HOMESCHOOLING ED EDUCAZIONE PARENTALE. LA NOSTRA ESPERIENZA.

Mi presento: mamma Francesca, 31 anni, lavoratrice part time e mamma full time.
Due anni e mezzo fa ho conosciuto mia figlia: amore a primo pixel!
Mi è stato subito chiaro che m’ero ficcata in qualcosa di più grande di me; ricordo ancora la prima sera in casa nostra, con quell’esserino che dormiva sulla mia pancia, chiesi a mio marito:” Quando smetterò di provare questo stato di fibrillazione ed ansia per lei? Quando smetterò di sentire questo macigno di responsabilità?” la risposta era scontata: “mai”.
In effetti la fibrillazione è quasi svanita, forse anche l’ansia, ma la sensazione di responsabilità, la consapevolezza che qualunque scelta avremmo condotto sarebbe stata concatenata alla serenità della nostra piccola no, quella non è mai andata via. E così per qualunque scelta ci si interroga, ci si confronta, ci si sente piccoli e qualche volta si ha la certezza di aver sbagliato. Questa è l’educazione: un gran casino. Non si è mai letto abbastanza, non si è mai preparati veramente fino a quando non ci si rende conto che gli sbagli sono all’ordine del giorno, che dagli sbagli si impara insieme: tu, il tuo compagno e il tuo esserino. Perché a farti capire di aver sbagliato è il piccolo pargolo che accompagni per mano quando attraversi la strada. E costruire insieme significa correggere il tiro, andare a mirare da un’altra parte.
Mi sono resa conto ben presto che l’educazione scolastica, in questo paese, non si poneva gli stessi interrogativi che invece mi ponevo io. Sarò stata molto sfortunata, ma nei due asili nido che mia figlia ha frequentato durante gli ultimi due anni (uno comunale, l’altro privato), le educatrici erano sicure e convinte di operare nel bene e di non sbagliare mai. Anche se a mia figlia, spesso, il sorriso diventava un serrato trattino; insegnare a costo della serenità, dell’autonomia di espressione, della capacità e prerogativa tutta bambinesca del saper discernere, l’educazione è ancora vista come qualcosa che viene dall’alto, un deus ex machina che meraviglia gli ignari e ignoranti genitori che “non sanno cosa vuol dire educare”, perché i loro figli, che non hanno alcuna competenza, devono essere indirizzati ed “abituati” al sistema scolastico. La mia non è un’esagerazione, se si ha la fortuna di aver a che fare con educatrici che hanno voglia di insegnare numeri, lettere e forme geometriche a bambini di un anno (che ancora devo capire che se ne faranno di saper contare fino a 10) ci si imbatte spesso in questa antiquata forma mentis. E ci sono addirittura anche genitori pronti a lodare “la capacità strabiliante di far addormentare tutti i bimbi insieme, alla stessa ora, anche quando non sono stanchi, anche quando non ne hanno voglia!”. Tutto questo per me era ed è fonte di profondo dispiacere.
E, all’improvviso, mentre affogavo nel dispiacere di essermi buttata la zappa sui piedi, e mentre cercavo disperatamente di far capire a una delle tante educatrici che insegnare a mia figlia a difendersi dal compagno manesco picchiandolo a sua volta non era proprio nello spirito “peace and love” che arieggiava nella mia casa, ho iniziato a confrontarmi con mamma Stefania coi suoi due gioielli, mamma Marina col suo piccolo cucciolo, mamma Alessandra con la sua tenera piccola stellina. Ed è nato un confronto alla pari, carico delle stesse preoccupazioni e convinzioni: l’educazione scolastica non ci piace, è antiquata e, malgrado i copiosi interventi di educatori fantastici come Montessori e Waldorf, a nessuno importa di applicare quelle piccole azioni che potrebbero fare la differenza. Mia figlia, fino a quando a scuola dovrà stare composta e seduta a un banco, preferirà sempre stare a casa, in un parco, ad un laboratorio creativo.
Ed ecco la nostra idea: unire le nostre forze per un confronto creativo su educazione e esigenze parentali: l’educazione parentale.
La scuola non è l’unico momento di interazione sociale che possiamo offrire ai nostri figli, la pedagogia può essere condivisa, ci può essere un momento di confronto genitoriale, può esistere un altro modo di imparare, un modo non tradizionale e dall’alto, ma paritario e orizzontale, in cui genitori e figli si mettono allo stesso livello e insieme creano l’educazione. Questa idea, condivisa dalle altre figure genitoriali, è fondamentale. Ecco che è nato un gruppo di lavoro in cui i partecipanti si prestano alla serenità comune.
Il gruppo: impariamo insieme : homeschooling Napoli nasce per condividere l’esperienza con altri genitori

ed aprire il cerchio della nostra piccola comunità a chi è interessato. Bambini di tutte le età, che vanno a scuola o che stanno a casa coi genitori, grandi e genitori, zii, vicini, si incontrano sotto un grande albero, ogni mercoledì, al bosco di Capodimonte, condividono una merenda etica e si preparano ad organizzare, con l’esperienza di esperti di settore, professionisti e figure scelte e selezionate in base ad esperienza e feeling

Laboratori di cucina consapevole genitori e figli

yoga genitori e bambini,

laboratorio sperimentale di inglese

corso di educazione stradale genitori e figli

laboratorio di musica 0-3 anni

raccolta delle noci

passeggiate all’aperto e esplorazione del territorio e della flora

visite a parchi, musei

e tanto altro.

Non siamo un centro servizi, ci organizziamo insieme e decidiamo e impariamo insieme.

 

 

 

Intervista a tutto campo con Vincenzo Rusciano di Greenpeace Napoli: “creare un oggetto di plastica oggi significa creare qualche cosa che vivrà più a lungo dei nipoti di chi ha creato l’oggetto”.

Le questioni ambientali si rilevano di sempre maggior importanza. La questione climatica, l’inquinamento, la vivibilità delle metropoli sono temi imprescindibili per un’agenda politica. Ne abbiamo parlato con Vincenzo Rusciano, portavoce di Geenpeace Napoli.

Allora Vincenzo, quest’estate Napoli è stata funestata da terribili incendi. Cosa pensi a proposito?

Un dolore al cuore. In quel periodo ogni giorno passavo per le zone di Napoli da cui normalmente si gode del panorama ed ogni giorno era come ricevere una coltellata. Sembra assurdo pensare che nessuno riuscisse a controllare quei focolai che anzi, ogni giorno erano più grandi.

In quegli incendi c’erano vari cancri della nostra terra: i rifiuti tossici, l’incapacità di prevenire, la scarsità dei mezzi, l’incapacità di chi ci governa di saper risolvere un’emergenza che una pianificazione avrebbe potuto evitare.

Ci racconti le principali campagne di Greenpeace?

Bhè sono numerosissime: da quelle di contrasto alla deforestazione, ai quelle riguardanti i cambiamenti climatici, arrivando alle campagne sull’inquinamento dei mari. Chi volesse avere un quadro completo può consultare  http://www.greenpeace.org/italy/it/campagne/

Qui a Napoli, chi volesse sostenere le vostre attività, come dovrebbe fare?

Abbiamo un gruppo locale con una presenza virtuale: https://www.facebook.com/GreenpeaceNapoli/ ci riuniamo in vari posti in città e svolgiamo le nostre attività in coordinazione con l’ufficio nazionale a Roma, ma anche intraprendendo noi altre attività locali. Dalla pagina indicata chi vuole può scriverci e l’avviseremo della prossima riunione, ci possono pure scrivere a greenpeacegl.napoli@gmail.com

La Rainbow warrior è da tempo ormai impegnata nel contrasto all’inquinamento del mare. La plastica in questo senso sembra essere un’insidia temibile. Ci racconti di quest’esperienza?
Salire a bordo della rainbow è come entrare in un altro pianeta, un posto dove la gestione dei rifiuti ha influenza sul ciclo di vita dei prodotti che arrivano a bordo, a partire da quando si fa la lista della spesa. La rainbow è una specie di leggenda, é la terza della “saga” ed é la concretizzazione di quei valori ai quali apparteniamo noi come volontari.

Creare un oggetto di plastica oggi giorno significa creare un qualcosa che vivrà più a lungo dei nipoti di colui che ha creato quell’oggetto! Certo, in parte viene riciclata ma una bella parte diventa rifiuto, non trattato, con costi, ambientali e monetari assurdi. Il discorso vale soprattutto per il monouso: pensa, viviamo in un posto dove tra trovare, trasportare, trattare petrolio, farlo diventare un bicchiere, trasportarlo, venderlo, portarlo a casa o sciacquarlo dopo aver bevuto, la gente sceglie la prima opzione!

La grossa tragedia della plastica non é solo quella che si vede ma la microplastica, diffusa negli oceani.

