Ecovillaggio La Magione: una bell’utopia che diventa realtà. Intervista a Luigi Quarato, promotore del progetto.

E’ immaginabile un futuro fatto di Eco villaggi autosufficienti energeticamente che non devastino l’ambiente e che pongano come tema centrale la questione degli Stili di vita?

In alcuni casi, quella che può sembrare una bella utopia invece può diventare realtà. Ne abbiamo parlato con Luigi Quarato, promotore del progetto Eco villaggio La Magione.

 

Allora sig. Quarato, ci descrive il progetto “La Magione” Ecovillaggio.

Il progetto dell’eco villaggio “La Magione” Impresa Sociale nasce da un’esigenza sempre più sentita tra la gente, sia in ambito lavorativo che nella vita relazionale nel contesto in cui si vive.
Abbiamo cominciato  dal fare delle considerazioni sul mondo del lavoro : se ognuno di noi lavora presso qualsiasi azienda, produce un surplus di valore, creando una rendita all’imprenditore. Bene, svolgendo lo stesso lavoro, ma in maniera autogestita, potremo ottenere delle condizioni di vita e di lavoro più vantaggiose e certamente più a misura d’uomo.

Creata questa condizione, oserei dire di mancanza di stress, certamente saremo in grado di avere delle relazioni umane più sane ed equilibrate, trovando anche il tempo per giocare con i figli o dedicarsi ai propri hobby.

Nello stesso tempo, vivendo in questa epoca ed in questo contesto, ci siamo prefissi di programmare l’eco villaggio con attività che ci portino ad uno scambio con la società in cui viviamo, evitando l’isolamento, come avviene molte volte.

Partendo da queste considerazioni, abbiamo redatto il progetto per creare queste condizioni, partendo dall’aspetto lavorativo, prevedendo
– una azienda agricola che produca orto-frutta con annesso un opificio per la trasformazione e conservazione degli stessi (con 15-20 posti di lavoro),
– una azienda agricola per la coltivazione di piante officinali per l’estrazione di oli essenziali e piante da cui estrarre pigmenti per arrivare ai colori naturali,
– una struttura ricettivo turistica che dia ospitalità agli amanti della natura,
– una impresa che gestisca  gli’importantissimi settori della cultura e del sostegno sociale (essendo per noi inscindibili) quali  la fattoria didattica, la creazione di un agri-nido, dell’agri-scuola, che organizzi corsi per la crescita personale e, contemporaneamente, dia sostegno ai soggetti che hanno bisogno, quali anziani, bambini o diversamente abili.

Infine, contiamo di poter dare un contributo importante creando un centro di formazione professionale (accreditato) per poter preparare i giovani ad una vita lavorativa sana ed etica.
Come nasce l’idea di un’impresa di questo tipo?
Oltre alle considerazioni precedenti, l’idea nasce dalla esigenza di poter gestire il proprio tempo rispettando la propria vita. Cerco di spiegarmi : attualmente la società è organizzata come un sistema in cui ogni persona ne fa parte come una rotellina di un ingranaggio, costretta a girare come qualcuno ha deciso, senza alcun rispetto dell’essere umano e di ciò che ama fare, con il risultato che se qualcosa non va, viene semplicemente sostituito,

Riteniamo che la persona debba sentirsi a proprio agio nel lavoro e occuparsi di ciò che ama fare seguendo le proprie passioni, assumendosene le responsabilità. Anche per questo motivo abbiamo previsto le diverse opportunità (agricoltura, industria leggera, turismo, cultura ecc.)


Le ragioni dell’impresa possono essere coniugate a quelle della tutela ambientale?

la tutela ambientale è una delle priorità che ci siamo dati. Abbiamo stipulato una convenzione con l’Università Politecnica delle Marche (AN), proprio per avere una supervisione riguardo a queste problematiche. La collaborazione riguarda il settore dell’energia pulita, l’agricoltura bio, la depurazione delle acque (fitodepurazione) e tutti gli aspetti del rispetto dell’ambiente.
Il progetto ha un suo elemento centrale nella bioedilizia. le case saranno con materiale riciclabile o prodotto sul posto. Ma veramente è possibile sfruttare le caratteristiche coibentanti di materiali come la paglia?
Le case in paglia non le abbiamo inventate noi. Esistono da secoli ed in ogni parte del mondo, particolarmente nei paesi freddi. Il  Canada è uno degli esempi, oppure la Francia, dove in una casa in paglia del ‘700 è attualmente ospitato un museo. Le caratteristiche principali che ci hanno portato a questa scelta consistono nella mancanza di ferro, quindi la mancanza di campi elettromagnetici nell’abitazione, la massima coibentazione possibile, la traspirabilità della muratura che porta alla mancanza di accumulo di umidità, ottenere la sanificazione dell’ambiente utilizzando la calce come ultimo strato, l’antisismicità assoluta della struttura e non ultimo il costo di realizzazione nettamente inferiore al normale.
Questo progetto avrà un’incidenza sugli stili di vita di coloro i quali ne saranno animatori?
L’esigenza di tanta gente che ci chiama è proprio questa, avere un approccio diverso alla vita. Vivere bene vuol dire volersi bene e ci si vuole bene se in quello che facciamo siamo presenti anche noi, ci rispettiamo nelle nostre esigenze “umane”, avere uno scambio di amore e di rispetto verso tutti e verso il “tutto”. Certamente cambierà molto ed in meglio la nostra vita.
L’autosufficienza energetica è un’utopia?
L’autosufficienza energetica è essenziale, principalmente per l’ambiente che ci circonda, ed a questo proposito voglio ringraziare le persone e le istituzioni che con molta sensibilità ci stanno supportando. Pensi che abbiamo registrato l’interesse di un ente di ricerca statale per realizzare la piena autosufficienza come progetto pilota che riguarda sia il villaggio come abitazioni che come impianti produttivi.
 Dove sorgerà il villaggio ed a che punto è la sua ideazione?
Il villaggio sorgerà a ridosso del comune di Montefano (MC), un piccolo paese con secoli di storia, considerato uno dei borghi più belli d’Italia.

