schermo del cinema


Dopo più di un anno di promozione, arriva finalmente nelle sale di tutto il mondo “Loving Vincent”, il film dipinto a mano su pellicola, dedicato a Van Gogh, che sbanca i botteghini battendo addirittura “Blade Runner 2049”.

Per la realizzazione della pellicola è stato ingaggiato un team numeroso di pittori professionisti che ha cercato di replicare lo stile pastoso ed emozionale del genio di Zundert. Il risultato è stupefacente e criticabile per un unico, paradossale motivo: un perfezionismo ed un attenzione ai dettagli e alla prospettiva che rendono le scene indubbiamente meno caotiche e più adatte al formato cinematografico, ma un po’ più distanti dall’emotività, probabilmente irriproducibile, del pittore olandese.

Sin dai titoli di testa, ci si rende conto di essere di fronte ad un’opera originale, sperimentale e coinvolgente.

La storia è ambientata dopo la morte di Vincent e ruota attorno alla lettera che questi ha lasciato per suo fratello Theo, morto prima di poter ricevere la missiva. Chi conosce Van Gogh sa che effettivamente la corrispondenza tra Vincent e suo fratello fu fitta e che le lettere che si scambiavano i due ha lasciato ai posteri numerose informazioni circa la biografia ed il modo di pensare del pittore olandese.

La lettera dunque è nelle mani del protagonista Armand Roulin, che cercando di trovare un nuovo destinatario degno di ricevere le ultime righe scritte di pugno dal pittore, si ritrova ad indagare sulla vita dello sfortunato Vincent, in una spirale relativamente convincente che scivola goffamente verso il giallo con insinuazioni che mettono in dubbio il probabile suicidio di Van Gogh.

Se dal punto di vista visivo il film offre allo spettatore completo appagamento, la trama, indubbiamente originale, lascia un po’ l’amaro in bocca dato che Vincent resta un fantasma evocato solo attraverso i ricordi di coloro che l’hanno incontrato. Commovente il finale, in cui scopriamo finalmente il contenuto della lettera e durante la lettura della quale vediamo, finalmente, Vincent prendere forma attraverso quelli che sono i suoi colori  e le sue forme.

Osservare prendere vita e muoversi ambientazioni e personaggi dei ritratti di Van Gogh vale il prezzo del biglietto e laddove la trama è carente, lo spettatore ha il tempo di perdersi in riflessioni inevitabili sulla vita dell’infelice pittore, che si odiava a tal punto da mutilarsi, che fu così ossessionato dall’arte da produrre in soli dieci anni oltre 900 dipinti.

Un genio troppo sensibile, che nel presente è considerato il pittore più famoso della storia ed il padre dell’arte moderna mentre in vita patì la miseria riuscendo a vendere un unico quadro.

articolo di Sara Picardi

Gabriele Gesso, Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista: facciamo che noi eravamo…?

Pubblichiamo una nota del Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista Gabriele Gesso. Speriamo che valga ad aprire una discussione ormai impellente:

Siamo alla vigilia di una nuova tornata elettorale e il campo della sinistra torna ad occuparsi con urgenza dell’unità. Quest’anno il teatro del nuovo cammino è il Brancaccio, il cartellone vede in scena Sinistra Italiana, Mdp, Rifondazione Comunista, le associazioni, i movimenti in assetto di ascolto e l’immancabile società civile. La colonna sonora è ancora una volta “la fiera dell’est”: l’azione di uno dipende dalle scelte dell’altro in un sempre meno avvolgente turbinio di dichiarazioni tese a far pendere la bilancia un po’ più da un lato o più dall’altro.
Negli ultimi anni ho partecipato a molti tentativi unitari alcuni più convincenti, penso alla nettezza della scelta di campo che fu dell’Altra Europa, altri meno appassionanti che hanno rappresentato meri cartelli elettorali. La composizione politica del percorso del Brancaccio, come ad oggi è conosciuta, sancisce la fine della relazione tra significante e significato, trasforma la domanda di alternativa alle politiche neoliberiste di cui è principale interprete il Partito Democratico, in alternativa al PD di Renzi.
Tra un anno ne avrò quaranta, per non so quanto ho lavorato con contratti a progetto. Oggi ho un contratto part-time a tempo indeterminato per quello che vale in tempo di Jobs Act. Forse avrò una pensione sociale e sono tra quelli che si devono considerare fortunati. In tantissimi pagano le politiche di austerità che si fondano sull’ideologia del pareggio di bilancio.
In questo quadro il percorso del Brancaccio che fa? Mi propone un’alleanza anti Renzi con quanti hanno sostenuto e con quanti ancora sostengono queste politiche.
Dico al mio partito, ai compagni e alle compagne di Rifondazione Comunista, che siamo ancora in tempo a rompere questo schema che guarda all’unità come fine e non come strumento. Qualche mese fa in una lettera indirizzata anche al gruppo dirigente nazionale del Prc, alcuni militanti esprimevano la necessità di scegliere in tempo, di lavorare ad un progetto politico non condizionato dalle scadenze e dalle leggi elettorali. Quel tempo è ora!
Non voglio sentirmi dire a qualche settimana dalla presentazione delle liste che non c’è alternativa, non più. Lo ricordate quel gioco che si faceva da bambini? Ebbene, facciamo che noi non eravamo Navarra. Facciamo che l’alternativa la costruiamo a partire dai processi reali che pure si stanno generando in giro per l’Italia. Processi che richiamiamo nei nostri dibattiti definendoli di buone pratiche, di cui a volte siamo coprotagonisti, processi che tornano ad entusiasmare e motivare la militanza, processi a cui non possiamo voltare le spalle alla vigilia delle tornate elettorali in nome di un rassicurante schema tattico puntualmente fallimentare. Ci sarà pure da qualche parte un proverbio cinese che dice meglio un due per cento di prospettiva che una minuta pattuglia parlamentare senza progetto politico! Faccio questa battuta perché so bene che in un partito bisogna preoccuparsi anche delle elezioni. Eppure bisogna farlo con una prospettiva generale oltre che di fase. Ci sono ambiti di attivismo sociale e politico che iniziano a porsi con serietà il nodo della soggettività politica e dell’organizzazione. La stessa Rifondazione Comunista attraverso i suoi iscritti è impegnata nella costruzione di quello che abbiamo definito il Partito Sociale. Destrutturiamo il tema dell’unità della sinistra come mantra, come preghiera. Uniamo i conflitti, le esperienze di mutualismo e solidarietà sociale, uniamoci per rovesciare l’austerità.

Gabriele Gesso, Segretario Provinciale Partito della Rifondazione Comunista.

Stanno uccidendo il mare: un’analisi di Umberto Oreste di Sinistra Anticapitalista

Pubblichiamo un interessantissima analisi di Umberto Oreste di Sinistra Anticapitalista:

Amiamo il mare e lo sentiamo parte di noi, non solo perché napoletani, non solo perché al mare ci lega la nostra storia, la nostra cultura, momenti belli della nostra vita, amiamo il mare anche perché lo sentiamo violato, maltrattato, offeso quotidianamente dall’inquinamento, dal riscaldamento globale, dall’acidificazione, dalla cementificazione delle sue coste, da una pesca sconsiderata che distrugge le riserve ittiche, da traffici intensissimi di mostri galleggianti quali portaerei nucleari, portacontainer enormi, navi da crociere, vere città galleggianti di migliaia di abitanti. Se gli oceani sono malati, alcuni mari interni sono già morti, come il Mare di Aral in Asia Centrale, il Mar Morto in Palestina, e parzialmente il Mar Caspio tra Europa ed Asia.

