LE BIRRETTE: La band ska tutta al femminile che da Bologna è arrivata alla Giamaica

Domenica 30, il lido “Dum Dum Republic” di Paestum, in provincia di Salerno, ospiterà il concerto di una delle band più originali nel panorama musicale italiano del momento, “Le Birrette“, da Bologna.

Il gruppo vanta ben 10 elementi tra voce, strumenti a fiato, coriste, chitarra, sessione ritmica e tastiere, tutti tasselli fondamentali per ricreare un sound ska con influenze roots reggae e soul.

Ho fatto una chiacchierata con Anna, la cantante, per scoprire la loro biografia e farmi raccontare del loro viaggio in Giamaica:

Raccontami com’è nata la band…

Abbiamo iniziato alla fine del 2014 ed è stato una sorta di esperimento, eravamo 4/5 amiche appassionate di ska, rocksteady, reggae, io avevo già esperienza come cantante con una band di musica soul.

Il gruppo è nato senza pretese e senza aspettarci nulla, dopo le prime prove ci siamo rese conto di essere cariche ed abbiamo cercato altre persone da coinvolgere nel progetto.

Avete cercato solo ragazze oppure il fatto che sia venuta fuori una all girl band è stato casuale?

Abbiamo scelto di formare una band al femminile un po’ per sfida, un po’ perché non esistono band italiane di sole donne nel nostro genere.

Ho visto delle vostre foto in Giamaica, come siete arrivate lì?

Abbiamo aperto alcuni concerti di gruppi ska storici qui in Italia, tra cui gli Skatalites che si sono innamorati musicalmente di noi e ci hanno procurato dei contatti per partecipare ad un festival itinerante in Giamaica che è durato una settimana.

Quali sono i posti che avete avuto modo di visitare?

Siamo state a Runaway Bay che è a nord ovest, poi a Ocho Rios ad est, alle cascate di Somerset Falls ed infine a Kingston.

Che effetto vi ha fatto proporvi nella patria del vostro genere musicale?

Eravamo emozionate ma è stato stupendo perché abbiamo avuto l’opportunità di visitare i posti che avevamo sempre sognato e conoscere gli artisti che non avremo mai pensato di avere modo di incontrare di persona. Le persone sono gentilissime, c’è musica dappertutto ed i paesaggi sono eccezionali e ci hanno accolte a braccia aperte.

Nel passato il Rastafarianesimo ha rappresentato, in Giamaica e non, una nobile rivendicazione identitaria delle radici africane, si tratta di una cultura in cui la musica è un mezzo per veicolare dei messaggi, anche religiosi. La critica che veniva mossa spesso nei confronti di questa filosofia è che fosse molto maschilista, pensi che sia vero?

A parte il musicista Ken Boothe, non abbiamo conosciuto molti Rastafariani, attualmente nell’isola ci sono molti cattolici e solo piccole comunità si interessano al Rastafarianesimo. Per quanto riguarda la nostra band, abbiamo sempre evitato testi Rastafariani proprio perché sono spesso misogini.

Alcuni tra quelli che hanno visitato la Giamaica come turisti, si lamentano del fatto che le città sarebbero pericolose per i bianchi, voi che avete visitato il posto come musicisti piuttosto che turiste, che impressione avete avuto?

Le persone del posto sono un po’ ostili verso il classico turista bianco viziato. Il nostro approccio è stato completamente differente: abbiamo socializzato con i ragazzi del posto, senza trincerarci in autobus turistici, alberghi e resort di lusso. Come in qualsiasi altro posto, l’importante è essere prudenti ed in questo senso ci siamo tenute alla larga della Downtown di Kingston che praticamente abbandonata ed in mano alle bande.

Qui in Italia invece com’è la scena musicale bluebeat?

Suoniamo spesso in giro, c’è una certa attenzione e curiosità riguardo il nostro genere anche da parte di chi non lo ascolta abitualmente. Nell’ultimo anno sono nati altri 3/4 gruppi ska italiani, mentre fino a poco tempo fa c’erano solo the Bluebeaters e pochi altri.

Avete già registrato un disco?

Abbiamo registrato un 45 giri a due tracce: “Mr.A”, che è un brano inedito da cui è stato tratto un video (che potete vedere qui sopra) ed abbiamo rimaneggiato un pezzo storico giamaicano “Sattamassagana”, su cui abbiamo adattato un testo di Ella Fitzgerald che si chiama “Blue Skies”. Ad ottobre ci dedicheremo a registrare un disco con dieci tracce.


Ed i vostri testi di cosa parlano?

Anche in questo ci siamo un po’ ispirate ad i nostri miti d’oltreoceano, testi politici, testi d’amore… un po’ di tutto.

Siete tutte fan della musica giamaicana o ci sono alcune di voi che provengono da generi musicali differenti?

Io sono un’amante del jazz e del soul, la chitarrista e la bassista sono appassionate di punk e rock, siamo tutte diverse ma accomunate dalla passione per la musica ska.

Quale album consiglieresti a chi non conosce la musica giamaicana?

Sicuramente le compilation dello Studio One perché racchiudono tutti i brani più importanti del genere: ska, rocksteady, reggae, funky. Lì c’è tutto.

articolo di Sara Picardi

Dire legalità, agire razzismo: gli sgomberi dei campi rom

 

Gli sgomberi dei campi rom a Napoli hanno colpito negli ultimi tempi quasi tutti i territori e gli insediamenti cittadini, da Ponticelli e Barra lo scorso anno, a Via delle Brecce a Gianturco pochi settimane fa (parte di quegli abitanti si trova oggi presso l’Ex Manifatutra Tabacchi, ancora senz’acqua in quanto ‘illegale’) fino all’ultimo, in ordine cronologico, di Via Cupa Perillo a Scampia, dove lo scorso 17 luglio è stata notificata a circa 700 persone, che vi abitano da 30 anni, l’ordinanza della Procura della Repubblica che prevede la liberazione dell’area entro l’11 settembre.
Oggi nei fatti l’Assessorato alle politiche sociali del Comune non consente alla popolazione rom del territorio cittadino né il diritto all’abitare, né un posto in cui stare e neppure un luogo in cui rifugiarsi nell’attesa che la politica trovi soluzioni a problemi che evidentemente non comprende del tutto, almeno stando ai risultati ‘raggiunti’ quali il campo-container di Via del Riposo.
La violenza, silente o esplicita, di queste operazioni di forza a tutela della legalità e a discapito dell’umanità ha contraddistinto le pratiche di abuso che la comunità rom di Napoli e provincia sta subendo in questi mesi; in perfetta continuità con il passato infatti, i rom restano ancora una valida ragione per mettere d’accordo tutti intorno al razzismo ed alla repressione, sotto la sempre utile bandiera, duble-face, della legalità.
Nonostante lo stridente ossimoro tra legalità e rivoluzione, le due parole d’ordine del lessico politico e mediatico arancione, cavalcando ora una sponda ora l’altra, si prova a fatica a stare nel mezzo.
Intanto la vita di circa 200 persone presso l’ex Manifattura Tabacchi, di altri circa 700 rom dispersi sul territorio dopo lo sgombero di via delle Brecce, e da ultimo di circa 700 abitanti del campo di Cupa Perillo a Scampia, è appesa al filo di questo ossimoro.
Forse è ora di cominciare a chiarirsi le idee. Un primo passo utile è il presidio cittadino fissato per domani venerdì 28 luglio alle ore 10.00 sotto Palazzo San Giacomo in Piazza Municipio, in cui gli abitanti, i cittadini e le associazioni chiederanno chiarezza e risposte sulla situazione di Cupa Perillo. Aderiscono: Comunità rom Cupa Perillo, Alex Zanotelli, Domenico Pizzuti, Giovanni Laino, Gennaro Sanges, Lino Chimenti, Monica Riccio, Felicetta Parisi, Pino Guerra, Enrico Muller, Antonio Lievore, Gridas, Centro Hurtado, Associazione Celus, Cantiere 167, Comitato Vele, chi rom e…chi no, Circolo La Gru Legambiente, Scuola di Pace, Cooperativa Occhi Aperti, Associazione 21 luglio, Compare – Mammut, Kitti Baracsi, IDEA ROM Onlus, N:EA Napoli: Europa Africa

