Lasciare la società dei consumi e ricominciare dalla natura: è possibile? Intervista ad Antonio Vispo.

Abbiamo deciso di pubblicare l’intervista ad Antonio Vispo perchè crediamo che la sua sia una storia da raccontare. Una storia di abbandono della società dei consumi e di dignità.

La crisi economica e il dramma del lavoro, poi una scelta di dignità: vivere in simbiosi con la natura e con il bosco.

Riteniamo questa storia molto importante. Per questo la seguiremo nel suo evolversi. Vedremo come il bosco pian piano tornerà a prendere vita.

Per noi non è un investimento solo umano ma sociale.

E’per questo che chiediamo a chiunque volesse dare un sostegno economico di prendere contatto con la redazione di NapoLeaks. Saremo ben lieti di presentarvi Antonio. Nei prossimi giorni su questa storia partirà una vera e propria campagna di crowdfounding.

Intanto leggiamo la bella intervista:

 

Allora Antonio, come è accaduto che hai lasciato il tuo precedente lavoro è hai deciso di dedicarti al lavoro in campagna?

Ciao e grazie dell’opportunità, iniziamo con il dire che la mia è stata una naturale conseguenza dello stato attuale dell’economia, come molti mi sono ritrovato senza lavoro ed avendo qualche anno di esperienza alle spalle ho deciso di investire il mio tempo nella coltivazione e cura dell’ambiente anziché reimmettermi in un sistema che considero ormai alienante per l’essere umano così da potermi autoprodurre quel cibo che prima mi obbligava a lavorare per comprarlo, riuscendo ad avere nelle eccedenze di raccolto quello che basta ad essere scambiato con altri prodotti, servizi o il necessario per l’affitto e le bollette finché non sarà terminata la conversione totale all’energia solare per le esigenze casalinghe oltre che legname per le esigenze invernali ed erbe spontanee adatte all’uso medico nonché ottime in cucina, l’obiettivo è la totale autonomia energetica ed alimentare senza essere obbligati ad un lavoro come comunemente viene inteso

Cosa coltivi e dove?
Somma Vesuviana provincia di Napoli, monte somma parte integrante del parco nazionale del Vesuvio.
Coltivazioni tipiche del clima mediterraneo provenienti dalla tradizione popolare, pomodorini, zucche, zucchine, insalate, cipolle, porri, fragole, Melenzane, peperoni ecc ecc oltre diverse piante aromatiche, dall’origano alla salvia, borragine, menta, timo…
erbe selvatiche edibili come Piantaggine, portulaca, ortica, tarassaco e diverse altre

Quali sono le difficoltà di questo tipo di percorso?
Principalmente le difficoltà di questo percorso risiedono semplicemente nel cambio di mentalità rispetto al classico concetto di lavoro e di coltivazione, sia ben chiaro, le difficoltà sono degli altri che non riescono a comprendere fino in fondo un modo di vivere che ha il suo obiettivo principale nell’equilibrio tra uomo e natura anziché l’arricchimento a discapito della natura, io non produco più di quanto sia necessario, non metto in tavola più cibo del necessario e tutto ciò che viene servito deve essere mangiato, si impara così il rispetto per il cibo che significa soprattutto non sprecare.
Sto inoltre portando avanti parallelamente all orto un progetto di food forest, letteralmente una foresta di cibo, un luogo dove colture annuali e periodiche lavorano in piena autonomia ed indipendenza dalla mano dell’uomo, ricreando un sistema naturale che è in grado di offrire cibo ed erbe mediche 12 mesi l’anno.

Ti stai dedicando al rinverdimento di una foresta. Ci racconti?
Parlerei più di ricerca di reciproca utilità, io mi prendo cura della mia parte di bosco attraverso la rimozione di alberi o rami morti che diventano legname per l’inverno, sostituisco gli stessi poi con nuovi alberi cercando di preservare le caratteristiche naturali del posto, andando ad introdurre al fianco di tutte quelle erbe selvatiche edibili che da secoli sono state fonte di sostentamento, colture annuali o stagionali che però si rinnovano in modo autonomo di anno in anno, non c’è più semina o trapianto dopo il primo anno, si lascia fare tutto alla natura, come per migliaia di anni è stato senza l’intervento dell’uomo

la fuga dalla società dei consumi è possibile quindi?
Si, possibile e doverosa aggiungerei, l’importante è guardare alle cose vere, essenziali della vita, un tetto, cibo sano e quella dignità nell’animo di chi onestamente suda ogni giorno per migliorare se stesso attraverso una qualità di vita molto più semplice e lenta, si impara a vivere seguendo il ritmo delle stagioni piuttosto che le scadenze d’ufficio, si attribuisce il giusto valore alla realtà quotidiana, certo c’è bisogno di qualche rinuncia, non c’è domenica o festività che tenga quando c’è da lavorare a qualcosa ma in una visione più ampia della vita si può arrivare ad essere felici di una vita che ci riporta verso noi stessi ed il nostro legame ancestrale con la Natura.
È possibile per chiunque, basta mettere il proprio benessere psicofisico davanti ai desideri indotti dalla società moderna, basta sapersi “accontentare” della frutta e verdura nella loro stagionalità perché vedo tante persone comprare fragole a gennaio o zucchine a dicembre e lamentarsi per il prezzo alto ed il sapore inesistente…madre natura ha dato ad ogni stagione, ad ogni mese dell’anno una ricchezza di cibo che se si imparasse davvero a farne uso si potrebbero sfamare molte più persone, in modo sano, genuino cosa che porterebbe di conseguenza ad uno sviluppo dell’attività agricola nelle sue varie forme direttamente sul territorio, senza dover importare cibi coltivati fuori stagione

