L’autrice Francesca Scamarcio racconta il suo nuovo libro “Tienimi Stretta”.

Il libro di Francesca Scamarcio è di quelli che si leggono tutto d’un fiato. I temi su cui la scrittrice si sofferma sono di stringente importanza e sicuramente bisognerebbe che se ne parlasse spesso, anche per evitare che la drammaticità di tali esperienze cada in una sorta di zona d’ombra dove tutto è silente. Sovente, tra le pagine del libro, la poetica si fonde con l’introspezione. Il tutto si fonda su un equilibrio difficile. Difficile, quando la posta in gioco è così alta: misurarsi coi fantasmi interiori, poiché in fin dei conti è così, se la letteratura è autentica, fa in modo che tutti, personaggi, scrittori e lettori rimangano sospesi sul filo e mezz’asta, rigorosamente senza reti di protezione.

Ecco cosa pensa l’autrice di “Tienimi Stretta”:  

Allora Francesca, il suo libro Tienimi Stretta si disvela lentamente, ed ha sullo fondo un abuso. La protagonista, Vera, è una donna molto forte. Quanta forza ci vuole in questo genere di vicende?

La sofferenza di Vera ha creato una specie di corazza, sembra che il dolore riesca appena a sfiorarla, ma oltre quella barriera difensiva si percepisce una forza enorme. Molto spesso il dolore ci lascia attingere un potere inimmaginabile, è come se l’anima lo trasfigurasse, disegnando un modo parallelo, quasi magico, in cui prendere rifugio. Un abuso sessuale nell’infanzia segna un bivio, da quel momento niente più è uguale, quell’abuso è la morte stessa, la morte dell’innocenza. La forza che si sprigiona a partire da quell’evento è soprattutto un grido di sopravvivenza.

L’universo maschile appare caratterizzato da una sorta di estemporaneità. Figure fuggevoli, quasi dei fantasmi. E’ Cosi?

I personaggi maschili nell’universo di Vera coprono tutti lo stesso ruolo, è come se fosse la coscienza tormentata di Vera a chiedere loro di assumere quella parte, per inscenare il dramma irrisolto dell’infanzia. Ognuno degli uomini di Vera compie su di lei un sottile abuso, rievocando quell’antico dolore che chiede così di essere smascherato.

Il dolore può essere anestetizzato per sempre, o prima o poi bisogna farci i conti?

Il dolore è un bagaglio nel viaggio della vita, prima o poi bisogna aprirlo e disfarlo. Un dolore non compreso, non elaborato, è come una zavorra. Qualsiasi dolore, una volta ripercorso e compreso, acquista invece un senso, ci aiuta a ricomporre le parti di noi, perché è solo dall’integrazione di tutte le nostre parti che possiamo trovare equilibrio, pienezza. Illuminando le nostre parti oscure, guardando in faccia le nostre paure, togliamo loro forza, liberiamo quell’energia creativa imprigionata per troppo tempo nei nostri abissi inesplorati.

La protagonista, Vera, vive gli incontri come una sorta di magia onirica. Il suo paesaggio interiore genera degli incantesimi. In alcuni casi mi è venuto quasi da pensare ad una novella Circe. Esiste un immaginario femminile peculiare rispetto a quello maschile in questo senso?

E’ proprio così, Vera vive come in un incantesimo, qualsiasi esperienza per lei ha un sapore magico, e credo che questa sia un’attitudine femminile, le donne riescono a colorare ogni cosa, hanno in sé quella forza creativa e generatrice che si dispiega in ogni esperienza, in noi la capacità di trasfigurare è molto frequente, la dimensione mentale, emotiva, spesso è molto più “reale” di quella fisica.

La sua scrittura è quasi filmica, sembra procedere per fotogrammi. Che valore hanno le immagini per lei che è una scrittrice?

Credo che le parole debbano fotografare gli stati d’animo, mi fa piacere se in qualche modo ci sono riuscita, se le sensazioni di Vera, gli stati di coscienza, le varie elaborazioni del suo dolore siano arrivate al lettore in maniera diretta ed efficace. Parole e immagini che camminano insieme è tutto quello che io chiedo quando leggo un libro, preferisco l’evocazione di stati d’animo, il viaggio negli spaccati interiori piuttosto che le descrizioni di paesaggi e di luoghi esterni. Il paesaggio che preferisco esplorare sia come lettrice che come scrittrice è quello dell’anima.

A parte il suo, che libro consiglierebbe ai nostri lettori?

L’ultimo libro che ho letto con grande piacere è stato quello di un pediatra napoletano, Vincenzo Barresi, dal titolo “Cara Lucia”. Parla dell’ immigrazione degli italiani del primo dopoguerra e suscita sentimenti intensi e struggenti, che fanno riflettere molto sulle condizioni dei migranti di oggi.

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