Come si può distruggere il Salento? Cronaca di una trasferta NO T.A.P

Cronaca della trasferta napoletana NOTAP in Salento

Ormai quasi due settimane fa siamo partiti in undici da Napoli,da vari spazi sociali e studenteschi, per dare supporto e solidarietà alla causa NOTAP sostenuta in primis dai salentini che in questi ultimi giorni hanno dato sicuramente prova di saper difendere la propria terra da un’opera inutile come quella del gasdotto T.A.P.


COS’E’ LA T.A.P?

E’ un progetto volto alla costruzione di un nuovo gasdotto che dalla frontiera greco-turca attraverserà Grecia e Albania per approdare in Italia, nella provincia di Lecce permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dall’area del Mar Caspio (Azerbaigian) in Italia e in Europa.
Questo gasdotto è stata dichiarata opera d’interesse nazionale, un po’ come i siti delle discariche da realizzare durante l’emergenza rifiuti in Campania.
E’ ufficiosa la voce per la quale questa infrastruttura energetica percorrerà tutta la dorsale appenninica per trasportare un po’ ovunque il gas azero (dell’Azerbagian).
TAP ha la propria sede centrale a Baar, in Svizzera, e uffici operativi in tutti i paesi attraversati dal gasdotto (Grecia, Albania e Italia). Gli azionisti attuali del progetto sonol l’italiana Snam con sede a Milano (20%), l’inglese BP (20%) l’azera (dell’Azerbagian) SOCAR (20%), la belga Fluxys (19%), la spagnola Enagás (16%), la svizzera Axpo (5%).
Nel progetto del 2017 sono previsti più di quaranta step per la sua realizzazione (tempo stimato 3 anni, entro il 2020 quindi). Il primo step è proprio l’eradicazione degli Ulivi.

COSA PROPONE IL
MOVIMENTO NO TAP?

Tanti attivisti della Puglia, dalla Campania, dall’Abruzzo, dalla Val Susa si stanno muovendo per supportare questa lotta.
Il movimento stesso 
organizzerà  quest’anno il primo maggio a San Foca/Melendugno e non a Taranto, come accade di consueto –  per denunciare pubblicamente la situazione con un momento forte e partecipato.
Il Movimento chiede il blocco totale dell’opera e chiaramente l’investimento su energie rinnovabili, senza rovinare le coste e il territorio con un’opera che devasterà sicuramente il paesaggio e la vita dei salentini.


 

Il nostro racconto da Napoli della vicenda NO TAP


E’ sempre confortante scoprire nuovi presidi di resistenza nel sud italia dove i conflitti ambientali sono
numerosissimi: l’opera Muos in Sicilia, la condizione pietosa in cui verte la piana di Gioia Tauro – “grazie” al suo porto -, l’ estrazione di energie fossili in Basilicata, in Puglia – oltre alla TAPl’Ilva di Taranto che ha distrutto la salute dei suoi abitanti, e la centrale a carbone di Brindisi, dannosissima e obsoleta per i nostri tempi.
Ancora In Campania la devastazione perpetrata attraverso una malagestione del ciclo dei rifiuti che volgarmente chiamiamo “emergenza rifiuti”, la mancata bonifica di Bagnoli nell’epoca post-Ilva, la questione no Triv abruzzese, di cui possiamo citare almeno la vittoria no ombrina, che ha chiuso la piattaforma pilota delle varie estrazioni che verranno effettuate nel mar Adriatico
nel futuro prossimo.

Storie collegate dal filo rosso dello sfruttamento inadeguato di un territorio e della
sua conseguente devastazione.

Proprio per questo è stato bello osservare come gli abitanti di Melendugno hanno preso a cuore la questione della propria terra proteggendo in primis gli alberi di ulivo secolari che nessuno ha mai sognato di rimuovere.