GEORGE A.ROMERO: Cosa ci ha lasciato in eredità il Signore degli Zombie

Il 16 luglio di quest’anno, George A. Romero è morto a causa di un tumore, pare sia andato via serenamente ascoltando la colonna sonora di “Un uomo tranquillo”, un film di John Ford particolarmente caro al regista newyorchese. Poco dopo la diffusione della notizia, i social network sono stati invasi da status ironici relativi all’imminente ritorno di Romero in versione zombie. Non c’è da stupirsi dato che è inevitabile, sia per i fan che per le persone comuni, associare il regista al cliché più utilizzato nel suo cinema: il morto che ritorna.

Quest’immagine spettrale è presente da secoli nelle culture di tutto il mondo ma la concezione moderna del morto vivente è stata plasmata proprio sul modello rappresentato da Romero nei numerosi film che ha dedicato a questa figura. L’eredità che il regista ha lasciato al mondo infatti non si limita ad una manciata di film spaventosi fini a se stessi ma risiede piuttosto nello sfacciato uso simbolico che Romero ha fatto di questo tipo di mostri. L’uomo nemico dell’uomo, l’uomo asserragliato che difende se stesso ed il proprio gruppo dai diversi, dagli invasori, dagli aggressori, l’uomo che non si confronta con entità ultraterrene ma con altri uomini diversi ed allo stesso tempo simili a ciò che siamo tutti.

Ma Romero non è il primo autore nel mondo del cinema ad aver utilizzato la figura del morto vivente in senso allegorico. Già nel lontano 1932 nel capolavoro “L’isola degli zombie”, ambientato ad haiti, gli zombie sono degli uomini privi di volontà, degli schiavi assoggettati al volere del negromante “Legendre” interpretato da Bela Lugosi, che usa le arti magiche per sfruttare gli haitiani ed ottenerne un tornaconto. Riprendendo alcune tematiche già presenti ne “Il gabinetto del Dottor Caligari”, la storia è una chiara denuncia alla schiavitù ed allo sfruttamento ed è di fatto la prima pellicola che porta sullo schermo la figura dello zombie.

Trentasei anni dopo, Romero, nato nel Bronx da padre cubano e madre statunitense, regala al mondo un film in cui porta per la prima volta i non morti sullo schermo (la parola “zombie” non sarà mai utilizzata nel film). In netto contrasto con gli standard dell’epoca, l’eroe de “La notte dei morti viventi” è Ben, un afroamericano che si troverà a scontrarsi non solo con i mostri che cercano di penetrare nella cascina in cui si è rifugiato assieme ad altri civili, ma anche con gli umanissimi compagni di disavventura che durante il film si rivelano spesso ottusi ed incapaci di gestire la situazione. Unico superstite di una notte da incubo, Ben sarà ucciso al mattina da una squadra di soccorso che gli spara da lontano, scambiandolo per un non morto. Un finale imprevedibile, amaro e significativo che ha conquistato il pubblico nonostante la pellicola sia stata girata con un budget decisamente basso. La carriera del regista subirà un’unica variazione verso il genere della commedia con il secondo film, per poi proseguire a senso unico nel mondo dell’orrore tra streghe e vampiri, fino a ritornare esattamente dieci anni dopo il film d’esordio a confrontarsi con i mangia cervelli. “The Dawn of the Dead” (distribuito in Italia semplicemente come “Zombie”, ma conosciuto da molti come “L’alba dei morti viventi”, traduzione del titolo originale) alza il tiro rispetto al primo film. La società è al collasso, il fenomeno degli zombie è diventato incontenibile. L’ambientazione del film sembra rispecchiare il declino sociale degli anni ’70 in cui la crisi energetica, l’inflazione e le paure riguardanti la crisi petrolifera sono all’ordine del giorno. L’esigua quantità di benzina a disposizione dei protagonisti del film è un tema dominante e che caratterizza tutto l’andamento della trama: i protagonisti sono anche questa volta un gruppo di superstiti che cerca di scappare degli zombie in elicottero e che a causa della scarsità di carburante è costretto ad atterrare sul tetto di un centro commerciale che diventa il quartier generale del gruppo. Clichè che dopo il film sarà riutilizzato fino alla nausea e che ancora una volta richiama una serie di riflessioni che vanno oltre l’intrattenimento: rifugiarsi nei centri commerciali per tirare avanti e sopravvivere è ciò che fanno tante famiglie che non riescono più a trovare luoghi di incontro migliori dei supermercati e mega negozi per condividere dei momenti felici e l’ammonimento nel film è evidente: una felicità di questo tipo può durare ben poco prima di trasformarsi in quegli stessi mostri da cui si tentava di scappare. Passando attraverso collaborazioni prestigiose con altri maestri del terrore come Stephen King e Dario Argento, la carriera di Romero è andata avanti fino al 2009 ritornando periodicamente sul tema morti viventi, mentre nel corso degli anni, chiunque decidesse di confrontarsi con i morti che ritornano è stato costretto a confrontarsi con Romero, Signore del regno degli zombie. Numerosi i tributi ed i remake della produzione cinematografica del regista, che si chiude come si apre, con un film dedicato ai non morti. “The Walking Dead”, la pedante serie televisiva ormai giunta all’ottava stagione, ha spesso citato Romero senza che gli sceneggiatori siano stati in grado di rendergli realmente omaggio con un prodotto significativo.

Ma l’influenza romeriana riesce ad andare oltre il mondo dell’immaginazione ed insinuarsi in maniera brillante nella vita di tutti i giorni, ne è un esempio la protesta per il G20 ad Amburgo, ad inizio luglio, in cui i manifestanti si sono presentati ad un corteo contro i potenti della terra travestiti da zombie grigi ed hanno sfilato verso Burchard Platz ciondolando come morti viventi per due ore, una marcia che si è conclusa con un lieto fine colorato, in cui i “non vivi” si sono pian piano svestiti degli abiti grigi ed hanno concluso la protesta in un tripudio di vitalità. Un’azione dimostrativa che è riuscita nel suo intento: quello di attirare l’attenzione con una performance non violenta che vuole restituire dignità agli individui.

