GEORGE A.ROMERO: Cosa ci ha lasciato in eredità il Signore degli Zombie

Il 16 luglio di quest’anno, George A. Romero è morto a causa di un tumore, pare sia andato via serenamente ascoltando la colonna sonora di “Un uomo tranquillo”, un film di John Ford particolarmente caro al regista newyorchese. Poco dopo la diffusione della notizia, i social network sono stati invasi da status ironici relativi all’imminente ritorno di Romero in versione zombie. Non c’è da stupirsi dato che è inevitabile, sia per i fan che per le persone comuni, associare il regista al cliché più utilizzato nel suo cinema: il morto che ritorna.

Quest’immagine spettrale è presente da secoli nelle culture di tutto il mondo ma la concezione moderna del morto vivente è stata plasmata proprio sul modello rappresentato da Romero nei numerosi film che ha dedicato a questa figura. L’eredità che il regista ha lasciato al mondo infatti non si limita ad una manciata di film spaventosi fini a se stessi ma risiede piuttosto nello sfacciato uso simbolico che Romero ha fatto di questo tipo di mostri. L’uomo nemico dell’uomo, l’uomo asserragliato che difende se stesso ed il proprio gruppo dai diversi, dagli invasori, dagli aggressori, l’uomo che non si confronta con entità ultraterrene ma con altri uomini diversi ed allo stesso tempo simili a ciò che siamo tutti.

Ma Romero non è il primo autore nel mondo del cinema ad aver utilizzato la figura del morto vivente in senso allegorico. Già nel lontano 1932 nel capolavoro “L’isola degli zombie”, ambientato ad haiti, gli zombie sono degli uomini privi di volontà, degli schiavi assoggettati al volere del negromante “Legendre” interpretato da Bela Lugosi, che usa le arti magiche per sfruttare gli haitiani ed ottenerne un tornaconto. Riprendendo alcune tematiche già presenti ne “Il gabinetto del Dottor Caligari”, la storia è una chiara denuncia alla schiavitù ed allo sfruttamento ed è di fatto la prima pellicola che porta sullo schermo la figura dello zombie.

Trentasei anni dopo, Romero, nato nel Bronx da padre cubano e madre statunitense, regala al mondo un film in cui porta per la prima volta i non morti sullo schermo (la parola “zombie” non sarà mai utilizzata nel film). In netto contrasto con gli standard dell’epoca, l’eroe de “La notte dei morti viventi” è Ben, un afroamericano che si troverà a scontrarsi non solo con i mostri che cercano di penetrare nella cascina in cui si è rifugiato assieme ad altri civili, ma anche con gli umanissimi compagni di disavventura che durante il film si rivelano spesso ottusi ed incapaci di gestire la situazione. Unico superstite di una notte da incubo, Ben sarà ucciso al mattina da una squadra di soccorso che gli spara da lontano, scambiandolo per un non morto. Un finale imprevedibile, amaro e significativo che ha conquistato il pubblico nonostante la pellicola sia stata girata con un budget decisamente basso. La carriera del regista subirà un’unica variazione verso il genere della commedia con il secondo film, per poi proseguire a senso unico nel mondo dell’orrore tra streghe e vampiri, fino a ritornare esattamente dieci anni dopo il film d’esordio a confrontarsi con i mangia cervelli. “The Dawn of the Dead” (distribuito in Italia semplicemente come “Zombie”, ma conosciuto da molti come “L’alba dei morti viventi”, traduzione del titolo originale) alza il tiro rispetto al primo film. La società è al collasso, il fenomeno degli zombie è diventato incontenibile. L’ambientazione del film sembra rispecchiare il declino sociale degli anni ’70 in cui la crisi energetica, l’inflazione e le paure riguardanti la crisi petrolifera sono all’ordine del giorno. L’esigua quantità di benzina a disposizione dei protagonisti del film è un tema dominante e che caratterizza tutto l’andamento della trama: i protagonisti sono anche questa volta un gruppo di superstiti che cerca di scappare degli zombie in elicottero e che a causa della scarsità di carburante è costretto ad atterrare sul tetto di un centro commerciale che diventa il quartier generale del gruppo. Clichè che dopo il film sarà riutilizzato fino alla nausea e che ancora una volta richiama una serie di riflessioni che vanno oltre l’intrattenimento: rifugiarsi nei centri commerciali per tirare avanti e sopravvivere è ciò che fanno tante famiglie che non riescono più a trovare luoghi di incontro migliori dei supermercati e mega negozi per condividere dei momenti felici e l’ammonimento nel film è evidente: una felicità di questo tipo può durare ben poco prima di trasformarsi in quegli stessi mostri da cui si tentava di scappare. Passando attraverso collaborazioni prestigiose con altri maestri del terrore come Stephen King e Dario Argento, la carriera di Romero è andata avanti fino al 2009 ritornando periodicamente sul tema morti viventi, mentre nel corso degli anni, chiunque decidesse di confrontarsi con i morti che ritornano è stato costretto a confrontarsi con Romero, Signore del regno degli zombie. Numerosi i tributi ed i remake della produzione cinematografica del regista, che si chiude come si apre, con un film dedicato ai non morti. “The Walking Dead”, la pedante serie televisiva ormai giunta all’ottava stagione, ha spesso citato Romero senza che gli sceneggiatori siano stati in grado di rendergli realmente omaggio con un prodotto significativo.

Ma l’influenza romeriana riesce ad andare oltre il mondo dell’immaginazione ed insinuarsi in maniera brillante nella vita di tutti i giorni, ne è un esempio la protesta per il G20 ad Amburgo, ad inizio luglio, in cui i manifestanti si sono presentati ad un corteo contro i potenti della terra travestiti da zombie grigi ed hanno sfilato verso Burchard Platz ciondolando come morti viventi per due ore, una marcia che si è conclusa con un lieto fine colorato, in cui i “non vivi” si sono pian piano svestiti degli abiti grigi ed hanno concluso la protesta in un tripudio di vitalità. Un’azione dimostrativa che è riuscita nel suo intento: quello di attirare l’attenzione con una performance non violenta che vuole restituire dignità agli individui.

Alla luce di questo possiamo affermare che, in qualche modo, ciò che ci è rimasto di Romero è effettivamente uno zombie, la visione dello zombie come mostro che terrorizza perché parte di noi, l’allegoria perfetta di una società allo sbando dove si tenta di sopravvivere, in lotta l’uno contro l’altro, trovando consolazione nei centri commerciali, trovando rifugio nella propria casa o nella propria auto isolandosi dal pericolo che percepiamo, sempre e comunque, solo come esterno a noi stessi.

articolo di Sara Picardi

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