Come Redazione riteniamo di fondamentale importanza la campagna contro il nucleare che state facendo. Cosa ne pensi?
Fermare un esplosione nucleare, nel 1971 fu l’obbiettivo di un gruppo di pazzi che s’imbarcò a bordo del Phyllis Cormack in Alaska. Quei pazzi alla fine sono coloro che pensavano che il cattivo progresso potesse essere fermato, sono stati loro a fondare Greenpeace. Quanto sta succedendo a livello internazionale é l’ennesima prova che il nucleare é un progresso che, come mondo non possiamo permetterci, né con le armi né quando pensiamo di usarlo per produrre energia, basti vedere quello che é successo a Fukushima.

 Da cittadino napoletano, ci dici una proposta che applicheresti per migliorare la qualità delle nostre vite?
Consapevolezza e collaborazione. Sono ritornato a Napoli dopo 13 anni di estero e la cosa più assurda che ho constato é l’accettazione che le cose dovessero andare così. La gente dovrebbe iniziare a pretendere dai politici piuttosto che riverirli. La gente dovrebbe smettere di pensare che l’estero é migliore, perché qua potremmo veramente stare bene, ma piuttosto che armarci e costruire qualcosa assieme litighiamo per il vantaggio immediato.

In fine, a tutte le persone con cui dialoghiamo chiediamo di consigliarci un cd musicale, un film ed un libro. Tu cosa ci consigli?
Musicalmente Lagrimas negras di Bebo y Cigala. Cinematograficamente invito a vedere “le Ali della Libertá” e come libro: “Into the Wild”.

GATTA CENERENTOLA: La fiaba animata in cui si incontrano il passato ed il futuro di Napoli

Il lungometraggio degli autori de “L’arte della felicità” punta tutto su un piano narrativo unico che fa intrecciare due momenti temporali diversi.

Tutto parte da Basile, il padre della piccola Mia che è la protagonista femminile.

Basile, il cui nome già viaggia nel tempo, essendo rubato a quello dell’autore della storia originale de “La Gatta Cenerentola”, è uno scienziato geniale che decide di investire i suoi capitali per fondare un  “Polo della Scienza e della Memoria” a bordo di un’enorme nave attraccata al porto di Napoli.

Programmati per conquistare, istruire e stupire i visitatori del Polo, degli ologrammi che si aggirano come fantasmi futuristici a bordo di questo gioiello di ingegneria navale.

Ma la sorte di questa creazione neonata, volta a riqualificare l’area del porto, è avversa: Angelica, la compagna che Basile ha scelto come sua sposa, ha cospirato con il guappo malavitoso Salvatore Lo Giusto, affinché lo scienziato venisse ucciso per impossessarsi del suo patrimonio.

Angelica, doppiata da Maria Pia Calzone (Imma Savastano nella serie “Gomorra”), è perfida quanto innamorata di Lo Giusto, il cui soprannome, “O’rre” ben si accosta al carattere megalomane del personaggio caratterizzato come il classico boss di quartiere: disonesto, spregiudicato e prepotente.

La storia si ferma e la narrazione riprende quindici anni dopo: Angelica vive a bordo della nave, assieme alle sue figlie naturali ed alla figliastra Mia che ha smesso di parlare ed è cresciuta abituata a rispondere al nomignolo di “Gatta” affibbiatole in senso dispregiativo.

“O’rre” ha esteso il suo impero economico ed è diventato un pezzo grosso grazie al traffico di droga mentre a bordo del Polo galleggiante, ormai completamente rovinato a causa della mancanza di manutenzione nelle sua funzionalità ingegneristiche, ologrammi del passato compaiono di tanto in tanto come spettri, proiettando fisicamente nel presente i ricordi del passato.

Gli autori hanno confezionato una storia cupa e profonda, apprezzabile in tutte le sue sfaccettature soprattutto dagli adulti e piuttosto distante dalle produzioni cinematografiche associate in genere alla città del sole. La morale ottimista della storia è piuttosto chiara: quella di incoraggiare a non rassegnarsi, anche nelle situazioni più disperate, perché la realtà può sempre cambiare e diventare migliore.

In questa fiaba noir non c’è traccia di fatina, zucche e topolini. Gli aspetti magici vengono messi da parte e sostituiti dalla tecnologia e dal progresso, mezzi ben più utili per ottenere un lieto fine nella realtà.

Il personaggio della Gatta, ben simboleggia la città in cui ha preso vita: vivace e coraggiosa ma affaticata e ridotta al mutismo a causa di personaggi viscidi ed avidi che vogliono usarla ed approfittare della sua bellezza fino a logorarla.

Oltre ad essere un prodotto di animazione eccellente, la narrazione in cui i piani temporanei si incontrano con l’escamotage degli ologrammi, che hanno un ruolo cardine nella vicenda, funziona perfettamente e, seppure alcuni avvenimenti restano un po’ prevedibili, il risultato finale è assolutamente convincente.

