NEL VENTRE DELLA BLUE WHALE: LA SFIDA E LA MORTE IN UN BIT

Blue Whale tra mistificazione mediatica e suicidi reali. Siamo veramente al cospetto di un fenomeno drammatico? Cosa avrebbe spinto o spinge tanti giovani a pratiche di siffatta natura? Ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Maria Rosaria Nappa, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta.  Dottoranda presso il Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e dei processi di Socializzazione – Sapienza, Università di Roma

 Dott.ssa Nappa, recentemente un servizio delle Iene, nota trasmissione, ha messo in evidenza una pratica atroce definita Blue Whale. Può spiegarci di cosa si tratta?

Il programma la Iene ha reso noto al grande pubblico un fenomeno nato da circa quattro anni: il challenge Blu Whale, ovvero “la sfida della Balena Blu”. Il termine challenge, letteralmente, è traducibile come sfida, ma attualmente viene utilizzato in lingua originale per indicare una sfida che si lancia e si sviluppa on-line, una sfida in cui i partecipanti non devono conoscersi necessariamente. Con tale specifica possiamo meglio intuire le dinamiche della pratica nata in Russia e, probabilmente, diffusa e condivisa inizialmente attraverso i “gruppi morte”, ovvero gruppi on-line costituiti da adolescenti affetti da depressione e idee suicidarie. Il “gioco” consisteva, e consiste, nell’accettare e completare una serie di sfide che portano i partecipanti a compiere diversi atti autolesionistici, atti che hanno culmine nella cinquantesima e ultima sfida: il suicidio. È questo epilogo che desta maggior orrore e sgomento, soprattutto in relazione alle sue modalità. I partecipanti, o meglio le vittime, si tolgono la vita attraverso un rito ben preciso, attraverso un salto dal palazzo più alto della propria città, un salto osservato e ripreso da terzi. Quest’ultima sfida, come tutte le altre, è postata in rete e condivisa con altri sfidanti, “altre balene”, e con i curatori, le menti di questo “gioco” mortale.

Per quanto la rete sia sommersa di informazioni, le origini e le dinamiche del challenge sono ancora poco chiare e fumose. Alcune testate mettono in dubbio la veridicità del fenomeno, sottolineando che solo pochi dei 150 suicidi connessi al Blu Whale, sono frutto delle sue sfide. Ma se il Blu Whale challenge abbia colpito 15 o 150 adolescenti poco importa: poco importa se il fenomeno sia nato e cresciuto da un “creepypasta” o sia l’operato di una reale organizzazione criminale. Ciò che dovrebbe emergere come dato concreto è il problematico e scarso confine tra reale e virtuale, tra il gioco e la morte.

 

 Quali sono i motivi che possono spingere un giovane ad intraprendere una strada di questo tipo?

 

Per rispondere a tale domanda bisogna considerare, in primis, l’età delle vittime, il loro momento di crescita e, successivamente, il contesto culturale in cui sono inseriti. Dai 9 ai 12 anni la morte incomincia ad essere concepita come un fatto definitivo, inevitabile, universale e personale. Dai 12 anni in poi, il concetto di morte, è assolutamente simile a quello dell’adulto, di contro differiscono le reazioni emozionali e l’utilizzo di questo: l’adolescente esplora i confini della morte in modo onnipotente, spesso con comportamenti a rischio, proprio per testare il proprio senso della vita, l’esistere nel mondo. Riguardo al contesto e alle ripercussioni che questo può avere sulla struttura psichica degli adolescenti, è bene ricordare che si parla di “digital generation”, di adolescenti che si differenziano nettamente dalle generazioni precedenti. I nativi digitali tendono a vivere e significare tutto nel “qui ed ora”, nello spazio di un bit e quindi agiscono senza progettare l’azione e senza nemmeno chiedersi quali siano il senso e le conseguenze. Finita un’azione, un’esperienza, tutto si può riavviare, come quando si spegne il pc o lo smartphone. Quando si aggiungono elementi di fragilità temperamentali o relazionali, le regole del vivere virtuale possono contaminare e invadere completamente anche la concezione del reale. Da qui un salto nel vuoto, la morte, perde il significato cognitivo ed emotivo di “definitivo”, di fine.

