Leggiamo con soddisfazione le parole che di seguito pubblichiamo. Speriamo siano la miccia che accende la discussione. Un punto di vista nel senso letterale, che non si arrende alla grande cecita’. Avendole lette non abbiamo avuto dubbi sulla loro notevole importanza in questa fase: adelante

Viviamo una congiuntura storica complessa. Ogni giorno uomini donne e bambini muoiono in quel cimitero liquido che e’ il mediterraneo. I flussi migratori devono essere governati solo da esigenze d’ impresa. Per il resto il genicidio in atto ci pare inesistente. Ogni giorno il modello capitalista devasta l’ ecosistema determinando un countdown verso l autodistruzione. Ogni giorno giovani precari si misurano col vuoto interiore determinato dal piu’ mostruoso dei sistemi di sfruttamento. L’ epilogo e’ drammatico. Una classe sociale frantumata e’ resa impotente. Imprigionata nelle gabbia dei social. Per chi non lo avesse ancora capito la parola chiave dei nostri tempi e’ ricomposizione. Lavorare su quello slancio che trasforma la classe in se’ in classe per se’. Leggiamo con soddisfazione le parole che di seguito pubblichiamo. Speriamo siano la miccia che accende la discussione. Un punto di vista nel senso letterale, che non si arrende alla grande cecita’. Avendole lette non abbiamo avuto dubbi sulla loro notevole importanza in questa fase: adelante

Se non ora, quando?

Le lancette della Storia tornano indietro. Il tempo sta per scadere.

Più di cento attivisti e attiviste si sono incontrati a Cassino (FR) per tre giorni di assemblee e tavoli tematici, confermando la volontà di organizzarsi e unire le forze con chiare finalità e metodi organizzativi.
Un salto di qualità oltre il coordinamento già praticato in questi ultimi anni in città, per una ricomposizione di chi oggi subisce gli effetti del regime neoliberista fatto di precarietà e povertà. Tutto ciò pensiamo debba avvenire su più fronti e livelli, partendo dall’unità su determinati obiettivi di lotta in grado di riunificare le condizioni materiali dei diversi settori di coloro che sono coinvolti, favorendone la reciproca riconoscibilità e l’identificazione della comunanza di interessi.

Il tema della povertà e della marginalità sociale ci sembra centrale oggi in una fase storica in cui si provano a mettere da parte le emergenze sociali per favorire speculazioni finanziarie, tutelando gli interessi di poche persone a discapito di tanti: questo può e deve essere un tema ricompositivo per la cornice che poco prima abbiamo provato a delineare sul tema.

Così come il preoccupante fenomeno della fuga di chi abita a sud verso altri lidi che in un contesto di precarietà simile garantiscono però una continuità di reddito maggiore, tutto in funzione di una ricattabilità maggiore all’interno del vasto mercato del lavoro europeo.

I nuovi “schiavi” oggi viaggiano spesso da sud a nord in cerca di “fortuna”, ma trovano invece ritmi precari più pressanti in cambio di pochi euro in più rispetto a come sarebbero stati pagati nel paese d’origine.
Noi dobbiamo assolutamente combattere per restare nella nostra città e costruirci qui un futuro da cui ripartire: con audacia e spirito di lotta.
Questo per noi è sicuramente un tema ricompositivo da cui ripartire e che riguarda in particolar modo la generazione più giovane che è presente anche all’interno dei nostri collettivi e piani vertenziali.

Per essere all’altezza del nostro tempo e dello scontro in atto c’è la necessità di un livello politico da raggiungere per delineare una soluzione realistica che tenga conto sia delle condizioni oggettive (crisi generale che viviamo e le ripercussioni particolari che assume nel nostro paese) sia soggettive (debolezza del movimento, crisi e ristrutturazione politica delle istituzioni in una fase di evoluzione del capitale). Un livello politico e organizzativo che sappia intervenire sia nella guerra interna (leggi speciali, chiusura delle frontiere, attacco alle condizioni di vita di tantissimi sfruttati) che nella guerra esterna (massacri indiscriminati, guerra, distruzione e avvelenamento della terra).