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Il prossimo passo come ti accennavo è la creazione di questa food forest che servirà oltre che per mio uso personale anche come aula studio per chi volesse approfondire l’argomento ed intraprendere lo stesso percorso.
Inoltre è in cantiere un progetto di crowfounding per permettere a chi ne avesse la sensibilità di aiutarmi nel progetto, adottando simbolicamente un albero, un cespuglio, un fiore, in modo da concedere la possibilità di creare un punto di partenza dal quale iniziare una vera e propria rivoluzione verde, riportando a nuova vita quelle zone di verde comune o privato, abbandonate, che potrebbero essere interessanti prospettive per chi come me si è trovato senza lavoro, oppure per quei giovani che mostrano una straordinaria sensibilità nei confronti della natura e che vogliono migliorarla partendo da loro stessi senza paura di sporcarsi di terra le mani.
Per chi desidera seguirmi, avere aggiornamenti sul progetto food forest (per il quale sarà presto disponibile una pagina Facebook, per chi desidera una marmellata artigianale o semplicemente per fare una chiacchierata mi può trovare su Facebook : Antonio Chania, chiudo questa bella chiacchierata con un ringraziamento, al mio Capobranco, a Gandalf, il mio compagno di vita, il mio lupacchiotto che mi ha lasciato lo scorso anno, senza il quale non avrei mai immaginato di poter sognare e realizzare tutto questo.
Grazie a tutti voi di aver condiviso la mia esperienza e per qualsiasi informazione non esitate a contattarmi

FESTA DELLA MUSICA EUROPEA A NAPOLI: Insorgenza Musica al Maschio Angioino


L’evento, che coinvolge varie città di Italia e d’Europa nel periodo del solstizio d’estate, a Napoli ha abbracciato un’intera settimana e si è svolto da sabato 17 a sabato 24 giugno nelle location più suggestive e fresche della città: dalla certosa di San Martino, passando per Piazza Del Gesù, Villa Volpicelli ed il Maschio Angioino.
Nel caso specifico di quest’ultimo scenario, il concerto “E sono mò” si è tenuto il 22 giugno ed ha visto susseguirsi sul palco ben 13 band, coordinate dal Collettivo antirazzista ed antifascista “Insorgenza Musica”, fondato dal musicista Claudio Cimmino nel 2012 e in collaborazione con l’associazione culturale Echos Lab di cui è presidente Corrado Elia.
Il progetto “Insorgenza Musica”, nato con l’intento di organizzare concerti ed occasioni di incontro tra musicisti indipendenti, prevede la programmazione autonoma di iniziative musicali cooperando sia con le istituzioni locali che con le realtà autonome antagoniste sul territorio campano. Particolare attenzione è riservata non solo alla musica, ma anche alle collaborazioni di impegno sociale per una riqualificazione della città che passi attraverso l’arte.
Ho creato questo collettivo perché credo che ci possa essere solidarietà artistica ed umana tra musicisti, volontà di condivisione del fare musica, comunicare, attraverso la musica, un pensiero critico” dice Claudio Cimmino e prosegue: “Credo nella responsabilità artistica alla collaborazione attiva nel sociale ed alla necessità di una più attenta ed attiva consapevolezza individuale della nostra realtà storica e dei processi sociali che stiamo vivendo”. In tal senso è significativo il presidio musicale organizzato lo scorso 18 febbraio a sostengno degli operai della FIAT a Pomigliano.
La musica veicola emozioni, idee, riflessioni, se è vera e libera, lo sono le coscienze dei musicisti. Nel corso di questi anni ho incontrato tanti uomini e donne coscienti di dover fare la propria parte per la difesa dei diritti e la libertà di tutti i più deboli. Questo è il nostro modo di fare musica, al di là del genere musicale, dell’età e delle diversità. Il Collettivo Insorgenza Musica è una grande comunità aperta”.
Il concerto, tenutosi nel cortile del Maschio Angioino, ha in questo senso colpito nel segno portando sullo stesso palco band di generi musicali assolutamente differenti tra cui Work in Progress, Chiodo Fisso, Capatosta, Dan Zul & The Odds ed i New Rose, il gruppo punk rock in azione nel video.

articolo di Sara Picardi

 

Se si accerta che una cosa, qualsiasi cosa, faccia bene non è necessario che questa venga imposta, verrà accettata di per sé. Libertà di scelta vaccinale

Interessante articolo di Raffaele Carotenuto

 

Se si accerta che una cosa, qualsiasi cosa, faccia bene non è necessario che questa venga imposta, verrà accettata di per sé.

Questo principio, semplice quanto rivoluzionario, sembrerebbe non valere nelle intenzioni del decreto-legge sulle vaccinazioni obbligatorie, a firma della Ministra della Salute – Beatrice Lorenzin.

Nel dettaglio, salgono a 12 i vaccini obbligatori cui i bambini dovranno essere sottoposti, con dirette conseguenze, in mancanza, sull’accesso alla scuola dell’obbligo.

La fascia prescolare, se non in regola con il certificato vaccinale, non potrà essere iscritta.

Dai 6 anni in poi, in caso di minore non vaccinato, la scuola ha l’obbligo di riferire alla Asl, che, a sua volta, in caso di mancato adempimento dell’obbligo entro i termini assegnati, comminerà le sanzioni, da 500,00 a 7.500,00 euro, nonché la segnalazione al Tribunale dei minori per la sospensione della potestà genitoriale.