 

La psicologia, intesa come scienza, ha gli strumenti per contrastare tali fenomeni?

 

La Psicologia deve essere intesa in primis come tensione verso la conoscenza e la comprensione dei fenomeni psichici che interessano l’individuo e i contesti relazionali e culturali nei quali è immerso. Solo attraverso tale tensione, quindi la ricerca scientifica, è possibile porre le basi per programmi di prevenzione e intervento efficaci. L’avvento delle nuove tecnologie, il loro veloce evolversi e l’influenza che tutto ciò ha sulla vita, lo sviluppo e la struttura psichica delle nuove e vecchie generazioni, rappresentano un importante area di indagine per la Psicologia Clinica e dello Sviluppo. Il virtuale, l’online, non dovrebbe essere più concepito come “una” realtà, ma come “la” realtà: le dinamiche, gli accadimenti e le azioni che si consumano in rete hanno conseguenze e ricadute concrete al pari di ciò che accade offline, basti pensare al cyberbullismo, al cyberstalking o, in una chiave meno patologizzante, alla valenza affettiva delle relazioni che nascono ed esistono esclusivamente in Internet.

 

 Sembra evidente che l’universo giovanile è attanagliato da terribili problematiche. Cosa pensa a riguardo?

 

Il Blu Whale challenge ha messo ancora una volta in evidenza quanto la rete possa essere pericolosa e, soprattutto, quanto le fragilità e le criticità insite nel periodo adolescenziale possano non trovare una risoluzione quando i confini tra reale e virtuale sono pericolosamente confusi.

La sfida come trasgressione, come tentativo di definire i propri confini identitari, come messa alla prova del legame/dipendenza dai propri genitori, è un tema che da sempre ha significato l’esperienza adolescenziale, momento caratterizzato anche dagli interrogativi sulla vita e la morte, sul loro significato e sulla loro valenza. Tutto ciò, se inserito nell’isolamento e nella condizione di “solitudine” della rete, può connotarsi in senso patologico, soprattutto per quei ragazzi che utilizzano il proprio pc o smartphone come rifugio da una realtà esperita come faticosa e complessa, una realtà frustrante in cui si può fallire. Ma la rete, il virtuale, non devono essere solo connotati negativamente: la rete rappresenta il contenitore di molteplici risorse e strumenti, di potenzialità comunicative e conoscitive che andrebbero direzionate e sviluppate.

Proprio per questo è importante non indentificare nelle nuove tecnologie e nel virtuale gli unici “colpevoli” dei problemi che caratterizzano le nuove generazioni, bensì un ambiente “neutro” in cui sono presenti in egual misura rischi e risorse. La difficoltà è insita nel conoscerli, con la consapevolezza di esplorare un territorio in cui adolescenti e preadolescenti si muovono più abilmente di noi.

 

 

 Che iniziative devono essere messe in campo per contrastare tutto questo?

 

Genitori, insegnanti ed educatori necessitano, quindi, di strumenti per orientarsi nella rete, per comprenderne il linguaggio, i rischi e le risorse e, soprattutto, per poter comunicare meglio con i propri figli o studenti. L’informazione e la formazione degli adulti è importante quanto quella degli stessi ragazzi, che benché “agili” in rete, non sempre hanno la giusta dose di consapevolezza e di forza per gestirne le dinamiche. Interventi di sensibilizzazione e prevenzione primaria e secondaria costruiti su queste premesse e sul coinvolgimento in contemporanea di adulti e ragazzi, possono fare la differenza per la salute emotiva delle nuove generazioni.

 

 

 

Amore sano/amore malato: bell’iniziativa al liceo Braucci di Caivano.

La riflessione sui temi dell’ “amore sano/amore malato” è stata al centro di un progetto portato avanti presso il Liceo Braucci di Caivano.

