Immigrazione, quali le novità legislative e quali le alternative: intervista all’Avv. Margherita D’Andrea.

L’Avv. Margherita D’Andrea, già membro ASGI  (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione)  è da sempre impegnata nelle battaglie per i diritti fondamentali.  Di seguito vi proponiamo un’intervista sulle importantissime novità in materia di diritto dell’immigrazione: 

 

Allora Avv. D’Andrea, a Roma un uomo senegalese è morto in circostanze tute da accertare ma che destano molti dubbi. Nel Paese si respira un clima preoccupante con riferimento al tema delle migrazioni e dei migranti. Lei cosa pensa a proposito?
Penso che siamo in un circolo vizioso, ci auspichiamo politiche securitarie ed azioni repressive, ma non ragioniamo sul fatto che quelle stesse politiche spesso non limitano, ma anzi accentuano forme di ghettizzazione ed isolamento non solo dei migranti, ma di interi territori abitati dalla parte più debole della popolazione. Così si genera nuova insicurezza: produciamo dunque gli effetti che pensiamo di voler rimuovere, e poi fondiamo su quegli stessi effetti la giustificazione delle nostre paure.
C’è insomma un corto circuito tra dati effettivi, linguaggio politico veicolato e percezione collettiva di un fenomeno facilmente strumentalizzabile: è sempre colpa dell’altro. Evidenze auto-generate come il degrado alla stazione di Milano, frutto in realtà di una gestione dell’accoglienza fallimentare, ma anche di una povertà diffusa, rendono accettabili blitz scenografici e “rassicuranti”, che ledono dignità e diritti delle persone, producendo ed alimentando quella marginalità poi artificiosamente e vergognosamente chiamata degrado urbano. E’ questo il circolo vizioso. Il decreto Minniti – Orlando, che ha recentemente modificato la disciplina sulla protezione internazionale, comunica un messaggio semplice: l’emergenza immigrazione è un problema di sicurezza, e deve essere controllata e contenuta. Ma non si può ragionevolmente affermare di dover fronteggiare un’emergenza – cioè un evento straordinario ed imprevedibile come un terremoto -, se poi prevediamo ad esempio che il numero di richieste d’asilo sarà in crescita.
Sento parlare sempre più spesso di una deriva fascista della società. Io continuo a chiedermi come sia possibile tollerare in una democrazia costituzionale il reato di immigrazione clandestina, che punisce non per una condotta offensiva, ma per una condizione personale. Evidentemente, abbiamo dimenticato che la nostra storia è piena di forme di delitto d’autore, a partire dagli “oziosi”, “briganti” e “vagabondi” della legge Pica del 1863, che colpiva, non certo a caso, soprattutto i meridionali.
Quali sono le principali novità in tema di migrazione che il Decreto Minniti Orlando ha introdotto?
In breve, si tratta da una parte di sveltire le procedure in materia di protezione internazionale e dall’altra di aumentare il tasso di espulsioni di migranti irregolari. Rispetto all’emanazione del decreto legge, avvenuta il 17 febbraio scorso, un buon numero di disposizioni avrà un’applicazione differita a 180 giorni. Per questo molti giuristi ed associazioni, tra cui ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) e Magistratura Democratica, hanno contestato l’uso dello strumento legislativo d’urgenza per un provvedimento finalizzato a ridisegnare completamente la tutela giurisdizionale nell’asilo. Sintetizzo i punti principali: abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti che hanno fatto ricorso contro il diniego espresso dalla Commissione Territoriale; abolizione dell’udienza in contraddittorio, sostituita dalla videoregistrazione dell’intervista davanti all’autorità