MAI PIU’ CAMPI-LAGHER, MAI PIU’ GHETTI, MAI PIU’ “ VELE DI CEMENTO”, MAI PIU’.

Pubblichiamo un articolo di Franco Vicario. Lo facciamo condividendo sillaba per sillaba, parola per parola. I temi trattati  faranno da sfondo ad un’assemblea che ci sarà al GRIDAS stasera alle 18,30. E’ importante essere in tanti lì. Lo è anche perché proprio da Scampia parte un percorso antirazzista e di contrasto alla xenofobia. Abbiamo pensato di mettere come immagine in evidenza una foto di un murales di Felice Pignataro.  Una immagine che è metafora di una idea profonda a cui non possiamo rinunziare. Attraversare il mare tutti assieme in una barca che reca sulla prua un occhio: la consapevolezza. Essere consapevoli di ciò che accade è il primo passo in un percorso antirazzista.

Ero piccolo, anni 50/60, quando mio padre minatore partiva in cerca di lavoro per il Belgio, venduto dal governo italiano dell’epoca per un sacco di carboni. Dieci anni vissuti, insieme con altri poveri cristi, in un campo di baracche ai margini delle miniere stesse dove si consumava un’esistenza nel buio degli abissi della terra dalla quale si riemergeva, dopo 12 ore, per ritrovarsi avvolti dal buio della notte. La prima immagine di un campo l’ho conosciuta così, attraverso il racconto di mio padre, un racconto sbiadito dal tempo, ma che i fatti di questi giorni, di campi rom bruciati, di campi per migranti, di campi per terremotati, di campi di cemento armato sotto forma di “vele”, ripropongono, nell’era della tecnologia e della comunicazione avanzatissima, in forme, se possibile, ancora più disumane, nonostante la loro apparente antistoricità, l’incapacità degli uomini, della politica nazionale e locale, del popolo critico, del cooperativismo e dell’associazionismo d’accatto, di trovare soluzioni che non siano semplicemente “il cacciare” le persone da un luogo all’altro peggiorando, il più delle volte, le loro condizioni di vita. E’ successo così, e continua a succedere, ciclicamente, per i terremotati, sradicati e trasmigrati, dopo anni di tendopoli, in ghetti periferici, di cui Scampia né un esempio, distruggendone storia ed identità. Sta succedendo così per l’esodo epocale di fiumi di migranti che fuggono da guerre e carestie il più delle volte determinate dagli stessi stati occidentali verso i quali migrano in cerca di aiuto, per ritrovarsi poi, se nel frattempo non sono morti lungo il percorso, accolti in “campi di concentramento” in attesa della carità prezzolata da parte di paesi sempre più divisi, ma complessivamente inaccoglienti.
Sta succedendo così, in particolare a Roma e Napoli, per le etnie Rom, per quelli definiti “ ‘e zingari” che vivono da decenni, non da nomadi, ma in maniera stabile, nei campi e nelle baraccopoli delle periferie delle periferie. A Napoli ne sono complessivamente qualche migliaio, di cui circa seicento a Scampia, censiti dalle prefetture e che, nonostante siano di seconda e terza generazione, quindi napoletani a tutti gli effetti, risultano per lo più esseri sconosciuti alle anagrafi comunali sia per vuoti legislativi nazionali che per incuria istituzionale. In particolare quelli di Scampia vivono sul territorio dagli anni sessanta/settanta ancor prima che, con la legge 167 e con quelle del post-terremoto, fossero costruiti gli attuali casermoni a 13 piani, le vele bunker, i sette palazzi, le palazzine prefabbricate del lotto P, e quelle, cosiddette, del terzo mondo, dei puffi, delle case celesti. “Case” abitate per la maggior parte da gente proveniente da luoghi e da situazioni molto diverse tra di loro, ma con in comune, per la maggior parte, l’appartenenza e la provenienza da mondi di disagio e di marginalità sociale. Tanti campi di concentramento in unico grande campo di concentramento: Scampia. E alla stessa logica non sono sfuggiti gli stessi abitanti dei “parchi” di edilizia cooperativistica, una decina, tutti con nomi bellissimi, tipo, le rose, le rondini, dei ciliegi, delle acacie ecc., ma tutti chiusi e “difesi” da chilometri di recinzioni di ferro. Altri campi di gente “perbene” in mezzo a tanti altri campi senza nome. Persino la villa comunale è negata alla vista, circondata da muri e barriere che ne fanno un luogo quasi inaccessibile sia per la chiusura della maggior parte dei varchi che per i limatati orari di fruizione. Ognuno, di questi luoghi, finisce per farne il proprio regno. Chi per farne la propria piazza di spaccio, chi per farne un personale spazio sociale, chi per farne l’oasi nella quale sentirsi protetto, forse perché si ritiene dissimile tra simili. I recinti di ferro non sono che l’espressione dei recinti e