Attualmente abbiamo un magnifico staff di tecnici che stanno predisponendo i progetti esecutivi per arrivare entro l’autunno all’ottenimento delle concessioni edilizie ed allora comincerà la nostra avventura più bella : avviarci a vivere in libertà, con un senso di solidarietà tra noi che vogliamo ritrovare,

L’autrice Francesca Scamarcio racconta il suo nuovo libro “Tienimi Stretta”.

Il libro di Francesca Scamarcio è di quelli che si leggono tutto d’un fiato. I temi su cui la scrittrice si sofferma sono di stringente importanza e sicuramente bisognerebbe che se ne parlasse spesso, anche per evitare che la drammaticità di tali esperienze cada in una sorta di zona d’ombra dove tutto è silente. Sovente, tra le pagine del libro, la poetica si fonde con l’introspezione. Il tutto si fonda su un equilibrio difficile. Difficile, quando la posta in gioco è così alta: misurarsi coi fantasmi interiori, poiché in fin dei conti è così, se la letteratura è autentica, fa in modo che tutti, personaggi, scrittori e lettori rimangano sospesi sul filo e mezz’asta, rigorosamente senza reti di protezione.

Ecco cosa pensa l’autrice di “Tienimi Stretta”:  

Allora Francesca, il suo libro Tienimi Stretta si disvela lentamente, ed ha sullo fondo un abuso. La protagonista, Vera, è una donna molto forte. Quanta forza ci vuole in questo genere di vicende?

La sofferenza di Vera ha creato una specie di corazza, sembra che il dolore riesca appena a sfiorarla, ma oltre quella barriera difensiva si percepisce una forza enorme. Molto spesso il dolore ci lascia attingere un potere inimmaginabile, è come se l’anima lo trasfigurasse, disegnando un modo parallelo, quasi magico, in cui prendere rifugio. Un abuso sessuale nell’infanzia segna un bivio, da quel momento niente più è uguale, quell’abuso è la morte stessa, la morte dell’innocenza. La forza che si sprigiona a partire da quell’evento è soprattutto un grido di sopravvivenza.

L’universo maschile appare caratterizzato da una sorta di estemporaneità. Figure fuggevoli, quasi dei fantasmi. E’ Cosi?

I personaggi maschili nell’universo di Vera coprono tutti lo stesso ruolo, è come se fosse la coscienza tormentata di Vera a chiedere loro di assumere quella parte, per inscenare il dramma irrisolto dell’infanzia. Ognuno degli uomini di Vera compie su di lei un sottile abuso, rievocando quell’antico dolore che chiede così di essere smascherato.

Il dolore può essere anestetizzato per sempre, o prima o poi bisogna farci i conti?

Il dolore è un bagaglio nel viaggio della vita, prima o poi bisogna aprirlo e disfarlo. Un dolore non compreso, non elaborato, è come una zavorra. Qualsiasi dolore, una volta ripercorso e compreso, acquista invece un senso, ci aiuta a ricomporre le parti di noi, perché è solo dall’integrazione di tutte le nostre parti che possiamo trovare equilibrio, pienezza. Illuminando le nostre parti oscure, guardando in faccia le nostre paure, togliamo loro forza, liberiamo quell’energia creativa imprigionata per troppo tempo nei nostri abissi inesplorati.

La protagonista, Vera, vive gli incontri come una sorta di magia onirica. Il suo paesaggio interiore genera degli incantesimi. In alcuni casi mi è venuto quasi da pensare ad una novella Circe. Esiste un immaginario femminile peculiare rispetto a quello maschile in questo senso?

E’ proprio così, Vera vive come in un incantesimo, qualsiasi esperienza per lei ha un sapore magico, e credo che questa sia un’attitudine femminile, le donne riescono a colorare ogni cosa, hanno in sé quella forza creativa e generatrice che si dispiega in ogni esperienza, in noi la capacità di trasfigurare è molto frequente, la dimensione mentale, emotiva, spesso è molto più “reale” di quella fisica.

La sua scrittura è quasi filmica, sembra procedere per fotogrammi. Che valore hanno le immagini per lei che è una scrittrice?

Credo che le parole debbano fotografare gli stati d’animo, mi fa piacere se in qualche modo ci sono riuscita, se le sensazioni di Vera, gli stati di coscienza, le varie elaborazioni del suo dolore siano arrivate al lettore in maniera diretta ed efficace. Parole e immagini che camminano insieme è tutto quello che io chiedo quando leggo un libro, preferisco l’evocazione di stati d’animo, il viaggio negli spaccati interiori piuttosto che le descrizioni di paesaggi e di luoghi esterni. Il paesaggio che preferisco esplorare sia come lettrice che come scrittrice è quello dell’anima.

A parte il suo, che libro consiglierebbe ai nostri lettori?

L’ultimo libro che ho letto con grande piacere è stato quello di un pediatra napoletano, Vincenzo Barresi, dal titolo “Cara Lucia”. Parla dell’ immigrazione degli italiani del primo dopoguerra e suscita sentimenti intensi e struggenti, che fanno riflettere molto sulle condizioni dei migranti di oggi.

PINO DANIELE: TERRA MIA, intervista a Daniele Sanzone


Sono passati quarant’anni esatti dalla pubblicazione di “Terra Mia”, primo album di Pino Daniele. Claudio Poggi, produttore e amico del cantautore, in collaborazione con Daniele Sanzone, voce degli ‘A67, ha raccontato della scena musicale fertile e creativa della Napoli degli anni settanta e della genesi di Pino Daniele come musicista, in un libro edito dalla “Minimum Fax” intitolato proprio “PINO DANIELE: Terra Mia”.

Ho fatto quattro chiacchiere con Daniele Sanzone riguardo questo suo ultimo lavoro:

Ho iniziato la lettura del libro con un po’ di diffidenza, temendo potesse trattarsi di un’operazione commerciale ma mi sono ricreduta, si tratta certamente di un tributo ma non sembra un libro che vuole compiacere i fan…

Il Pino che troviamo tra queste pagine non è un eroe senza difetti, il merito di un racconto così onesto è di Claudio Poggi che ha avuto il coraggio di raccontare la realtà senza banalità o idealizzazioni. Per me è stato un onore collaborare alla stesura di un libro che come fan avrei sempre voluto leggere.

Tra i collaboratori e amici di Pino è menzionato Rino Zurzolo, che purtroppo è scomparso di recente, ci parli di lui?

Ho avuto il piacere di conoscerlo e di collaborare con lui nell’album “Naples Power” del 2012. E’ considerato il più grande contrabbassista italiano e non a caso è il musicista che ha collaborato più a lungo con Pino Daniele. Mi ha colpito la sua umiltà oltre al suo talento puro.

C’è una frase di Pino nel libro che mi ha colpito: -“Noi siamo come i negri, il razzismo c’è, lo vivo, l’ho vissuto e sono convinto che c’è”-, è questa sensazione di emarginazione sociale che fa di lui un “Nero a metà” oltre alla passione per il blues?

Nel suo amore per il blues del Mississippi si può leggere un parallelismo con la nostra città, noi napoletani in Italia siamo stati oggetto di razzismo come i neri in America. Ma il bello di Pino è che pur rivendicando queste istanze non ha mai fatto vittimismo. Pino è sempre stato politico senza essere ideologico come altri suoi contemporanei, a lui interessava la musica, mentre per gli altri cantautori dell’epoca la musica non era altro che un contorno per le parole. Il suo era un’approccio sincero, mai costruito ed assolutamente libero.

Il libro racconta del modo in cui “Pinotto”, come lo chiamavano gli amici, è diventato il musicista apprezzato che ora tutti conosciamo, come mai i napoletani amano così tanto la musica in dialetto? Pensi che questo contribuisca a creare in qualche modo una distanza col resto dello stivale?

Il napoletano ha il difetto di non essere comprensibile a tutti, ma il pregio di suonare come poche lingue al mondo, questo permette di arrivare a tutti attraverso la musicalità, mentre il significante deve superare delle barriere. Pino Daniele è riuscito ad imporsi a livello nazionale con “Nero a metà” che è in napoletano, quindi non penso che il dialetto sia un vero ostacolo. Con la mia band, gli ‘A67 sono arrivato in finale al premio Tenco con delle canzoni in dialetto ma adesso ho voluto scrivere un album quasi interamente in italiano per raccogliere una sfida. Per certi aspetti la nostra tradizione ci ha ingabbiato, bisogna avere il coraggio di fare proprio quello che faceva Pino Daniele, essere innovativi sporcando la tradizione con capacità e con idee fresche. A volte il talento c’è ma non è coltivato perché spesso mancano figure professionali adatte.

In questo senso pensi siano cambiate le cose rispetto al contesto in cui è emerso Pino? Quanto è cambiata l’industria discografica rispetto ad allora?

Il primo disco di Pino andò malissimo, neanche il secondo disco ebbe un grande riscontro mentre il terzo disco fu finalmente un successo.

All’epoca gli artisti venivano seguiti dall’inizio alla fine, gli si concedeva la possibilità di crescere, perché si credeva in loro, lo stesso Claudio Poggi, co-autore del libro, che ha collaborato con Pino e vissuto quegli anni in prima persona, lo ha seguito come se fosse stato stato un figlio.

Adesso è tutto troppo veloce, manca attenzione e non si può più aspettare l’ispirazione dell’artista.

Tu come vivi il tuo essere musicista con questo stato di cose e con questi ritmi frenetici?

L’ultimo disco di inediti degli ‘A67 è del 2008, successivamente abbiamo pubblicato un album di cover, adesso torneremo dopo quasi 10 anni. Il presente impone di essere presenti di continuo sui social network e noi in questo senso ci sentiamo un po’ fuori dagli schemi.

Quanto ha influito sulla tua formazione musicale Pino Daniele?

Probabilmente le prime note che ho ascoltato sono state le sue, da bambino rubavo ai miei fratelli maggiori i dischi di Pino per ascoltarli.

Ed è stato una costante nella mia vita, tra i maggiori insegnamenti che ho tratto da quella musica c’è in primis il denunciare la realtà senza cadere nel vittimismo e poi la possibilità di essere internazionali partendo dalle proprie radici.

A proposito di radici, la scena musicale napoletana è in fermento ma sono pochi gli artisti che osano, di chi è la colpa?

La musica è un istantanea. Si è ciò che si canta ed il tutto va di pari passo con la propria crescita. Dunque un gruppo compone in base a quello che è, ma è anche uno specchio del pubblico, si scrive per se stessi ma anche per gli altri.

Esiste secondo te un erede di Pino Daniele?

Gli ‘A67 sono suoi figli, gli Almamegretta, i 99 Posse, i Foja, la Maschera, tutto il nuovo cantautorato, ma non parlei di eredi. A Napoli tutti i musicisti devono qualcosa a Pino Daniele, ha insegnato tanto, anche inconsapevolmente.

IL MIO NOME SARA’ MASANIELLO: lettera dell’albero Masaniello

Pubblichiamo una bellissima lettera aperta alla città di Napoli dell’albero Masaniello della rete sociale NO BOX

Così hanno pensato di chiamarmi quelli del mercatino.
Chi sono io? Sono quel maestoso Cedro del Libano piantato lì alcuni decenni orsono in Via Sergio Abate, di fronte a dove sta adesso il Carrefour, dentro al mercatino. Avete capito o no? Forse, distratti dalle bancarelle, non avete mai alzato gli occhi al cielo e non mi avete mai degnato di uno sguardo: sono alto quasi 20 metri! Vi sembra poco? Sono lì da tanto tempo, sono nato in Libano, ho attraversato mari in tempesta, sono cresciuto a dispetto del vento, del freddo e del cemento che mi circonda.
Qui da voi, il massimo delle attenzioni che ho ricevuto sarà stata qualche pipì di un randagio di passaggio.
Eppure sto lì e non mi muovo.
Adesso ho saputo che qualcuno ha fatto un disegno, ha fatto scomparire le bancarelle, il casale De Bustis qui vicino e, udite udite, anche me! Perché? Perché pare che vogliono scavare un grande fosso e costruire dei loculi di cemento in cui ricoverare delle lamiere puzzolenti che chiamano automobili! Quasi 800 di questi buchi. Immaginate il disordine, la puzza, il pericolo. E cosa gli ho fatto io per meritare questo affronto? Io, che dalle mie parti ero considerato una pianta “dominante” per la mia chioma ad ombrello. Con il mio legno sono state costruite le navi dei Fenici. Con la mia resina sono stati imbalsamati gli antichi Egizi. Sto sulla bandiera del Libano e ne sono il simbolo nazionale! E adesso?
No, non mi faranno fuori così facilmente. Ne ho parlato con gli amici del mercato, ho detto loro di resistere e di combattere. Ne parlerò anche con i miei lontani parenti, disseminati sul territorio, anche loro a rischio. Forse è per questa mia appassionata reazione che mi hanno messo il nome “Masaniello” e mi hanno eletto loro condottiero. Loro saranno i soldati che combatteranno con me, per me. Ed io li ripagherò con riconoscenza: gli farò ombra con le mie chiome quando il sole picchia, gli frenerò il terreno fragile con le mie radici quando la terra trema, fermerò polveri sottili con le mie foglie (magari ce ne fossero altri 1000 insieme a me…)
Insomma, voglio continuare a vivere qua e chiedo l’aiuto di tutti.

Maggio 2017

Via de Bustis: rischio disastro ambientale. Ne abbiamo parlato col capogruppo di “Napoli in Comune a Sinistra”, Daniele Quatrano.

Il progetto di costruzione di box auto in via De Bustis sta sollevando numerose polemiche. In molto hanno dubbi relativi alla sostenibilità ambientale dell’opera. Con l’intento di comprendere meglio abbiamo intervistato il capogruppo al Consiglio Municipale del Vomero, di “Napoli In Comune a Sinistra”, Daniele Quatrano:

Consigliere Quatrano, con riferimento al progetto che prevede la creazione di 900 box auto al Vomero, nei pressi di Piazza degli Artisti, in molti  parlate di ecomostro, perché?

Quello di Artisti/de Bustis è il più grande progetto di costruzione di box auto privati approvato a Napoli negli ultimi anni. Si tratta di fare un buco di 12mila mq che coprirebbe l’attuale piazza degli Artisti, via tino da Camaino e l’intera area del mercato De Bustis (ricordiamo, anch’esso il più grande mercato giornaliero della città di Napoli), in un luogo già fortemente stressato dai lavori e dall’esistenza della metropolitana. Ma il problema principale, almeno dal nostro punto di vista, è che questa enorme costruzione non porta con se nessuna utilità sociale per il quartiere, ma favorisce solo la speculazione e la rendita di pochissimi cittadini. E’ quindi un ecomostro perché alla certezza di zero benefici sociali collettivi si affiancano rischi incerti e imprevedibili ma su cui nessuno può garantire al 100%. Alcuni geologi a cui, come comitato No Box, abbiamo fatto vedere il progetto spiegano che l’incertezza della durata degli scavi (e quindi dell’esposizione del sottosuolo a pioggia ed altre intemperie) è un elemento di forte criticità, rispetto a questo tema nessuno si impegna a fornire garanzie.