Passato e futuro si incontrano non solo ai fini della narrazione, grazie agli ologrammi, ma anche in senso metaforico. Gli spettatori vedranno incontrarsi sullo schermo personaggi che evocano il progresso, le speranze e probabilmente il futuro di Napoli come lo scienziato Basile, sua figlia ed il poliziotto che aiuterà Mia da una parte e dall’altra personaggi squallidi come il camorrista Lo Giusto e Angelica da relegare quanto prima nel passato remoto della città.

articolo di Sara Picardi

MAI PIU’ CAMPI-LAGHER, MAI PIU’ GHETTI, MAI PIU’ “ VELE DI CEMENTO”, MAI PIU’.

Pubblichiamo un articolo di Franco Vicario. Lo facciamo condividendo sillaba per sillaba, parola per parola. I temi trattati  faranno da sfondo ad un’assemblea che ci sarà al GRIDAS stasera alle 18,30. E’ importante essere in tanti lì. Lo è anche perché proprio da Scampia parte un percorso antirazzista e di contrasto alla xenofobia. Abbiamo pensato di mettere come immagine in evidenza una foto di un murales di Felice Pignataro.  Una immagine che è metafora di una idea profonda a cui non possiamo rinunziare. Attraversare il mare tutti assieme in una barca che reca sulla prua un occhio: la consapevolezza. Essere consapevoli di ciò che accade è il primo passo in un percorso antirazzista.

