Riflessioni sullo spinoso caso Riina.

“Il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile. Il fine non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali”. Quando Cesare Beccaria nel 1764 diede alla luce Dei Delitti e delle Pene lo fece mosso da una visione utilitaristica. La pena avrebbe avuto una sua utilità solo se sganciata da una condizione di tormento. La sua visione delle cose tira inevitabilmente in ballo il concetto di tirannia: “Ogni atto di autorità di uomo a uomo che non derivi dall’assoluta necessità è tirannico”.

Nella sua idea, tutto quanto non è necessario, contribuisce a determinare dispotismo. In molti reputano che in quel lontano 1796 furono gettate le basi della civiltà giuridica.

Di acqua sotto i ponti ne è passata ed il diritto penale ha subito significative trasformazioni, ma oggi, per uno di quegli strani tiri che la storia gioca e che qualcuno ha definito ricorsi storici, involviamo verso un tempo oscuro governato dal diritto d’eccezione e dal populismo penale.

Nel caso Riina, la Corte di Cassazione ha rispedito gli atti al Tribunale di Sorveglianza di Bologna, che aveva rigettato il differimento dell’esecuzione della pena.

Questo vuol dire che Riina sarà scarcerato? No. Purtroppo un dibattito avvelenato sta facendo in modo che si discuta di cose lontane dai reali termini della questione.

La Corte di Cassazione ha meramente rammentato un principio per cui il Tribunale di Sorveglianza avrebbe dovuto considerare il complessivo stato morboso del detenuto, per valutare se le sue condizioni generali fossero compatibili con un trattamento che assicuri la dignità a cui rimanda l’art 27, comma III della Costituzione.

“In presenza di patologie implicanti un significativo scadimento delle condizioni generali e di salute, il giudice di merito deve verificare, adeguatamente motivando in proposito”.

Tutto ciò inserito in un contesto dove vengono denunciate nella stessa Ordinanza le deficienze della casa di reclusione di Parma.

In seconda istanza la Cassazione ha rammentato che è assente una valutazione sulla attualità della pericolosità del Riina.

E’ chiaro a tutti che stiamo parlando del vertice di cosa nostra. Una personalità di particolare brutalità criminale. Eppure la vicenda pone un tema spinoso. Lo stato di diritto deve sospendersi al cospetto di tali individui? Il trattarli senza necessariamente rispettare le leggi, non ci avvicina forse culturalmente a quelli che in una qualche maniera vogliamo combattere?

Ammetto che queste domande hanno risposte difficili e tormentate. Difficili e tormentate perché calate nel contesto del diritto al tempo del populismo penale e dei processi televisivi. La realtà che osservava Beccaria è profondamente mutata ed oggi siamo pronti a rimanere indignati rispetto alla Sentenza della Cassazione ed a trascurare le tante, tantissime morti in carcere.

Ed allora a parere di chi scrive questa Sentenza dovrebbe essere letta per il principio che fissa, non a garanzia di un singolo uomo, ma di tutti quelli che in carcere soffrono con epiloghi spesso drammatici. La democrazia è un esercizio di notevole complessità proprio perché ha un profilo troppo spesso trascurato. Essa ci costringe a far fronte ad i nostri mostri interiori: una personalità mostruosa come quella di Riina deve essere trattata con regole diverse, chi si spingono fin oltre la soglia del trattamento umano? Nel momento in cui generiamo questa eccezione non si è forse consumata una metamorfosi che ci fa riscoprire nell’inedito ruolo di carnefici?

Quale è la pulsione che provi nel sapere che il tuo nemico è stato ridotto ad uno stato larvale?

Quanto questo determinerà un avanzamento delle condizioni complessive di vita e di lotta ai poteri criminali?
Ritorno a Beccaria: “il piú sicuro ma piú difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione…”. Il giurista parla di educazione e non rieducazione. Quest’ultima la si rapporta generalmente ai detenuti. Parlare di educazione invece lascia intendere che non ci si riferisca solo ai detenuti ma anche ai cittadini. Essi, credo, debbano recuperare quel senso di umanità, di cui parlava Rousseau, filosofo in parte prossimo a Beccaria (quale saggezza può mai esistere fuori dell’umanità?). Solo questa  porta a non inveire sul cadavere del nemico, ma allo stesso tempo a coservare un punto di memoria su tutti quei figli di un dio minore che non possono pagare le parcelle e permettersi un avvocato come Riina può, e che sono  dimenticati nell’oblio delle carceri del nostro Paese.

Le carceri, proprio quei dispositivi sociali che riproducono criminalità.

Ed allora, se c’è un modo di leggere questa faccenda è quello per cui  la Cassazione, fin ora silente,  ha prodotto un modesto lume. Con questa tenue luce ci è dato  osservare le forme del buio (all’interno del quale si generano, vivono e periscono i mostri).

Nicola Nardella

 

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