Alcune riflessioni sull’appello di Anna Falcone: le forme del buio.

“Siamo di fronte ad una decisione urgente”. Adoperando questi toni  si apre l’appello di Anna Falcone. L’ appello lancia l’iniziativa del 18 giugno a Roma per unire la sinistra.

Purtroppo però ogni  volta in cui  ci si è mossi  spinti dall’urgenza vi sono stati disastri. Bisognerebbe recuperare un tempo da dedicare alla riflessione e comprendere che i processi di formazione delle soggettività politiche spesso si sviluppano su tendenze che si manifestano in anni.

Poi in realtà l’appello sembrerebbe condivisibile in molti punti. La crisi economica ha prodotto spaventose nuove povertà. Noi aggiungiamo che la povertà è divenuta miseria. Miseria, poiché aggravata dalla privazione di qualunque anelito teso a restituire centralità alla categoria del possibile (la classe in sé che diviene classe per sé).

Ma l’equivoco di fondo è forse proprio questo. Il primo passo per lottare contro la disuguaglianza non è portare al voto tutti coloro che vogliono rivendicare diritti e dignità. Il voto è uno degli aspetti della faccenda, di sicuro, oggi, non quello centrale. La conquista di avamposti istituzionali dovrebbe essere la conseguenza dello sviluppo diffuso di vertenze e lotte sui territori, aprire vertenze e tentando di mettere in connessioni quelle già esistenti. Il ciclo di lotte biopolitico ha prodotto delle fratture evidentissime nel dispositivo di governabilità del territorio. Basti pensare all’esperienza  No Tav, ma potremmo citarne tante altre.

E se “l’apertura di un nuovo spazio in cui il voto torni a contare” fosse una condizione importante ma non sufficiente? La tutela della Costituzione formale è un gran fatto, ma lo è forse ancora di più quella materiale perché in fin dei conti la faccenda è proprio di natura materiale. Le Costituzioni formali se non traggono linfa dai processi di rottura materiale dei dispositivi di governabilità sono ben poca cosa.

Bisogna aprire gli occhi, il nastro si è riavvolto lungo il tracciato del tempo. Qui non esistono più regole. Tutto ha il sapore di un ritorno al medioevo. Spesso una canzone dei 24 Grana torna alla mente: Frnut e sord che fai, pav e bullet cu e guai, stop” (Finiti i solfi che guadagni, paghi le bollette ed altri guai, stop). Essere precari o avere un lavoro. Condannati comunque ad una sussunzione totale che ti consenta però a fine mese di pagare bollette, rate ed altro, stop. I 24 Grana sono stati da sempre un gran gruppo, il loro scioglimento è una iattura.

Viviamo nel tempo in cui la via socialdemocratica si è in tutta evidenza disintegrata sotto il peso delle politiche di austerity. In Italia da un lato si ricompone un blocco di destra ispirata ai vecchi valori neocon che vorrebbero riportare indietro le lancette dell’orologio ad una Europa dei confini e del protezionismo. D’altro canto il Partito Democratico si smembra sotto la pressione degli smottamenti prodotti dalla lacerazione tra l’apparato tosco-emiliano e una tendenza volta alla tutela degli interessi di un’economia finanziarizzata. Temiamo che se nel comprendere chi fa le spese di queste contraddizione ci si appella ad un concetto generico di nuove povertà come pure Papa Francesco, citato dalla Falcone fa, non si comprenderà mai a fondo il nodo reale della faccenda. Il tema ineludibile è che seppur frantumata, pluridimensionale, resa serva e deprivata di consapevolezza, a fare le spese di questo ingranaggio infernale vi è una classe e tanto più questa classe acquisirà consapevolezza creando legami e connessioni, tanto più la faccenda diventerà preoccupante per molti.

Ovviamente questo è un dato difficile da cogliere. Difficile da cogliere poiché viviamo un tempo di formidabili trasformazioni. In Italia un soggetto come il M5s attraverso il suo programma Rousseau, sta creando un immenso archivio adoperabile anche in un sistema di studio di dati aggregati. Un programma, gestito da una Corporation depositario di un potere enorme: gestire gli iscritti. Roba da “Balde Runner”. Il partito Democratico, ha avviato una sperimentazione parimenti audace, portando all’estrema conseguenza il modello americano. La politica diventa marketing, propaganda, linguaggio aziendale comunicato nelle forme della metafora calcistica. Di fatto una forma vacua che maschera lo scivolamento del potere decisionale dagli organi istituzionali alla sfera sovranazionale. Parleremo a proposito di questo cupo tempo di forme del buio. Eppure il buio ha in sé la potenza di divenire luce. In questo senso mi sembra sia andata l’assemblea delle Fairless cities a Barcellona. Nuovi linguaggi della politica, migranti, questione abitativa, ambiente, reddito, empatia, capacità di creare legami, energie alternative. Punti fondamentali in un momento in cui tutto è allo sbaraglio. Cara Anna Falcone mentre parliamo di sinistra, trascorriamo la nostra esistenza fluttuando tra like e blocchi pubblicitari. Siamo alla ricerca di noi stessi nel delirio più totale. Puntare a collegare la sola questione dei diritti a quella del voto e come comprare la pillola, mandarla giù lungo l’apparato digerente e poi rendersi conto di quei dannati effetti collaterali: nausea, afasia, il pensiero che qualche cosa non sia andato per il verso giusto perché il malessere permane, si acutizza.  Allora,  l’assemblea a Roma, il 18 giugno, deve  necessariamente guardare oltre, puntando a costruire qualche cosa di più ambizioso.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *