THE CLASH: 40 anni fa “Londra Bruciava” e la band pubblicava l’indimenticabile disco d’esordio

Il primo disco dei Clash, pubblicato esattamente 40 anni ed un mese fa da oggi, è un perfetto collage dei vari tasselli che hanno caratterizzato il movimento punk inglese di fine anni 70, una miscela esplosiva di rabbia ben canalizzata ed acerba consapevolezza politica, contraddistinta musicalmente da echi di musica caraibica ed un sound grezzo, giovane ed urgente che prende in prestito le melodie del vecchio rock and roll per maltrattarle e riportarle alla luce in una chiave nuova e sintetica.

La stessa lavorazione dell’album avvenne in modo frettoloso ed essenziale, le registrazioni durarono circa tre settimane in sedute da tre o quattro giorni, le canzoni sono state suonate e registrate in maniera spontanea, senza trucchi o particolari modifiche in post produzione eccetto gli arrangiamenti di cui si occupò lo stesso chitarrista del gruppo.

Nel dare vita alle composizioni musicali, i ragazzi si erano aiutati come una squadra, il chitarrista Mick Jones ricorda di avere supportato Paul Simonon nell’elaborazione dei giri di basso ed addirittura con l’accordatura dello stesso.

Entrambi provenienti da Brixton, il quartiere londinese con la più alta concentrazione di immigrati giamaicani, Paul e Mick sono stati il nucleo iniziale della band, a cui in seguito si è aggiunto John Mellor, in arte Joe Strummer, precedentemente cantante in una band di pub rock con influenze rockabilly, chiamato 101ers, dal civico dello squat in cui risiedeva “lo strimpellatore”.

Determinante per la pubblicazione del disco l’incontro con il manager Bernie Rhodes “Bernie era il mentore. Ha costruito i Clash ed ha concentrato le nostre energie, noi lo abbiamo ripagato diventando molto bravi. Era Bernie che ci ha detto di scrivere su ciò che sapevamo, cioè la carenza di alloggi, la mancanza di istruzione, il futuro come un vicolo cieco di lavoro fino alla morte.” dichiarò Joe Strummer.

Quanto al batterista, la ricerca fu piuttosto complessa e pare ne vennero provati almeno 200, ancora Strummer: “Ogni batterista che è entrato in un gruppo nei dieci anni successivi aveva provato con noi“. Dopo gli innumerevoli tentativi venne scelto Topper Headon che però si tirò indietro, per poter registrare la band ripiegò su Terry Chimes, che aveva già suonato in precedenza con i Clash ma li aveva abbandonati per incompatibilità caratteriali.

Strummer e soci si chiusero in sala per registrare pezzi già pronti, elaborati in precedenza e sperimentati dal vivo durante l’Anarchy Tour, una serie di concerti che avrebbero portato “paura e delirio” nel Regno Unito, durante cui i Clash condivisero il palco con gli altri alfieri della musica ribelle inglese di quegli anni, i Sex Pistols ed i Damned. Alcune canzoni come “What’s my name”, “Protex Blue” e la prima parte di “Deny” risalgono addirittura al periodo in cui Strummer non era ancora entrato a far parte della band. La genesi delle canzoni fu spesso originata da situazioni di vita, particolari o banali, che i quattro musicisti si trovavano a vivere in prima persona, è il caso di “London’s Burning” che venne in mente al cantante semplicemente passeggiando per la città deserta, mentre Garageband fu scritta come risposta velenosa ad una terribile recensione in cui i Clash erano stati definiti come “Una di quelle garage band che dovrebbe ritirarsi nel garage e chiudere le porte con il motore acceso“.

Ma eccetto sporadici detrattori, il disco era atteso con un certo entusiasmo dalla stampa, dato che il gruppo, rispetto ai rissosi cuginetti Sex Pistols, non si dimostrava particolarmente ostile nei confronti dei giornalisti.

Pubblicato dalla CBS, “The Clash” rappresentò la prima presentazione discografica importante dedicata alla musica punk, che si era così conquistata una discreta credibilità presso il grande pubblico, l’album infatti conquistò gli inglesi finendo al dodicesimo posto in classifica la stessa settimana in cui uscì.

Al contrario, gli esponenti della scena punk underground interpretarono come un tradimento il fatto che Strummer e gli altri avessero scelto di firmare un contratto con una major. Mark P, della fanzine Sniffin’Glue, fu lapidario a riguardo, scrivendo: “Il punk è morto il giorno in cui i Clash hanno firmato per la Columbia” fomentando l’indignazione di molti e scaturendo reazioni di protesta che continuarono a riecheggiare per molti anni intorno alla band.

Nell’arco dei 40 anni che ci separano dalla pubblicazione di “The Clash”, il disco è stato più volte riconosciuto come una pietra miliare della storia della musica, il punto di partenza di un gruppo, riconosciuto dalla Rock and Roll of Fame, che avrebbe dimostrato da lì in poi di valere ancora di più di quanto ci si potesse aspettare e che evidentemente ha fatto bene a non seguire il consiglio di restare chiusa nel proprio garage.

Nel presente “The Clash” è un portale temporale verso l’epoca in cui si credeva che la musica avrebbe cambiato la società. Analizzando i testi, ci si scuote dal torpore dando il giusto valore agli insegnamenti preziosi di quegli anni: l’arte è un veicolo per trasmettere ideali e pensieri e piantare semini di consapevolezza in delle canzoni, che possono arrivare con facilità a qualsiasi classe sociale, è il primo passo per trasformare finalmente il mondo in un luogo migliore.

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