Sulla piana del Salento tanti popoli hanno lasciato tracce del loro passaggio (Messapi, Greci, Romani, Bizantini, Normanni, Francesi, Aragonesi) ma tutti lasciando indenne lo splendido paesaggio che la natura regalava.
L’arroganza del governo e della multinazionale è stata tale da prendere arbitrariamente la decisione di espiantare circa duecento ulivi secolari, nonostante ad oggi sono sei anni che decine di attivisti e abitanti NO TAP dicessero il contrario per ragioni ambientali e al fine di preservare l’ambiente stesso.

Dall’arroganza del governo però abbiamo osservato una risposta forte e determinata da parte della popolazione che farà sicuramente scuola.
Per questo crediamo che un legame forte dovrà legare il primo maggio di Bagnoli a Napoli con il primo maggio di San Foca: perchè non abbiamo patria, ma radici profonde.

Come si può distruggere il Salento? Cronaca di una trasferta NO T.A.P

 

Un appello parte da questo articolo a tutti coloro che lo leggeranno: il Salento non è solo luogo di vacanza, ma una splendida porzione della nostra terra da difendere.
Invitiamo per questo a seguire la pagina “Movimento NOTAP” e a supportare il movimento in tutte le maniere possibili come faremo noi:

Bruno Martirani, Mario Raimondi, Davide Pelliccia, Paola Iavarone , Yvan Grasso, Lorenzo Baselice, Serena Mammani, Mario Siani, Francesco di Domenico, Armando Spigno, Wilson Voto

 

“NO TAP: NE MOI NE MAI”

Massimo Zamboni: Gli anni con i CCCP, il presente e l’arte come condivisione di sé, tra la filosofia punk e la scrittura


Musicista, scrittore e cantautore, poco importa che imbracci la chitarra o impugni la penna, ciò che passa per le mani di Massimo Zamboni diventa prezioso e poetico.
La sua carriera inizia nei primi anni 80 come autore e chitarrista dei CCCP, la collaborazione con la band si interrompe allo scoccare degli anni 90 ed assume una forma stilistica nuova con i CSI, riconfermando il sodalizio con il cantante Giovanni Lindo Ferretti. Dai primi anni 2000 al presente il percorso come musicista solista di Zamboni viaggia in parallelo con la sua passione per la scrittura.
I CCCP hanno rappresentato in modo encomiabile la filosofia del punk, proponendola coraggiosamente in un paese che ha tutt’ora il coraggio brutale di associare un movimento sociale ed artistico di ribellione a personaggi come Enrico Ruggieri e Joe Squillo.
Dunque approccio al musicista emiliano un po’ intimidita e con una riverenza che mi sembra dovuta, quanto meno come forma di gratitudine, nonostante la disponibilità e l’umilità del mio interlocutore:

In “Trent’anni di Ortodossia” dici che esprimersi artisticamente è come scrivere un’autobiografia. Mi affascina la tua collaborazione con Vasco Brondi, il libro “Anime Galleggianti” in cui raccontate del vostro viaggio in zattera attraverso un canale della pianura padana, come mai l’incontro tra due musicisti ha generato un’opera letteraria piuttosto che musicale?

Mi rendo conto che sto creando una specie di fotocopia della mia vita. Così anche il viaggio con Vasco Brondi, avvenuto in maniera inaspettata, per qualcosa che affascinava entrambi molto, è diventato per forza di cose un libro.
Non era nelle premesse del nostro incontro, ma né io né Vasco sappiamo trattenerci su questo, quando accade qualcosa abbiamo voglia di raccontarlo, di condividerlo e questa volta abbiamo pensato di non farlo con la musica ma con la scrittura, perché si tratta di un esercizio silenzioso e solitario, così come è stato il nostro navigare, nel silenzio completo, con tanto tempo per pensare. La musica sarebbe stata quasi un disturbo, un di più.