Per questo crediamo sia fondamentale lavorare nella direzione di una proposta politica ampia per confederare in ogni città le capacità organizzative, le forze militanti e simpatizzanti, le tante esperienze di organismi di base, come le assemblee popolari, i comitati e resistenze territoriali, quelle forze che provano a costruire nuove istituzioni dal basso. Non bastano i nostri “No” alla guerra, allo sfruttamento, alla precarizzazione del lavoro, ai licenziamenti, alle grandi opere, alla Tav, alle trivelle, agli inceneritori, al Muos, al Ponte sullo stretto, agli accordi internazionali come il Ttip, ai patti di stabilità e pareggi di bilancio imposti da organismi transnazionali non democratici, alla sottrazione di beni comuni e risorse pubbliche e alla privatizzazione di servizi pubblici come scuola, sanità, trasporti e beni primari, alla svendita del territorio e agli interventi emergenziali tramite commissariamenti straordinari, allo stato d’eccezione politico e tecnocratico. Tutto questo dobbiamo farlo convergere verso una visione politica, sociale ed economica più complessiva.
Aggredire il vuoto politico che c’è oggi nel paese, trasformarci da minoranza attiva a maggioranza potenziale per orientare e organizzare il nostro blocco sociale di riferimento per porlo sul terreno della trasformazione dello stato di cose presenti e sottrarlo dalla passività e dal disorientamento o ancora dal clima di xenofobia, razzismo, barbarie, miseria e guerra tra poveri e violenza che sta riportando le lancette della Storia indietro.

Tutti i nostri interventi, lotte, percorsi, vertenze e mobilitazioni devono confluire e determinarsi in un programma, in una proposta e concreta e in un’azione politica capace di parlare ai tanti lavoratori, disoccupati, precari, persone impoverite dalla crisi per tracciare insieme una strada e un orizzonte diverso dalla quello che ci circonda.
Pur rappresentando un pezzo significativo della nostra città non ci illudiamo di essere autosufficienti né di rappresentarne la totalità. La sfida è grande. Per questo dall’inizio del prossimo anno politico, settembre, costruiremo momenti pubblici di dibattito e confronto in questa direzione, invitando e coinvolgendo a in questo cantiere tutte le forze sociali e politiche interessate che vogliono confederarsi. Per farlo bisogna cominciare a rafforzare le date già in costruzione, per noi fondamentali.

1) La mobilitazione indetta dalla rete «Non una di meno» contro l’obiezione di coscienza il 28 settembre in tutte le città. In continuità con le mobilitazioni che hanno visto riempire le piazze di migliaia di donne e uomini per una società libera dal patriarcato.

2) Lo sciopero indetto dalle sigle sindacali di base per il 27 ottobre. Per incrociare le braccia e bloccare il paese, iniziando dai nodi centrali della valorizzazione e circolazione delle merci con la capacità di generalizzarlo e farlo vivere sui territori e nella metropoli.
Allo stesso tempo concentrarsi sulla necessità di tornare a mettere al centro la rivendicazione di un Reddito di base e incondizionato, contro il lavoro gratuito, per un salario minimo e un permesso di soggiorno slegato dal contratto di lavoro. Per questi motivi saremo interessanti alla costruzione di una grossa campagna nazionale sul Reddito di base, che possa essere un alternativa di rivendicazione per fasce subalterne del nostro paese rispetto al Reddito di inclusione del governo e della proposta truffa di reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle

3) Le mobilitazioni contro il G7 di questo autunno a Torino. Sull’onda delle centinaia di migliaia di persone che ad Amburgo hanno contestato il vertice della vergogna, evidenziandone la natura oligarchica e l’incapacità di intervenire al di fuori delle logiche di mercato.