Alla luce di questo possiamo affermare che, in qualche modo, ciò che ci è rimasto di Romero è effettivamente uno zombie, la visione dello zombie come mostro che terrorizza perché parte di noi, l’allegoria perfetta di una società allo sbando dove si tenta di sopravvivere, in lotta l’uno contro l’altro, trovando consolazione nei centri commerciali, trovando rifugio nella propria casa o nella propria auto isolandosi dal pericolo che percepiamo, sempre e comunque, solo come esterno a noi stessi.

articolo di Sara Picardi

Interessante documento sul caso Bagnoli elaborato da Massa Critica e Bagnoli Libera

Bagnoli: quando troppi parlano, se ‘mbrogliano ‘e lengue.  

Facciamo chiarezza sul piano e il futuro delle lotte in città

In queste ore sul caso Bagnoli chiunque prova a mettere bocca. È naturale che un argomento che ha tenuto banco per oltre vent’anni, simbolo dell’immobilismo della classe dirigente napoletana e nazionale, davanti a un possibile orizzonte di cambiamento produca come primo effetto una polarizzazione delle posizioni. Prima di tutto vorremmo precisare che quando si parla di movimenti e di conflitto sociale bisogna sempre sforzarsi di comprenderne la complessità. Tutto ciò diventa più difficile nell’epoca dei social media dove il tutto si riduce a cocktail di frasi fatte e opinioni basate sul sentito dire che rendono quasi impossibile un bilancio sereno dei fatti che ci troviamo a commentare.

Viviamo in una repubblica delle opinioni in libertà piuttosto che della libertà di opinione.

Il livello del dibattito politico in questa città è scandito da commenti, post su Facebook o articoli di taglio scandalistico. Peccato che l’accordo vero e proprio sia stato reso pubblico solo da poche ore, e questo misura chiaramente come viviamo in una repubblica delle opinioni in libertà piuttosto che della libertà di opinione. Il primo limite è proprio questo: per decidere la città deve conoscere, altrimenti si delega sulla fiducia e nella crisi politica attuale ciò significa uno scontro sterile tra le tifoserie. È questo scenario che non intendiamo assecondare, perché ha le gambe corte. È questo un messaggio dovrebbe essere chiaro prima di tutto a questa Amministrazione che ha saputo ricalibrare le proprie scelte su Bagnoli in base alle posizioni espresse dai comitati e dai cittadini. In quest’ottica vanno interpretati il no al commissariamento, il rigetto dell’accordo del 14 agosto 2014 e all’opposizione alla cabina di regia. Su altre questioni, della dialettica costruita in questi ultimi anni, abbiamo espresso posizioni differenti oltre ad avere scelto, per il ruolo che i movimenti ricoprono, pratiche autonome attraverso le quali abbiamo portato avanti questa e altre battaglie. Ma è chiaro che senza una mobilitazione diffusa, e sia chiaro conflittuale, degli abitanti del territorio i primi ad essere travolti saranno proprio quelli, anche nelle Istituzioni, che non hanno alleati potenti tra speculatori, palazzinari e grandi interessi privati. È uno scenario già visto nel settembre 2013, che nelle prossime ore si potrebbe riaprire con ancora più virulenza grazie alla Corte dei Conti. Sono questi i fiati sul collo pericolosi che si vorrebbero far finta di non vedere? Quelli che crescono nel sottobosco delle stanze chiuse e che possono essere soffocati solo agendo all’opposto, aprendo cioè carte, documenti e progetti alla città. Questo è stato fatto solo ora e adesso deve cominciare un controllo popolare diffuso, come detto in campagna elettorale. Gli attori del dibattito politico cittadino, dalle istituzioni ai movimenti, hanno il dovere di articolare una discussione su questa nuova fase che non sia il sostegno a questa o quella posizione, ma che entri nel merito della questione e che riesca anche ad articolare una prospettiva sulle scelte che verranno prese nei prossimi mesi.

Viviamo una fase di impasse, il vuoto delle casse del bilancio comunale impedisce qualsiasi ipotesi di avanzamento delle rivendicazioni sociali complessive (a eccezione di poche vertenze) e mantiene la città in un perenne stato di ricatto tra il dissesto o la possibilità di galleggiare in questa situazione fino all’uscita dal tunnel che, a dire il vero, in questo momento non ci sembra a portata di mano.

In questo quadro si iscrive l’accordo su Bagnoli firmato qualche giorno fa, accordo che rappresenta un risultato importante, soprattutto dal punto di vista politico. Ricordiamo bene l’arroganza di Renzi il 6 aprile 2016, durante mobilitazioni durante più di 12 ore, mentre mostrava le slide di un piano che puntava a far diventare la nostra terra ancora una volta un luogo da depredare e sul quale speculare. Ci fa sorridere che l’ex premier abbia dichiarato che anche lui sosteneva le rivendicazioni dei cittadini: spiaggia pubblica, arretramento di Città della Scienza, rimozione della colmata, parco urbano. È chiaro che, in questi ultimi mesi, un pezzo del PD e di chi vuole che i territori siano solo luoghi del saccheggio, ha dovuto indietreggiare dovendo accettare che la città di Napoli, nel suo complesso, non cederà a nuove speculazioni.

Questi sono i risultati della mobilitazione e della lotta, che hanno pagato e hanno imposto le loro idee alla politica e alle istituzioni.

Questi sono i risultati della mobilitazione e della lotta, che hanno pagato e hanno imposto le loro idee alla politica e alle istituzioni. Questo ci basta? Assolutamente no, siamo consapevoli che i movimenti napoletani e la loro capacità di mobilitazione e di costruzione di discorso escano rinforzati da questa vicenda, ma siamo altrettanto consapevoli che noi non siamo sufficienti come non è sufficiente un sindaco, perché o saremo capaci di innescare una mobilitazione cittadina o tutto quello che si è ottenuto verrà poco a poco eroso dagli accordi esecutivi e quello che di sbagliato c’è aumenterà a dismisura. Sintetizziamo alcune delle criticità che la firma di quest’accordo presenta:

  • La partecipazione è l’elemento maggiormente sacrificato. Se, come dicono De Magistris e l’assessore Piscopo, siamo a un primo passo, bisogna recuperare sulle pratiche della partecipazione e del coinvolgimento, in particolar modo durante l’attuazione del piano e sul controllo di ogni operazione, dalle bonifiche alle clausole sociali per il territorio.
  • La battaglia contro l’articolo 33 dello SbloccaItalia e il commissariamento. Questa battaglia non è finita. Non ci possiamo accontentare di un buon piano se sui nostri territori, da Bagnoli alla Val di Susa, si continueranno a riprodurre meccanismi di espropriazione della decisionalità degli abitanti e dei territori.
  • I tempi di attuazione dell’accordo e le risorse finanziarie necessarie. Se alle bonifiche probabilmente ci sarà dedicata la delibera CIPE di agosto, non è ancora chiaro da dove verranno reperite le risorse per effettuare la rigenerazione urbana. Il capitalismo italiano, straccione e parassitario, preferisce inghiottire le rendite piuttosto che investire e speculare. Oggi ci troviamo di fronte alla possibilità di depredare Nisida, area non inclusa nel Sin, e sul possibile immobilismo del resto delle opere – parco, spiaggia e servizi sociali nel quartiere.
  • Nisida e il porto. L’isola di Nisida sembra essere diventata l’area di interesse delle future speculazioni. Speculazioni che prevedono l’annessione della stessa al perimetro del Sin e, successivamente, la presenza di strutture ricettive e di un porto la cui grandezza è maggiore rispetto al passato. Progetti predatori e speculativi che paiono quasi un indennizzo per l’aver ceduto su spiaggia pubblica, parco urbano, ecc, per i quali mancano, peraltro, gli studi ambientali necessari.