Allora, qual è lo stato del mare? Quali le cause dei suoi mali? Un articolo di giornale non può essere, certamente, esauriente sul tema ma sicuramente farà pensare qualche lettore.
È bene chiarire prima di tutto che lo stato del mare è lo stato del nostro pianeta che piuttosto che “Terra” dovrebbe chiamarsi “Mare”. I mari infatti costituiscono il 70,8 della superficie del pianeta, e la sua massa è stimata in 1,3 x1018 tonnellate; da ricordare che dal mare è nata, 3,5 miliardi di anni fa, la vita.
Ora è opinione corrente che il mare è un pozzo senza fine dove tutto si perde; si pensa che il mare alla fine consuma tutto e che rimane sempre uguale, quello di ieri come quello di oggi, come quello di domani. Niente di più falso: il mare è cambiato e, non a caso, è cambiato al cambiare dei modelli economici.

Generalmente viene indicato come “Antropocene” il periodo storico in cui l’azione della specie homo sapiens ha influito sull’ambiente. Questo è avvenuto con la caccia, l’introduzione dell’agricoltura, dell’allevamento, con le canalizzazioni per l’utilizzo dell’acqua piovana etc. Per moltissimi millenni l’equilibrio uomo-natura non è stato alterato, se non minimamente. Anzi le opere umane come le attività di cura dei boschi, il terrazzamento a scopo agricolo dei fianchi delle colline, hanno difeso il territorio da eventi catastrofici come incendi e alluvioni. Alla metà del XIX secolo, invece, lo sviluppo delle produzioni industriali ha condotto all’utilizzo dei carburanti fossili come fonte energetica primaria, alla conseguente crescita delle città dove accorrevano in cerca di lavoro i contadini immiseriti dal capitalismo agrario, alla conseguente corsa agli investimenti per trarne profitto. Questo periodo ha costituito una svolta nel rapporto uomo-natura che ha portato al depredamento dell’ambiente, ai disastri ecologici che oggi sono sotto gli occhi di tutti. A questa fase storica alcuni scienziati hanno dato il nome di “Capitalocene” indicando che il fattore dominante non è l’uomo in quanto specie, ma il Capitale con la sua sete inesauribile di profitto.

Anche nel mare all’Antropocene è seguito il Capitalocene e un esempio lampante è il tema della pesca. Per i lunghi secoli dell’Antropocene il mare era il luogo amato-temuto dai naviganti sia se sospinti ad imbarcarsi per semplice desiderio di conoscenza (Ulisse come Corto Maltese), sia per scambiare merci (Marco Polo come Colombo), sia per pescare (“Piscatore ‘e stu mare ‘e Pusilleco” come il pescatore “assopito all’ombra dell’ultimo sole, con un solco lungo il viso come una specie di sorriso”).
Immagini esemplificative dell’attualità del Capitalocene sono, invece, le “Floting processor” enormi industrie galleggianti che avvistano con implacabili mezzi tecnologici i banchi di pesci, li catturano con reti lunghe anche un chilometro, li caricano a bordo, e li trascinano su nastri che li portano in sale di lavorazione dove centinaia di operai li processano, in parte li congelano in azoto liquido, in massima parte li lavorano in farine proteiche per l’alimentazione di polli, maiali e bovini. Ma di chi è l’azienda? Di poche multinazionali americane o giapponesi o anche europee che controllano la pesca mondiale, la distribuzione del pescato, la vendita nei supermercati e introducono i propri rappresentanti all’interno degli organi di gestione dei governi.

Da considerare che i mari depredati dalle multinazionali sono i mari dei paesi poveri ed in questo caso anche la UE è colpevole: nel 2013, la PCP (politica comune europea della pesca) rivista ha introdotto accordi di partenariato in materia di pesca (APP) con i paesi terzi. Tali accordi prevedono l’accesso alle risorse in un ambiente regolamentato, commisurato agli interessi della flotta dell’UE, in cambio di un contributo finanziario e di un supporto tecnico che dovrebbero contribuire all’efficienza della raccolta, del monitoraggio, del controllo e della sorveglianza dei dati. Gli APP finiscono per foraggiare governi, sostenere le borghesie locali e danneggiare irrimediabilmente la pesca locale. E’ un mercato: soldi in tasca ai governanti che consentono a distruggere il sostentamento dei poveri pescatori locali.