4) Costruire iniziative e mobilitazioni partendo da Napoli. Per elevare il livello di scontro sociale e politico con lo scopo di non appiattirlo sul confronto con il piano amministrativo locale, non manchevole di limiti e contraddizioni, ma di direzionarlo “al piano di sopra”: contro patti di stabilità, pareggi di bilancio e debiti imposti dall’Unione Europea e dal governo nazionale.
Il vento che arriva dall’Argentina ci dice: «costruire sintesi e convergenza, senza preclusione al dibattito delle differenze». Noi condividiamo queste parole. Questa è la sfida, questo è il passo successivo. Altrimenti ognuno può credere di cambiare il mondo da solo, rimanendo del tutto incapace di incidere nei processi reali.

Le lancette della storia tornano indietro.

Non abbiamo tempo da perdere.

CAP – Centro Autogestito Piperno
Laboratorio NAssau
Laboratorio Politico Iskra
Bancarotta Bagnoli 2.0
Scugnizzo Liberato
Zero81 – Laboratorio di Mutuo Soccorso

 

 

PINK FLOYD: Il cinquantesimo anniversario del primo viaggio interstellare della band

Mezzo secolo fa veniva pubblicato “The Piper At The Gates Of Dawn”, il primo disco dei Pink Floyd,  una porta verso il mondo della psichedelia ed un nuovo modo di percepire la musica ed il rapporto tra l’uomo e l’universo interiore ed esteriore.

La famosa band inglese iniziò come Pink Floyd Sound, appellativo proposto da Roger “Syd”Barrett, che aveva già scelto i nomi per i suoi due gatti rubandoli ai suoi bluesman preferiti: Pink Anderson e Floyd Council.

Syd è uno studente d’arte con l’hobby della pittura e si unisce in veste di cantate e chitarrista al gruppo musicale dei suoi amici Roger Waters e Bob Klose, rispettivamente bassista e chitarrista. Quando Klose, patito di jazz, lasciò il gruppo che riteneva avesse un sound troppo pop, i ragazzi cambiarono il nome semplicemente in Pink Floyd e diedero vita al loro disco di esordio con la formazione Barrett, Waters, Wright e Mason che avrebbe portato la band al successo.

“The Piper At The Gates Of Dawn” (Il pifferaio ai cancelli dell’alba) ruba il titolo a quello del sesto capitolo del romanzo per ragazzi “Il vento tra i salici” di Kenneth Grahame. Accolto dal pubblico con entusiasmo, il primo album dei Pink Floyd è stato apprezzato ed osannato dai critici contemporanei e postumi che l’hanno considerato seminale non solo per la musica psichedelica degli anni sessanta, ma anche per generi musicali successivi come la musica noise e quella indie.

Il disco attinge a piene mani dall’immaginario frenetico e visionario del pittore/cantante Syd Barrett e suona come un viaggio psichedelico che parte dalla terra per girarci attorno. Opera apripista della mania per lo spazio, anticipa di un anno “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick ed di ben sei anni l’alieno del rock Ziggy Stardust, la creatura androgina creata da David Bowie come proprio alter ego da palco.

L’album comincia con “Astronomy Domine”, un delirio elettrico spaziale che, in puro stile anni ’60, non perde il piglio melodico ed orecchiabile nonostante l’atmosfera ultraterrena.

Ma nel disco non c’è solo lo spazio, che tornerà come tema prepotente del capolavoro “Interstellar Overdrive”, un brano affilato e tagliente come quelli che si sentiranno solo 10 anni dopo con il punk. Nei testi c’è spazio per una bicicletta, uno gnomo, uno spaventapasseri, un gatto strano che accompagna una strega di nome Jennifer ed altre creature bislacche che affollano la mente creativa del giovane Barrett. L’edizione americana dell’album inoltre comprende il delizioso singolo “See Emily Play”, la storia di una ragazza con “la strana abitudine di prendere in prestito i sogni altrui”.

Personaggi poetici ed immagini fiabesche provenienti dalla fantasia e stimolate dall’acido lisergico che ha nella storia della band un posto d’onore in positivo ed in negativo: da un lato ha contribuito ad amplificare visioni e creazioni musicali e non dei Pink Floyd, dall’altro ha condotto Syd Barrett verso una condizione di psicosi cronica che l’ha costretto a ritirarsi dalle scene.

