Pubblichiamo alcuni contributi sul dibattito che negli scorsi giorni ha animato molti attivisti. Riteniamo, ed in questo senso lavoreremo, che sia una idea improcastinabile quella di convocare un’ assemblea cittadina che ponga all ordine del giorno i temi che da questo dibattito sono emersi:

 

Un tentativo di analisi

 di Giuseppe Aragno

E’ una domanda che non si può più ignorare: l’anomalia Napoli è ormai al capolinea? Sono in molti a pensarlo tra quanti ne sono stati protagonisti, sia pure marginali e perciò fanno pesare il voto e alzano la posta per un consenso che non è leale. Ci sperano in tanti, soprattutto quanti vedono in questi anni napoletani una minaccia per camarille e comitati d’affari che prosperano all’ombra delle maggiori forze dalla destra: il PD e Forza Italia.
Ci sono dati incontestabili che hanno conseguenze immediate – negarlo sarebbe inutile e controproducente – e si riassumono in una oggettiva e crescente difficoltà di dare risposta a bisogni che fanno capo a diritti costituzionalmente riconosciuti: la sanità pubblica praticamente cancellata, i tagli pesanti ai servizi sociali, i trasporti pubblici vicini al collasso, l’emergenza abitativa, la marginalità delle periferie. Sullo sfondo, gli elementi storici caratteristici della società senza diritti figlia del neoliberismo: lavoro nero, disoccupazione, sfruttamento selvaggio dell’uomo sull’uomo, precarizzazione della vita, crescita devastante del disagio mentale. In prospettiva, ma in tempi tutt’altro che lunghi, la cancellazione delle realtà produttive, la riduzione di fatto a realtà coloniale, in cui la metropoli diventa “città di consumi” e campo di battaglia di una guerra tra i poveri da cui vengono fuori solo sconfitti.

Tutto questo, però, che non chiama in causa l’Amministrazione della città, costretta a “fare le nozze con i fichi secchi”, ha naturalmente un “prima” e un “dopo”. A monte c’è l’Europa dell’ingiustizia sociale e del razzismo, con le regole imposte dal capitale e la riduzione a colonia dell’Italia e della Grecia, equivalenti a una sorta di Libia dell’Unione, area di parcheggio della disperazione che rompe gli argini. Anche qui, sullo sfondo, la gabbia di accordi paralizzanti: fiscal compact, pareggio di bilancio, patto di stabilità, armi che sanciscono una velenosa priorità dell’economia rispetto alla politica e costringono i governi nazionali a scaricare sugli Enti locali le conseguenze delle politiche di “austerità” e gli effetti dell’ingessatura dei bilanci. Renzi prima, Gentiloni poi, hanno utilizzato, come strumento bellico l’erogazione dei già miseri fondi,praticamente negati agli avversari politici.
Se questa è la situazione a monte, si capisce perché a valle l’Amministrazione di Napoli, gravata dall’ennesimo, pesantissimo debito, che non ha contratto ma deve saldare, diventa il bersaglio di mille proteste. Nei movimenti, l’obiettivo politico diventa sempre più quello di “far esplodere le contraddizioni da un punto di vista di classe”. Così, per esempio, si è scelto di occupare Palazzo San Giacomo per il problema del disagio abitativo. In realtà, spazio per il confronto ce n’era, come hanno dimostrato l’incontro successivo e l’apertura di un tavolo di confronto. Resta il fatto che si è voluta rompere una prassi, negare un  metodo, mettere da parte un patto non scritto. Una scelta che rischia di silurare quel “modello Napoli”, del quale i movimenti stessi sono stati coprotagonisti. Non c’è dubbio: la scelta è figlia di ragionamenti politici in linea con la storia e la tradizione dei movimenti. Produrrà risultati apprezzabili? E’ molto difficile che accada. Di certo, però, c’è che intanto agevola il gioco di chi punta a liberarsi di un’Amministrazione che non si è allineata.

Esistono vie di uscita? Sostanzialmente ce n’è una sola, ma non può essere di tempo breve: quella che vede l’Amministrazione assediata tornare su posizioni di rottura e “disobbedienza”, legittimate dalla volontà di stare nei binari della Costituzione, che ha la netta prevalenza sulle leggi ordinarie, nonostante le gravi manomissioni al testo costituzionale volute da un Parlamento la cui legittimità è molto discutibile. Una via che richiede una maggioranza compatta, che ti segua e non ti lasci per strada. Se l’agitazione di piazza non diventerà una regola – un bersaglio ben più comprensibile c’è ed è la Regione – ci sarà tempo per mettere ordine, consolidare la maggioranza e sfidare gli eventuali opportunisti.
Intanto, uscire dalla realtà locale, guardarsi un po’ intorno e riflettere su ciò che accade non farà male a nessuno. Basterà fermarsi per un attimo sulla sorte di un giornalista, Marco Lillo, sottoposto a perquisizione domiciliare e al sequestro del cellulare. Il reato? Ha colpito il potere di Renzi e il suo familismo amorale. Chi aspetta il manganello e l’olio di ricino, per parlare di crisi della democrazia, invecchierà nell’attesa. Il fascismo moderato di Minniti è più che sufficiente a fare terra bruciata del dissenso, mentre una domanda è lì che si pone inascoltata e non trova risposta: a chi conviene massacrare la “città ribelle”?