Ero piccolo, anni 50/60, quando mio padre minatore partiva in cerca di lavoro per il Belgio, venduto dal governo italiano dell’epoca per un sacco di carboni. Dieci anni vissuti, insieme con altri poveri cristi, in un campo di baracche ai margini delle miniere stesse dove si consumava un’esistenza nel buio degli abissi della terra dalla quale si riemergeva, dopo 12 ore, per ritrovarsi avvolti dal buio della notte. La prima immagine di un campo l’ho conosciuta così, attraverso il racconto di mio padre, un racconto sbiadito dal tempo, ma che i fatti di questi giorni, di campi rom bruciati, di campi per migranti, di campi per terremotati, di campi di cemento armato sotto forma di “vele”, ripropongono, nell’era della tecnologia e della comunicazione avanzatissima, in forme, se possibile, ancora più disumane, nonostante la loro apparente antistoricità, l’incapacità degli uomini, della politica nazionale e locale, del popolo critico, del cooperativismo e dell’associazionismo d’accatto, di trovare soluzioni che non siano semplicemente “il cacciare” le persone da un luogo all’altro peggiorando, il più delle volte, le loro condizioni di vita. E’ successo così, e continua a succedere, ciclicamente, per i terremotati, sradicati e trasmigrati, dopo anni di tendopoli, in ghetti periferici, di cui Scampia né un esempio, distruggendone storia ed identità. Sta succedendo così per l’esodo epocale di fiumi di migranti che fuggono da guerre e carestie il più delle volte determinate dagli stessi stati occidentali verso i quali migrano in cerca di aiuto, per ritrovarsi poi, se nel frattempo non sono morti lungo il percorso, accolti in “campi di concentramento” in attesa della carità prezzolata da parte di paesi sempre più divisi, ma complessivamente inaccoglienti.
Sta succedendo così, in particolare a Roma e Napoli, per le etnie Rom, per quelli definiti “ ‘e zingari” che vivono da decenni, non da nomadi, ma in maniera stabile, nei campi e nelle baraccopoli delle periferie delle periferie. A Napoli ne sono complessivamente qualche migliaio, di cui circa seicento a Scampia, censiti dalle prefetture e che, nonostante siano di seconda e terza generazione, quindi napoletani a tutti gli effetti, risultano per lo più esseri sconosciuti alle anagrafi comunali sia per vuoti legislativi nazionali che per incuria istituzionale. In particolare quelli di Scampia vivono sul territorio dagli anni sessanta/settanta ancor prima che, con la legge 167 e con quelle del post-terremoto, fossero costruiti gli attuali casermoni a 13 piani, le vele bunker, i sette palazzi, le palazzine prefabbricate del lotto P, e quelle, cosiddette, del terzo mondo, dei puffi, delle case celesti. “Case” abitate per la maggior parte da gente proveniente da luoghi e da situazioni molto diverse tra di loro, ma con in comune, per la maggior parte, l’appartenenza e la provenienza da mondi di disagio e di marginalità sociale. Tanti campi di concentramento in unico grande campo di concentramento: Scampia. E alla stessa logica non sono sfuggiti gli stessi abitanti dei “parchi” di edilizia cooperativistica, una decina, tutti con nomi bellissimi, tipo, le rose, le rondini, dei ciliegi, delle acacie ecc., ma tutti chiusi e “difesi” da chilometri di recinzioni di ferro. Altri campi di gente “perbene” in mezzo a tanti altri campi senza nome. Persino la villa comunale è negata alla vista, circondata da muri e barriere che ne fanno un luogo quasi inaccessibile sia per la chiusura della maggior parte dei varchi che per i limatati orari di fruizione. Ognuno, di questi luoghi, finisce per farne il proprio regno. Chi per farne la propria piazza di spaccio, chi per farne un personale spazio sociale, chi per farne l’oasi nella quale sentirsi protetto, forse perché si ritiene dissimile tra simili. I recinti di ferro non sono che l’espressione dei recinti e dei ghetti mentali nei quali ci si chiude sempre di più per paure irrazionali negandosi di conseguenza ad ogni possibilità di confronto soprattutto quando si percepisce e si vede la distanza sempre più evidente da chi, per il suo ruolo di responsabilità politica, di responsabilità amministrativa, di governo delle dinamiche sociali, non interviene concretamente per sanare errori propri, per eliminare disagi, per restituire dignità umana a luoghi e persone, vittime, più o meno inconsapevoli, della condizione nella quale si ritrovano a vivere. In questa condizione, che definirei di auto-ghettizzazione, si ritrova gran parte della città di Napoli, dalle “periferie centrali” dei vicoli, ai ghetti delle zone cosiddette “bene” del Vomero e di Posillipo, dai quartieri dormitorio del rione Traiano, di Ponticelli, alle zone sub-urbane super affollate. Si possono fare tutte le distinzioni del mondo, ma è evidente la collocazione di ogni napoletano all’interno di un proprio ghetto , che non fa più distinzione di classe o di ceto di appartenenza e senza particolari differenze tra napoletani “veraci” e napoletani rom. Quelli che urlano, cacciamo i rom dal nostro quartiere, ripeto, napoletani come loro e non sempre peggio di altri, dal nostro quartiere, soffiando sui venti del razzismo e delle pulizie etniche, si fermano, spesso per ignoranza e/o mera speculazione politica, alla superficie di un problema, alimentandone altri, e, soprattutto senza proporre niente altro se non “mandiamoli al vomero e a posillipo così ci pensano loro”, senza interrogarsi e rendersi conto che essi stessi vivono in una condizione “disumana” personale e collettiva, non certo per responsabilità dei pochi rom napoletani sui quali pensano di scaricare le loro anche comprensibili frustrazioni, ma per gravi inadempienze e responsabilità dei governi nazionali e delle amministrazioni locali che si sono succedute nel tempo.
Penso che, mai come ora, tutti quelli che hanno veramente a cuore il destino sociale della propria città e dei luoghi in cui vive, debbano avvertire la necessità di avviare con l’amministrazione di Napoli, con il Sindaco, le prefetture e le altre istituzioni collegate, un confronto per trovare immediate soluzioni ai problemi “emergenti”. Così, come avviene in altri paesi del centro/nord Europa, non deve esistere e deve essere smantellata ogni forma di campo-lager che è la risultante di culture ancora colpevolmente arretrate sul piano dei diritti e del rispetto della dignità umana. Vanno avviate subito dal Sindaco politiche abitative, utilizzando anche il patrimonio immobiliare inutilizzato (migliaia di case e strutture sfitte) dal Comune di Napoli, affinchè nessun cittadino sia costretto ad accamparsi o ad occupare case in maniera “abusiva” diventando oggetto di persecuzioni e di gestioni criminali, camorristiche e non, che si servono e vedono queste sacche di disperazione come un osso da spolpare . Se si vuole parlare di emergenza rom a Scampia si vuole deviare e mistificare quale sia la vera emergenza che è tutta nella difficoltà istituzionale di amministrare una città e le sue contraddizioni. Ma una svolta, decisiva, ci deve pur essere. Tutti i cittadini, napoletani e rom-napoletani, ma anche di altre etnie, a cui è negato il diritto all’abitare per la loro condizione di povertà, hanno bisogno in questa fase, più che mai, del sostegno istituzionale e delle comunità nelle quali si trovano ad essere inseriti nel rispetto delle leggi e delle regole di convivenza che sono alla base delle relazioni umane, ognuno per la sua parte di responsabilità. Bisogna anche sfatare il mito che i rom vogliono necessariamente vivere in comunità ristrette. Il fatto di aver perso nel tempo la “nomadicità” del loro essere li porta ad acquisire le culture dei luoghi in cui nascono e vivono e ad aspirare anche ad avere una famiglia, una casa, ovunque sia possibile, che non sia un campo di concentramento e un ghetto nel quale consumare disumanamente la propria esistenza. Se si riesce a comprendere questo, forse, si comincia ad appartenere ad un mondo nel quale non ci si divide e ci si scanna per stabilire chi in questo mondo vi deve abitare e chi, invece, deve essere “cacciato”.
Ringrazio mio padre che con il suo lavoro e la sua vita in campi-lager stranieri mi ha insegnato cosa sia la solidarietà tra gli uomini e i valori dell’accoglienza, il valore della casa che mi ha lasciato in un “campo fiorito” con il calore dell’ospitalità e dell’amicizia.
Mai più campi-lager, ghetti e “vele di cemento” a Scampia e altrove.
Franco Vicario