amministrativa; estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari; introduzione del cd lavoro volontario. Sulle varie questioni, si è creato un ampio dibattito tra tutti coloro che a più livelli approfondiscono la materia ed operano sui territori, avanzando dubbi sulla legittimità costituzionale e tenuta operativa di buona parte dell’impianto normativo. Ad esempio, il primo Presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio ha paventato il rischio di una pericolosa soppressione delle garanzie, in un settore così delicato come quello dei diritti fondamentali; l’Associazione Nazionale Magistrati ha espresso “un fermo e allarmato dissenso” nei confronti di un provvedimento che produce l’effetto di una tendenziale esclusione del contatto diretto tra il ricorrente e il giudice. A proposito dell’abolizione dell’appello, è l’analisi sistematica che svela con chiarezza la misura del capovolgimento dei valori fondanti per l’ordinamento, e cioè il rispetto e la tutela della persona: per una multa in divieto di sosta ci sono tre gradi di giudizio; per la tutela di un diritto fondamentale ci sono due gradi di giudizio, e non esiste contraddittorio certo. Personalmente sono preoccupata anche per l’estensione dei CIE (ora CPR), veri e propri centri detentivi che inglobano un’umanità varia e dolente, costretta spesso a vivere in condizioni al limite della dignità, come i vari report pubblicati da associazioni rappresentative come “Amnesty International” e “A buon diritto” hanno denunciato. E’ il risultato del legame troppo stretto tra immigrazione e sicurezza, che contribuisce a nascondere agli occhi dell’opinione pubblica problemi seri come la carenza di controlli sulla gestione di questi ed altri luoghi d’accoglienza (CAS; CARA), con il rischio di ingerenze criminali come accaduto a Roma con “mafia capitale”.
Quali sono i paradossi del nostro Ordinamento Giuridico connessi alla normativa sui migranti? Può citarci delle Sentenze anche sovranazionali che siano dei leading case a tal proposito?
Il paradosso più evidente è dal mio punto di vista la discrasia tra il riconoscimento del diritto a domandare asilo e la carenza di una disciplina nazionale e sovranazionale ordinata sulla materia dei visti umanitari, una forma di anticipazione della tutela essenziale per limitare quanto più possibile il dramma dei naufragi nel Mediterraneo. In altre parole come Stato firmatario della Convenzione di Ginevra, in qualità di membri dell’Unione Europea e secondo la Costituzione garantiamo a chi approda illegalmente sulle nostre coste – perché fugge da una persecuzione, da guerre, dal pericolo di un danno grave alla vita o all’incolumità – il diritto di chiedere la protezione internazionale; ma lo facciamo solo se supera l’ostacolo di un viaggio nel deserto, delle carceri libiche, dei trafficanti che gli sparano contro, della benevolenza del mare. E’ una contraddizione in termini, che dovrebbe essere all’ordine del giorno molto più di quanto non lo sia lo sciacallaggio politico e mediatico sulle accuse generiche e non circostanziate contro le Ong, che si sostituiscono alle carenze dell’UE nelle operazioni di salvataggio, uno tra gli obiettivi della missione “Mare Nostrum”, stralciate da “Triton”, che si limita a monitorare un’area non superiore alle 30 miglia marine dalle coste italiane. Tornando ai visti umanitari, l’ordinamento europeo prevede una disciplina comune in termini di visti per transito o per soggiorno di breve durata (non oltre 90 giorni) nel territorio dei Paesi membri. L’art. 25 del regolamento n. 810 del 2009 introduce la facoltà per gli Stati di rilasciare visti con validità territoriale limitata, per motivi di tipo umanitario. Tale norma è stata individuata come base per legittimare un insieme di accordi, di natura civilistica, tra le istituzioni di Paesi come l’Italia ed enti di ispirazione religiosa, dotati di competenze specifiche e concreta possibilità di assumersi la responsabilità dell’accoglienza di persone potenzialmente titolari di protezione internazionale, o comunque altrimenti vulnerabili (cd. corridoi umanitari). A partire dal 2016, sono così arrivate in Italia in completa sicurezza 791 persone, prevalentemente siriane.
Rispetto al processo di ampliamento dello strumento dei visti umanitari una sentenza di rilievo, purtroppo negativa, è quella del 7 marzo scorso della Corte di Giustizia UE. La pronuncia segue un ricorso promosso da una famiglia siriana fuggita in Libano, contro lo Stato del Belgio, per il diniego di un visto umanitario che avrebbe permesso di giungere in sicurezza in Europa, al fine di chiedere protezione internazionale sul territorio dello stesso Stato. La Corte stabilisce che i Paesi membri hanno sì discrezionalità, ma non sono obbligati a concedere visti di natura umanitaria in situazioni di comprovato pericolo, perché ciò contrasterebbe sia con il codice dei visti, sia con il principio Dublino, che prevede che Stato responsabile dell’asilo sia quello di primo sbarco, e non quello scelto dai richiedenti. Si tratta di un leading case effettivamente destinato a rimanere nel panorama giurisprudenziale europeo, almeno fino a quando il vento politico non cambierà direzione.
 L’amministrazione De Magistris ha eletto Napoli città rifugio. Tale definizione rischia di essere un mero proclama se non ci si dota di uno statuto che vada in questo senso. Crede che l’ esperienza delle “Sanctuary cities” possa essere pensata con riferimento al nostro contesto?
Senz’altro potrebbe esserci una connessione politica, più che giuridica, trattandosi di due sistemi ordinamentali diversi. La tradizione americana delle “sanctuary cities” – da New York, Los Angeles, Chicago, passando per New Heaven, fino ad Austin in Texas-, consiste in opzioni legislative tese a limitare la collaborazione con le agenzie federali dell’immigrazione, preposte ad espellere immigrati senza permesso di soggiorno. Non a caso, i sindaci stanno conducendo una dura battaglia contro Trump ed i suoi maldestri quanto pericolosi ultimi tentativi di deportazione. Ma è anche chiaro che, proprio per il legame ineludibile tra diritto e politica, è anzitutto veicolando e sedimentando l’accoglienza e la solidarietà che si arresta la deriva xenofoba e razzista, ed in questo senso Napoli è in totale controtendenza rispetto ai proclami di facciata della tolleranza zero. La vocazione della città come rifugio si sta ad esempio esprimendo nella partecipazione attiva dell’Amministrazione a un accordo quadro di collaborazione per la creazione di corridoi umanitari, in procinto di essere approvato. Questi sono passi importanti, fondati su politiche concrete capaci di incidere prima materialmente e poi simbolicamente su quella solidarietà e multiculturalità spesso usate solo come bandiera. Credo che altri esperimenti da valorizzare siano le reti SPRAR, centri di seconda accoglienza che si fondano sulla sinergia tra enti locali e realtà del terzo settore, e le tante pratiche dal basso, come gli sportelli gratuiti e le reti di mutualismo e antirazzismo. Da questo punto di vista, i progetti messi in campo tra le altre dall’Associazione LESS Onlus, e la capacità di accoglienza dimostrata in spazi liberati aperti a tutti hanno l’effetto di coinvolgere i migranti nel tessuto sociale, promuovere la conoscenza reciproca, costruire forme di convivenza che tutelino il bisogno di protezione dalle solitudini sociali di tutta la comunità.