L’appalto, pubblicato nell’albo pretorio del Comune di Napoli ha una storia controversa, che risale alle passate amministrazioni. cosa può dirci a proposito.

I tentativi di speculazione del sottosuolo napoletano (dopo che hanno messo le mani più possibile sopra di esso) hanno  una lunga storia, come una lunga storia hanno le battaglie che cittadini e forze sociali e politiche hanno messo in campo per contrastare il “business del sottosuolo”. Tant’è che nel 2007 con decreto governativo la gestione del PUP (piano urbano parcheggi) è stata tolta al Consiglio Comunale di Napoli e affidata ad un commissario con grandi poteri di deroga alla legge Tognoli ed allo stesso PUP. Negli anni del commissariamento, (con commissario la stessa sindaca Iervolino) sono stati portati avanti decine e decine di progetti di box privati per tutta la città, senza nessuna programmazione sulle necessità dei residenti e senza tener conto di piani di mobilità alternativa (fosse solo per la crescita esponenziale del ruolo della Metropolitana di Napoli nel trasporto locale urbano) che pure iniziavano ad essere avanzati da pezzi di società civile e da qualche amministratore locale un po’ più lungimirante.
A riprova di quest’assalto senza pari al sottosuolo napoletano vi è il fatto che, ad oggi, tantissimi box di quelli costruiti in questi anni risultano invenduti o utilizzati ad altro scopo (per esempio, magazzini di negozi).
Questo fino al 2011 quando il nuovo sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che si era impegnato in campagna elettorale contro questi box auto, ha “congelato” con una delibera 11 di questi progetti, tra cui quello Artisti/de Bustis. Al congelamento i costruttori hanno risposto facendo ricorso ed il TAR ha intimato il Comune, dopo 4 anni di sospensione, a prendere una decisione sul progetto, dando avvio alle procedure amministrative o individuando, in alternativa, il giusto indennizzo per la cooperativa, per una cifra tra i 2 e, secondo i più catastrofici, gli 8 milioni. Con i mercatali e le associazioni ambientaliste stiamo però preparando un ricorso perché riteniamo che il Comune non abbia fatto tutto il possibile per scongiurare quest’esito.
Che rischio corrono i lavoratori mercatali di via De Bustis?
Il progetto prevede necessariamente lo spostamento del mercato per buona parte della durata dei lavori, almeno due anni nelle più rosee previsioni. Per intenderci, parliamo di circa 250 occupazioni di suolo di almeno 9 mq l’una, di macellai e pescivendoli che necessitano di celle frigo e strutture idonee a svolgere la propria attività. Ad oggi non c’è nessun piano concreto e fattibile di spostamento. Si è parlato di spostarli nell’area del Parco Mascagna ma questo snaturerebbe un luogo importante di svago per bambini, famiglie ed anziani del territorio ed inoltre non ci sarebbe lo spazio per tutti. Per il resto in zona non esiste nessun posto in grado di soddisfare le esigenze, fosso solo anche di una parte, dei mercatali.
L’affollamento automobilistico è un problema delle grandi metropoli. Cosa pensa di forme di mobilità alternative?
La zona collinare di Napoli è la parte di città che più è stata investita di infrastrutture legate alla mobilità sostenibile. L’intero quartiere è coperto dalla rete della metropolitana e le 3 funicolari permettono di raggiungere il centro storico e Chiaia in 10 minuti. E’ folle non sfruttare quest’enorme pontenzialità per rafforzare, appunto, forme di mobilità alternative. Abbiamo due ingressi della Tangenziale di Napoli, che potrebbero diventare perfetti nodi di Interscambio per chi viene da fuori città. L’uscita della Tangenziale Vomero, per esempio, ha le caratteristiche adatte avendo sia un’ambio spazio nelle vicinanze da utilizzare come parcheggio a raso, sia la fermata Metro Quattro Giornate nelle vicinanze (raggiungibile a piedi o, se occorre, con una navetta). Anche alla luce di queste possibilità riteniamo irresponsabile puntare ancora su mega-parcheggi privati nel cuore dei centri urbani.

 

“Scampia Felix”.

Pubblichiamo un bellissimo articolo di Franco Vicario: “un viaggio, lungo nel tempo, nel corpo e nell’anima di un luogo il cui racconto è sempre stato difficile, parziale, controverso, mistificato, capovolto, rigirato, ingigantito, sfruttato, a volte in malafede, altre per superficialità e scarsa o mancanza di conoscenza degli argomenti in discussione”.