È evidente che la firma di questo accordo e le problematiche appena esposte caratterizzino l’apertura di una nuova fase. Saremmo miopi se non vedessimo i grandi passi avanti fatti in questi ultimi tre anni, anche se volessimo ragionare solo dal punto di vista contenutistico del dibattito attorno a Bagnoli. Parlare oggi di spiaggia, rimozione della colmata e di mandare a casa i concessionari non è una questione da poco. Per questo alcuni stakeholder, che su questi territori hanno sempre avuto le mani libere per imporre i propri interessi e fare i propri sporchi comodi, oggi urlano e chiedono di essere “inclusi” nel processo decisionale.

Per questo la nostra azione non può fermarsi, anzi. Oggi, che vediamo più chiara la luce in fondo a un tunnel durato 25 anni, dobbiamo intensificare la nostra azione di controllo, partecipazione e pressione dal basso.

La nostra azione non può fermarsi, anzi. Dobbiamo intensificare la nostra azione di controllo, partecipazione e pressione dal basso. Dobbiamo tenere gli occhi aperti e far sentire il nostro fiato sul collo.

Dobbiamo tenere gli occhi aperti e far sentire il nostro fiato sul collo al Governo e a Nastasi affinché le bonifiche siano realizzate. Dobbiamo stare con il fiato sul collo della Regione, perché siano realizzate le infrastrutture richieste dal territorio. Dobbiamo tenere il fiato sul collo anche del Consiglio Comunale perché in troppi, in questi anni, hanno strizzato l’occhio a Renzi, a Città della Scienza o agli amici degli amici dei locali sulla costa. Dobbiamo avere il fiato sul collo di chi pensa che Nisida possa diventare un resort privato da sottrarre alla città.

Al Sindaco, alla stampa, a chi abbia ancora dubbi diciamo ancora una volta che i nemici sono e restano ancora una volta il commissario Nastasi, il PD, i monopolisti del litorale e degli interessi speculativi, e tutti coloro che in questi anni hanno tenuto tutto fermo a Bagnoli. Se con la sigla di questo accordo si alimenterà la decisionalità dal basso e si andrà nella direzione dei bisogni sociali espressi dal territorio, ci troveremo ancora una volta dalla stessa parte come in questi anni. Altrimenti non ci sono ragioni di stato o tattiche politiche che tengano: non faremo un passo indietro.

 

Ancora una volta Napoli colpita dalla bomba ecologica.

12 luglio 2017, ore 7:00, le narici tirano su aria, un gesto vitale ma che  prima di uscire si riempie di un valore simbolico: chiamare a sé le energie. Un rito che mi accompagna ogni mattino. Ogni ritualità  religiosa associa all’atto di inspirare una potenzialità rigenerativa. Alcune pratiche meditative si basano su questo esercizio.

Gli antichi bodhisattva certo non avrebbero mai potuto immaginare che l’avvelenamento sarebbe un giorno passato proprio attraverso l’atto dell’inspirazione.

Uno sguardo dal balcone. In lontananza il Vesuvio è avvolto dalle fiamme. Giorni dopo avrei ritrovato un’immagine in rete, scattata dal musicista Daniele Sepe mentre era in aereo.

 

 

Esistono vari tipi di bombe.  Esiste la “bomba militare”. Essa ha una sorta di “onestà intellettuale”. Geneticamente votata allo sterminio. Produce tanti morti quanti dice di volerne produrre. Napoli già nel novembre del 1940 fu bombardata. In quella folle guerra a quei bombardamenti ne seguirono altri.

Poi esiste la “bomba economica”. Essa produce precarietà e disoccupazione. Desertifica lo spazio giuridico in cui fioriscono i diritti e trasforma la povertà in miseria.

In fine i esiste la “bomba ambientale”. Anche essa è un potente strumento di sterminio.  Con i roghi del Vesuvio ben oltre 100 ettari di terreno andati in fumo.

Una nube di colore scuro lascia presagire che siano andate in fiamme anche le discariche abusive. La bomba ecologica ora si staglia lungo le pendici del Vesuvio trasportata dal vento. C’hai visto giusto. Sei in guerra come nel 40. Solo che questa volta non c’è stata una dichiarazione formale. Non ci sono eserciti sul campo. La guerra è silente e strisciante e non si fa nulla per affrontarne le conseguenze. Il governo Renzi ha sciolto il corpo forestale accorpandolo nei carabinieri. Quello Gentiloni ha ridotto i mezzi utilizzabili nel contrasto agli incendi procedendo invece ad acquistare una flotta di F35. Uno sola di quelle macchine da morte costa 130 milioni di dollari. Il volto osceno della morte, sia essa provocata da un bombardamento militare, sia essa provocata dalla bomba ambientale, assume lo stesso ghigno. Il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca ha più volte rifiutato di stipulare una Convenzione coi Vigili del Fuoco. Ora vi sono molti modi per accendere una miccia. Anche una omissione può essere un modo per favorire chi ha compiuto quel gesto criminale. Quella convenzione andava firmata ed invece è avvenuto solo oggi, mentre da ben otto giorni il Vesuvio è in fiamme. Ed è ovvio che in un momento del genere il pensiero vada anche ai Vigili del Fuoco ed alla loro impresa titanica. Uomini e donne straordinari, sottopagati, che agiscono con pochi mezzi e che hanno lanciato una importante manifestazione a Roma per il 19 luglio.

Ben tre Procure sono impegnate nelle indagini, Napoli, Nola e Torre. Gli indizi per ora sembrerebbero portare a gruppi criminali impegnati nella gestione dei rifiuti e nelle speculazioni edilizie.

In questo disastro, scrivendo tra le macerie che la bomba ecologica ha prodotto e produrrà in termini di aggressione alla salute degli esseri viventi, le parole del Presidente della Repubblica sono veramente troppo poco. L’utilizzo dell’esercito è una trovata buona per ogni emergenza che non frega più nessuno. Un poco come le armi segrete di Hitler, che secondo la propaganda avrebbero mutato le sorti della guerra, ma che poi si rivelarono esperimenti embrionali che fallivano miseramente. Anni dopo grazie ad essi gli americani avrebbero costruito lo strumento di sterminio totale: la bomba atomica.

Intanto da queste parti le cose non appaiono nitide. Come se la bomba ecologica, avvolta in una coltre di fumo, schermasse moventi e fini dei suoi artificieri.  Gli interessi, gli attori reali e la posta in gioco ancora non sono chiari. L’indizio principale, il suo innesco, è per sua natura indecodificabile, appartenente all’arsenale di follia umana che tutti riteniamo non sarà mai azionato, almeno fino alla frazione di secondo dopo. Quando qualcuno ha premuto il bottone della soluzione finale.

Fin qui due le iniziative messe in campo. L’una organizzata da Stop Biocidio, l’altra un presidio di movimenti e comitati sotto i palazzi regionali. Importanti ma non sufficienti.

Il livello di scontro in atto richiederebbe, crediamo, un livello d’azzardo più altro di conflitto. Bisognerebbe immaginare in autunno una mobilitazione unitaria che parta dai soggetti politici  ma li oltrepassi  e divenga un’onda anomala di esseri umani capace di travolgere il mal governo. Chiamiamo tutti/e alla “resistenza del vivente”.  A sostenere tutte quelle persone che prima hanno lottato contro le fiamme ed ora devono misurarsi contro l’oblio che avvolgerà le loro produzioni dimenticate, gli alberi, i boschi, il verde.

Come sempre dalla parte del Bosco!

 

KLIMT EXPERIENCE: L’evento espositivo interattivo alla Reggia di Caserta

Quasi 140 anni fa da oggi (138 per l’esattezza) nasceva Gustav Klimt, il pittore austriaco il cui stile inconfondibile resta, a distanza di un secolo, ancora innovativo ed amatissimo.

Nonostante le sue opere siano apprezzate in tutto il mondo, non sono in tanti a conoscere il contesto culturale in cui operò Klimt ed il ruolo di protagonista che ebbe nella Secessione Viennese del 1986.

La Secessione Viennese era composta da diciannove artisti il cui scopo era opporsi ai rigidi canoni accademici dell’epoca nel mondo dell’arte, proposito condiviso da altri gruppi e collettivi artistici del resto d’Europa che pure presero distanze dall’ Accademia di Belle Arti, ad esempio i Modernisti che a seguito della rivoluzione industriale, rifiutano lo stile architettonico dei primi del ‘900 e cercarono nuovi spunti creativi legati alla natura.

Il Palazzo della Secessione Viennese fu la base operativa per Klimt ed i suoi colleghi che nel 1898 fondarono un periodico, il Ver Sacrum, pubblicato fino al 1903. Il principio cardine su cui si bastava il movimento secessionista è un’idea dell’arte onnicomprensiva in cui il ruolo dell’artista si avvicina in certi casi anche a quello dell’artigiano per la realizzazione delle proprie opere. L’intento è quello di raggiungere la “Gesamtkunstwerk“, ovvero un’opera totale che fonda insieme scultura, pittura, decorazione ecc. La traccia più evidente che troviamo nelle produzioni di Klimt di quest’idea è il suo rapporto con l’oro di Bisanzio, utilizzato per conferire vitalità e plasticità ai suoi lavori. Il periodo aureo di Klimt è sicuramente quello più noto: influenzato dai mosaici bizantini di Ravenna quanto dal padre orafo, il pittore viennese ha effettivamente dato vita ad un connubio artistico unico in grado di regalare emozioni attraverso l’uso dei simboli, delle sensuali figure femminili e dei motivi decorativi nei quali gli spettatori dei suoi quadri rischiano di perdersi. E’ con l’intento di favorire questa sensazione che nasce “Klimt Experience“, l’evento espositivo che dal 7 giugno al 31 ottobre 2017 sarà ospitato alla Reggia di Caserta. La tecnologia ed il mondo dell’arte si incontrano, non per una convenzionale esposizione di quadri, ma per offrire al visitatore un’esperienza emotiva unica, consentendogli di immergersi, letteralmente, nelle opere più famose dell’artista.

La Reggia di Caserta, dichiarata nel 1997 patrimonio dell’UNESCO, fa da cornice a quest’evento che ha un sapore misto, tra passato e presente.

La prima sala, accoglie con stampe e dati biografici dell’artista e conduce verso un’esposizione di abiti dedicati alle opere del padre della secessione Viennese. I modelli, presentati su dei manichini, sfoggiano colori e forme ispirate allo stile di influenza bizantina che ha reso Klimt famoso. Nella stessa sala, è possibile immergersi, tramite la realtà virtuale, all’interno di quattro dei quadri più noti di Klimt, tra cui il famosissimo “Il bacio” e “Ritratto di Adele Bloch-Bauer I“. L’esperienza è possibile grazie ai visori Oculus Sansung Gear VR e ad una app realizzata dagli sviluppatori di Orwell.

Ma la parte più entusiasmante della mostra è la sala principale che avvolge lo spettatore in un’esperienza in grado di coinvolge tutti i sensi: 700 immagini selezionate, tra le opere di Klimt e ricostruzioni tridimensionali della Vienna di inizio ‘900, trasformano un’ampia sala della Reggia nel regno dell’artista, dove dominano le sue visioni simboliche e l’atmosfera quotidiana in cui era immerso il pittore, un rilassante sogno ad occhi aperti accompagnato da una selezione musicale d’impatto diffusa da un’impianto Dolby Surround di ultimissima generazione.

articolo e foto di Sara Picardi

Rom: senz’acqua e senza giustizia

Dopo essere stati sgomberati dal campo di Via delle Brecce, essere stati esclusi dalla ‘soluzione’ alternativa di accoglienza realizzata dal Comune di Napoli in Via del Riposo, ed essersi dispersi senza meta e senza più nulla di proprio su tutto il territorio della provincia di Napoli, questa mattina i circa 150 rom, degli oltre 800 dispersi dopo lo sgombero, che avevano trovato riparo nella ex Manifattura Tabacchi, hanno ricevuto la visita della Polizia Municipale, che nell’ordine delle priorità dei propri interventi rinviene evidentemente quella dell’accanimento sui disgraziati. Così nel copione già visto da decine di famiglie e bambini sono partite minacce, violenza, ritiro di documenti e l’intimazione a firmare alcune carte senza presa visione.
La situazione presso la manifattura, molto ben descritta nel filmato in apertura realizzato Nicola Angrisano per Insutv, è attualmente insostenibile in particolare per la mancanza d’acqua. L’acqua pubblica è stato come si ricorderà un cavallo di battaglia, con tanto di spot nelle metro cittadine, dell’attuale amministrazione comunale  che l’ha dichiarata bene comune, anche se, a quanto pare, non per i rom.
Per questo domani mattina venerdì 14 luglio dalle 10.00 alle 13.00 nel piazzale antistante Palazzo San Giacomo il comitato via delle brecce con cittadini, attivisti ed operatori sociali ha promosso la raccolta di bottiglie e taniche d’acqua per affrontare l’emergenza idrica delle famiglie rom presso la ex Manifattura, con l’obiettivo di far vincere i fatti sugli slogan.