Tempo fa hai dichiarato che la tua canzone preferita dei CCCP è “Emilia Paranoica”, una canzone in la cui atmosfera è merito della musica più che delle parole, sono curiosa di sapere se è ancora la tua canzone preferita perché mi interessa il tuo muoverti tra la comunicazione non verbale, tramite la chitarra e quella verbale tramite i tuoi libri, puoi parlarmi del tuo percorso artistico in questo senso?
“Emilia Paranoica” continua ad essere un inno nazionale per me, sono molto legato a questa terra. Quando ci concediamo di suonarla in pubblico l’effetto è sempre stravolgente. A me sembra che la musica racconti il testo di per sé. Ma è vero che mi piace sempre di più la parola scritta, perché ha tempi diversi e lascia approfondire i pensieri, sei solo e devi trovare l’essenza, distillando le parole, per arrivare a quello che vuoi dire, mettendoti in gioco del tutto mentre l’unico ritmo che devi inseguire è quello nella tua testa.

La mia generazione è quella dei nati negli anni 80, all’alba delle profezie Orwelliane, per noi che non abbiamo avuto modo di vivere certi movimenti, i primi anni 80 hanno qualcosa di mitico, che effetto fa quest’idealizzazione a te che hai vissuto quegli anni come protagonista di una scena musicale seminale?
Ho scritto un libro che sta per uscire che parla proprio di quegli anni. Ho raccontato un mio lungo viaggio a Berlino che è terminato con la conoscenza di Ferretti, nel 1981. Berlino era una città faro. Questo era un paradosso: si trattava una città oppressa, tetra, triste, scura ma che al contempo attraeva moltissime persone.
Ma non sarei nostalgico riguardo quegli anni, per quanto riguarda la mia vita personale sono stati anni importantissimi, lì è iniziata la storia di CCCP, ma in senso pubblico erano anni bruttissimi di rampantismo, c’era Craxi al governo, c’era Andreotti, erano anni immotivati per questo nostro vivere, sono calate le lotte operaie, le lotte studentesche, il nostro potere di cittadini. Quella che chiamano crisi, l’indebitamento continuo delle persone, la necessità di spendere senza poterselo permettere è cominciato in quegli anni e l’ho trovato sempre molto triste.

Se dovessi dipingere un quadro della Berlino dell’epoca che colori adopereresti?
Userei solo il bianco ed il nero. Il nero della notte fonda, per il periodo del giorno in cui si viveva di più e per il forte clima di oppressione, l’ insostenibilità di vivere chiusi dentro un muro da cui si poteva scappare facilmente essendo occidentali ma che era impossibile oltrepassare essendo orientali. Il bianco perché era una città che offriva moltissime possibilità per chi arrivava da fuori.

Per dipingere un quadro della Berlino del presente useresti la stessa tavolozza?

Adesso c’è una tavolozza molto completa di colori ma è così forte il senso del “produci, consuma, crepa” che neanche Berlino ha saputo resistere. Tantissimi luoghi storici come Potsdamer Platz che era la piazza che doveva simboleggiare la rinascita della città è diventato un organismo di compravendita.

Cosa significava allora per te la parola “punk” e cosa significa adesso?

Significava fare quello che ti pareva, come ti pareva senza rendere conto a nessuno, sia che tu suonassi, scrivessi, usassi una macchina fotografica. Essere un organismo indipendente che non deve necessariamente seguire percorsi creati da altri.
È questo che ci ha permesso, in maniera sfacciata, di scrivere le nostre canzoni, incapaci di suonare, incapaci di cantare, non incapaci di pensare. È un attitudine che mi piace ancora molto.

Perchè “punk” secondo il senso comune non ha la stessa dignità di “Dada”, nonostante i tanti punti in comune tra i due movimenti?

Forse è passato poco tempo, il punk si è sempre vestito di birra, sputi e colla da sniffare per cui non è il massimo dell’attrattiva. Questi non sono anni adatti alla musica, non c’è voglia di farsi trainare dalla musica, probabilmente è per questo che ha perso un po’ di smalto questa parola, perché non interessa a nessuno.

Quando avete scritto “Punk Islam” le tensioni tra il mondo occidentale e quello mediorientale erano meno esasperate rispetto al presente ma in questo momento storico un titolo simile sembra racchiudere qualcosa di profetico, puoi raccontarci la genesi di questa canzone?