Sabato 20 maggio è stato presentato all’auditorium Fabrizio De Andrè di Scampia, in anteprima nazionale, il film, coprodotto dal basso dal Gridas, del regista siciliano Francesco Di Martino, “Scampia Felix”. Un viaggio, lungo nel tempo, nel corpo e nell’anima di un luogo il cui racconto è sempre stato difficile, parziale, controverso, mistificato, capovolto, rigirato, ingigantito, sfruttato, a volte in malafede, altre per superficialità e scarsa o mancanza di conoscenza degli argomenti in discussione. Il carnevale del Gridas è stato per Francesco, regista libero da zavorre e pregiudizi indotti dalla narrazione mediatica, il pretesto invece per un racconto fatto con l’occhio sensibile di chi ha capacità di ascolto e di lettura dei fatti, di chi, attraverso immagini, storie, vicende sa cogliere l’anima di un luogo e le verità che esprime. La produzione dal basso di un film, un documento, un libro, non avendo alla base l’obiettivo del guadagno economico dà la possibilità di essere completamente liberi di esprimere concetti, valutazioni, sentimenti che altrimenti potrebbero essere fraintesi o nella migliore delle ipotesi racchiusi in una banale stereotipia narrativa. L’occhio di chi sa vedere, come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, ha la capacità di restituire il senso più vero e profondo delle immagini e delle parole attraverso le quali è possibile tentare di ricucire e di ricostruire un’identità altra di un luogo, sicuramente non diverso da tanti altri per problemi sociali, ma sicuramente eccezionalmente diverso da altri per la risposta culturale, proveniente essenzialmente dal basso, rivoluzionaria per molti versi, che sta producendo nel tempo cambiamenti evidenti nelle relazioni e nel tessuto sociale di un territorio che in ogni caso ha molto bisogno di sostegno politico-istituzionale anche per la fase storica di profonda crisi economica nella quale viviamo. Ma Scampia è abituata e convive da sempre con la crisi strutturale della mancanza di opportunità di lavoro e di qualità dei servizi a disposizione della gente che però più che in ogni altro posto della città diventa costruttrice di proposta alternativa per un nuovo modello sociale di convivenza all’interno del quale una fitta rete di persone, di associazioni, di cooperative del settore sociale provano, in parte riuscendoci, a realizzare quello che finora nessuna politica istituzionale è stata in grado di fare per motivi diversi. Con Scampia Felix il regista coglie il senso di questo percorso incontrando e documentando lungo la strada le esperienze più incredibili nate apparentemente dal nulla. Ma nulla si crea senza la fatica, la lotta, il desiderio di non soccombere alla marginalizzazione sociale. Chi sa che a Scampia sono nate case editrici che producono e co-producono a livello nazionale? Chi sa che Scampia è il quartiere di Napoli e, credo, d’Italia, con il maggior numero di aiuole (circa cinquanta) adottate e curate dalla gente. Chi sa che a Scampia sono nate cooperative per la gestione di spazi e terreni confiscati alla camorra che offrono opportunità di lavoro e di reinserimento per detenuti e ragazzi in affido? Chi veramente sa che a Scampia è nato il più importante movimento popolare per il diritto all’abitare promotore di una proposta dal basso che nel tempo, partendo dall’abbattimento delle vele, sta realizzando un programma di riqualificazione urbana e abitativa destinato a cambiare sia il volto del quartiere che la qualità della vita dei suoi abitanti? Chi sa che a Scampia vi è un centro calcistico di eccellenza frequentato da centinaia di ragazzi, squadre di rugby maschili e femminili, campioni internazionali di tiro con l’arco, palestre di judo e piscine curate da campioni olimpici? Chi sa che a Scampia esiste il maggior numero di sportelli anti-camorra, di anti violenza per l’accettazione della diversità di genere, di laboratori per terapie non costrittive del disagio psichico, di spazi pubblici abbandonati, occupati per restituirli all’uso e ai servizi sociali negati? Chi sa che a Scampia è nata la prima cooperativa di ristorazione gestita da cittadini della comunità Rom e da abitanti del quartiere, che vi sono radio e televisioni popolari, sale di incisione audio-video, scuole di ogni ordine e grado e che è in fase di ultimazione una facoltà universitaria di indirizzo scientifico? Chi sa che a Scampia si organizza da 35 anni il carnevale sociale che ha contaminato ed esteso il suo messaggio a tutte le periferie della città comprese quelle del centro? Penso sia l’unico caso in Italia in cui in una quindicina di quartieri di Napoli e provincia ogni anno si svolgono cortei di carnevale di protesta e di proposta sociale che sono la sintesi politica e sociale di un intero anno di attività svolte gratuitamente nelle situazioni più “scamazzate” per il risveglio di coscienze e per l’assunzione di consapevolezze dei doveri e dei diritti sia singoli che collettivi. Sarebbe bello e singolare realizzare un grande carnevale sociale nelle piazze del “potere” per annullare centri e periferie e portare l’energia positiva nelle stanze e nei luoghi dove si decide il destino della gente molto spesso a loro insaputa.

Scampia Felix non è il racconto del Gridas, è soprattutto l’indicazione di un modo di essere che trova spinta ed energia nella condivisione di percorsi “politici” con al centro un agire sociale incessante per uscire dalla solitudine dell’individualismo. Il Gridas che occupa uno spazio pubblico a Scampia abbandonato per oltre quarant’anni dall’Iacp, pur se intimato di sfratto, (sentenza “civile “prevista per il 20 settembre 2017), non rinuncia e non rinuncerà mai all’idea che uno spazio pubblico appartiene alla gente che se ne prende cura e ne mantiene la destinazione d’uso nonostante l’incuria degli enti responsabili così come sancito e riconosciuto in sede di processo penale. Non si sa se l’amministrazione comunale sarà in grado di fare qualcosa per mantenere vivo un tentativo di “rivoluzione dal basso”, ma il film indica che questa è l’unica strada percorribile; è la strada percorsa ogni giorno dai tanti costruttori di Scampia Felix , “dal basso”, ed è importante e vale la pena percorrerla fino in fondo indipendentemente e nonostante le scelte politiche provenienti “dall’alto”.
Ringrazio il regista Francesco Di Martino che con il suo lavoro ci conferma e ci dona il senso del tutto nel quale ci riconosciamo.