DI RAZZA, DI CLASSE E DI MORTE. In 1000 in strada per Ibrahim Manneh

 

In Italia si muore ancora di rgazza e di classe. È stato così per Ibrahim Manneh, il ragazzo ivoriano di ventiquattro anni morto di peritonite all’ospedale Loreto Mare nella notte di lunedì, dopo una serie assurda di mancati soccorsi.
Oggi pomeriggio, nel corteo promosso dall’Ex Opg Je so Pazz e diretto alla Prefettura, circa 1000 persone si sono concentrate a Piazza Garibaldi per gridare rabbia, dolore e lotta al razzismo e alla malasanità . La comunità ivoriana, gli attivisti dell’Ex Opg, e centinaia di migranti, associazioni, studenti sono scesi in strada per reagire all’orrore di questa tragedia.
La morte di Ibrahim è stata ricostruita nelle scorse ore. Sono stati i suoi amici – dopo aver ricevuto una serie di rifiuti da parte di taxi, 118, farmacia – a condurre il giovane, la cui situazione era in visibile peggioramento a causa di forti dolori addominali, presso la guardia medica del distretto 33 di Piazza Nazionale. Solo l’allarme lanciato dal medico in servizio ha fatto sì che finalmente giungesse un’ambulanza diretta al Loreto Mare, da cui il ragazzo era peraltro stato dimesso proprio il giornoprimo . Quando Ibrahim viene portato in sala operatoria non c’è già  più  nulla da fare.
Un operatore in servizio presso la guardia medica di Piazza Nazionale racconta che nei giorni scorsi i carabinieri si sono recati nella struttura per chiarire alcuni dettagli in merito alla telefonata effettuata dalla guardia medica al 118, per accertarsi che fosse effettivamente partita da lì e ricostruendo l’orario esatto della chiamata, alle ore 2.15 e quello dell’arrivo della vettura, alle ore 2.35.
La morte del giovane migrante non è una serie di sfortunate coincidenze, ma l’intreccio di precise responsabilità, in una spirale dell’assurdo che lega politica, burocrazia e vita.
La partecipazione al corteo di oggi dimostra però che sono ancora in molti decisi a resistere all’assurdo.

Intervista a Stefania Spisto del Quaderno edizioni: “Il Sud è la più grande fucina di idee a cielo aperto che esiste”.

Stefania Spisto è una di quelle donne capace di trasmettere passione. Passione per la nostra terra, per la letteratura, per i grandi progetti. In fin dei conti  questa “condizione dello Spirito” è il vero motore del cambiamento. Abbiamo parlato con lei di giovani, sud e di tanto altro.

Di seguito l’intervista:

 

Stefania, lei è una donna giovane, l’Italia non sembrerebbe un paese che agevola le giovani generazioni. Cosa pensa a riguardo?
L’Italia e soprattutto il Sud d’Italia è uno dei luoghi d’Europa in cui è più difficile portare avanti un progetto culturale come questo, ma è qui che nasce la sfida. Sfidare è un po’ come provocare, è come entrare in una competizione più grande di noi che terrorizza e che allo stesso tempo affascina. La soddisfazione è direttamente proporzionale alle difficoltà che s’incontrano: maggiori difficoltà corrispondono ad una maggiore gratificazione, quando si raggiungono certi risultati. Ma questa non è solo una terra che declina difficoltà di ogni tipo, è anche la più grande fucina d’idee a cielo aperto che esiste e nessuno, come chi ci è nato, vissuto e ne ha condiviso la sua cultura può decidere di dare un contributo efficace per migliorare le cose, a patto che abbia una dose non comune di volontà e coraggio. Il coraggio… sembra una qualità indefinita, ma se si decide di vivere in un luogo di battaglie come il nostro, si sperimenta ogni giorno il suo significato.

Ci racconta de “Il Quaderno Edizioni”?
Il quaderno edizioni è un’associazione culturale nata dalla mia passione per la letteratura e grazie all’apporto di tante amiche e amici che collaborano con le loro pubblicazioni e le loro idee.

Quali sono le difficoltà che incontra una donna in questo campo?
Le donne incontrano difficoltà maggiori in ogni campo, non solo nell’ambito della cultura. Per avere lo stesso successo che ha un uomo deve essere almeno cinque volte più brava. La mia esperienza mi suggerisce che il rapporto sia uno a cinque in termini di capacità. Ovviamente non parlo di donne che fanno carriera grazie alla “luce riflessa” di uomo. Io parlo di donne brave, in gamba, donne che ce la fanno da sole e che sono in grado di determinare rapporti con gli uomini alla pari.

Ci racconta quali sono state le vostre ultime pubblicazioni?
La nostra ultima pubblicazione è un libro molto interessante di Vito Nocera: “L’imprevisto del futuro”. L’autore cerca di dare una lettura critica della nostra società attraverso le testimonianze e i contributi di diverse generazioni e settori che vanno da quello operaio a quello intellettuale della nostra città.

Ci parla anche del progetto: “dalla formazione al palcoscenico”?
“Dalla formazione al palcoscenico” è un progetto artistico ideato dell’Upam di Ina Perna e che porterà in scena il meraviglioso musical “West Side Story” a sessant’anni dalla sua prima rappresentazione americana e che avrà un respiro internazionale.
L’opera prende spunto dalla celebre tragedia di Shakespeare “Romeo e Giulietta e tratta dell’amore tra due giovani: Tony e Maria, un amore contrastato perché i protagonisti appartengono a bande giovanili rivali che si contendono il territorio del West Side, un quartiere popolare di New York. I Jets, bianchi, capeggiati da Riff e gli Squali, portoricani, il cui capo è Bernardo.
Il mio intervento in questo contesto sarà quello di fornire lo sfondo di riflessione culturale e sociale alle diverse chiavi di lettura e ai diversi temi che offre il musical: dalla diversità razziale alla violenza giovanile, dall’amore come slancio vitale a quello dell’amore che soccombe al male e all’odio.

Immagino, abbiate molti progetti in cantiere. Ci dà qualche anticipazione?
Sì certo. Da settembre si ricomincia dall’archeologia. Abbiamo in cantiere cinque libri che riguardano la storia antica della nostra terra. Partire dal passato ci è sembrato il modo più giusto di guardare al futuro con occhi pieni d’ottimismo.

Pubblichiamo alcuni contributi sul dibattito che negli scorsi giorni ha animato molti attivisti. Riteniamo, ed in questo senso lavoreremo, che sia una idea improcastinabile quella di convocare un’ assemblea cittadina che ponga all ordine del giorno i temi che da questo dibattito sono emersi:

 

Un tentativo di analisi

 di Giuseppe Aragno

E’ una domanda che non si può più ignorare: l’anomalia Napoli è ormai al capolinea? Sono in molti a pensarlo tra quanti ne sono stati protagonisti, sia pure marginali e perciò fanno pesare il voto e alzano la posta per un consenso che non è leale. Ci sperano in tanti, soprattutto quanti vedono in questi anni napoletani una minaccia per camarille e comitati d’affari che prosperano all’ombra delle maggiori forze dalla destra: il PD e Forza Italia.
Ci sono dati incontestabili che hanno conseguenze immediate – negarlo sarebbe inutile e controproducente – e si riassumono in una oggettiva e crescente difficoltà di dare risposta a bisogni che fanno capo a diritti costituzionalmente riconosciuti: la sanità pubblica praticamente cancellata, i tagli pesanti ai servizi sociali, i trasporti pubblici vicini al collasso, l’emergenza abitativa, la marginalità delle periferie. Sullo sfondo, gli elementi storici caratteristici della società senza diritti figlia del neoliberismo: lavoro nero, disoccupazione, sfruttamento selvaggio dell’uomo sull’uomo, precarizzazione della vita, crescita devastante del disagio mentale. In prospettiva, ma in tempi tutt’altro che lunghi, la cancellazione delle realtà produttive, la riduzione di fatto a realtà coloniale, in cui la metropoli diventa “città di consumi” e campo di battaglia di una guerra tra i poveri da cui vengono fuori solo sconfitti.