Il nemico in quegli anni era il regime comunista, l’Islam era un ospite non gradito. Quando abbiamo scritto quella canzone eravamo nel quartiere turco, c’erano tanti segnali di una bellissima convivenza e leggemmo su un muro “Punk Islam”, due categorie di persone, i punk ed i turchi che avevano invaso Berlino ed avevano trovato una maniera di convivere, di condividere la città in maniera stimolante.

Un’ultima domanda, secondo Majakovskij “L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo ma un martello per forgiarlo”, nella tua esperienza personale di artista, puoi dire di essere d’accordo?
Ai tempi di Majakovskij l’arte era un’indicazione di strada definita, ma sarebbe presuntuoso pensare che la mia arte possa cambiare il mondo, quello che può fare è raccontarmi. Ma mai dire mai.

Decreto Minniti, quali le implicazioni? Ne abbiamo parlato con l’Avv. Alfonso Tatarano.

L’Avv. Alfonso Tatarano è un penalista sensibile ai temi riguardanti le libertà civili. Con lui abbiamo discusso del cd. Decreto Minniti:

Allora Avv. Tatarano, cosa prevede il recente Decreto Minniti, cd. Decreto sicurezza urbana?

Si tratta di un intervento legislativo abbastanza articolato, che nelle intenzioni dei suoi estensori dovrebbe promuovere ed attuare, con la partecipazione programmatica di Regioni e Province autonome in collaborazione con gli altri enti territoriali e i soggetti istituzionalmente preposti, “un sistema unitario ed integrato di sicurezza per il benessere delle comunità territoriali” (art. 1).
Secondo una logica “verticale” di ripartizione delle competenze, lo Stato si assume il compito di individuare le linee guida degli interventi, lasciando poi alle Regioni la possibilità di impiegare risorse per promuovere il modello di sicurezza integrata nel territorio di riferimento ovvero adottare misure di sostegno finanziario in favore delle aree maggiormente interessate dai fenomeni di criminalità diffusa.
Dunque, al di là di quelle che restano enunciazioni di principio, il decreto non destina un solo centesimo delle finanze pubbliche alle politiche di sicurezza. E d’altro canto, si tratta di un intervento legislativo dichiaratamente “a costo zero”, come prevede la clausola di neutralità finanziaria apposta all’art. 17.
Senza entrare troppo nello specifico, si può dire che vengono introdotti diversi meccanismi di collegamento e di raccordo, sia a livello nazionale che locale, tra i vari soggetti chiamati ad operare per il conseguimento degli obbiettivi previsti.
Decisamente più incisivo è l’aspetto relativo all’estensione delle prerogative e dei poteri di Sindaco, Questore e – in misura minore – Prefetto riguardo all’attuazione dei piani di sicurezza integrata.
Con particolare riguardo al Sindaco, viene prevista la possibilità di adottare ordinanze tese a risolvere situazioni di grave incuria o degrado del territorio o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana, anche attraverso la limitazione degli orari di vendita e somministrazione delle bevande alcoliche. Inoltre, sempre al Sindaco si conferisce potere d’intervento al fine di prevenire e contrastare le situazioni che favoriscono l’insorgere di fenomeni criminosi o di illegalità, quali lo spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, l’accattonaggio con impiego di minori e disabili, o fenomeni di abusivismo, quale l’illecita occupazione di spazi pubblici, o di violenza, anche legati all’abuso di alcool o all’uso di sostanze stupefacenti”.
Sul punto non si comprende quale possa essere il tenore delle ordinanze e come concretamente i poteri coercitivi del Sindaco possano avere un’efficienza rispetto alla prevenzione di quelle che sono condotte di reato vere e proprie. Ma anche questo è un aspetto puramente propagandistico del decreto, che risponde alla visione del “sindaco sceriffo” così spesso evocata in determinati contesti politici.
Significativa e preoccupante è invece l’introduzione del cd. Ordine di allontanamento, disciplinata dall’art. 9 del decreto. Si prevede infatti che coloro che limitino la libera accessibilità e la fruizione delle infrastrutture portuali, aeroportuali, ferroviarie e di trasporto pubblico ovvero le loro pertinenze, anche in violazione dei divieti di stazionamento o di occupazione degli spazi, siano soggetti ad una sanzione pecuniaria e all’ordine di allontanamento per quarantotto ore da detti luoghi. Destinatari del provvedimento sono anche coloro che abbiano commesso gli illeciti amministrativi di atti contrari alla pubblica decenza, di ubriachezza e di commercio abusivo. Peraltro, i regolamenti di polizia urbana possono individuare aree interessate al flusso turistico o destinate ad uso pubblico nelle quali applicare l’ordine di allontanamento previsto. Dunque, ai sindaci viene conferito il potere di delimitare delle aree a sorveglianza, secondo una logica di esclusione dei soggetti marginali.
In caso di reiterazione delle violazioni spetta al Questore, laddove dalla condotta possa derivare pericolo per la sicurezza, adottare un decreto motivato di allontanamento fino a sei mesi. Tale termine può essere portato fino a due anni se il destinatario è soggetto che sia stato condannato nei cinque anni precedenti per reati contro il patrimonio o contro la persona.

Un reticolo ancora più vischioso di obblighi e sanzioni amministrative riguarda i soggetti che siano stati condannati per fatti inerenti il t.u. stupefacenti. Nei loro confronti l’ordine di allontanamento con divieto di accesso ha una durata minima di un anno e massima di cinque e può essere collegato ad ulteriori imposizioni, come l’obbligo di presentazione periodica innanzi alla ps, la permanenza domiciliare nelle ore serali e notturne, l’obbligo di dimora e il ritiro della patente di guida.

Altre norme vengono dettate per combattere il fenomeno delle occupazioni di immobili, conferendo ai prefetti maggiori poteri nell’utilizzo della forza pubblica per gli sgomberi, altre ancora riguardano la possibilità di imporre l’obbligo di ripristino e ripulitura degli immobili imbrattati nel caso di condanna per danneggiamento nei confronti dei writers.

In generale può dirsi che si tratta di un capitolato legislativo segnato da una violenta carica repressiva rivolta nei confronti dei settori più marginali della società.
Significativo è il dato testuale presente nell’art. 4, che definisce il concetto di “sicurezza integrata”, da conseguirsi attraverso “l’eliminazione dei fattori di marginalità ed esclusione sociale”. È evidente che l’articolato normativo, nel quale non vi è la minima traccia di iniziative tese al superamento delle cause del disagio e dell’esclusione sociale, ha invece la finalità scoperta di respingere fisicamente i soggetti portatori espressione di marginalità al di fuori dei “salotti buoni” delle città.

Ubriachi, tossici, venditori abusivi e marginali in genere divengono destinatari di sommari ordini sommari di espulsione dal contesto urbano. Secondo una logica di gran lunga peggiore rispetto alla tante volte evocata dottrina della zero tolerance nordamericana, che – quanto meno – all’aspetto repressivo accompagnava la riqualificazione degli spazi, sia pure ai fini del recupero del valore immobiliare delle aree.

Il tutto secondo una brutale logica di classe. Fa rabbrividire che il ministro Minniti abbia voluto sottolineare l’ispirazione di sinistra di questo provvedimento. Evidentemente, la sinistra 2.0 del PD, avendo rinunciato alla prospettiva del superamento della povertà e delle diseguaglianze sociali, si accontenta di eliminare semplicemente dalla vista poveri e marginali, sospingendoli verso le periferie, lontano dagli spazi urbani “vivibili”.

Lo stesso Ministro ha rimarcato l’assoluta novità di un “pacchetto sicurezza” privo di aggravamenti delle norme del codice penale.