Nonostante la sostituzione con il brillante Dave Gilmour, che sarà il cantate dei Pink Floyd dal 1968 al 1995, Syd è rimasto un fantasma che ha aleggiato nella band per tutti gli anni a seguire, una presenza gravosa che è tangibile nelle canzoni a lui dedicate o ispirate come “Shine on you Crazy Diamond”, “Wish you were here” e la delicata e malinconica “Nobody’s home” in “the Wall”, in cui Syd viene ricordato per il suo spirito artistico e per le sue piccole abitudini come quella di segnare le sue poesie su un taccuino nero o quella di tenere un elastico attaccato alle scarpe per tenerle su.

Nell’immaginario collettivo Syd Barrett ha incarnato in pieno l’archetipo del genio folle e come il matto dei tarocchi, l’arcano maggiore senza numero che simboleggia il principio assoluto, ha regalato ad una delle band più famose ed importanti della storia, il necessario slancio creativo iniziale caratterizzandolo con uno dei dettami più preziosi della musica rock: quello di non avere limiti.

articolo scritto da Sara Picardi

Un riflessione a mente fredda sui fatti di Amburgo: intervista ad Antonio Perillo di Rifondazione Comunista.

 A mente fredda vi proponiamo una riflessione  sui fatti di Amburgo  del dirigente di Rifondazione Comunista Antonio Perillo.

Ovviamente si tratta di una riflessione che esonda dai temi specifici assumendo i connotati di una analisi generale su cui val la pena soffermarsi:

 

Allora Antonio, ad Amburgo chi si è riunito e per decidere cosa?

Ad Amburgo si sono riuniti capi di Stato e di governo, con molti ministri al seguito, in particolare dei settori economici, dei 20 paesi più ricchi del pianeta. E’ una istituzione senza alcuna legittimazione democratica, non è prevista da alcun trattato dell’ONU o di altro tipo. Ha cominciato a riunirsi negli anni ’90, in parallelo con le riunioni del G7 e poi del G8. Il suo scopo dichiarato, lo si può leggere sul sito ufficiale, è l’armonizzazione dei vantaggi creati dal commercio internazionale e la distribuzione del benefici procurati dalla globalizzazione finanziaria. Un delirio. In realtà si tratta del luogo in cui i governanti pianificano uno sviluppo economico e finanziario a vantaggio delle élite che rappresentano. Negli ultimi 20 anni in fatti non vi è stata alcuna redistribuzione dell’enorme ricchezza prodotto dall’economia mondiale, ma un continuo drenaggio di denaro e risorse verso i paesi più ricchi e in particolare per le strutture economiche e politiche nazionali e internazionali che detengono il potere reale. La cosa più assurda è che ad Amburgo si è parlato di armonizzazione, di sviluppo, di ricchezze…un linguaggio orwelliano se si considera che sono 10 anni che il mondo versa in una grave crisi economica e in una moltiplicazione dei conflitti anche armati. In sostanza, ad Amburgo si è riunito il G20 per discutere di come perpetuare il potere, il dominio e lo sfruttamento da parte dei più ricchi del mondo a danno della parte più povera del pianeta e dei lavoratori dello stesso cosiddetto primo mondo.

Cosa propongono i manifestanti in alternativa?