Tutto questo, però, che non chiama in causa l’Amministrazione della città, costretta a “fare le nozze con i fichi secchi”, ha naturalmente un “prima” e un “dopo”. A monte c’è l’Europa dell’ingiustizia sociale e del razzismo, con le regole imposte dal capitale e la riduzione a colonia dell’Italia e della Grecia, equivalenti a una sorta di Libia dell’Unione, area di parcheggio della disperazione che rompe gli argini. Anche qui, sullo sfondo, la gabbia di accordi paralizzanti: fiscal compact, pareggio di bilancio, patto di stabilità, armi che sanciscono una velenosa priorità dell’economia rispetto alla politica e costringono i governi nazionali a scaricare sugli Enti locali le conseguenze delle politiche di “austerità” e gli effetti dell’ingessatura dei bilanci. Renzi prima, Gentiloni poi, hanno utilizzato, come strumento bellico l’erogazione dei già miseri fondi,praticamente negati agli avversari politici.
Se questa è la situazione a monte, si capisce perché a valle l’Amministrazione di Napoli, gravata dall’ennesimo, pesantissimo debito, che non ha contratto ma deve saldare, diventa il bersaglio di mille proteste. Nei movimenti, l’obiettivo politico diventa sempre più quello di “far esplodere le contraddizioni da un punto di vista di classe”. Così, per esempio, si è scelto di occupare Palazzo San Giacomo per il problema del disagio abitativo. In realtà, spazio per il confronto ce n’era, come hanno dimostrato l’incontro successivo e l’apertura di un tavolo di confronto. Resta il fatto che si è voluta rompere una prassi, negare un  metodo, mettere da parte un patto non scritto. Una scelta che rischia di silurare quel “modello Napoli”, del quale i movimenti stessi sono stati coprotagonisti. Non c’è dubbio: la scelta è figlia di ragionamenti politici in linea con la storia e la tradizione dei movimenti. Produrrà risultati apprezzabili? E’ molto difficile che accada. Di certo, però, c’è che intanto agevola il gioco di chi punta a liberarsi di un’Amministrazione che non si è allineata.

Esistono vie di uscita? Sostanzialmente ce n’è una sola, ma non può essere di tempo breve: quella che vede l’Amministrazione assediata tornare su posizioni di rottura e “disobbedienza”, legittimate dalla volontà di stare nei binari della Costituzione, che ha la netta prevalenza sulle leggi ordinarie, nonostante le gravi manomissioni al testo costituzionale volute da un Parlamento la cui legittimità è molto discutibile. Una via che richiede una maggioranza compatta, che ti segua e non ti lasci per strada. Se l’agitazione di piazza non diventerà una regola – un bersaglio ben più comprensibile c’è ed è la Regione – ci sarà tempo per mettere ordine, consolidare la maggioranza e sfidare gli eventuali opportunisti.
Intanto, uscire dalla realtà locale, guardarsi un po’ intorno e riflettere su ciò che accade non farà male a nessuno. Basterà fermarsi per un attimo sulla sorte di un giornalista, Marco Lillo, sottoposto a perquisizione domiciliare e al sequestro del cellulare. Il reato? Ha colpito il potere di Renzi e il suo familismo amorale. Chi aspetta il manganello e l’olio di ricino, per parlare di crisi della democrazia, invecchierà nell’attesa. Il fascismo moderato di Minniti è più che sufficiente a fare terra bruciata del dissenso, mentre una domanda è lì che si pone inascoltata e non trova risposta: a chi conviene massacrare la “città ribelle”?

 