 

Franco Vicario-Gridas- gruppo risveglio dal sonno- Scampia

 

 

 

 

BRONX CHIAMA NAPOLI

Bronx chiama Napoli. Una bellissima iniziativa che nella mattinata di ieri ha animato la periferia di San Giovanni. Poco lontano il murales di Jorit. In quelle linee si condensano dolore, profondità, senso del riscatto, cicatrici. Uno stato dell’Anima. Sentimenti che abitano con ogni probabilità gli stati profondi dell’Animo dei tanti giovani che abitano questa periferia.

 

La creatività sembra un tratto comune di tutta l’iniziativa. Bimbi che giocano, in tanti, ovunque. Colori, pasta di sale, un percorso ludico. In fin dei conti mi verrebbe da pensare che immaginare uno spazio a misura di bambino è veramente un fatto rivoluzionario. E’ un’impostazione delle cose che rimanda ad un cambiamento che investe sul futuro delle nuove generazioni.

Ed intanto osservo il volto degli organizzatori che ci appare visibilmente soddisfatto.  Un bel colpo è stato piazzato. Uno spazio, almeno per un giorno, recuperato alla desertificazione delle anime. Eppure Deborah appare animata da una forte tenacia. Il tema che si pone è: come far in modo che questo gioioso momento di ricomposizione del  tessuto sociale della periferia est diventi esperienza organica, stabile, continuativa?

Si ha il sentore che a tutto questo ben preso si affiancherà una piattaforma rivendicativa. Le cose, a quanto pare, iniziano a muoversi.

 

Per anni ci siamo chiesti da dove ripartire. Quale fosse il tassello che ci consentisse di comprendere la logica dell’intero mosaico. Per anni i più validi intellettuali si sono interrogati. Eppure, a quanto pare la risposta è proprio lì, sotto il nostro naso, così lontana eppure così vicina.

E se il punto da cui ripartire fosse proprio il contaminarsi con queste comunità in movimento e favorire i processi di progressivo avvicinamento tra le stesse?

 

 

Gianni Minà presenterà il suo ultimo libro a Napoli. La città e la Nuova Compagnia di Canto popolare lo omaggiano.

Gianni Minà pubblica ad aprile 2017 “Così va il mondo. Conversazioni su potere, giornalismo e libertà”.

Lo presenta alla fiera del libro di Torino e sceglie anche un’unica data napoletana per presentare la sua opera in uno dei beni comuni della città: lo Scugnizzo Liberato.

Una volta questo luogo era un carcere minorile, e proprio qui ben 33 anni fa (1984) il giornalista condusse una puntata speciale di “Blitz” con la partecipazione di Eduardo De Filippo e con la Nuova Compagnia di Canto Popolare.

Gianni ha scelto questo luogo simbolo per  incontrare la città di Napoli a cui è molto affezionato.

Tanti i personaggi che hanno segnato il suo cammino e che hanno vissuto in questa città: Massimo Troisi, Pino Daniele, Diego Armando Maradona (solo per citarne alcuni).

Il libro nello specifico prova a raccontare attraverso delle “conversazioni” con Giuseppe De Marzo la sua lunga carriera giornalistica.

Ci rivolgiamo a tutti coloro che amano questo grande personaggio e invitiamo la stampa a partecipare a questo grande evento cittadino.

Avrà luogo la presentazione e un momento musicale a lui dedicato – che avrà luogo subito dopo la presentazione – che vedrà protagonisti proprio la Nuova Compagnia di Canto Popolare in formazione numerosa e la Bandarotta di Bagnoli.

Un connubio tra passato e presente per rendere onore a Gianni da parte nostra e della città.

L’appuntamento è per mercoledì 31 maggio 2017 alle ore 18.00 presso lo Scugnizzo Liberato in Salita Pontecorvo, 46.

Introduce e presenta Angelo Petrella, giovane scrittore napoletano.

Vi aspettiamo in tanti e tante.

Seguite l’evento Facebook: https://goo.gl/bGwXiQ
o la Pagina Massa Critica

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COME RAGGIUNGERCI

Potete facilmente raggiungere lo Scugnizzo Liberato con i mezzi pubblici o a piedi:

• Da Piazza Dante (metro Dante oppure auto dopo le 18:00): salendo le scalette di Vico Mastellone e poi quelle di Salita Pontecorvo, superando la chiesa di San Giuseppe delle Scalze, sulla destra. Tempo di percorrenza circa 8 minuti

• Da Piazza Mazzini (metro Salvator Rosa oppure auto): scendendo via Gesù e Maria (la prima traversa a destra scendendo da Piazza Mazzini), sulla sinistra subito dopo i gradini. Tempo di percorrenza circa 5 minuti

• In auto: Consigliamo di cercare parcheggio intorno a Piazza Dante o a piazza Gesù e Maria.

Soprattutto, consigliamo di scaricare ed utilizzare iGoOn al link e cercate “Scugnizzo Liberato” per cercare e condividere passaggi per raggiungerci venerdì sera! Conoscete persone nuove, dividete le spese di viaggio, non aumentiamo il traffico e lo smog della nostra città!

bit.ly/iGoOnAndroidApp
bit.ly/iGoOniOSApp

A proposito dell’articolo su Decreto Minniti.