THE CLASH: 40 anni fa “Londra Bruciava” e la band pubblicava l’indimenticabile disco d’esordio

Il primo disco dei Clash, pubblicato esattamente 40 anni ed un mese fa da oggi, è un perfetto collage dei vari tasselli che hanno caratterizzato il movimento punk inglese di fine anni 70, una miscela esplosiva di rabbia ben canalizzata ed acerba consapevolezza politica, contraddistinta musicalmente da echi di musica caraibica ed un sound grezzo, giovane ed urgente che prende in prestito le melodie del vecchio rock and roll per maltrattarle e riportarle alla luce in una chiave nuova e sintetica.

La stessa lavorazione dell’album avvenne in modo frettoloso ed essenziale, le registrazioni durarono circa tre settimane in sedute da tre o quattro giorni, le canzoni sono state suonate e registrate in maniera spontanea, senza trucchi o particolari modifiche in post produzione eccetto gli arrangiamenti di cui si occupò lo stesso chitarrista del gruppo.

Nel dare vita alle composizioni musicali, i ragazzi si erano aiutati come una squadra, il chitarrista Mick Jones ricorda di avere supportato Paul Simonon nell’elaborazione dei giri di basso ed addirittura con l’accordatura dello stesso.

Entrambi provenienti da Brixton, il quartiere londinese con la più alta concentrazione di immigrati giamaicani, Paul e Mick sono stati il nucleo iniziale della band, a cui in seguito si è aggiunto John Mellor, in arte Joe Strummer, precedentemente cantante in una band di pub rock con influenze rockabilly, chiamato 101ers, dal civico dello squat in cui risiedeva “lo strimpellatore”.

Determinante per la pubblicazione del disco l’incontro con il manager Bernie Rhodes “Bernie era il mentore. Ha costruito i Clash ed ha concentrato le nostre energie, noi lo abbiamo ripagato diventando molto bravi. Era Bernie che ci ha detto di scrivere su ciò che sapevamo, cioè la carenza di alloggi, la mancanza di istruzione, il futuro come un vicolo cieco di lavoro fino alla morte.” dichiarò Joe Strummer.

Quanto al batterista, la ricerca fu piuttosto complessa e pare ne vennero provati almeno 200, ancora Strummer: “Ogni batterista che è entrato in un gruppo nei dieci anni successivi aveva provato con noi“. Dopo gli innumerevoli tentativi venne scelto Topper Headon che però si tirò indietro, per poter registrare la band ripiegò su Terry Chimes, che aveva già suonato in precedenza con i Clash ma li aveva abbandonati per incompatibilità caratteriali.

Strummer e soci si chiusero in sala per registrare pezzi già pronti, elaborati in precedenza e sperimentati dal vivo durante l’Anarchy Tour, una serie di concerti che avrebbero portato “paura e delirio” nel Regno Unito, durante cui i Clash condivisero il palco con gli altri alfieri della musica ribelle inglese di quegli anni, i Sex Pistols ed i Damned. Alcune canzoni come “What’s my name”, “Protex Blue” e la prima parte di “Deny” risalgono addirittura al periodo in cui Strummer non era ancora entrato a far parte della band. La genesi delle canzoni fu spesso originata da situazioni di vita, particolari o banali, che i quattro musicisti si trovavano a vivere in prima persona, è il caso di “London’s Burning” che venne in mente al cantante semplicemente passeggiando per la città deserta, mentre Garageband fu scritta come risposta velenosa ad una terribile recensione in cui i Clash erano stati definiti come “Una di quelle garage band che dovrebbe ritirarsi nel garage e chiudere le porte con il motore acceso“.

Ma eccetto sporadici detrattori, il disco era atteso con un certo entusiasmo dalla stampa, dato che il gruppo, rispetto ai rissosi cuginetti Sex Pistols, non si dimostrava particolarmente ostile nei confronti dei giornalisti.

Pubblicato dalla CBS, “The Clash” rappresentò la prima presentazione discografica importante dedicata alla musica punk, che si era così conquistata una discreta credibilità presso il grande pubblico, l’album infatti conquistò gli inglesi finendo al dodicesimo posto in classifica la stessa settimana in cui uscì.

Al contrario, gli esponenti della scena punk underground interpretarono come un tradimento il fatto che Strummer e gli altri avessero scelto di firmare un contratto con una major. Mark P, della fanzine Sniffin’Glue, fu lapidario a riguardo, scrivendo: “Il punk è morto il giorno in cui i Clash hanno firmato per la Columbia” fomentando l’indignazione di molti e scaturendo reazioni di protesta che continuarono a riecheggiare per molti anni intorno alla band.

Nell’arco dei 40 anni che ci separano dalla pubblicazione di “The Clash”, il disco è stato più volte riconosciuto come una pietra miliare della storia della musica, il punto di partenza di un gruppo, riconosciuto dalla Rock and Roll of Fame, che avrebbe dimostrato da lì in poi di valere ancora di più di quanto ci si potesse aspettare e che evidentemente ha fatto bene a non seguire il consiglio di restare chiusa nel proprio garage.

Nel presente “The Clash” è un portale temporale verso l’epoca in cui si credeva che la musica avrebbe cambiato la società. Analizzando i testi, ci si scuote dal torpore dando il giusto valore agli insegnamenti preziosi di quegli anni: l’arte è un veicolo per trasmettere ideali e pensieri e piantare semini di consapevolezza in delle canzoni, che possono arrivare con facilità a qualsiasi classe sociale, è il primo passo per trasformare finalmente il mondo in un luogo migliore.

COMICON 2017: Divertimento, portafogli svuotati e condivisione

Secondo alcuni, fumetti, videogames e serie televisive dovrebbero essere nobilitati ed iniziare ad essere considerati come forme d’arte, piuttosto che d’intrattenimento, visto il notevole impatto culturale che hanno sulla società ed il lavoro che c’è dietro la loro realizzazione.

È con questo pensiero che mi rimbalza in testa che mi reco al Comicon, la fiera internazionale del fumetto e del gioco che si svolge a Napoli dalla fine degli anni ’90.

Fortunatamente, nel corso del tempo, è stato ormai sdoganato il luogo comune secondo cui le storie a fumetti, i supereroi ed i film di animazione, sono dedicati solo ai più piccoli, merito in primis dei cinecomics e delle tante graphic novel d’autore dedicate ad un pubblico tutt’altro che infantile.

Che sia un albo di “Dylan Dog” del fratello maggiore, un hentai del cugino smaliziato, il classico “Topolino” da bambini, tutti noi, o quasi, abbiamo ricordi speciali legati al mondo dei fumetti e dei cartoni animati.

Ricordo in maniera distinta le emozioni che provavo quando iniziavo ad appassionarmi ai manga, nella pre-adolescenza. All’epoca, ovvero appena superata la metà degli anni novanta, non era ancora scoppiata la “giappomania” e procurarmi i miei albi preferiti di “Ramna 1/2” e “Lamù” non era semplicissimo, così costringevo mia madre o le mie amichette ad accompagnarmi in estenuanti ricerche. Quando queste si rivelavano fruttuose, e riuscivo a trovare non solo i fumetti, ma addirittura dei gadget dedicati ai miei personaggi preferiti, per me era l’apoteosi. Tutt’ora adoro quei pezzi di plastica inutili, costosi e bellissimi, che rappresentano i personaggi di fantasia: si chiamano action figures, a volte arrivano a prezzi imbarazzanti eppure molti collezionisti o semplici appassionati come me, non riescono ad evitare di acquistarli. Quale occasione migliore del Comicon per tuffarsi, come Zio Paperone nel deposito, in un mare di fuffa, boardgames, albi a fumetto rari e non, collezioni complete e figures di personaggi di ogni tipo?

Nessuna ovviamente, ma è proprio quest’aspetto della fiera che, dopo tanti anni di nerdismo militante, inizia a darmi fastidio: stand su stand con merce facilmente reperibile in rete e nelle tante fumetterie della città, spesso e volentieri sovra prezzata. La sensazione, se ci si guarda intorno con occhio critico, è quella di essere in un posto costruito a pennello per strizzare via i soldi dal portafogli degli appassionati, fino all’ultimo centesimo.

Ma allora perché sono in tanti ad affannarsi ad acquistare gli abbonamenti alla fiera che, anche stavolta, sono andati sold out mesi prima dell’inaugurazione di questa nuova edizione del Comicon? La risposta sta oltre gli stand, nei ragazzi che li gestiscono e si emozionano mentre ti mostrano il modellino in resina decorato faticosamente con le proprie mani, la risposta è nei tavoli affollati dagli appassionati di giochi da tavolo, la risposta è cucita a mano nel costume dei cosplay, giovani armati di fantasia, stoffa, forbici e, qualche volta, il portafogli della mamma, che hanno il coraggio di trasformarsi in ciò che desiderano essere. Al dì là dell’aspetto ludico, io leggo qualcosa di molto significativo nella figura del cosplayer che riguarda la mia generazione e quella dei ragazzi più giovani di me: la necessità di rifugiarsi in un mondo di fantasia per sfuggire ad una realtà che offre sempre meno opportunità, il coraggio di apparire buffi e il portare in alto il vessillo dell’immaginazione. Anche in questo caso c’è lo spettro del denaro e del consumismo che aleggia, spesso costumi e parrucche sono venduti a cifre improponibili, ma nella maggior parte dei casi, i cosplay costruiscono da soli i propri vestiti e gli accessori, trascorrendo giornate intere nella realizzazione di qualcosa che li porterà non ad avvicinarsi ai propri eroi, ma a trasformarsi in essi.

Se esiste un vanto nella cultura popolare, è quello di avere insegnato che l’unico limite al raggiungimento dei propri obiettivi è la propria volontà. È partendo da questo presupposto che al Comicon assistiamo alla messa in atto di un carnevale catartico che ha la stessa funzione di quelli medioevali, in cui i giullari e saltimbanchi potevano finalmente farsi beffa del signore di turno: ragazze formose si trasformano nella longilinea Sailor Moon, ragazzi disabili in X-Men, i ruoli di genere si invertono perché finalmente privi di significato, ed incontriamo Sherlock Holmes e Watson in versione femminile ed Harley Quinn in versione maschile in un arcobaleno di colori in cui ci si sente liberi dagli schemi sociali e parte di qualcosa, assieme ad altri : la fantasia non resta confinata nella propria cameretta e si esprime in forma creativa. Alla luce di tutto questo, non so se i cartoni animati ed i fumetti vanno considerati come arte o solo un modo per divertirsi, ma sono felice che esistano e credo che i tempi siano maturi per destrutturare, finalmente, l’ordine gerarchico che impone una separazione tra la “cultura alta” e la “cultura bassa”.

Il I° Maggio è una faccenda seria, tremendamente seria. Imparare dalle lotte dei migranti!

A voler comprendere la fenomenologia dei conflitti sociali in questo Paese bisognerebbe riflettere su una sorta di sviluppo asimmetrico. A nord il sindacato tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 è stata la forma in cui si sono organizzati i lavoratori.Lo sviluppo industriale e la fabbrica rendevano tale esperienza una forma di sviluppo naturale. Sarebbe corretto dire che questo processo caratterizzò in misura minore i territori del sud? No, il sud, dove persisteva il problema del latifondo fu caratterizzato da intensi cicli di lotte contro il latifondismo. Per contrastarle nacquero le mafie che poi solo successivamente ebbero uno sviluppo autonomo dalla repressione dei braccianti. In tale contesto fiorirono le Leghe Contadine. Il Codice Penale fascista dovette strutturare un vero e proprio articolo, il 633 (invasione di terreni o edifici) per reprimere l’occupazione delle terre. Oggi cosa rimane di tutto questo patrimonio sindacale? Sebbene i cicli delle lotte abbiano una loro fenomenologia (genesi, sviluppo, estinzione), il ricorrere dei processi storici riproduce traccia delle stesse, creando un filo di continuità nel tempo. Aggi tutto il sud è in fermento grazie alle lotte dei migranti impegnati nei lavori agricoli.

Il I° Maggio a Reggio Calabria l’emergere delle lotte migranti è stato un fatto evidente. I migranti hanno voluto rimettere al centro della piattaforma politica il tema dei diritti negati della filiera agricola. In Calabria, i manifestanti, sono partiti dalla tendopoli di San Ferdinando, dove per mano di un carabiniere venne ucciso Sekine Traore. Altri manifestanti sono giunti da Rignao Gargano, dove le fiamme hanno tolto la vita a Mamadou Konatè e Nouhou Doumbia. Qui, il 23 marzo la lotta dei braccianti venne repressa addirittura coi carri armati. Scommetto che queste sono notizie che al tg non passano, ma questa, caro amico, è lotta di classe, quella vera. Una dose massiccia di adrenalina iniettata nel corpo anestetizzato del conflitto sociale in questo Paese.

Le lotte dei migranti possono aprire, visto il loro contenuto, uno spazio di conflitto per i diritti e la democrazia che riguarda tutti e tutte. Il I° maggio è, o dovrebbe essere, un whormhole capace di riconnettere il nostro passato e le lotte del presente. Averne una visione riduzionistica significa non comprendere a fondo questi epocali processi reali.