La prevenzione attiva attraverso i percorsi socio/affettivi.  In fin dei conti è proprio la scuola il punto da cui ripartire. Sarebbe bello se tali tipi di iniziative potessero essere “esportate” anche in altri istituti scolastici, in una rete territoriale diffusa.

La dott.ssa Vitagliano, curatrice del progetto ci ha raccontato:

 “La scuola oggi più che mai rappresenta una opportunità concreta di dare una svolta alla ignoranza alla grettezza di sub- culture che alimentano la discriminazione di genere i pregiudizi ed un atteggiamento egoproiettato è spesso violento. Nei licei delle scienze umane ancor più necessità sensibilizzare gli alunni sin dai primi anni a queste tematiche. Nel mio percorso professionale come psicoterapeuta e docente di ruolo esperta in sociologia della salute ho sempre concepito il percorso formativo come un mix di acquisizione di conoscenze ma soprattutto di competenze che desse ai ragazzi la possibilità di esperire in prima persona un paradigma di cambiamento e di impegno attivo contro i pregiudizi e gli atteggiamenti discriminatori. Quest’ anno in particolare il liceo Braucci ha scelto di lavorare in forma laboratoriale sul tema della donna e della violenza di genere. Dibattiti ricerche percorso di lettura Attiva e tanto altro .In particolare io ho deciso di lavorare con i ragazzi dei primi anni di liceo. Dopo un lungo impegnativo periodo hanno dato vita ad uno spettacolo intitolato Amore sano Amore malato ove si sono espressi attraverso tutti i linguaggi soprattutto quelli non verbali costruendo interamente copione, scene e danze. Fare per imparare mettersi in gioco in ori.a persona soprattutto in un territorio la terra dei fuochi ove la mala-vita può essere vinta dalla vita-buona quella che fa emozionare vibrare amare”.

La violenza ha una sua fenomenologia ben chiara. Essa si genera, si alimenta ed esplode. Rispetto a questo drammatico decorso causale la parola chiava è prevenzione.

Riteniamo di importanza vitale che ci si interroghi su questo tema.

L’iniziativa si ripeterà anche l’anno prossimo. Sarebbe auspicabile in un numero sempre crescente di scuole.

 

 

 

FRANCO BATTIATO: Il concerto gratuito in Piazza del Plebiscito inaugura il Napoli Teatro Festival


Quando un paio di mesi fa ho scoperto che il concerto di Franco Battiato a piazza Plebiscito avrebbe aperto il Napoli Teatro Festival, ho iniziato una specie di conto alla rovescia inconscio. Nonostante questo sono riuscita, inspiegabilmente, ad arrivare all’evento in ritardo rispetto alle 21,30, l’orario in cui sarebbe dovuta iniziare la musica. Mi sono tuffata frettolosamente tra le persone che affollavano la piazza in un momento veramente singolare: sul palco c’era il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca. Non ho idea di cosa avesse detto fino a quel momento ma il pubblico era immerso in un tripudio di fischi, pernacchie ed altre espressioni di disappunto che hanno coperto completamente il discorso. Indipendentemente da qualsiasi considerazione di tipo politico, mi è sembrato un momento poetico, uno sfoggio di democrazia: una folla di persone di età diverse, riunite per un evento musicale, senza l’incombenza di bandiere di nessun colore, ha scelto di esprimere pacificamente il proprio punto di vista, evitando le mezze misure. Con queste premesse, prevedo che non mancherà un aspetto a cui faccio sempre attenzione e che trovo particolarmente significativo ai concerti, lo scambio empatico tra artista ed il pubblico. Dopo il criticato intervento di De Luca, inizia finalmente lo spettacolo rivelando una piacevole sorpresa: oltre alla musica, lo show prevede la lettura di testi di Auden, Giambattista Vico, e Giordano Bruno mentre il lato visivo, affidato a Antonio Biasiucci, comprende videoinstallazioni in bianco e nero ipnotiche che fanno concorrenza alla giacca rosso fuoco che indossa Franco Battiato. Dà il via al concerto un brano famigerato ed intramontabile: “L’Era Del Cinghiale Bianco” seguito da “Up Patriots To Arms”, durante la quale è impossibile non chiedersi cosa pensi di ciò che circola nel 2017 il maestro, se già nel 1980 trovava la musica contemporanea deprimente. La scaletta è un susseguirsi di classici che va avanti con “No Time No Space” e la magnetica “Shock In My Town”. Il cantautore tiene il palco con un’eleganza fragile e romantica, accomodato su una sedia da salotto mentre l’ Electric Band e gli archi della Symphony Orchestra lo accompagnano.