Scriviamo con poco entusiasmo, quasi con riluttanza. La questione, nei termini in cui si è sviluppata ci appassiona poco e speriamo di darci un taglio. Il contrasto al cd. Daspo Urbano è un fatto molto importante. Esso, come provvedimento, si iscrive in uno scenario complessivo di riconfigurazione a ribasso dei diritti che parte da lontano e temiamo sia destinato ad arrivare lontano lungo una traiettoria distopica.

L’opposizione sociale che si era prodotta, almeno in una prima fase, era inadeguata, profondamente inadeguata. Da tempo ormai sulla nostra timeline tentavamo, con la limitatezza dei nostri mezzi, di determinare consapevolezza su questi temi. A volte ci siamo riusciti, altre no. In ogni caso impariamo velocemente anche dagli errori.

Nel caso specifico la nostra idea era quella di sviluppare dibattito su un tema importante. L’articolo ha prestato il fianco ad alcune critiche. Alcune fondate altre meno. Ad ogni buon conto, l’idea del gruppo di redazione non era quella di articolare una critica a strutture politiche, nè a singoli attivisti. L’idea era quella di sviluppare un dibattito che consentisse la fuoriuscita da una palude di immobilismo e quello, il dibattito, lo fai anche discutendo sul contributo di chi non la pensa esattamente come te o ti pone elementi fortemente critici.

Ovviamente col senno di poi riteniamo sia stai un errore non chiedere la firma dell’articolo. Errore di metodo e di sostanza ed è per questo che l’articolo è stato tolto. Se fosse stato firmato le cose sarebbero andate in maniera diversa. Ciò nonostante, al punto in cui si è spinta la cosa, seppur sollecitati,  non indicheremo il nome. Sarebbe un gesto che alimenterebbe polemiche che sottrarrebbero tempo alla costruzione dell’agenda politica. Ed allora ci assumiamo collettivamente la responsabilità dell’articolo e lo facciamo incassando le critiche, che se mosse da un senso costruttivo potranno essere occasione di crescita per tutti, (in caso contrario non le prenderemo in considerazione), ma allo stesso tempo pretendendo sia restituita centralità alla discussione su temi realmente rilevanti: la produzione di dinamiche di contrasto alla recrudescenza securitaria.

 

 

 

UN MAGGIO ANCHE PER LE AREE NEGATE: INTERVISTA A GIANLUCA CAVOTTI, PRESIDENTE DELLA 7 COMMISSIONE DELLA X MUNICIPALITA’.

“Un Maggio anche per le Aree Negate” è un’iniziativa tesa al recupero delle aree in stato di abbandono. L’iniziativa parte da un presupposto: non dissociare mai il genius loci, lo spirito e la destinazione d’uso, da quelle che sono le esigenze della collettività che abita il territorio.  Ne abbiamo parlato con Gianluca Cavotti, Presidente della 7° Commissione della X Municipalità “Aree Negate e Beni Comuni”

Gianluca ci racconti come è nata l’idea di “un maggio anche per le aree negate”?

“un Maggio anche per le Aree Negate” nasce nell’ambito dei lavori della 7′ commissione della X municipalità che ha da subito stabilito come prioritario l’intervento per quelle aree abbandonate e degradate del nostro territorio. In una prima fase di lavoro, attraverso una scheda di rilevazione si è cercato di comprendere le problematiche e le nuove possibili destinazioni d’uso. in una seconda fase si è interloquito con i soggetti che vivono quei territori. “Un Maggio anche per le Aree Negate” rappresenta un passaggio di livello successivo .Da una parte quelle Aree riscoprono momenti di socialità. Dall’altra consente di proseguire il rapporto di comunicazione indispensabile tra istituzioni e cittadinanza ai fini del graduale superamento della condizione di degrado.

Abbiamo visto che al primo appuntamento, in largo Venier sono state organizzate molte interessantissime attività. . Quali soggetti avete coinvolto e ce riscontri avete avuto?

Le iniziative sono concordate e organizzate con i soggetti e le associazioni che vivono il territorio (in Largo Veniero abbiamo avuto con noi il Centro Arcobaleno, lo Spazio Smile, l’UNAC, l’ A.I.COTE, l’UNICEF e la Casa del Popolo di Fuorigrotta) e che quindi possono dare un contributo decisivo al raggiungimento dell’obiettivo prefisso. In tal senso il riscontro è stato ottimo, sintomo di una voglia di protagonismo ma anche della ferma volontà di superare le condizioni per le quali ci sentiamo sempre piu’ periferia.

Avete immaginato di organizzare altri appuntamenti del genere?

“MAggio per le Aree Negate” prevede per quest’anno 4 appuntamenti. I primi due sono concentrati su Fuorigrotta (largo Veniero, Oasi Cerlone) il terzo su cavalleggeri ( ex pista di pattinaggio) , l’ultimo su Piazza a Mare di Bagnoli. Queste quattro aree sono quelle che sono state maggiormente al centro del lavoro della commissione.

Gianluca, quali sono le tue priorità per questa legislatura?

Se dovessi parlarti di priorità ti direi “La mia priorità è dare voce a chi voce non ce l’ha”.
Penso ,quindi, a quanti oltre a vivere la crisi economica vivono situazioni di marginalità sociale acuita dalla condizione di degrado del territorio. Ecco quindi , che lavorare per una riqualifica del territorio, è la risposta giusta e inerente al nostro lavoro in municipalità.