Una nuova centralità dei temi ambientali? Ne abbiamo parlato con Carmine Maturo, Co-portavoce Nazionale di GREEN.

I temi ambientali hanno una centralità evidente. I drammatici fatti che hanno funestato quest’estate  lo dimostrano. Settembre non inizia sotto migliori auspici. Ormai le agende politiche non possono trascurare questo dato. Ne abbiamo parlato con Carmine Maturo, Co-portavoce Nazionale di GREEN Italia.

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ROCK!7: L’esposizione al museo PAN con in mostra uno dei distintivi originali di Elvis

La prima sala dell’esposizione, con riferimenti a John Milton

Chi, come me, ha avuto un’educazione particolarmente flessibile riguardo il dogma della religione, ha uno strano rapporto con le festività ad essa correlate.

Potrebbe sembrare liberatorio sentirsi completamente disinteressati rispetto al numeretto riportato quotidianamente dal calendario, ma si rischia di incappare in una sorta di vuoto esistenziale provocato dalla mancanza di sacralità associata alle feste comandate. Queste infatti, oltre a dare la possibilità di tirar fiato ai lavoratori, hanno una funzione psicologica ben precisa: quella di aggregare le persone e di farle sentire meno isolate.

Ecco dove risiede la differenza tra festa e festività. La “festa” viene percepita dal singolo come una questione privata mentre la “festività” riguarda il rapporto con l’altro, la sua utilità è quello di abbattere la sensazione di isolamento del singolo.

Personalmente, ho colmato il vuoto lasciato dai santi del calendario, elevando i grandi idoli del rock al rango di Pseudo Divinità da onorare: anniversari di nascita, morte e concerti importanti hanno quindi preso il posto del Natale, l’Epifania, San Valentino, la Pasqua ecc.

In quest’ottica, il 5 settembre è una data particolarmente importante per noi adoratori del rock, dato che è il giorno di nascita di Freddie Mercury.

Aggirandomi per la città in cerca di un luogo adeguato per festeggiare un evento di tale portata, ho scoperto che dal 2 al 30 settembre al Palazzo delle Arti di Napoli a Chiaia c’è, per il settimo anno consecutivo, la mostra gratuita “ROCK!7” dedicata alla musica ed i suoi linguaggi.

Il 2017 è stato molto impegnativo per noi adoratori dell’oscuro Dio del rock and roll, quest’anno è stato infatti il 50ennale di molti dei dischi più importanti della storia della musica contemporanea: “the Doors”, il primo album dell’omonima band, Sgt Peppers dei Beatles, l’album di esordio dei Pink Floyd ed il meraviglioso “the Velvet Underground & Nico” prodotto da Sua Maestà Andy Warhol, per citarne solo qualcuno.

Al PAN un’intera sala è stata dedicata a questi capolavori senza tempo in maniera un po’ goffa e caotica ma apprezzabile nel suo intento. Il visitatore passa rapidamente dal 1967 al 1977 e si imbatte in uno dei punti di forza della mostra, l’esposizione delle fotografie dedicate alla scena punk di Belfast del fotografo irlandese Ricky Adam (che ha incontrato il pubblico il 2 settembre).

Oltrepassando la sala commemorativa per Michael Jackson e quella per Bowie, con tanto di manichino, c’è il piatto forte dell’esposizione: la sezione dedicata ad Elvis che moriva esattamente quarant’anni fa.

Camminando tra “Il diario di Elvis” ovvero 30 roll-up con informazioni biografiche e fotografie del Re, i visitatori potranno ammirare due pezzi originali: la camicia militare indossata da Elvis durante il servizio di leva (ed immortalata in numerose fotografie) ed il distintivo di sceriffo della Contea di Shelby (Tennessee).