A metà concerto, “Povera Patria” entusiasma il pubblico che indulge in applausi ed esultanze nella parte che recita “Tra i governanti / quanti perfetti e inutili buffoni”, come a voler nuovamente sottolineare una certa consapevolezza politica. Nella successiva e meno famosa, “L’animale” l’atmosfera torna tranquilla e silenziosa. Quello di questa notte di giugno al Plebiscito, è un pubblico partecipe ma civile e rispettoso che non vuole perdersi la possibilità di godere dei testi delle canzoni.

Tuttavia a chiusura di ogni brano le ovazioni si sprecano, nonostante Battiato entri fuori tempo nelle strofe in un paio di occasioni ed a volte sembri davvero affaticato. “Sono distrutto”, dichiara durante il concerto ma questo non gli impedisce di rientrare in scena per il bis, restituendo al pubblico il rispetto ricevuto, e portando avanti un’esibizione seducente che dura quasi due ore.

Il clima mite, le luci azzurre sul palco e quelle gialle che illuminano il porticato del Plebiscito insieme alla musica creano un’atmosfera perfetta, come in un’oasi speciale e fuori dal tempo che durante “La Cura”, nella parte finale della scaletta, raggiunge l’apice. È proprio in quel momento che mi accorgo della distesa di cellulari impegnati a filmare, illuminati in una miriade di rettangolini, che a distanza assomiglia ad una costellazione futuristica. Sono tentata dallo scattare una fotografia dall’alto della scena, che in qualche modo perverso ha un suo fascino ma decido di rinunciare e lasciare che questa significativa immagine di fine primavera resti fissata solo nella mia memoria mentre mi chiedo se ha senso assecondare l’ossessiva paura che abbiamo di perdere i ricordi, rinunciando in cambio a qualcosa di prezioso come la luce delle stelle.

(articolo di Sara Picardi)

Riflessioni sullo spinoso caso Riina.

“Il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile. Il fine non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali”. Quando Cesare Beccaria nel 1764 diede alla luce Dei Delitti e delle Pene lo fece mosso da una visione utilitaristica. La pena avrebbe avuto una sua utilità solo se sganciata da una condizione di tormento. La sua visione delle cose tira inevitabilmente in ballo il concetto di tirannia: “Ogni atto di autorità di uomo a uomo che non derivi dall’assoluta necessità è tirannico”.

Nella sua idea, tutto quanto non è necessario, contribuisce a determinare dispotismo. In molti reputano che in quel lontano 1796 furono gettate le basi della civiltà giuridica.

Di acqua sotto i ponti ne è passata ed il diritto penale ha subito significative trasformazioni, ma oggi, per uno di quegli strani tiri che la storia gioca e che qualcuno ha definito ricorsi storici, involviamo verso un tempo oscuro governato dal diritto d’eccezione e dal populismo penale.

Nel caso Riina, la Corte di Cassazione ha rispedito gli atti al Tribunale di Sorveglianza di Bologna, che aveva rigettato il differimento dell’esecuzione della pena.

Questo vuol dire che Riina sarà scarcerato? No. Purtroppo un dibattito avvelenato sta facendo in modo che si discuta di cose lontane dai reali termini della questione.

La Corte di Cassazione ha meramente rammentato un principio per cui il Tribunale di Sorveglianza avrebbe dovuto considerare il complessivo stato morboso del detenuto, per valutare se le sue condizioni generali fossero compatibili con un trattamento che assicuri la dignità a cui rimanda l’art 27, comma III della Costituzione.