Le manifestazioni che hanno accompagnato i vari vertici del G7, G8 e G20, fin dai tempi di Seattle (1999) e Genova (2001) hanno sempre ragionato di un altro mondo possibile. Un mondo basato non più sul profitto, ma sulla condivisione e la redistribuzione delle risorse, delle conoscenze, del potere. Io sono nato politicamente in quella stagione, a Napoli nella mattanza di piazza Municipio del 17 marzo 2001 (che fu il prodromo di Genova), e mi ci riconosco pienamente ancora oggi.
C’è da dire che quell’afflato “globale” che sembrava esserci nei primi anni 2000, nei forum sociali mondiali da Porto Alegre a Firenze, sembra esaurito. Come se non si percepisse quel “movimento dei movimenti”, come lo chiamavamo, come una forza politica mondiale in cui riconoscersi. Il NYT ci definì la seconda potenza mondiale, al tempo delle manifestazioni contro le guerre americane in Afghanistan e Iraq.
Ad Amburgo ho visto grande partecipazione ma anche grande rabbia. Ho ascoltato slogan molto duri, antagonisti.
E ho visto tante rivendicazioni, da quelle ambientali, a quelle “nazionali” come quella dei curdi, a quelle sindacali, a quelle più radicali contro il capitalismo. E forse meno consapevolezza “unitaria” come ricordo nei giorni di Genova e dei social Forum. Non so quanto questo possa essere una forza o una debolezza. Lo verificheremo nei prossimi appuntamenti di conflitto. Di certo è una novità, a partire dalla forte ripresa della mobilitazione contro questo tipo di appuntamenti. Non percepivo da tempo l’atmosfera che si respirava ad Amburgo in una settimana intera di momenti di lotta. A fronte, drammaticamente, della scarsità delle mobilitazioni nei recenti eventi del G7 in Italia, in ultimo a Taormina qualche mese fa.

L’Europa può essere lo spazio politico genetico di una nuova soggettività?

Direi che l’Europa è lo spazio minimo possibile. Ad Amburgo, che è uno dei porti più importanti dell’intera Europa, abbiamo partecipato a cortei che si interrogavano su come mettere in discussione i grandi flussi di merci e di capitali che proprio ad Amburgo trovano nel nostro continente un crocevia fondamentale. Al G20 si discuteva di come organizzare questi flussi sempre più in direzione del grande profitto delle poche aziende che li governano. La prepotenza della Germania in Europa si basa sulla sua economia votata alla grande esportazione, col vantaggio della moneta unica e dei bassi salari pagati ai lavoratori in relazione a profitti e produttività.
Bloccare per qualche ora, con un grande corteo pacifico, alcuni accessi al porto, come abbiamo fatto una delle mattine di Amburgo, ha voluto simbolicamente incarnare tutto ciò. Indice di una ripresa di consapevolezza, il movimento che si è palesato ad Amburgo ha ricominciato ad indicare la radice dei problemi, che è europea al suo livello più basso.
Se non si riuscirà ad organizzare un’agenda dei conflitti di livello almeno europeo in grado di mirare alla luna, non andremo molto lontano. Schiacciati dai meccanismi infernali che a livello nazionale stanno mettendo uno contro l’altro lavoratori garantiti e precari, precari e migranti. Cioè poveri contro poveri, facendo il gioco delle destre fasciste.
E’ un’impresa titanica, ma è l’unica strada che abbiamo davanti.

Come si sono organizzate le iniziative di contrasto al vertice di Amburgo?
Il G20 è stato incredibilmente organizzato ad Amburgo nel cuore della città, dove è presente storicamente un insediamento di forze della sinistra sociale, di movimento e antagoniste. Riunire i potenti del mondo fra i quartieri di Altona, Sternschanze e St. Pauli è apparsa da subito come una provocazione.
Molti degli scontri di cui abbiamo visto immagini e filmati si sono verificati nei pressi di strutture sociali da sempre frequentate da queste forze, che hanno, dal loro punto di vista, difeso il proprio territorio.
Come ho detto sopra, complessivamente mi è sembrata mancare un luogo unitario di coordinamento di tutte le iniziative di mobilitazione che sono durate un’intera settimana. Molto si è svolto nell’autonomia di gruppi grandi e piccoli. Spesso c’erano moltissimi cortei presenti in contemporanea.
La polizia ha da subito cercato di alzare la tensione attaccando i pochi spazi collettivi riconosciuti, come i campeggi autorizzati dove trovavano alloggio i manifestanti e la prima grande manifestazione unitaria, la “Welcome to hell” del giovedì sera. Ciò non ha fatto che rendere ancora più ingestibile una situazione già compromessa.
Il grande corteo del sabato mattina è l’unico che ha visto una organizzazione unitaria, dalle forze politiche come la Linke ai settori più radicali di movimento. Ed infatti si è trattato di un corteo enorme, oltre le 100mila presenze, e molto bene organizzato.