Un principio giuridico assurdo. Uno strumento di controllo, quest’ultimo, che responsabilizza un soggetto terzo (il capo della scuola), che non ha nessuna competenza medica né tantomeno  titolarità al controllo della dichiarazione sanitaria di un genitore e che mette in campo una serie di nuove incombenze in un settore già tanto gravato quale quello della scuola.

Senza contare il regime classista delle sanzioni, che consentirà di fare obiezione attiva solo ai genitori più abbienti ed il conflitto con il diritto allo studio, in evidente fumus di incostituzionalità.

Da diverse parti d’Italia le famiglie sono scese in strada per protestare contro l’obbligo vaccinale, e rivendicare la libera scelta. A fianco di queste anche alcuni noti professionisti in campo medico, che reclamano la inesistenza di condizioni epidemiche tali da indurre alla promulgazione di un decreto legge. La protesta si allarga e cortei pacifici e fiaccolate si susseguono ovunque.

A ciò fa eco il clima di caccia alle streghe, che ha visto già radiati dall’ordine di appartenenza più di un professionista solo per aver espresso perplessità sui vaccini, mentre il Governo consente che un dirigente del ministero della Salute firmi atti pubblici sui vaccini sedendo al contempo nel Cda di uno dei maggiori produttori di vaccino esavalente venduto in Italia e cioè la Fondazione Glaxo, come denunciato dal Codacons.

Il ministro Lorenzin, nella relazione di presentazione al decreto-legge, definisce “ideologici o religiosi” i motivi alla base dei movimenti di opposizione alle vaccinazioni.

Può darsi, ma imporre qualcosa per legge in un ambito dove non vi è evidenza scientifica, ma solo un principio di (presunta) cautela, tale coercizione sicuramente è più vicina ad un orientamento, un credo, un precetto, un assunto dottrinale. Insomma, questo è di sicuro un principio “ideologico o religioso”.

Ideologico è chi non spiega, chi non produce prove, chi non sceglie una politica sanitaria fondata sull’adesione informata e partecipata, chi spaventa, chi divide, chi esclude le famiglie dal processo decisionale.

Non sembra che il Ministro Lorenzin prima di confezionare il decreto-legge abbia presidiato un Comitato nazionale con rappresentanti di medici di diversi orientamenti culturali e famiglie, di studi scientifici indipendenti, non risulta che abbia esibito dati, cifre; insomma, non ha prodotto nessun convincimento, ha solo escluso ed omesso.

Non si è neppure informata dell’opinione prevalente, se non schiacciante, degli Stati membri dell’UE, dove le vaccinazioni sono solo consigliate e non “imposte”.

Mentre viene da sé interrogarsi sul perché dovranno essere sottoposti a vaccino i soli minori, quando la maggior parte della popolazione è ben oltre l’età vaccinale e, non facendo i richiami, non è immune. Come non è immune il personale, gli addetti alla scuola, alle palestre, il personale sanitario e tutti coloro che hanno normalmente a che fare con la fascia d’età in questione.

Inoltre, dal momento che la norma (L. 210/92) stabilisce un risarcimento per i danni indotti dalle vaccinazioni, riconoscendo implicitamente l’esistenza di soggetti danneggiati, viene da se pretendere che se c’è un rischio deve esserci libera scelta.

Di fatto una giurisprudenza consolidata ha già stabilito che l’inadempienza alle vaccinazioni non può configurare violazione dei doveri genitoriali. I giudici sono molto più avanti del legislatore.

Associazioni e comitati contro le vaccinazioni obbligatorie pretendono di mettere sullo stesso piano  il rischio del danno e la libertà di scelta.

Governo e Parlamento si devono prodigare per bilanciare i due interessi, non possono scegliere a vantaggio dell’uno o dell’altro.

Nessuna mamma, nessun padre, nessuna figura genitoriale al mondo permetterebbe consapevolmente di compromettere la salute del proprio figlio.

 

 

Raffaele Carotenuto

 

 

 

 

 

 

 

 

NAPOLI PRIDE: Le origini della parata arcobaleno che difende e tutela i diritti di tutti


Partendo da piazza Municipio, il “Mediterranean Pride of Naples” si è svolto anche quest’anno all’insegna del divertimento, dell’allegria e dell’impegno.

“Pride” è la parola che meglio si addice alla condizione a cui ambisce, in senso globale, la comunità LGBT: la possibilità di poter esprimere se stessi con orgoglio, senza temere alcun tipo di discriminazione.

L’ origine della parata per i diritti degli omosessuali ha radici nei favolosi anni sessanta, con i moti dello Stonewall Inn. Anni favolosi soprattutto per gli eterosessuali, dato che l’omosessualità era ancora considerata un reato in molti paesi occidentali.

Lo Stonewall Inn era un locale del Greenwich Village considerato come roccaforte della comunità omosessuale newyorchese, preso di mira dalle autorità locali; il posto era spesso teatro di scontri con la polizia.

Questi raggiunsero il loro culmine il 29 giugno del 1969, occasione durante la quale le proteste si trasformarono in una vera e propria sommossa.
L’evento ebbe una tale risonanza, sia dal punto di vista sociale che mediatico, che il successivo 29 giugno, Craig Rodwell, noto per aver fondato una libreria memoriale dedicata ad Oscar Wilde, la prima della storia dedicata ad un autore omosessuale, organizzò insieme ad altri attivisti una marcia per i diritti transgender ed omosex, dallo Stonewall Inn fino al Central Park, nel cuore della città.

Da allora, come tradizione, nel mese di giugno si sono susseguite ogni anno manifestazioni per protestare contro le discriminazioni relative all’identità di genere, con una risonanza sempre più forte, man mano che la comunità LGBT ha conquistato visibilità. L’evento si è quindi esteso, gradualmente, dall’America all’occidente tutto, coinvolgendo non più solo gli attivisti, ma un numero sempre più elevato di persone che hanno visto nel Gay Pride un’occasione per ribadire che la libertà di ogni singola categoria rappresenta la libertà di tutti.

Ad ingenui e superficiali che ritengono la società abbia già sdoganato, dopo tanti anni di proteste, i tabù relativi all’orientamento sessuale, basta fare presente che in Italia su 40mila transessuali 10mila vivono prostituendosi, condizione di vita spesso imposta dall’impossibilità di inserirsi in contesti lavorativi di altro tipo.

L’evento Gay Pride, che dai nostri media è riportato troppo spesso mettendo l’accento sugli aspetti più teatrali, frivoli ed autoreferenziali della parata, porta alla luce una volta all’anno le tante contraddizioni di un paese che ha la pretesa di apparire accogliente ed egualitario ma che tollera il fatto che la possibilità di formare o meno un nucleo familiare venga concesso o meno, in base alle proprie preferenze sessuali.

Questo criterio agghiacciante non è dissimile da quello delle discriminazioni razziali ed è supportato ferocemente da presunti esperti che si fanno scudo esprimendo quelle che, secondo loro, sarebbero le esigenze dei bambini. Nei fatti dunque, l’omosessualità è nella migliore delle ipotesi tollerata, ma agli omosessuali non vengono garantiti gli stessi diritti dei loro concittadini eterosessuali, per tutelare i bambini.
Un ragionamento privo di logica che porta con sé un interrogativo: quale bambino, potendo scegliere, vorrebbe davvero crescere in un mondo diviso tra persone di serie A ed altre di serie B?

articolo di Sara Picardi

DECRETO MINNITI sull’ordine pubblico. Chi ci difende dalle Polizie?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un interessante articolo di Laura Bismuto,

Consigliere di DeMa al Consiglio Comunale di Napoli.

 

Il susseguirsi di avvenimenti degli ultimi giorni, settimane, mesi, dimostrano un netto cambio di rotta, o forse sarebbe meglio dire, un inasprimento di un approccio già segnato, estremamente legalitario che nelle ultime fasi si mostra particolarmente insofferente alla vita e al genere umano, nelle loro molteplici sfumature. In un Paese dove la disperazione sociale raggiunge livelli altissimi, dove gli unici riferimenti culturali sono il Grande fratello e Maria de Filippi, in un momento in cui lo Stato manifesta tutta la sua inadeguatezza con lo smantellamento della sanità pubblica, della scuola, con disoccupazione, con i tanti tagli continui agli enti locali e quindi alle forme di sostegno sociale che essi ponevano in essere.

A tutto questo si risponde con il repressivo Decreto Minniti. L’operazione messa in campo è ambiziosa. Colpire duro nel tessuto sociale. Imporre il “decoro” come elemento fondante di una nuova orribile distopia. E dunque cosa importa se a Napoli pochi giorni fa è stata trovata morta una ragazza poco più che ventenne, avvolta in una coperta vicino un cassonetto della spazzatura?

Non ci affanniamo a capire cosa è accaduto. Certo ci incuriosisce il gossip: sarà stata una trans? era asiatica? era tossicodipendente? Cosa importa che vita ha vissuto, o peggio ancora a che serve trovare il colpevole? Era un’ultima… Non vale la pena accanirsi!

Ci sembra invece notevolmente più interessante ed importante perseguire due persone ubriache e quindi prive di lucidità che si lascino andare al sesso in piazza. UNA COSA INACCETTABILE! Eppure non desta alcuna riflessione lo spirito leggero con cui in tanti hanno messo in rete quell’immagine e l’hanno fatta girare andando a solleticare i desideri reconditi e vayeristici di tanti.

E non voglio entrare nel merito della legittimità o meno di tale azione. Ognuno si rende responsabile delle proprie azioni, anche se ci sarebbe da chiedersi: Ma fare all’amore, è DAVVERO UN ATTO OSCENO?

Forse, in un mondo dove non ci si scandalizza più per la morte, dove non ci si indigna più per l’atrocità di certi avvenimenti, dove è tollerata la morte di giovani, di minori, di migranti, di gente che scappa dalla fame e dalla guerra, di donne vittime dei loro carnefici… In un mondo così orribile, forse scandalizza, turba e disturba chi ancora GODE, GIOISCE, VIVE la vita con pienezza, con leggerezza, con passione o semplicemente con serenità.

Anche quello che è avvenuto a Torino, infatti, lascia profondamente sgomenti. Indigna profondamente! Ma è davvero immaginabile aggredire con tale violenza e tale ferocia, ragazzi, adulti e bambini la cui unica colpa è quella di sedere ai tavolini di un bar o di un bistrot? Magari si, ridendo, sghignazzando e schiamazzando dopo le (udite, udite!) 20 di sera. Le scene di Torino ci raccontano di un apparato repressivo legalizzato dal decreto Minniti.

Ed allora bisognerebbe interrogarsi su quest’idea di decoro. Il decoro come orpello estetico che cela in sé una grave indecenza. L’indecenza di chi da un lato precarizza, impoverisce, esclude e poi vorrebbe racchiudere tutto in un’immagine decorosa. Una foto decisamente mal riuscita, irreale, sfuocata, fotoshoppata e quindi falsa.