Risultati: in alcuni decenni le riserve ittiche mondiali sono diminuite del 30% secondo i dati ufficiali della FAO, ma dati 2015 della società zoologica di Londra affermano che fauna ittica nei nostri oceani si è dimezzata rispetto al 1970 In particolare, secondo i ricercatori, le popolazioni di tonno e sgombro hanno subito un declino catastrofico, perdendo quasi tre quarti delle rispettive popolazioni.

In definitiva, la pesca negli ultimi decenni si è capitalizzata: da attività “artigianale” si è trasformata in attività “industriale”:
non ci sono più pescatori ma ci sono operai,
le tecnologie di pesca sono cambiate enormemente,
la pesca da fonte alimentare è divenuta un segmento integrato del ciclo capitalistico.
La pesca ha assunto le caratteristiche predatorie del sistema capitalistico:
nessun rispetto per l’ambiente,
nessun rispetto per le leggi internazionali,
predazione di un bene comune,
interessi neocoloniali,
scontri di interessi tra gli stati.
In conseguenza
le riserve ittiche si esauriscono,
fame e migrazioni dai paesi poveri.

…e la pesca è solo una delle offese perpetrate dal capitalismo sul mare. Le altre ad una prossima puntata.

Umberto Oreste, Sinistra Anticapitalista

CONFERENZA SUI DIRITTI UMANI ALL’ASILO FILANGIERI.

Pubblichiamo la presentazione ed  il programma di una interessantissima conferenza sui diritti umani che si terrà all’ ex Asilo Filangieri.

 

Conferenza sui diritti umani

Associazione Nazionale Giuristi Democratici

Sembra oramai matura l’esigenza di un incontro delle associazioni dei giuristi democratici dell’area mediterranea per discutere di temi comuni, scambiare informazioni ed esperienze, strutturare una rete di relazioni stabili ed approvare una carta di principi cui fare riferimento.
Tra gli obiettivi della conferenza c’è quello di approfondire e sviluppare il complesso dei temi proposti secondo un preciso filo conduttore: qual è il ruolo degli avvocati nella tutela dei diritti fondamentali? Perché diviene essenziale la costruzione di una rete nell’area del Mediterraneo? Quali sono i principi e le pratiche da condividere? I temi sono vari e tutti ugualmente importanti, dall’autodeterminazione e la pace, alle migrazioni, alla repressione dei movimenti di lotta a livello europeo. Proponiamo due giorni di discussione, ad ottobre, con la partecipazione di delegazioni internazionali delle aree di riferimento. Il programma sarà articolato come segue, l’obiettivo è l’adozione di una Dichiarazione dei Giuristi Democratici del Mediterraneo (Carta di Napoli).
Prima Conferenza dei giuristi del Mediterraneo
“Il ruolo dei giuristi nell’area del Mediterraneo per autodeterminazione, stato di diritto, tutela dei diritti umani e democrazia”

Promuove/organizza: Ass. Nazionale Giuristi Democratici – Italia; Associazione Europea dei Giuristi per la Democrazia e i diritti umani nel mondo (ELDH) – – European United Left/Nordic Green Left – European Parliamentary Group GUE/NGL –

Partner e patrocini: ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione); Consiglio nazionale forense; Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli; Camera Penale di Napoli; Comune di Napoli, Città Metropolitana di Napoli; Rete ONG italiane “In difesa di”

Programma dei lavori (7- 8 ottobre 2017)
Sabato 7, L’Asilo – www.exasilofilangieri.it
9.30 apertura
Saluti
Luigi De Magistris – Sindaco di Napoli
Andrea Mascherin, Presidente Consiglio Nazionale Forense
Roberto Lamacchia – Presidente Giuristi Democratici
Thomas Schmidt – Associazione europea dei giuristi per la democrazia e i diritti umani nel mondo
Roland Weyl – Associazione internazionale dei giuristi democratici
Francesco Martone – Rete ONG “In difesa di”
Eleonora Forenza, Paloma Lopez GUE
Stefano Maruca, FIOM
Fabio Marcelli, Breve relazione introduttiva sui proponimenti della Conferenza

a seguire:
11.30-13.30 – Focus migrazioni (a cura di ASGI)
Titolarità ed effettività dei diritti dei migranti e richiedenti protezione internazionale: il modello hotspot come laboratorio per la sperimentazione delle politiche UE per il controllo delle frontiere.