 Abbiamo avuto modo di vedere una repressione decisamente dura, tu stesso sei stato fermato. Ci racconti quest’esperienza?

Si è trattato di una esperienza dura e surreale allo stesso tempo. Indice di un cambiamento di fase, nell’implementazione dei meccanismi repressivi, che dovremo approfondire e studiare lungamente.
Ero in un gruppo di 15 compagne e compagni italiani a margine del grande corteo del sabato, appena terminato. Camminavamo in maniera rilassata in cerca di un posto in cui mangiare qualcosa. Siamo stati fermati mentre imboccavamo una strada presidiata da diverse camionette della polizia. Abbiamo subito pensato ad una seccatura, un’identificazione e magari molto tempo per poter essere lasciati liberi di andare a pranzare.
Invece lo scenario si è dimostrato subito più pesante. In pochi secondi, mentre estraevamo i documenti di identità, si sono materializzati oltre 20 agenti che hanno formato un cordone semicircolare chiudendo il nostro gruppo contro le mura di un palazzo. Siamo stati quindi perquisiti individualmente e lungamente. Qualcuno di noi era vestito di nero o di scuro, altri no. Non avevamo alcun oggetto atto ad offendere, né c’era alcun motivo per ritenerci coinvolti negli scontri che si erano verificati nei giorni precedenti. Dopo quasi un’ora ci è stato comunicato che eravamo in arresto in quanto soggetti potenzialmente pericolosi, a discrezione della polizia. Avevano un’intelligence, a loro detta, che dava in arrivo ad Amburgo gruppi di italiani intenzionati a partecipare ai riot nei quartieri caldi attorno alla zona rossa. Siamo stati arrestati, quindi, in maniera preventiva, senza accuse, senza prove e in quanto parlavamo italiano.
A questo scenario già grave e surreale in sé si aggiunga il fatto incredibile che nel nostro gruppo c’era Eleonora Forenza, parlamentare europea che si è immediatamente qualificata come tale agli agenti, in realtà all’unico che parlasse inglese, mostrando il suo badge del parlamento ed il passaporto di servizio. Eleonora era ad Amburgo come compagna e militante, ma anche per supervisionare le mobilitazioni nella sua veste di parlamentare, insieme a molti altri parlamentari europei e nazionali in particolare della Linke. Nessuno degli agenti ha creduto ad Eleonora né al console italiano ad Amburgo che Eleonora stessa ha avuto la prontezza di contattare in quei momenti e mettere in comunicazione con l’agente che sembrava guidare le operazioni. Anzi, molteplici sono state le risate in risposta ad Eleonora a me e ad altri compagni quando facevamo presente che una europarlamentare possiede un’immunità che non consente venga arrestata e detenuta in alcun modo.
A seguire, siamo stati arrestati formalmente e fatti salire su due camionette blindate della polizei, fornite ognuna di due celle. Abbiamo trascorso attorno alle 3 ore seduti in quel piccolo spazio. La parlamentare europea è stata detenuta in questo modo quindi per circa 4 ore complessive, cosa di cui abbiamo già chiesto conto formalmente, tramite il nostro gruppo parlamentare Gue/Ngl, alla presidenza del Parlamento Europeo e al governo tedesco.
Siamo stati quindi condotti presso una struttura detentiva messa su per l‘occasione del G20, la GESA. In sostanza, una grande struttura, forse un ex ipermercato, in cui erano stati posati dei container, dipinti tutti di bianco, a fungere da celle. Siamo stati perquisiti, nudi, fotografati e scortati da due agenti che ci tenevano duramente per le braccia e quindi depositati sul pavimento delle celle. Non c’era alcuna branda o sedia, solo il pavimento ed una stretta panca. Per 24h circa sono stato tenuto quindi per terra, con l’ausilio di una sola sottile coperta. C’era un pulsante per richiedere l’intervento dei secondini. I bagni erano esterni e si veniva accompagnati lì dai soliti due agenti, uno a tenere il mio gomito sinistro, l’altro a torcere il polso destro. I due agenti quindi perquisivano, chissà perché, le loro toilet e ci sorvegliavano, porta aperta, mentre le usavamo. (All’esterno, incredibilmente, due guardie donne scortavano al bagno anche Eleonora, che pure era stata rilasciata all’arrivo alla Gesa in virtù del suo status da parlamentare).
Stesso metodo per i “pasti” che ci hanno portato. Abbiamo mangiato a vista di due guardie che non potevano evidentemente lasciarci strumenti pericolosi come forchette e coltelli di plastica.
Il tutto ci è parso da subito un meccanismo di intimidazione, evidentemente esagerato per persone fermate senza alcun tipo di accusa o di prova.
Personalmente, pur avendo telefonato al legal team che assisteva i manifestanti, non ho avuto in quelle ore la possibilità di parlare con alcun avvocato, investigatore o giudice. Sono soltanto stato svegliato alle 3 di notte circa per parlare con una interprete, che mi ha soltanto ripetuto, traducendo ciò che diceva una poliziotta, che ero detenuto perché ritenuto pericoloso in quelle giornate caratterizzate da scontri di piazza, in virtù di una norme che consente un fermo anche lungo senza alcuna prova o anche accusa. Alla mia domanda “perché sarei pericoloso?” hanno risposto dicendo che la polizia non era obbligata a fornire spiegazioni.
Le ore sono passate, grazie soprattutto alla compagnia di un compagno italiano e di un simpatico anarchico spagnolo che dividevano la cella con me. E siamo stati fatti uscire alle 18 circa del giorno successivo, la domenica, sempre senza ricevere alcuna spiegazione. All’esterno, per tutta la notte precedente, Eleonora aveva cercato in tutti i modi di intervenire, anche grazie al console italiano. Senza alcun esito, anzi venendo minacciata in più occasioni di essere portata fuori con la forza dalla zona dell’ingresso della Gesa.
In tutto ciò, nessuna solidarietà o notizia o comunicazione è giunta dalle autorità italiane. Se si esclude il prezioso contributo del console italiano ad Amburgo. Vi sono ancora 6 compagni italiani detenuti, dopo oltre 2 settimane, anche loro con accuse deboli o debolissime. E non è volata una foglia italiana contro il potente e ricco alleato tedesco. Tutto ciò è vergognoso. Giovedì 27 siamo stati in piazza all’ambasciata tedesca a Roma per chiedere l’immediato rilascio dei 6 italiani. Con la rabbia data dalla consapevolezza che questo livello di repressione del dissenso è diventato ormai normalità, tanto da non diventare nemmeno notizia sui media quando ci sono dei connazionali dietro le sbarre.