Alfonso De Vito :  Professore lei pone degli interrogativi importanti e non so essere breve nell’esprimere la mia opinione a riguardo. Però alcune cose voglio dirle, con un’inevitabile premessa. La contestazione di ieri della campagna per la casa di cui faccio parte è stata forse il primo calcio vero che abbiam dato a Luigi De Magistris in questi anni. E’ accaduto dopo circa due anni di grande inconcludenza sulle politiche dell’abitare che ci hanno asfissiato e inesorabilmente impantanato in una sorta di danza immobile anche nei percorsi vertenziali, per non parlare dei passi indietro e dei fallimenti di quei progetti che esprimevano una visione più larga come quelli inerenti il welfare comunale per l’emergenza abitativa. Del resto prima della nascita di questa nostra esperienza che ha molti limiti e organizza appena qualche centinaio di persone ma ha cercato di non limitarsi mai a tematiche esclusivamente corporative, un minimo dibattito sul diritto all’abitare era totalmente scomparso dall’agenda cittadina se non per la specifica, per quanto importantissima, vicenda delle vele di Scampia. Eppure i dati ormai storicizzati di questo disastro sociale in città sono impressionanti. Sia per il diritto all’abitare sia per la “qualità” dell’abitare, elementi imprescindibili per qualunque ipotesi di cambiamento sociale. Consiglierei a tutti di farsi un giro almeno nelle dodici strutture da riqualificare individuate dalla delibera 1018 (rimasta finora sulla carta dopo tre anni): in diverse tra queste ci sono condizioni di vita indegne. Quando ci chiediamo perchè fasce crescenti di popolazione sembrano autoescludersi dalla dinamica democratica è anche in queste radiografie che bisogna cercare le risposte.
Sul merito dell’empasse e dell’inconcludenza non vado in dettagli che sono quasi imbarazzanti (per l’amministrazione, mi creda) ma le assicuro che la radice di queste difficoltà non sono solo nell’accerchiamento istituzionale, nei tagli e nell’austerità ma anche nell’impressionante e durevole viscosità della macchina amministrativa e della microfisica degli interessi che la ingolfa, sopra la quale prova a galleggiare la disponibilità al dialogo e al confronto che nessuno può negare alla giunta De Magistris. In queste condizioni qualunque esperienza di lotta sociale che non abbia completamente perso la sua autonomia a un certo punto deve reagire o implodere. Sia dal punto di vista degli interessi sociali che vi si rappresentano sia da quello, altrettanto importante, dei processi di soggettivazione delle persone coinvolte che altrimenti ri-scivolano semplicemente nella disillusione e nel cinismo. Quando proprio il Sindaco ha chiesto il perchè della contestazione, malgrado la disponibilità già espressa due giorni prima a incontrarci dopo un’altra iniziativa di protesta, non abbiamo potuto far altro che ribattere che dimenticava mesi di impegni assunti e puntualmente mancati e che noi siamo una campagna per il diritto all’abitare non una campagna “per ottenere tavoli al comune”. Quindi era evidentemente entrato in crisi un nesso di credibilità, per ricostruire il quale ognuno doveva lavorare secondo il suo ruolo e responsabilità.
Non abbiamo certo interesse o intenzione di puntare a destabilizzare per chissà quale principio ideologico o per astratto “antagonismo” quest’esperienza amministrativa politicamente singolare e culturalmente avanzata nel deprimente quadro italiano. Un’esperienza con cui pensiamo, nella nostra specifica dimensione, di esserci dialettizzati sempre con interesse e con onestà intellettuale. Ma pensare che a indebolirla sia la protesta e non le condizioni che la producono, specie quando queste incancreniscono, è un pò come guardare al dito invece che alla luna. E quindi finire forse col farsi le domande sbagliate, quelle meno scomode. Detto questo condivido che la contraddizione sta nella difficoltà a portare il conflitto sociale al piano di sopra, non parlo del piano autentico e sovranazionale della sovranità neoliberista, ma nemmeno a quello governativo e perfino regionale che pure dal punto di vista delle risorse e delle responsabilità istituzionali ha ben altro rilievo anche sul diritto alla casa. Del resto è una fase storica in cui le composizioni sociali che le realtà come la nostra organizzano (nell’ambito del proletariato e sottoproletariato urbano) sono minoritarie, frammentate e sembrano socialmente in ritirata, quando non proprio soggettivate su un terreno reazionario dalla crisi e dal vento xenofobo. (Una difficoltà che mi pare riguardi tutti). Credo che l’attuale calo di consenso del sindaco, piuttosto che sui servizi sociali ai più deboli alla cui mancanza ormai questa città è purtroppo storicamente abituata, si misuri piuttosto sui servizi socialmente trasversali: trasporti e rifiuti. La città appare in un momento di stasi, con la sola eccezione del turismo, motivo di orgoglio forse un pò ingenuo dopo gli anni dello shock munnezza, il cui flusso di valorizzazione restituisce però quasi nulla agli interessi pubblici (che neanche si sono organizzati in tal senso) producendone invece diversi effetti distorsivi cui pure lei accenna (compreso il mercato delle locazioni sempre più drogato dall’offerta alberghiera defiscalizzata e dal finto B&B).
Perciò questa retorica e perfino la dicitura della città ribelle mi pare ormai insostenibile e rischia di diventare controproducente (anche per il sindaco stesso che pure ha fiuto e qualità di fenice) quando si scontra con la realtà di un autobus di periferia che non passa mai. Delle due l’una: se deresponsabilizziamo De Magistris in nome dell’esproprio di sovranità e di risorse economiche alla democrazia locale, strozzata dai dispositivi di austerità, allora è poco materialistico pensare che questa consiliatura possa essere volano centrale, in una dialettica up-down con le esperienze di movimento, di cambiamenti addirittura radicali nella città. Dico questo pur riconoscendo tutto il suo coraggio sperimentale su alcuni temi come i beni comuni, la valorizzazione delle azioni dal basso, la capacità di tenersi lontano dalle retoriche xenofobe, il tentativo di resistenza sulle privatizzazioni. (Tentativo che però pare sempre più velleitario). Mi pare utile chiedersi se anche questa retorica dell’autonomia autoproclamata, dell’esodo dal ricatto dell’austerità, non sia stata una falsificazione che ha pur’essa nuociuto sia alla capacità dei movimenti di organizzare un conflitto sociale capace di aggredire il “piano di sopra” di cui si parlava prima, sia al sindaco nel tenere un’iniziativa politica non imbalsamata dalla necessità di apparire insieme assediato ma rassicurante sugli esiti certi della “rivoluzione napoletana”. Impressionante che i circa quattrocento milioni di euro di avanzo non vincolato della città metropolitana, puro ossigeno in una realtà come la nostra ma bloccati dalle leggi sul bilancio, non siano diventati uno scandalo permanente nell’agenda setting della pubblica opinione, oggetto di iniziativa politica più continuativa dei movimenti ma anche, su altri terreni, dell’attività politico-istituzionale del sindaco.
Meno di due anni fà l’allora assessore Palma assicurò che secondo le sue interpretazioni sarebbe stato l’ultimo bilancio in regime di predissesto, mentre mai come oggi si sta come d’inverno sugli alberi le foglie, con gli ispettori della corte dei Conti impiantati al primo piano di Palazzo San GIacomo. Roba che Tsipras sta meno assediato. Dirci che sono agenti al servizio del Pd, che la riemersione di debiti ultradecennali è quanto meno sospetta oltre che iniqua, basta a dissipare il peso politico di previsioni cosi determinanti e palesemente inadeguate!?
Ritengo ci siano molte cose su cui interrogarsi, compreso su quale sia il blocco sociale effettivo di riferimento di questa esperienza e quali gli effetti degli equilibri politico-amministrativi su cui si regge: davvero tutte le “consorterie” sono rimaste fuori!?
Non ho le risposte in tasca e sono consapevole che la contraddizione più importante riguarda direttamente anche noi e non solo De Magistris, sulla capacità di sfruttare determinati spazi politici in chiave propulsiva e non auto-perimetrante, anzi sento l’esigenza di un dibattito pubblico all’altezza. Purchè il confronto parta da un esame di realtà e l’esigenza di condividere una visione non sconfini negli slogans e nella mitopoiesi.
L’esperienza delle assemblee degli abitanti, della democrazia diretta, della cessione di sovranità verso il basso, è in apparenza una chiave importante, in queste condizioni di contesto, per stimolare un processo organizzativo delle composizioni popolari, ma sono rimaste, almeno per ora, in dimensioni o embrionali o transitorie. L’inadeguatezza soggettiva e le divisioni dei pezzi di movimento esaurisce la spiegazione!? Eppure so benissimo anch’io che questi anni di laboratorio napoli hanno seminato così tante esperienze che è difficile non immaginarne ricadute e potenzialità. Ma attenzione a non addormentarsi e a non silenziare, sull’altare della difesa della “città ribelle” (o della paura di quello che ringhia fuori dalla finestra, Pd, forza italia ecc), tutto quanto è stridente con questa etichetta, dal rom indecoroso che non si sa dove collocare al sottoproletario scassacazzo e senzatetto a cui non si può trovare una risposta. C’è il rischio di scoprire che è un cerchio sempre più escludente e privilegiato…

 

Giuseppe Aragno:  Caro Alfonso, non ti darò la risposta lunga e articolata che meriterebbe il tuo intervento puntuale e per tanti versi condivisibile. Non sarebbe possibile farlo qui. Una cosa la dìco: a me sembrerebbe molto utile e augurabile proseguire questa discussione di persona. Ho grande rispetto per il lavoro che fate e sono d’accordo cnn te sulla necessità di giungere a una grande assemblea pubblica per la quale credo che occorra un lavoro serio di preparazione. Di questo, se ti pare utile, vorrei discutere con te appena possibile.