Presley aveva una sorta di fissazione per i distintivi validi che collezionava ed era solito portarli con sé quando viaggiava, a quanto scrisse sua moglie Priscilla nella biografia “Elvis and me“.

Per ottenere il distintivo della Bureau of Narcotics and Dangerous Drugs (l’equivalente del nostro dipartimento anti-droga), Elvis arrivò a contattare direttamente il presidente degli Stati Uniti: venne accolto alla Casa Bianca per incontrare Nixon a cui portò in regalo un’arma, una Colt calibro 45 celebrativa della seconda guerra mondiale (attualmente esposta alla Nixon Library di Yorba Linda).

La foto scattata durante quest’incontro surreale, che venne reso noto solo un anno più tardi, è diventata virale e l’incontro tra i due uomini più famosi d’America è stato raccontato (e romanzato) nel film “Elvis & Nixon” del 2016, in cui Nixon, interpretato da Kevin Spacey risulta troppo simpatico per essere credibile.

Tornando alla mostra al PAN, degne di nota la sala dedicata ai Bee Gees e quella con i 7 sigilli gotici del rock: curata da Francesca Fariello, mette in luce connessioni tra musica rock e letteratura e cinema gotici.

Un piccolo ambiente, arredato un po’ frettolosamente per ricordare la Loggia Nera di Twin Peaks, è dedicata al regista David Lynch come a creare un ponte tra il cinema onirico e quello della musica.

A parte la mostra, lo staff di ROCK!7 organizzerà per tutto il mese di settembre eventi e proiezioni gratuite: il primo è stato un live-set acustico di Kee Marcello degli Europe che si è esibito il primo giorno della mostra per inaugurarla. Ogni mercoledì sono previsti aperitivi-rock mentre per tre giovedì consecutivi, il 7, il 14 ed il 21 settembre, verranno proiettati gratuitamente al cinema Hart a via Crispi “Eight Days a Week” il documentario di Ron Howard sui Beatles, “The Doors” diretto da Oliver Stone ed il film Woodstock, sul famoso festival che rappresentò l’apice della diffusione della cultura hippie.

articolo di Sara Picardi

Intervista al Segretario Provinciale di Rifondazione, Gabriele Gesso. Abbiamo parlato della Festa Popolare di Pomigliano, delle alleanze politiche, delle priorità nella città di Napoli e di tanto altro.

 In occasione della Festa Popolare che si terrà a Pomigliano d’Arco venerdì, sabato e domenica prossimi,  abbiamo intervistato Gabriele Gesso, Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista. Di seguito l’intervista:

 

Allora Gesso, cosa accadrà dall’ 8 al 10 settembre a Pomigliano D’Arco.
Nell’ambito della Festa Popolare abbiamo inserito la conferenza programmatica metropolitana del Prc di Napoli. Un momento di discussione aperto che provi a determinare linee d’indirizzo da trasformare in azioni politiche concrete nell’ambito del governo metropolitano della città di Napoli.
Quali sono i focus tematici su cui volete fissare l’attenzione
Da anni assistiamo a un continuo svilimento delle capacità d’intervento degli enti pubblici. Il modo in cui la Delrio istituisce le città metropolitane ne è un ulteriore esempio sia in termini di riduzione degli spazi di democrazia che in termini di funzioni. Ormai gli Enti Pubblici nella testa dei Governi nazionali sono stazioni appaltanti il cui compito è privatizzare i settori che hanno intesse per il mercato (acqua, trasporti, sanità…). Noi vogliamo costruire strumenti d’indirizzo politico tesi a ridare centralità agli enti di prossimità che sono gli unici che possono agire per l’interesse collettivo. Per questo pensiamo che i servizi pubblici possano essere riorganizzati su scala metropolitana e che il caso di Napoli possa rappresentare anche un elemento di reazione alle ottuse politiche di austerità. Un punto importante del nostro confronto sarà certamente il rafforzamento della vertenza per l’utilizzo di parte dell’avanzo libero di bilancio, dimostrazione concreta che i soldi ci sono! A fianco di un confronto sui processi amministrativi e di governo noi non possiamo non articolare un ragionamento sui conflitti che si sono generati nella città metropolitana di Napoli a cui il Governo nazionale dà come risposta la vergogna del decreto Minniti. Su questo punto occorre lanciare mobilitazioni che diano un chiaro segnale in difesa del diritto al dissenso. In fine, un tavolo di lavoro si occuperà delle pratiche di mutualismo e di solidarietà sociale come processo che deve attraversare la costruzione del conflitto e la proposta politica. Il tutto sintetizzato nel titolo della tre giorni: strumenti, azioni e conflitti per superare l’austerità.