 

Alfonso De Vito :  Professore lei pone degli interrogativi importanti e non so essere breve nell’esprimere la mia opinione a riguardo. Però alcune cose voglio dirle, con un’inevitabile premessa. La contestazione di ieri della campagna per la casa di cui faccio parte è stata forse il primo calcio vero che abbiam dato a Luigi De Magistris in questi anni. E’ accaduto dopo circa due anni di grande inconcludenza sulle politiche dell’abitare che ci hanno asfissiato e inesorabilmente impantanato in una sorta di danza immobile anche nei percorsi vertenziali, per non parlare dei passi indietro e dei fallimenti di quei progetti che esprimevano una visione più larga come quelli inerenti il welfare comunale per l’emergenza abitativa. Del resto prima della nascita di questa nostra esperienza che ha molti limiti e organizza appena qualche centinaio di persone ma ha cercato di non limitarsi mai a tematiche esclusivamente corporative, un minimo dibattito sul diritto all’abitare era totalmente scomparso dall’agenda cittadina se non per la specifica, per quanto importantissima, vicenda delle vele di Scampia. Eppure i dati ormai storicizzati di questo disastro sociale in città sono impressionanti. Sia per il diritto all’abitare sia per la “qualità” dell’abitare, elementi imprescindibili per qualunque ipotesi di cambiamento sociale. Consiglierei a tutti di farsi un giro almeno nelle dodici strutture da riqualificare individuate dalla delibera 1018 (rimasta finora sulla carta dopo tre anni): in diverse tra queste ci sono condizioni di vita indegne. Quando ci chiediamo perchè fasce crescenti di popolazione sembrano autoescludersi dalla dinamica democratica è anche in queste radiografie che bisogna cercare le risposte.
Sul merito dell’empasse e dell’inconcludenza non vado in dettagli che sono quasi imbarazzanti (per l’amministrazione, mi creda) ma le assicuro che la radice di queste difficoltà non sono solo nell’accerchiamento istituzionale, nei tagli e nell’austerità ma anche nell’impressionante e durevole viscosità della macchina amministrativa e della microfisica degli interessi che la ingolfa, sopra la quale prova a galleggiare la disponibilità al dialogo e al confronto che nessuno può negare alla giunta De Magistris. In queste condizioni qualunque esperienza di lotta sociale che non abbia completamente perso la sua autonomia a un certo punto deve reagire o implodere. Sia dal punto di vista degli interessi sociali che vi si rappresentano sia da quello, altrettanto importante, dei processi di soggettivazione delle persone coinvolte che altrimenti ri-scivolano semplicemente nella disillusione e nel cinismo. Quando proprio il Sindaco ha chiesto il perchè della contestazione, malgrado la disponibilità già espressa due giorni prima a incontrarci dopo un’altra iniziativa di protesta, non abbiamo potuto far altro che ribattere che dimenticava mesi di impegni assunti e puntualmente mancati e che noi siamo una campagna per il diritto all’abitare non una campagna “per ottenere tavoli al comune”. Quindi era evidentemente entrato in crisi un nesso di credibilità, per ricostruire il quale ognuno doveva lavorare secondo il suo ruolo e responsabilità.
Non abbiamo certo interesse o intenzione di puntare a destabilizzare per chissà quale principio ideologico o per astratto “antagonismo” quest’esperienza amministrativa politicamente singolare e culturalmente avanzata nel deprimente quadro italiano. Un’esperienza con cui pensiamo, nella nostra specifica dimensione, di esserci dialettizzati sempre con interesse e con onestà intellettuale. Ma pensare che a indebolirla sia la protesta e non le condizioni che la producono, specie quando queste incancreniscono, è un pò come guardare al dito invece che alla luna. E quindi finire forse col farsi le domande sbagliate, quelle meno scomode. Detto questo condivido che la contraddizione sta nella difficoltà a portare il conflitto sociale al piano di sopra, non parlo del piano autentico e sovranazionale della sovranità neoliberista, ma nemmeno a quello governativo e perfino regionale che pure dal punto di vista delle risorse e delle responsabilità istituzionali ha ben altro rilievo anche sul diritto alla casa. Del resto è una fase storica in cui le composizioni sociali che le realtà come la nostra organizzano (nell’ambito del proletariato e sottoproletariato urbano) sono minoritarie, frammentate e sembrano socialmente in ritirata, quando non proprio soggettivate su un terreno reazionario dalla crisi e dal vento xenofobo. (Una difficoltà che mi pare riguardi tutti). Credo che l’attuale calo di consenso del sindaco, piuttosto che sui servizi sociali ai più deboli alla cui mancanza ormai questa città è purtroppo storicamente abituata, si misuri piuttosto sui servizi socialmente trasversali: trasporti e rifiuti. La città appare in un momento di stasi, con la sola eccezione del turismo, motivo di orgoglio forse un pò ingenuo dopo gli anni dello shock munnezza, il cui flusso di valorizzazione restituisce però quasi nulla agli interessi pubblici (che neanche si sono organizzati in tal senso) producendone invece diversi effetti distorsivi cui pure lei accenna (compreso il mercato delle locazioni sempre più drogato dall’offerta alberghiera defiscalizzata e dal finto B&B).