Ma davvero riteniamo tutto ciò possibile? tollerabile? umano? Non è che questo scontro di cui leggo tanto tra moralisti e anime libere stia avvenendo lungo un falso binario? Non è che la posta in gioco reale sia il governo delle anime attraverso il “divieto”, superando pur anche il diritto penale, ed in questo sorpasso determinando una nuova pedagogia dell’obbedienza?

E allora DIAMOCI TUTTI ALLA PERSECUZIONE DELL’AMORE! POLIZIOTTI ABILITATI ALLA CATTURA DELLA FELICITA’, per vietarla, condannarla ed impedirla! Tutti, come cantavano i Radiohead, impegnati in un’operazione di Karmapolice, su vasta scala. Ma del resto, cosa stupisce? E’ senz’altro più facile reprimere, che educare a ciò che è altro da sè. E’ senz’altro più facile demonizzare, che armonizzare. E’ più facile perseguitare la gioia, che le atrocità del nostro mondo.

La mobilitazione contro la svendita del Palazzo del Monte di Pietà continua. Dal SIT-IN all’Assemblea Cittadina.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Lucio Berto del

Comitato Palazzo Monte di Pietà Museo della Città

Segretario Coordinamento Fisac\CGIL Intesa Sanpaolo Group Service

 

Dopo che, a fine marzo di quest’anno, abbiamo appreso dagli organi di stampa della messa in vendita da parte del Gruppo Intesa Sanpaolo dello storico Palazzo e dell’annessa prestigiosa Cappella, ci siamo subito costituiti come Comitato per coinvolgere le istituzioni e i cittadini in una battaglia che può sintetizzarsi nello slogan “basta con il sacco di Napoli, della sua storia e dei suoi tesori”.

La fattiva risposta delle istituzioni cittadine, con il diretto impegno del suo massimo esponente, il Sindaco Luigi de Magistris,  al quale, grazie al lavoro preparatorio e di raccordo della Consigliera Laura Bismuto, ho potuto in più occasioni  delineare il contesto e i termini dell’operazione posta in essere dal Gruppo Intesa Sanpaolo e la decisa discesa in campo della CGIL locale, con il Segretario Generale CGIL CDLM Walter Schiavella e la Segretaria Generale Fisac/CGIL Campania Susy Esposito, hanno dato vigore e supporto alle iniziative del “Comitato Palazzo Monte di Pietà Museo della Città”.

Il 26 aprile il Comitato ha organizzato un SIT-IN sotto il Palazzo, in Via San Biagio dei Librai 114 a Napoli, che ha visto l’ampia partecipazione cittadina e la presenza della Consigliera demA Laura Bismuto, degli Assessori demA Alessandra Clemente e Carmine Piscopo, del Segretario Generale CGIL CDLM Walter Schiavella, della Segretaria Generale Fisac/CGIL Campania Susy Esposito, di una folta delegazione dell’Associazione RAM(Rinascita Artistica del Mezzogiorno) con Dario Marco Lepore e Francesco Muzio, e tanti cittadini, appassionati ed esperti d’arte.

Ieri, lunedì 19 giugno, l’Assemblea Cittadina.

Su sollecitazione del Comitato e con l’organizzazione della Fisac\CGIL Campania si è tenuta nel Complesso Monumentale di Santa Maria la Nova, presso la sede consiliare Città Metropolitana, l’Assemblea Cittadina che ha visto la partecipazione di tanti e gli interventi di Susy Esposito Segretaria Generale Fisac/CGIL Campania, Dario Marco Lepore Presidente Associazione Rinascita Artistica del Mezzogiorno, Alfredo Garzi Segretario Generale Funzione Pubblica CGIL Campania, Guido Donatone Presidente Italia Nostra Napoli, Lucio Berto Presidente Comitato Palazzo Monte di Pietà Museo della Città – Segretario di Coordinamento Fisac\CGIL Intesa Sanpaolo Group Services, Tullio Giugliano Segretario Responsabile Fisac\CGIL Banco di Napoli, Laura Bismuto Consigliera demA Comune di Napoli, Maurizio Viscione Segretario Nazionale Fisac\CGIL, Alessandra Clemente Assessore demA Comune di Napoli, Arturo Scotto Parlamentare Articolo 1 Movimento Democratico e Progressista, Walter Schiavella Segretario Generale CGIL Camera del Lavoro Metropolitana, Carmine Piscopo Assessore Comune di Napoli e Gianna Fracassi Segretaria CGIL Nazionale.

 

Lo svolgimento degli interventi è stato articolato e sono al contempo emersi molti spunti di riflessione che sarebbe impossibile richiamare nel loro complesso.

Più volte sottolineata e tratteggiata l’indiscutibile rilevanza storico-artistica del plesso che può considerarsi un unicum nel panorama monumentale seicentesco italiano con il suo alto valore simbolico per la storia della Città di Napoli e stigmatizzata la decisione del Gruppo Intesa Sanpaolo di alienarlo dalla sua corposa collezione artistico-monumentale, riveniente dalle tante aggregazioni bancarie che nel tempo hanno portato alla creazione del primario colosso bancario italiano.

Corale poi la constatazione che quanto in discussione sia l’ennesimo fatto che attesta la scarsa, se non assente, politica di sviluppo che la Banca del Paese agisce nel Mezzogiorno.

Non può sfuggire infatti che sia in termini di valorizzazione del patrimonio artistico sia in termini di investimenti occupazionali le politiche messe in atto dal Gruppo Intesa Sanpaolo differiscono sensibilmente a seconda del punto di osservazione in cui ci poniamo.

Al Nord investimenti e valorizzazione del patrimonio artistico e culturale della Cassa di Risparmio di Venezia, dove Intesa Sanpaolo sigla una convenzione in data 24 febbraio 2017 affidando l’intero patrimonio artistico in comodato d’uso ventennale, rinnovabile, ad una fondazione privata, del tutto estranea alla Banca, accollandosi l’impegno economico del restauro di tutte le opere e degli allestimenti museali connessi, il tutto “in coerenza con le sue politiche culturali volte a garantire la tutela e la valorizzazione delle proprie collezioni nei territori dove sono state formate, per favorirne la fruizione da parte della comunità locale”.

Al Sud pone in vendita in data 25 marzo 2017 il Palazzo del Monte di Pietà e l’annessa prestigiosa Cappella, vero ed inestimabile scrigno d’opere d’arte, a privati e a fini ricettivi, negandone di conseguenza la fruibilità alla cittadinanza.

Al Nord mette in atto un massiccio piano di assunzioni nelle strutture di centrale a cavallo tra il 2016 e il 2017, con ben 1000 immissioni. Niente al Sud. O meglio niente al Sud nei piani originari salvo poi elemosinare una decina di unità su Napoli grazie alle vigorose prese di posizione delle organizzazioni sindacali locali.

L’Assemblea Cittadina deve rappresentare la nascita di una svolta.

Deve essere il contesto dove hanno iniziato a prendere corpo le sinergie tra le istituzioni e le rappresentanze che intendono porre in campo tutto il loro peso affinché le istanze del territorio partenopeo non siano più orfane di un portatore di interesse forte, quale era il Banco di Napoli e la sua Fondazione prima che questa subisse l’azzeramento del capitale azionario, e si facciano carico politico in loco di quanto agito dalle Fondazioni Bancarie del Nord nelle dinamiche di investimento e occupazionali del Gruppo Intesa Sanpaolo sul territorio italiano.

Deve alimentarsi e svilupparsi una comunione di intenti, che ponga in essere iniziative politiche  e discussioni pubbliche, che facciano tornare al centro degli obiettivi politici e sindacali locali la previsione di centri decisionali su Napoli, la creazione sul territorio di future Divisioni, la forte valorizzazione delle strutture di eccellenza già presenti sul territorio, quali il Recupero Crediti e i Servizi Informatici, affinché si possano constatare nei fatti gli investimenti e lo sviluppo del Mezzogiorno e si dia un senso all’appellativo di Banca Etica e Banca del Paese riferendosi al Gruppo Intesa Sanpaolo.

Napoli, 20 giugno 2017

 

 

 

NaDir: Il festival musicale indipendente ed autofinanziato


L’evento che si terrà al centro Polifunzionale di Soccavo dal 29 giugno al primo luglio 2017, è solo la punta dell’iceberg di una serie di serate di musica dal vivo organizzate da NaDir, acronimo di Napoli Direzione Opposta.

Il collettivo ha il proposito, tramite il festival ed i concerti che l’hanno anticipato, di immettere nuova linfa nella scena musicale napoletana, offrendo a band, più o meno affermate, la possibilità di esprimersi sul palco con il supporto di validi tecnici del suono, management ed appassionati del settore musicale.

Le sedi che ospitano questi eventi sono “Lo Scugnizzo Liberato”, il suggestivo ed enorme ex carcere minorile “Filangieri”, situato a Salita Pontecorvo, per quanto riguarda gli eventi annuali ed il Polifunzionale di Soccavo per il festival, che quest’anno è alle sua terza edizione ed è organizzato da NaDir in collaborazione con Scacco Matto e CAP 80126.

Il primo giorno, dedicato alla musica emo punk e noise vedrà susseguirsi sul palco i Gomma, i Gazebo Penguins ed i One Dimensional Man di Pierpaolo Capovilla e Franz Valente del Teatro degli Orrori.

Il 30 luglio apriranno la serata gli /Handlogic e Birthh, provenienti dalla Toscana. I primi mettono insieme un rock orecchiabile con l’elettronica, la seconda ha un’approccio vicino al cantautorato con vaghe influenze elettroniche. Infine Mecna, rapper all’italiana, proporrà al pubblico il suo ultimo album “Lungomare Paranoia”.

L’ultimo giorno della rassegna darà spazio a due rock band particolarmente note ed apprezzate del napoletano: La Bestia Carenne ed i Sula Ventrebianco.

Chiuderanno la serata i Marlene Kunts, band di culto del panorama musicale italiano dall’inizio degli anni ’90.

Oltre alla musica, il festival prevede dibattiti organizzati dal collettivo Scacco Matto che ha trasformato l’ex carcere Filangieri, dopo trent’anni di abbandono, in una location di accoglienza ed incontro.

Il festival NaDir offre, oltre ad un occasione di svago e condivisione, l’opportunità di riflettere sugli sprechi a Napoli, una città che pullula di artisti che sentono l’esigenza di esprimersi che non trovano gli spazi per farlo, mentre strutture enormi e potenzialmente grandiose vengono abbandonate, fatiscenti, in stato di incuria.

articolo di Sara Picardi

Presidio con conferenza stampa a palazzo S.Giacomo della comunità Senegalese contro lo sgombero del mercato storico di via Bologna.

Dopo lo sgombero del mercato interetnico di Via Bologna, la comunità senegalese ha deciso di organizzare un presidio a Palazzo San Giacomo per avere un confronto immediato e necessario sull’accaduto.

La rabbia dei commercianti di Via Bologna e delle loro famiglie e dei solidali accorsi è diretta conseguenza di un’azione che appare totalmente illegittima.