Ci sarà anche della musica ed occasioni di socialità?
Si certo. A seguito di ogni tavolo di lavoro ci sarà un concerto con la possibilità di cenare grazie alla cucina allestita dal circolo Prc di Pomigliano.
Quali ospiti avete invitato?
Ci sono esperienze amministrative (sindaci e consiglieri dei comuni dell’area metropolitana), rappresentati politici, istituzionali e i movimenti sociali. Sarà presente tra gli altri la nostra Eurodeputata Eleonora Forenza, la nostra consigliera Elena Coccia, il Sindaco metropolitano Luigi de Magistris.
Non posso esimermi da alcune domande connesse alla fase politica. Lei, da Segretario del partito della Rifondazione Comunista, cosa pensa in materia di alleanze elettorali?
Parlare brevemente di questo argomento rischia di farmi scivolare su dichiarazioni spot. Mi piacerebbe affrontare il tema nel dettaglio. Il punto è la forza che esprimi. E’ in base a questa forza, di proposta e di relazioni sociali, che determini la qualità delle tue alleanze. Credo che il mio campo, la sinistra e i comunisti, si debbano preoccupare ora di costruire questa forza e non di bypassare il problema con cartelli elettorali alla vigilia delle elezioni. Insomma l’unità della sinistra è diventata una preghiera, una sorta di litania che muove in uno schema di relazioni solo tattico. I risultati di questo modello sono avanti agli occhi di tutti noi. Credo che ci sia la possibilità di attivare nuovi modelli di alleanze, alleanze sociali tese a ricostruire una base di riferimento, che hanno grande potenziale. Questo tipo di alleanze spesso vengono sacrificate sull’altare del ritorno in Parlamento. Io non ho tendenze extraparlamentari ma credo che nelle istituzioni si ritorni con la costruzione del consenso e con una tattica elettorale efficace. Il punto è ormai ci si occupa solo di tattica elettorale e strategie a brevissimo termine.
Ci racconta un punto di forza ed uno di debolezza dell’amministrazione arancione a Napoli città.
Luigi de Magistris ha la capacità di relazione con la gente e un lessico popolare associato ad una volontà di agire nell’interesse della collettività. Nel primo mandato sono numerosi gli atti che lo dimostrano. Oggi ci scontriamo con nodi importanti e con i continui attacchi dei poteri forti. Abbiamo bisogno di riprendere un percorso di ampia partecipazione e di riassumere un ruolo anche di conflitto con provvedimenti antipopolari messi in campo da Governo nazionale e Regione. Insomma dovremmo tornare a Roma coma Città, recuperare con più efficacia il percorso della città ribelle.

Cosa pensa dello spinoso tema dei campi ROM?
Certamente l’amministrazione ha dimostrato un senso forte di disponibilità all’accoglienza e alla comprensione delle problematiche che riguardano i cittadini Rom. D’altra parte non possiamo nasconderci che non siamo riusciti a trovare misure di contrasto all’emarginazione e alternative abitative ai dei campi. Su questo non c’è più tempo. I progetti faraonici degli anni passati e mai attuati vanno cambiati. Il modello d’integrazione non può essere lo stesso degli anni 90. Sul punto abbiamo presentato una nota articolata con alcune proposte.

Lei ha assunto anche il ruolo di assessore nel Comune di Arzano. Che idee ha per il territorio.
Arzano è un comune che viene da due scioglimenti e anni di “ordinaria” amministrazione commissariale che lascia il segno. Dobbiamo affrontare le emergenze e avere continua relazione con i cittadini ma dobbiamo anche programmare interventi strutturali. Oggi le priorità sono il riassetto del territorio sul piano urbanistico, la messa in sicurezza del sottosuolo, e il ripristino delle regole che tengono in vita una comunità di pari passo con la riattivazione di percorsi di cittadinanza in tutti i campi, dallo sporto all’impegno civico.
 Pur rivestendo un ruolo importante, lei è anche giovane e questo è un bene. Ci consiglia un libro ed un cd che reputa particolarmente interessante?
Ormai sono un diversamente giovane. Evito di stare sul classico e anche sui miei autori preferiti. Credo che faccia bene una sana lettura de “il matematico impertinente” di Odifreddi (nulla a che fare con la matematica), e di rilassarsi un po’ con Meet the Eeels – Essenzial Eels.