Perciò questa retorica e perfino la dicitura della città ribelle mi pare ormai insostenibile e rischia di diventare controproducente (anche per il sindaco stesso che pure ha fiuto e qualità di fenice) quando si scontra con la realtà di un autobus di periferia che non passa mai. Delle due l’una: se deresponsabilizziamo De Magistris in nome dell’esproprio di sovranità e di risorse economiche alla democrazia locale, strozzata dai dispositivi di austerità, allora è poco materialistico pensare che questa consiliatura possa essere volano centrale, in una dialettica up-down con le esperienze di movimento, di cambiamenti addirittura radicali nella città. Dico questo pur riconoscendo tutto il suo coraggio sperimentale su alcuni temi come i beni comuni, la valorizzazione delle azioni dal basso, la capacità di tenersi lontano dalle retoriche xenofobe, il tentativo di resistenza sulle privatizzazioni. (Tentativo che però pare sempre più velleitario). Mi pare utile chiedersi se anche questa retorica dell’autonomia autoproclamata, dell’esodo dal ricatto dell’austerità, non sia stata una falsificazione che ha pur’essa nuociuto sia alla capacità dei movimenti di organizzare un conflitto sociale capace di aggredire il “piano di sopra” di cui si parlava prima, sia al sindaco nel tenere un’iniziativa politica non imbalsamata dalla necessità di apparire insieme assediato ma rassicurante sugli esiti certi della “rivoluzione napoletana”. Impressionante che i circa quattrocento milioni di euro di avanzo non vincolato della città metropolitana, puro ossigeno in una realtà come la nostra ma bloccati dalle leggi sul bilancio, non siano diventati uno scandalo permanente nell’agenda setting della pubblica opinione, oggetto di iniziativa politica più continuativa dei movimenti ma anche, su altri terreni, dell’attività politico-istituzionale del sindaco.
Meno di due anni fà l’allora assessore Palma assicurò che secondo le sue interpretazioni sarebbe stato l’ultimo bilancio in regime di predissesto, mentre mai come oggi si sta come d’inverno sugli alberi le foglie, con gli ispettori della corte dei Conti impiantati al primo piano di Palazzo San GIacomo. Roba che Tsipras sta meno assediato. Dirci che sono agenti al servizio del Pd, che la riemersione di debiti ultradecennali è quanto meno sospetta oltre che iniqua, basta a dissipare il peso politico di previsioni cosi determinanti e palesemente inadeguate!?
Ritengo ci siano molte cose su cui interrogarsi, compreso su quale sia il blocco sociale effettivo di riferimento di questa esperienza e quali gli effetti degli equilibri politico-amministrativi su cui si regge: davvero tutte le “consorterie” sono rimaste fuori!?
Non ho le risposte in tasca e sono consapevole che la contraddizione più importante riguarda direttamente anche noi e non solo De Magistris, sulla capacità di sfruttare determinati spazi politici in chiave propulsiva e non auto-perimetrante, anzi sento l’esigenza di un dibattito pubblico all’altezza. Purchè il confronto parta da un esame di realtà e l’esigenza di condividere una visione non sconfini negli slogans e nella mitopoiesi.
L’esperienza delle assemblee degli abitanti, della democrazia diretta, della cessione di sovranità verso il basso, è in apparenza una chiave importante, in queste condizioni di contesto, per stimolare un processo organizzativo delle composizioni popolari, ma sono rimaste, almeno per ora, in dimensioni o embrionali o transitorie. L’inadeguatezza soggettiva e le divisioni dei pezzi di movimento esaurisce la spiegazione!? Eppure so benissimo anch’io che questi anni di laboratorio napoli hanno seminato così tante esperienze che è difficile non immaginarne ricadute e potenzialità. Ma attenzione a non addormentarsi e a non silenziare, sull’altare della difesa della “città ribelle” (o della paura di quello che ringhia fuori dalla finestra, Pd, forza italia ecc), tutto quanto è stridente con questa etichetta, dal rom indecoroso che non si sa dove collocare al sottoproletario scassacazzo e senzatetto a cui non si può trovare una risposta. C’è il rischio di scoprire che è un cerchio sempre più escludente e privilegiato…

 

Giuseppe Aragno:  Caro Alfonso, non ti darò la risposta lunga e articolata che meriterebbe il tuo intervento puntuale e per tanti versi condivisibile. Non sarebbe possibile farlo qui. Una cosa la dìco: a me sembrerebbe molto utile e augurabile proseguire questa discussione di persona. Ho grande rispetto per il lavoro che fate e sono d’accordo cnn te sulla necessità di giungere a una grande assemblea pubblica per la quale credo che occorra un lavoro serio di preparazione. Di questo, se ti pare utile, vorrei discutere con te appena possibile.

 

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