Introduce e modera l’Avv. Margherita D’Andrea

13.30 – Pausa pranzo

15.30-17.30 – Focus Europa e diritti/ conflitti sociali: Genova ’01/ Amburgo ’17 Conflitto e repressione nella fortezza Europa

Introduce e modera l’Avv. Danilo Risi

17.30-19.30 – Focus Turchia

Lo Stato di diritto nello stato di emergenza in Turchia: compressione delle libertà fondamentali e crimini contro l’umanità .

Introduce e modera l’ Avv. Barbara Spinelli

19.30 – Chiusura
21.45 – Performance per Giulio Regeni: Drown out – Chapter IIIrd “Regere”. Ideazione di Marie-Therèse Sitzia. Produzione Asilo
22.30 – Concerto del Mediterraneo, Massimo Ferrante

Domenica 8 ottobre
Sala del Capitolo, Complesso San Domenico Maggiore.
9.30 “Mediterraneo: autodeterminazione, democrazia, diritti umani”

Palestina (Wael Abunemeh; S. E. l’ambasciatrice Mai Alkaila)
Sahara occidentale (Elhassan Salek Abba)
Turchia (Fatma Özdemir; Selçuk Koza acli; erife eren Uysal; Ümit Dede, Mahmut Shakar, Mazlum Dinc)
Rojava (Midia Abdamâ Mohammed Abdulkade)
Egitto (Mohamed Azab, Mohamed Issa)
Tunisia (Sabiha Salah, Abdelaziz Essid )
Algeria (Yasmine Bennamani; Ghania Nechar, Mohammed Bentoumi)
Siria (Elias Khouri)
Libano (Hassan Jouni, Souheil El Natour)
Irak (Hussain Shaban)
Catalogna (Mercè Barcelò Serramalena)
Interventi istituzionali (rappresentanti degli ordini forensi)

13.00 – Pausa pranzo

15.00 – Discussione e adozione della Dichiarazione dei Giuristi del Mediterraneo – Carta di Napoli

17.30 Chiusura

RICOMINCIO DAI LIBRI: Arriva a Napoli la fiera per gli appassionati di letteratura


Dal ventinove settembre al primo ottobre, il Complesso monumentale di Santa Maria della Pace a via Tribunali, in pieno centro storico di Napoli, ha ospitato la fiera “Ricomincio dai libri”. La sala del lazzaretto, all’interno dell’edificio, ospita una discreta quantità di stand di editori provenienti da tutt’Italia e svariate conferenze. Per saperne di più, ho deciso di scambiare due chiacchiere con Gianluca Calvino, uno degli organizzatori dell’evento:


Di chi è il merito di questa iniziativa? Siete un’associazione culturale?

Ad organizzare questa fiera sono stati quattro soggetti associativi: “Librincircolo” che è l’associazione di cui faccio parte, “La bottega delle parole”, “Parole alate” e la cooperativa sociale “Sepofà”.

Ci siamo uniti per questo progetto specifico dato che durante l’anno ci occupiamo di cose differenti.

So che è il primo anno che organizzate a Napoli “Ricomincio dai libri”, dato che in passato la fiera di svolgeva a San Giorgio a Cremano. Quali sono state le differenze quest’anno?