“In presenza di patologie implicanti un significativo scadimento delle condizioni generali e di salute, il giudice di merito deve verificare, adeguatamente motivando in proposito”.

Tutto ciò inserito in un contesto dove vengono denunciate nella stessa Ordinanza le deficienze della casa di reclusione di Parma.

In seconda istanza la Cassazione ha rammentato che è assente una valutazione sulla attualità della pericolosità del Riina.

E’ chiaro a tutti che stiamo parlando del vertice di cosa nostra. Una personalità di particolare brutalità criminale. Eppure la vicenda pone un tema spinoso. Lo stato di diritto deve sospendersi al cospetto di tali individui? Il trattarli senza necessariamente rispettare le leggi, non ci avvicina forse culturalmente a quelli che in una qualche maniera vogliamo combattere?

Ammetto che queste domande hanno risposte difficili e tormentate. Difficili e tormentate perché calate nel contesto del diritto al tempo del populismo penale e dei processi televisivi. La realtà che osservava Beccaria è profondamente mutata ed oggi siamo pronti a rimanere indignati rispetto alla Sentenza della Cassazione ed a trascurare le tante, tantissime morti in carcere.

Ed allora a parere di chi scrive questa Sentenza dovrebbe essere letta per il principio che fissa, non a garanzia di un singolo uomo, ma di tutti quelli che in carcere soffrono con epiloghi spesso drammatici. La democrazia è un esercizio di notevole complessità proprio perché ha un profilo troppo spesso trascurato. Essa ci costringe a far fronte ad i nostri mostri interiori: una personalità mostruosa come quella di Riina deve essere trattata con regole diverse, chi si spingono fin oltre la soglia del trattamento umano? Nel momento in cui generiamo questa eccezione non si è forse consumata una metamorfosi che ci fa riscoprire nell’inedito ruolo di carnefici?

Quale è la pulsione che provi nel sapere che il tuo nemico è stato ridotto ad uno stato larvale?

Quanto questo determinerà un avanzamento delle condizioni complessive di vita e di lotta ai poteri criminali?
Ritorno a Beccaria: “il piú sicuro ma piú difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione…”. Il giurista parla di educazione e non rieducazione. Quest’ultima la si rapporta generalmente ai detenuti. Parlare di educazione invece lascia intendere che non ci si riferisca solo ai detenuti ma anche ai cittadini. Essi, credo, debbano recuperare quel senso di umanità, di cui parlava Rousseau, filosofo in parte prossimo a Beccaria (quale saggezza può mai esistere fuori dell’umanità?). Solo questa  porta a non inveire sul cadavere del nemico, ma allo stesso tempo a coservare un punto di memoria su tutti quei figli di un dio minore che non possono pagare le parcelle e permettersi un avvocato come Riina può, e che sono  dimenticati nell’oblio delle carceri del nostro Paese.

Le carceri, proprio quei dispositivi sociali che riproducono criminalità.

Ed allora, se c’è un modo di leggere questa faccenda è quello per cui  la Cassazione, fin ora silente,  ha prodotto un modesto lume. Con questa tenue luce ci è dato  osservare le forme del buio (all’interno del quale si generano, vivono e periscono i mostri).

Nicola Nardella

 

Mediterraneo Antirazzista,una manifestazione di rilievo nazionale che mira a unire i giovani provenienti da ogni luogo del bacino del Mediterraneo in una manifestazione sportiva che vuole comunicare un messaggio bellissimo, di unione, di forza, di armonia, in un periodo storico in cui lo spauracchio razzista é alle porte.

Napoli, 3/6/2017. Si concludono con oggi le giornate del Mediterraneo Antirazzista,una manifestazione di rilievo nazionale che avviene ogni anno principalmente nel quartiere di Scampia, che mira a unire i giovani provenienti da ogni luogo del bacino del Mediterraneo in una manifestazione sportiva che vuole comunicare un messaggio bellissimo, di unione, di forza, di armonia, in un periodo storico in cui lo spauracchio razzista é alle porte.