dei ghetti mentali nei quali ci si chiude sempre di più per paure irrazionali negandosi di conseguenza ad ogni possibilità di confronto soprattutto quando si percepisce e si vede la distanza sempre più evidente da chi, per il suo ruolo di responsabilità politica, di responsabilità amministrativa, di governo delle dinamiche sociali, non interviene concretamente per sanare errori propri, per eliminare disagi, per restituire dignità umana a luoghi e persone, vittime, più o meno inconsapevoli, della condizione nella quale si ritrovano a vivere. In questa condizione, che definirei di auto-ghettizzazione, si ritrova gran parte della città di Napoli, dalle “periferie centrali” dei vicoli, ai ghetti delle zone cosiddette “bene” del Vomero e di Posillipo, dai quartieri dormitorio del rione Traiano, di Ponticelli, alle zone sub-urbane super affollate. Si possono fare tutte le distinzioni del mondo, ma è evidente la collocazione di ogni napoletano all’interno di un proprio ghetto , che non fa più distinzione di classe o di ceto di appartenenza e senza particolari differenze tra napoletani “veraci” e napoletani rom. Quelli che urlano, cacciamo i rom dal nostro quartiere, ripeto, napoletani come loro e non sempre peggio di altri, dal nostro quartiere, soffiando sui venti del razzismo e delle pulizie etniche, si fermano, spesso per ignoranza e/o mera speculazione politica, alla superficie di un problema, alimentandone altri, e, soprattutto senza proporre niente altro se non “mandiamoli al vomero e a posillipo così ci pensano loro”, senza interrogarsi e rendersi conto che essi stessi vivono in una condizione “disumana” personale e collettiva, non certo per responsabilità dei pochi rom napoletani sui quali pensano di scaricare le loro anche comprensibili frustrazioni, ma per gravi inadempienze e responsabilità dei governi nazionali e delle amministrazioni locali che si sono succedute nel tempo.
Penso che, mai come ora, tutti quelli che hanno veramente a cuore il destino sociale della propria città e dei luoghi in cui vive, debbano avvertire la necessità di avviare con l’amministrazione di Napoli, con il Sindaco, le prefetture e le altre istituzioni collegate, un confronto per trovare immediate soluzioni ai problemi “emergenti”. Così, come avviene in altri paesi del centro/nord Europa, non deve esistere e deve essere smantellata ogni forma di campo-lager che è la risultante di culture ancora colpevolmente arretrate sul piano dei diritti e del rispetto della dignità umana. Vanno avviate subito dal Sindaco politiche abitative, utilizzando anche il patrimonio immobiliare inutilizzato (migliaia di case e strutture sfitte) dal Comune di Napoli, affinchè nessun cittadino sia costretto ad accamparsi o ad occupare case in maniera “abusiva” diventando oggetto di persecuzioni e di gestioni criminali, camorristiche e non, che si servono e vedono queste sacche di disperazione come un osso da spolpare . Se si vuole parlare di emergenza rom a Scampia si vuole deviare e mistificare quale sia la vera emergenza che è tutta nella difficoltà istituzionale di amministrare una città e le sue contraddizioni. Ma una svolta, decisiva, ci deve pur essere. Tutti i cittadini, napoletani e rom-napoletani, ma anche di altre etnie, a cui è negato il diritto all’abitare per la loro condizione di povertà, hanno bisogno in questa fase, più che mai, del sostegno istituzionale e delle comunità nelle quali si trovano ad essere inseriti nel rispetto delle leggi e delle regole di convivenza che sono alla base delle relazioni umane, ognuno per la sua parte di responsabilità. Bisogna anche sfatare il mito che i rom vogliono necessariamente vivere in comunità ristrette. Il fatto di aver perso nel tempo la “nomadicità” del loro essere li porta ad acquisire le culture dei luoghi in cui nascono e vivono e ad aspirare anche ad avere una famiglia, una casa, ovunque sia possibile, che non sia un campo di concentramento e un ghetto nel quale consumare disumanamente la propria esistenza. Se si riesce a comprendere questo, forse, si comincia ad appartenere ad un mondo nel quale non ci si divide e ci si scanna per stabilire chi in questo mondo vi deve abitare e chi, invece, deve essere “cacciato”.
Ringrazio mio padre che con il suo lavoro e la sua vita in campi-lager stranieri mi ha insegnato cosa sia la solidarietà tra gli uomini e i valori dell’accoglienza, il valore della casa che mi ha lasciato in un “campo fiorito” con il calore dell’ospitalità e dell’amicizia.
Mai più campi-lager, ghetti e “vele di cemento” a Scampia e altrove.
Franco Vicario

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