Il folto gruppo di commercianti del mercato di Via Bologna ha portato in piazza le problematiche di un’intera comunità che sta subendo da svariate settimane atti repressivi di cui lo sgombero è il più assurdo degli epiloghi. Dietro la maschera del decoro e del “ripristino della legalità” si annoverano soprusi come la macchina della polizia che passa sulla merce degli ambulanti alla Maddalena il cui video ha avuto notevole eco, numerosi sequestri di materiale avvenuti ad opera di Polizia e Municipale senza rilascio di alcun verbale e con la merce gettata nei cassonetti.

L’entità del dramma vissuto dalle famiglie presenti in piazza è stato chiarito dal rifiuto di accettare il dialogo secondo le regole prestabilite dal Comune e la volontà di non far entrare una delegazione nel palazzo ma obbligare Sindaco e Assessore Panini a confrontarsi in piazza con l’intera comunità.

All’assessore Panini è stata chiesta chiarezza in merito ad alcuni punti fondamentali: motivazioni dello sgombero di mercatino interetnico le cui bancarelle hanno regolare licenza, chiarezza sul continuo rinvio del rinnovo delle licenze, chiarezza su chi sia l’interlocutore sulla questione la IV Municipalità del Presidente Perrella o il Comune e un confronto completo sulle limitazioni alla libertà che stanno vivendo nella zona i venditori itineranti.

L’assessore è apparso confuso e in difficoltà e ha addotto come motivazioni il vuoto legislativo in cui riversa il Comune dopo la necessità di applicare la legge regionale che regola il commercio itinerante. Ha ribadito che il Sindaco e l’amministrazione tutta hanno la ferma volontà di far riaprire il mercato di Via Bologna e hanno preso tempo fino a Lunedì alle 16 per accordarsi con la Prefettura per il ripristino delle normali attività. Panini ha più volte affermato che il Comune non era informato dello sgombero.

In realtà lo stesso Assessore Panini ha aggiunto Via Bologna all’elenco delle strade interdette al commercio itinerante come si evince dalla delibera del 213 del 19 Aprile 2017 sotto segnalazione del presidente Perrella della IV Municipalità. Nella delibera è previsto in effetti l’interdizione del commercio itinerante nelle zone che sono soggette a problematiche di viabilità, sanitarie o zone di particolare interesse pubblico.

Resta da capire come sia possibile che sia passata inosservata l’aggiunta di via Bologna all’elenco delle strade interdette al commercio itinerante e soprattutto come sia possibile che un’amministrazione comunale non sia messa al corrente di un’azione che ha visto scendere in campo Polizia di stato, Carabinieri e Guardia di Finanza oltre che la stessa Polizia Municipale. Non è chiaro se la licenza in essere è revocata per la delibera 213 di cui sopra o se, all’accertamento della reale inconsapevolezza dell’assessore Panini e del Sindaco, sia stato un vero e proprio sopruso. Resta da chiarire da chi è partita la richiesta di sgombero e come sia possibile che non sia stato notificato precedentemente visto che in ballo ci sono i redditi precari di decine di famiglie.

La speranza è che tutti i nodi vengano sciolti Lunedì e che il mercato di via Bologna torni com’è stato negli ultimi 25 anni permettendo a decine di famiglie di lavorare liberamente.

 

 

 

 

 

SGOMBERATO IL MERCATINO DI VIA BOLOGNA A NAPOLI. CHI ESERCITA REALMENTE IL POTERE DI DECIDERE IN QUESTA CITTA’?

Ma gli sgomberi di questi giorni valgono solo qualche post con qualche emoticon incavolato?

Vi sono questioni che sono dirimenti, hai voglia a parlare di soggettività politiche, progetti ed analisi planetarie. Un posizionamento  tramite emoticon o qualche like  è solo un fatto imbarazzante che si iscrive in quel processo di semplificazione e banalizzazione del discorso e dell’iniziativa politica. In fin dei conti un “mi piace” non si nega a nessuno. Ed invece, la gravità dei fatti, richiede a tutti posizionamenti ben chiari, comunicati che mettano ben in evidenza il disappunto e l’assenza di consenso verso un’amministrazione che se persegue tali strade non può certo poi autoproclamarsi città rifugio.

I fatti sono gravissimi, nè è pensabile che ormai il Prefetto o la Polizia Municipale abbiano indossato delle vesti politiche ed agiscano disgiuntamente dal Sindaco. Se fosse così i fatti sarebbero ancora più gravi, perché metterebbero a rischio la tenuta democratica. In caso contrario bisognerebbe ammettere che vi è una acquiescenza. Delle due l’una. Noi abbiamo il diritto di sapere se il territorio è governato dai rappresentanti che abbiamo eletto o è tutta una farsa ed altri comandano.

Il mercatino etnico di via Bologna è stata una conquista per la città. Uno spazio multiculturale che nemmeno le pessime giunte precedenti hanno mai minacciato. Un luogo di contaminazione che ha aiutato la città a crescere, concretamente, molto più di chiacchiere demagogiche.

Ormai è un gran parlare di decoro. Ma cosa è decoroso? Forse bisognerebbe affiancare a quest’aggettivo la parola “decenza”. E’ indecente che si lavori a destrutturare quei pilastri concreti di multiculturalismo che nonostante tutto nelle nostre città si sono sviluppati. Dopo questa barbarie cosa c’è? Solo il drammatico dato di fatto di comunità chiuse ed ostili.

Quello che vedete in foto è un deserto all’imbrunire. Un ambiente distante dalla brulicante vitalità di un mercatino. E’ questo quello a cui puntano: alla creazione di un deserto, forse di un parcheggio. La nostra città ha bisogno di ben altro.