Questo evento diventa un momento di mutualismo sociale di emozioni e coinvolgimento in cui si da una visione alternativa alle logiche capitaliste del calcio nazionale spesso intristito dai cori razzisti e dalla violenza gratuita, in cui il lavoro sullo spazio pubblico e quello contro le discriminazioni di ogni genere si uniscono per creare un sano momento di aggregazione sociale a cui aderiscono per la realizzazione ogni anno numerose realtà : Dream Team- Donne in rete , i giovani della Stella Rossa, l’Arci Scampia e le mamme dell’ArciScampia, la BandaBaleno , il Gridas , il Centro Hurtado, Chi rom e…chi no / Chikù, il Circolo La Gru,il centro diurno Gatta Blu, i ragazzi di Villa De Luca ma anche singoli, militanti, associazioni, squadre di calcio popolare di tutta la città

. Quest’anno l’ultima fase della manifestazione con premiazione si é tenuta in villa capriccio, a Capodimonte, dove i ragazzi hanno colorato di multietnia dei campetti che il resto dell’ anno sono chiusi al pubblico per inagibilità (a tutt’ora da verificare) e per lungaggini burocratiche, in un contesto residenziale e solitamente dormiente, animato da qualche rapina ed episodi di bullismo (denunciati pubblicamente, da persone che vivono il parchetto municipale), e dove le spinte di aggregazione sociale sono limitate finora a qualche evento di massa a cadenza casuale spalmate nel corso dell’ anno.

Non poche sono le difficoltá burocratiche incontrate ogni anno per l’organizzazione e lo svolgimento della manifestazione, e con rammarico si è potuta constatare l’assenza quasi totale delle istituzioni, niente protezione civile, una sola ambulanza,a pagamento. E allora ci chiediamo, perché quando ci sono da fare selfie o propagandare cose normalissime per cui i nostri rappresentanti istituzionali vengono pagati coi nostri soldi le bacheche facebook appaiono per lo più intasate, mentre quando c é da partecipare e contribuire a una cosa così bella, assistiamo a una evaporazione di massa del tricolore istituzionale che ci dovrebbe rappresentare?

In base a quali criteri un evento merita attenzione e viene pubblicizzato mentre un altro totalmente ignorato? In base a cosa uno spazio viene liberato e l’altro viene fatto morire? Sarebbe il caso di interrogarsi e combattere affinchè la politica sia un mezzo democratico e omogeneizzante alla portata di tutti , e non come in certi casi, un nastro di autocelebrazione che decora la propria torta a seconda del colore delle fette e di chi le mangia

Sullo stesso argomento riceviamo e pubblichiamo:

Considerazioni sul Mediterraneo Antirazzista 2017

 Sabato 3 giugno 2017 si è conclusa la VI edizione del Mediterraneo Antirazzista Napoli, manifestazione sportiva nazionale che a partire da Palermo tocca varie città italiane da sud a nord per sostenere uno sport antirazzista e aperto a tutti e promuovere la riappropriazione dal basso di spazi pubblici destinati allo sport.
Spinti dal desiderio di allargare ad altri quartieri della città la manifestazione – storicamente organizzata a Scampia dal comitato Spazio Pubblico Scampia con la collaborazione dell’ASD Stella Rossa 2006 ed altre realtà del territorio- quest’anno si è deciso di spostare la seconda giornata del Mediterraneo al campo sportivo di via Lieti a Capodimonte, in disuso da diverso tempo e dichiarato recentemente inagibile per arginare le richieste provenienti da realtà sportive popolari che ne chiedevano l’utilizzo gratuito per organizzare attività sportive gratuite per i bambini del quartiere. Il campo è finito così al centro di un dibattito cittadino pubblico ,promosso dall’ASD Stella Rossa 2006, dall’Assemblea degli Abitanti di Capodimonte e Dintorni, da Villa De Luca ed altre realtà cittadine auto organizzate, sull’importanza di restituire alla popolazione luoghi dedicati allo sport e all’aggregazione.
In diversi incontri con i rappresentati della III Municipalità, con il personale tecnico della Napoli Servizi e alla presenza dell’assessore allo Sport del Comune di Napoli Ciro Borriello, si è esposta l’esigenza di utilizzare il campo Lieti per celebrare il Mediterraneo Antirazzista: in una città come Napoli, in particolar modo nella zona del centro carente di aree attrezzate e strutture ad uso sportivo/ricreativo, è doveroso oltre che di buon senso permettere l’organizzazione di un evento di tale portata che vuole promuovere uno sport accessibile a tutti e favorire l’utilizzo libero di quelle poche strutture verdi e sportive a disposizione dei cittadini. Inoltre, in questo preciso momento storico, con il Paese sempre più incline all’esclusione ed alla sopraffazione delle fasce sociali più deboli e alla criminalizzazione ed emarginazione dei migranti, Napoli si è dimostrata ancora una volta una “città che accoglie”, soprattutto grazie all’intervento di attivisti/e e volontari/e, come hanno dimostrato le attività di sbarco di 1500 persone bisognose provenienti dalla Libia di qualche giorno fa. Eventi come il Mediterraneo Antirazzista non rappresentano semplicemente momenti di scambio e di crescita interculturale, ma sono diventati una necessità per rivendicare con più forza che la società che vogliamo è senza barriere, senza differenze nel rispetto dei diritti di ogni essere umano.
Eppure , nonostante l’amministrazione della città e ,nello specifico, l’amministrazione della III Municipalità si fregino di uno spirito inclusivista e dalla parte dei cittadini, ieri mattina abbiamo incontrato una certa resistenza all’ingresso del parco in via Lieti…
Con l’ autorizzazione alla mano, rilasciata direttamente dall’assessore Borriello – chiamato in causa per via del silenzio del presidente della III municipalità Ivo Poggiani sulla richiesta di utilizzo del parco – e sottoscritta dal dirigente amministrativo della III municipalità Ciro Scarici, ci veniva riferito dal personale responsabile della struttura che non erano state fornite dalla Municipalità disposizioni riguardo l’utilizzo del campo e che, anzi, era fatto loro divieto di aprire il campo per la realizzazione della manifestazione. Sono dovute intercorrere una serie di telefonate e diverse pressioni affinché la III Municipalità prendesse atto della legittimità della nostra presenza in quel luogo e per quell’appuntamento lasciandoci entrare. Una volta entrati, però, abbiamo scoperto che il campo non era stato preparato per il nostro arrivo e che , anzi, versava in pessime condizioni: i partecipanti alla manifestazione hanno dovuto districarsi nella sporcizia e nella totale assenza di igiene all’interno degli spogliatoi e dei bagni, ancora luridi dopo l’evento organizzato a Pasquetta (un evento a scopo di lucro per il quale la Municipalità ha dato prontamente l’autorizzazione), ed hanno mangiato quintali di terreno per il mancato innaffiamento del campo.
La giornata si è svolta comunque con serenità e grande soddisfazione: quindici squadre costituite da esponenti del calcio popolare campano, migranti, attivisti e attiviste, ragazzi del quartiere hanno dato vita ad una celebrazione dello “Sport Popolare in Spazio Pubblico”, nonostante le difficoltà dovute al caldo, al ramadan e alle pessime condizioni in cui è stato trovato l’impianto sportivo.
Non ci crea problemi il fatto di aver dovuto autogestire l’intera area da soli, innaffiandola e ripulendola anche della sporcizia lasciata da altri. Piuttosto ci fa riflettere la totale indifferenza e addirittura l’ostracismo con cui l’amministrazione municipale ci ha accolto al campo Lieti , soprattutto se consideriamo l’attenzione che, invece, la medesima Municipalità ha prestato in passato per iniziative private di natura lucrativa in quello stesso spazio: perché una risorsa pubblica che potrebbe essere un bene comune come il Parco di Villa Capriccio a Lieti e l’impianto sportivo al suo interno devono essere abbandonati a loro stessi e concessi solo quando sia previsto un guadagno per la Municipalità o per gli organizzatori di eventi? perché un’amministrazione eletta sulla base di promesse “rivoluzionarie” e popolari ha poi difficoltà a concedere un suo spazio per attività sociali gratuite rivolte alle fasce più deboli della cittadinanza? perché la stessa amministrazione municipale ostacola l’organizzazione di eventi che promuovono l’inclusività e l’antirazzismo, sulla scorta di uno spirito che apparentemente – e a questo punto forse solo a parole- dovrebbe caratterizzare anche l’amministrazione cittadina?
Fin quando saremo costretti a continuare a porci queste domande andremo avanti nell’organizzazione e nella promozione del Mediterraneo Antirazzista, spingendoci a nuovi quartieri coi loro spazi abbandonati, pretendendo risposte e assunzione di responsabilità politiche da parte di chi si è detto dalla parte dei più ma porta avanti atteggiamenti esclusivisti, continuando a monitorare la situazione dei Campi Lieti, a promuovere uno sport dal basso, accessibile a tutti e foriero di valori come l’antirazzismo e l’antifascismo, preferendo, come sempre, la pratica alle parole.