Più in generale, anche i giornali conservatori tedeschi hanno criticato la gestione della sicurezza nei giorni del G20 ad opera di Hartmut Dudde, il capo della polizei di Amburgo. Una escalation delle violenze che ha portato a centinaia di feriti fra genti e manifestanti e che probabilmente, nel giorno della manifestazione del sabato, ha dato il via ad una politica di arresti preventivi anche ad uso politico e mediatico.
Oltre la globalizzazione e la gestione neoliberista della crisi all’insegna dell’austerità, abbiamo un altro moloch da abbattere, ovvero la torsione autoritaria sulle nostre vite e sul nostro diritto a dissentire e a manifestare.

Che prospettive ha, secondo la tua impressione, questo enorme movimento?

Non è certamente semplice da dire. Noi arrivavamo ad Amburgo con negli occhi le magre mobilitazioni italiane contro il G7 e ancora prima contro la presenza dei capi di Stato a Roma per l’anniversario dei trattati europei nel marzo scorso. Abbiamo visto invece una partecipazione massiccia e diversificata, radicale. Non interessata a chiedere udienza, o “dialogo”, o a consegnare letterine di intenti ad una istituzione antidemocratica come il G20 (triste deriva degli ultimi anni di forum sociali), ma a metterne in discussione alla base la legittimità. Noi possiamo fare senza di voi, questo il messaggio. Non so dire se si tratta di un nuovo inizio di mobilitazione a livello europeo e globale, noi lavoreremo per quello. Ma di certo è il minimo indispensabile per ripartire in quella direzione.