 

Alcune riflessioni sull’appello di Anna Falcone: le forme del buio.

“Siamo di fronte ad una decisione urgente”. Adoperando questi toni  si apre l’appello di Anna Falcone. L’ appello lancia l’iniziativa del 18 giugno a Roma per unire la sinistra.

Purtroppo però ogni  volta in cui  ci si è mossi  spinti dall’urgenza vi sono stati disastri. Bisognerebbe recuperare un tempo da dedicare alla riflessione e comprendere che i processi di formazione delle soggettività politiche spesso si sviluppano su tendenze che si manifestano in anni.

Poi in realtà l’appello sembrerebbe condivisibile in molti punti. La crisi economica ha prodotto spaventose nuove povertà. Noi aggiungiamo che la povertà è divenuta miseria. Miseria, poiché aggravata dalla privazione di qualunque anelito teso a restituire centralità alla categoria del possibile (la classe in sé che diviene classe per sé).

Ma l’equivoco di fondo è forse proprio questo. Il primo passo per lottare contro la disuguaglianza non è portare al voto tutti coloro che vogliono rivendicare diritti e dignità. Il voto è uno degli aspetti della faccenda, di sicuro, oggi, non quello centrale. La conquista di avamposti istituzionali dovrebbe essere la conseguenza dello sviluppo diffuso di vertenze e lotte sui territori, aprire vertenze e tentando di mettere in connessioni quelle già esistenti. Il ciclo di lotte biopolitico ha prodotto delle fratture evidentissime nel dispositivo di governabilità del territorio. Basti pensare all’esperienza  No Tav, ma potremmo citarne tante altre.

E se “l’apertura di un nuovo spazio in cui il voto torni a contare” fosse una condizione importante ma non sufficiente? La tutela della Costituzione formale è un gran fatto, ma lo è forse ancora di più quella materiale perché in fin dei conti la faccenda è proprio di natura materiale. Le Costituzioni formali se non traggono linfa dai processi di rottura materiale dei dispositivi di governabilità sono ben poca cosa.

Bisogna aprire gli occhi, il nastro si è riavvolto lungo il tracciato del tempo. Qui non esistono più regole. Tutto ha il sapore di un ritorno al medioevo. Spesso una canzone dei 24 Grana torna alla mente: Frnut e sord che fai, pav e bullet cu e guai, stop” (Finiti i solfi che guadagni, paghi le bollette ed altri guai, stop). Essere precari o avere un lavoro. Condannati comunque ad una sussunzione totale che ti consenta però a fine mese di pagare bollette, rate ed altro, stop. I 24 Grana sono stati da sempre un gran gruppo, il loro scioglimento è una iattura.

Viviamo nel tempo in cui la via socialdemocratica si è in tutta evidenza disintegrata sotto il peso delle politiche di austerity. In Italia da un lato si ricompone un blocco di destra ispirata ai vecchi valori neocon che vorrebbero riportare indietro le lancette dell’orologio ad una Europa dei confini e del protezionismo. D’altro canto il Partito Democratico si smembra sotto la pressione degli smottamenti prodotti dalla lacerazione tra l’apparato tosco-emiliano e una tendenza volta alla tutela degli interessi di un’economia finanziarizzata. Temiamo che se nel comprendere chi fa le spese di queste contraddizione ci si appella ad un concetto generico di nuove povertà come pure Papa Francesco, citato dalla Falcone fa, non si comprenderà mai a fondo il nodo reale della faccenda. Il tema ineludibile è che seppur frantumata, pluridimensionale, resa serva e deprivata di consapevolezza, a fare le spese di questo ingranaggio infernale vi è una classe e tanto più questa classe acquisirà consapevolezza creando legami e connessioni, tanto più la faccenda diventerà preoccupante per molti.

Ovviamente questo è un dato difficile da cogliere. Difficile da cogliere poiché viviamo un tempo di formidabili trasformazioni. In Italia un soggetto come il M5s attraverso il suo programma Rousseau, sta creando un immenso archivio adoperabile anche in un sistema di studio di dati aggregati. Un programma, gestito da una Corporation depositario di un potere enorme: gestire gli iscritti. Roba da “Balde Runner”. Il partito Democratico, ha avviato una sperimentazione parimenti audace, portando all’estrema conseguenza il modello americano. La politica diventa marketing, propaganda, linguaggio aziendale comunicato nelle forme della metafora calcistica. Di fatto una forma vacua che maschera lo scivolamento del potere decisionale dagli organi istituzionali alla sfera sovranazionale. Parleremo a proposito di questo cupo tempo di forme del buio. Eppure il buio ha in sé la potenza di divenire luce. In questo senso mi sembra sia andata l’assemblea delle Fairless cities a Barcellona. Nuovi linguaggi della politica, migranti, questione abitativa, ambiente, reddito, empatia, capacità di creare legami, energie alternative. Punti fondamentali in un momento in cui tutto è allo sbaraglio. Cara Anna Falcone mentre parliamo di sinistra, trascorriamo la nostra esistenza fluttuando tra like e blocchi pubblicitari. Siamo alla ricerca di noi stessi nel delirio più totale. Puntare a collegare la sola questione dei diritti a quella del voto e come comprare la pillola, mandarla giù lungo l’apparato digerente e poi rendersi conto di quei dannati effetti collaterali: nausea, afasia, il pensiero che qualche cosa non sia andato per il verso giusto perché il malessere permane, si acutizza.  Allora,  l’assemblea a Roma, il 18 giugno, deve  necessariamente guardare oltre, puntando a costruire qualche cosa di più ambizioso.