Le precedenti edizioni San Giorgio le abbiamo organizzate in tre. Abbiamo uno spazio associativo, che quest’anno era ospitato nel cortile. È nata così la collaborazione con “Parole alate” e la cooperativa sociale “Sepofà”, dato che avevano già partecipato alla manifestazione in altra forma. Lo scorso anno a San Giorgio contammo 2000 ingressi, mentre quest’anno a Napoli ne abbiamo registrati intorno ai 10000, nonostante in precedenza avessimo uno spazio più grande. Anche gli editori che hanno scelto di partecipare alla fiera sono quasi raddoppiati, abbiamo avuto molti editori nazionali tra cui Treccani e Laterza.

Com’è nata l’idea di “Ricomincio dai libri”?

L’idea è nata quattro anni fa dall’incontro tra me e la presidentessa de “La bottega delle parole” di San Giorgio a Cremano.

Ci siamo incontrati in vari progetti e quasi per gioco pensammo di organizzare una fiera del libro. Abbiamo iniziato da San Giorgio a Cremano perché, trattandosi di un comune più piccolo, ci è risultato più semplice gestire la cosa, inoltre conoscevamo Villa Bruno che ospita periodicamente eventi e ci è sembrata la location ideale ma dalla prima edizione avevamo in mente che il nostro obiettivo era riportare una fiera del libro a Napoli.

A parte la fiera ci sono altri eventi culturali che organizzate durante l’anno?

Lavoriamo al progetto di “Ricomincio dai libri” per molto tempo in team, per quanto riguarda la mia associazione, “Librincircolo”, l’evento che riscuote più successo è il “BookMob”, ovvero una sorta di flash mob del libro che organizziamo periodicamente a piazza Dante. Inoltre teniamo un corso di editoria che partirà ad ottobre e proponiamo presentazioni ed eventi che riguardano libri e cultura.

Oltre agli stand degli editori cosa propone la fiera?

Lo spazio delle associazioni proponeva laboratori per adulti e bambini, ci sono state performance musicali ed attoriali.

Abbiamo avuto vari ospiti tra cui Maurizio Di Giovanni, Lorenzo Marone, Pino Imperatore e tanti altri. Ci sono stati incontri tutti i giorni più la presenza di autori portati dai singoli editori per dar modo di presentare vari libri.

Che progetti avete per il futuro?

Stiamo già discutendo riguardo l’edizione del prossimo anno, abbiamo preso contatto con soggetti importanti che ci hanno offerto un sostegno concreto.

Esiste un modo efficace per avvicinare i bambini e gli adolescenti alla lettura?

Per conquistare i ragazzi bisogna cercare di non annoiarli, l’approccio scolastico dev’essere stimolante. La proposta non deve suonare come un’imposizione. In Campania non abbiamo molte strutture a disposizione ma le associazioni sono molto attive.

Cosa ne pensi degli eBook? Il mondo degli amanti della lettura si divide tra chi li ama per la loro praticità e chi li detesta, tu che ne pensi?

Resto molto legato alla carta ma non sono un integralista, penso che un eBook reader possa essere un ottimo strumento per avvicinare alla lettura di alcuni testi che non si ha voglia di acquistare in versione cartacea, ad esempio i classici che spesso sono venduti a prezzi irrisori nel formato eBook. In questo senso meglio leggere su un reader che non leggere affatto, dato che a volte i prezzi dei cartacei sono piuttosto alti.

Gli editori presenti alla fiera proponevano solo il formato cartaceo o entrambi?

Hanno partecipato editori che si dedicano anche al digitale, in particolare la casa editrice “Inknot”, che ci segue dalla prima edizione della fiera, è nata come casa editrice solo digitale e negli anni ha stampato solo pochi titoli cartacei.

Ci parli delle case editrici che hanno partecipato alla fiera?

A parte le già citate Laterza e Treccani, che sono le più note a livello nazionale, tra gli editori campani che hanno collaborato con noi sin dal principio ci sono “Homo scrivens”, “Ad est dell’equatore” e la già citata “Inknot”.

Non si tratta di grandi editori ma di professionisti validi molto presenti sul nostro territorio e nelle librerie.

articolo di Sara Picardi