PINK FLOYD: Il cinquantesimo anniversario del primo viaggio interstellare della band

Mezzo secolo fa veniva pubblicato “The Piper At The Gates Of Dawn”, il primo disco dei Pink Floyd,  una porta verso il mondo della psichedelia ed un nuovo modo di percepire la musica ed il rapporto tra l’uomo e l’universo interiore ed esteriore.

La famosa band inglese iniziò come Pink Floyd Sound, appellativo proposto da Roger “Syd”Barrett, che aveva già scelto i nomi per i suoi due gatti rubandoli ai suoi bluesman preferiti: Pink Anderson e Floyd Council.

Syd è uno studente d’arte con l’hobby della pittura e si unisce in veste di cantate e chitarrista al gruppo musicale dei suoi amici Roger Waters e Bob Klose, rispettivamente bassista e chitarrista. Quando Klose, patito di jazz, lasciò il gruppo che riteneva avesse un sound troppo pop, i ragazzi cambiarono il nome semplicemente in Pink Floyd e diedero vita al loro disco di esordio con la formazione Barrett, Waters, Wright e Mason che avrebbe portato la band al successo.

“The Piper At The Gates Of Dawn” (Il pifferaio ai cancelli dell’alba) ruba il titolo a quello del sesto capitolo del romanzo per ragazzi “Il vento tra i salici” di Kenneth Grahame. Accolto dal pubblico con entusiasmo, il primo album dei Pink Floyd è stato apprezzato ed osannato dai critici contemporanei e postumi che l’hanno considerato seminale non solo per la musica psichedelica degli anni sessanta, ma anche per generi musicali successivi come la musica noise e quella indie.

Il disco attinge a piene mani dall’immaginario frenetico e visionario del pittore/cantante Syd Barrett e suona come un viaggio psichedelico che parte dalla terra per girarci attorno. Opera apripista della mania per lo spazio, anticipa di un anno “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick ed di ben sei anni l’alieno del rock Ziggy Stardust, la creatura androgina creata da David Bowie come proprio alter ego da palco.

L’album comincia con “Astronomy Domine”, un delirio elettrico spaziale che, in puro stile anni ’60, non perde il piglio melodico ed orecchiabile nonostante l’atmosfera ultraterrena.

Ma nel disco non c’è solo lo spazio, che tornerà come tema prepotente del capolavoro “Interstellar Overdrive”, un brano affilato e tagliente come quelli che si sentiranno solo 10 anni dopo con il punk. Nei testi c’è spazio per una bicicletta, uno gnomo, uno spaventapasseri, un gatto strano che accompagna una strega di nome Jennifer ed altre creature bislacche che affollano la mente creativa del giovane Barrett. L’edizione americana dell’album inoltre comprende il delizioso singolo “See Emily Play”, la storia di una ragazza con “la strana abitudine di prendere in prestito i sogni altrui”.

Personaggi poetici ed immagini fiabesche provenienti dalla fantasia e stimolate dall’acido lisergico che ha nella storia della band un posto d’onore in positivo ed in negativo: da un lato ha contribuito ad amplificare visioni e creazioni musicali e non dei Pink Floyd, dall’altro ha condotto Syd Barrett verso una condizione di psicosi cronica che l’ha costretto a ritirarsi dalle scene.

Nonostante la sostituzione con il brillante Dave Gilmour, che sarà il cantate dei Pink Floyd dal 1968 al 1995, Syd è rimasto un fantasma che ha aleggiato nella band per tutti gli anni a seguire, una presenza gravosa che è tangibile nelle canzoni a lui dedicate o ispirate come “Shine on you Crazy Diamond”, “Wish you were here” e la delicata e malinconica “Nobody’s home” in “the Wall”, in cui Syd viene ricordato per il suo spirito artistico e per le sue piccole abitudini come quella di segnare le sue poesie su un taccuino nero o quella di tenere un elastico attaccato alle scarpe per tenerle su.

Nell’immaginario collettivo Syd Barrett ha incarnato in pieno l’archetipo del genio folle e come il matto dei tarocchi, l’arcano maggiore senza numero che simboleggia il principio assoluto, ha regalato ad una delle band più famose ed importanti della storia, il necessario slancio creativo iniziale caratterizzandolo con uno dei dettami più preziosi della musica rock: quello di non avere limiti.

articolo scritto da Sara Picardi

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