ASD Stella Rossa 2006

Assemblea degli Abitanti di Capodimonte e Dintorni

Villa De Luca

RISCHIO CHIUSURA ASILO “IL CUCCIOLO”.

Riceviamo è pubblichiamo un comunicato dei Consiglieri di Napoli in Comune a Sinistra:

RISCHIO CHIUSURA ASILO “IL CUCCIOLO”: NECESSARIA STABILIZZAZIONE DEL SERVIZIO

Sull’ennesimo rischio chiusura dell’Asilo nido “Il Cucciolo” ci affianchiamo alle parole di preoccupazione espresse da genitori e lavoratori dell’asilo, dichiarano i consiglieri di “Napoli in Comune a Sinistra” Daniele Quatrano e Mauro Morelli.
E’ da anni, infatti, che i gruppi consiliari della sinistra della Municipalità 5 propongono di stabilizzare l’attività degli asili nido nati dall’utilizzo dei Fondi PAC Infanzia così da dare garanzie certe alle famiglie del territorio e maggiori tutele e stabilità a chi ci lavora.
Se le difficoltà finanziarie dell’Ente minano questa possibilità allora bisogna intensificare l’impegno amministrativo centrale e periferico nell’uso degli svariati milioni messi a disposizione dal Fondo PAC sia per l’infanzia che per gli anziani, fondi che il Comune di Napoli (al pari di moltissimi altri comuni del sud Italia) allo stato attuale rischia in buona parte di perdere per carenze di organico e professionalità adatte.
Invece di intervenire in tale senso assistiamo ad uno scarica barile continuo tra funzionari e dirigenti di Municipalità, il cui orgoglio prevale sulle esigenze del territorio, dei bambini e delle famiglie.
Allo stesso tempo critichiamo il pressapochismo dell’Amministrazione centrale, nella figura del capo di gabinetto Auricchio, a cui la Municipalità si è rivolta più volte nel segnalare le difficoltà di gestire un attività così delicata senza il necessario personale qualificato, tant’è che il nido è stato inaugurato e tenuto aperto solo grazie allo sforzo a titolo gratuito di alcuni consiglieri ed alla buona volontà e spirito di responsabilità di funzionari amministrativi con mansioni e capacità professionali del tutto diverse da quelle necessarie.
Approfittiamo di quest’ennesimo segnale di allarme per chiedere, anche tramite i consiglieri comunali di “Napoli in Comune a Sinistra”, un’incontro con i vertici comunali sui fondi PAC, sul personale e sulle posizioni organizzative dei dirigenti nelle Municipalità e affiancandoci alle richieste pervenute dalle stesse Municipalità ai vertici dell’Amministrazione comunale.

Napoli, 30 maggio 2017                                                                I consiglieri di Napoli in Comune a Sinistra