PINO DANIELE: TERRA MIA, intervista a Daniele Sanzone


Sono passati quarant’anni esatti dalla pubblicazione di “Terra Mia”, primo album di Pino Daniele. Claudio Poggi, produttore e amico del cantautore, in collaborazione con Daniele Sanzone, voce degli ‘A67, ha raccontato della scena musicale fertile e creativa della Napoli degli anni settanta e della genesi di Pino Daniele come musicista, in un libro edito dalla “Minimum Fax” intitolato proprio “PINO DANIELE: Terra Mia”.

Ho fatto quattro chiacchiere con Daniele Sanzone riguardo questo suo ultimo lavoro:

Ho iniziato la lettura del libro con un po’ di diffidenza, temendo potesse trattarsi di un’operazione commerciale ma mi sono ricreduta, si tratta certamente di un tributo ma non sembra un libro che vuole compiacere i fan…

Il Pino che troviamo tra queste pagine non è un eroe senza difetti, il merito di un racconto così onesto è di Claudio Poggi che ha avuto il coraggio di raccontare la realtà senza banalità o idealizzazioni. Per me è stato un onore collaborare alla stesura di un libro che come fan avrei sempre voluto leggere.

Tra i collaboratori e amici di Pino è menzionato Rino Zurzolo, che purtroppo è scomparso di recente, ci parli di lui?

Ho avuto il piacere di conoscerlo e di collaborare con lui nell’album “Naples Power” del 2012. E’ considerato il più grande contrabbassista italiano e non a caso è il musicista che ha collaborato più a lungo con Pino Daniele. Mi ha colpito la sua umiltà oltre al suo talento puro.

C’è una frase di Pino nel libro che mi ha colpito: -“Noi siamo come i negri, il razzismo c’è, lo vivo, l’ho vissuto e sono convinto che c’è”-, è questa sensazione di emarginazione sociale che fa di lui un “Nero a metà” oltre alla passione per il blues?

Nel suo amore per il blues del Mississippi si può leggere un parallelismo con la nostra città, noi napoletani in Italia siamo stati oggetto di razzismo come i neri in America. Ma il bello di Pino è che pur rivendicando queste istanze non ha mai fatto vittimismo. Pino è sempre stato politico senza essere ideologico come altri suoi contemporanei, a lui interessava la musica, mentre per gli altri cantautori dell’epoca la musica non era altro che un contorno per le parole. Il suo era un’approccio sincero, mai costruito ed assolutamente libero.

Il libro racconta del modo in cui “Pinotto”, come lo chiamavano gli amici, è diventato il musicista apprezzato che ora tutti conosciamo, come mai i napoletani amano così tanto la musica in dialetto? Pensi che questo contribuisca a creare in qualche modo una distanza col resto dello stivale?

Il napoletano ha il difetto di non essere comprensibile a tutti, ma il pregio di suonare come poche lingue al mondo, questo permette di arrivare a tutti attraverso la musicalità, mentre il significante deve superare delle barriere. Pino Daniele è riuscito ad imporsi a livello nazionale con “Nero a metà” che è in napoletano, quindi non penso che il dialetto sia un vero ostacolo. Con la mia band, gli ‘A67 sono arrivato in finale al premio Tenco con delle canzoni in dialetto ma adesso ho voluto scrivere un album quasi interamente in italiano per raccogliere una sfida. Per certi aspetti la nostra tradizione ci ha ingabbiato, bisogna avere il coraggio di fare proprio quello che faceva Pino Daniele, essere innovativi sporcando la tradizione con capacità e con idee fresche. A volte il talento c’è ma non è coltivato perché spesso mancano figure professionali adatte.

In questo senso pensi siano cambiate le cose rispetto al contesto in cui è emerso Pino? Quanto è cambiata l’industria discografica rispetto ad allora?

Il primo disco di Pino andò malissimo, neanche il secondo disco ebbe un grande riscontro mentre il terzo disco fu finalmente un successo.

All’epoca gli artisti venivano seguiti dall’inizio alla fine, gli si concedeva la possibilità di crescere, perché si credeva in loro, lo stesso Claudio Poggi, co-autore del libro, che ha collaborato con Pino e vissuto quegli anni in prima persona, lo ha seguito come se fosse stato stato un figlio.

Adesso è tutto troppo veloce, manca attenzione e non si può più aspettare l’ispirazione dell’artista.

Tu come vivi il tuo essere musicista con questo stato di cose e con questi ritmi frenetici?

L’ultimo disco di inediti degli ‘A67 è del 2008, successivamente abbiamo pubblicato un album di cover, adesso torneremo dopo quasi 10 anni. Il presente impone di essere presenti di continuo sui social network e noi in questo senso ci sentiamo un po’ fuori dagli schemi.

Quanto ha influito sulla tua formazione musicale Pino Daniele?

Probabilmente le prime note che ho ascoltato sono state le sue, da bambino rubavo ai miei fratelli maggiori i dischi di Pino per ascoltarli.

Ed è stato una costante nella mia vita, tra i maggiori insegnamenti che ho tratto da quella musica c’è in primis il denunciare la realtà senza cadere nel vittimismo e poi la possibilità di essere internazionali partendo dalle proprie radici.

A proposito di radici, la scena musicale napoletana è in fermento ma sono pochi gli artisti che osano, di chi è la colpa?

La musica è un istantanea. Si è ciò che si canta ed il tutto va di pari passo con la propria crescita. Dunque un gruppo compone in base a quello che è, ma è anche uno specchio del pubblico, si scrive per se stessi ma anche per gli altri.

Esiste secondo te un erede di Pino Daniele?

Gli ‘A67 sono suoi figli, gli Almamegretta, i 99 Posse, i Foja, la Maschera, tutto il nuovo cantautorato, ma non parlei di eredi. A Napoli tutti i musicisti devono qualcosa a Pino Daniele, ha insegnato tanto, anche inconsapevolmente.

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