Se è possibile, l’introduzione di una sistema così articolato di provvedimenti di tipo amministrativo aventi una portata incisiva sulla libertà personale è estremamente più pericolosa. L’”ordine di allontanamento” è infatti appannaggio esclusivo di Polizia Locale e Questore, salvi i limitati casi in cui sia prevista la convalida da parte dell’A.G. secondo il discutibile modello già in vigore per i Daspo con obbligo di presentazione alla P.S.. In altre parole, la libertà di circolazione costituzionalmente garantita potrà essere inibita su iniziativa dell’autorità amministrativa e (solo in alcuni casi) con la successiva convalida da parte dell’A.G., ma senza che l’interessato abbia la facoltà di comparire personalmente ed articolare un minimo di diritto di difesa. La logica è quella di ridurre al minimo le possibilità di sindacato giurisdizionale dei provvedimenti e le conseguenti verifiche di costituzionalità delle norme.

Dunque, la scelta di ricorrere ad un insieme di sanzioni amministrative piuttosto che a un pacchetto di nuovi reati risponde ad una lucida logica di efficienza repressiva, a tutto detrimento delle garanzie previste dalla Costituzione.

Resta da vedere quale sarà il risultato finale all’esito dell’iter parlamentare di approvazione della legge di conversione. In generale può facilmente prevedersi che le categorie dei soggetti destinatari dei cd. Ordini di allontanamento sono destinate ad aumentare (ad esempio, la legge di conversione ha già inserito nell’elenco previsto dall’art. 9 i parcheggiatori abusivi, richiamando l’art. 7 co. 15 bis cds). In una prospettiva pratica, molto invece dipenderà dalla scelta dei sindaci, a cui sono state grandi possibilità di intervento attraverso i regolamenti di polizia locale, di utilizzare massicciamente o meno gli strumenti che il d.l. Minniti mette a loro disposizione.

L’estensione arbitraria del DASPO ci porta a ritenere che nel corso degli anni le cd. “curve” dei tifosi siano state un terreno di sperimentazione. Cosa ne pensa?

E’ assolutamente incontestabile che sulle curve si sia avviato nel corso di questi anni un percorso di sperimentazione repressiva che ha visto mettere a punto degli strumenti come la flagranza differita, non a caso estesa anche alle ipotesi di reato commesse al di fuori dei contesti sportivi nel testo del dl Minniti con il ddl di conversione, oppure lo stesso daspo, sulla cui falsariga è modellato anche l’ordine di allontanamento previsto dal d.l. Minniti.

Si tratta di istituti che in una prospettiva di polizia hanno dato prova di grande efficienza repressiva, per la capacità di limitare la libertà personale dei soggetti, comprimendo al massimo le facoltà difensive.

Le curve sono state una specie di laboratorio, sul quale testare la capacità di tenuta di un modello repressivo inedito, che spostava la sede dell’intervento concretamente sanzionatorio dal processo penale ad un ambito “misto” di provvedimenti amministrativi e misure di prevenzione, con un’immediata incidenza sulla libertà personale.

Tutto questo è stato possibile per due ordini di ragioni: in prima battuta perché è passata la solita logica “emergenziale”, che ha giustificato una serie di interventi fortemente repressivi sull’onda emotiva generata da fatti di cronaca e cavalcata da media e politica. In secondo luogo, l’universo ultras è per sua natura autoreferenziale e poco incline ad aprirsi verso l’esterno, sicché la raffigurazione del sinonimo ultrà/criminale ha avuto facile gioco sull’opinione pubblica, facendo sì che non vi levassero voci dissenzienti rispetto all’adozione di una normativa fortemente repressiva ed in evidente contrasto con i principi costituzionali.

Va da sé che ogni intervento improntato ad una logica emergenziale ha la capacità di “espandersi” nell’ordinamento. Accade così ogni qualvolta si introduca una deroga ai principi generali. Così, quegli stessi strumenti utilizzati per limitare la libertà di movimento degli ultras adesso vengono utilizzati per comprimere quella dei “marginali” a cui il d.l. Minniti si rivolge.

Ci saranno implicazioni concernenti la libertà di manifestare?

Il D.L. Minniti non era originariamente pensato per innovare la disciplina relativa alla tutela dell’ordine pubblico nel corso delle manifestazioni. Non era questo l’orizzonte di intervento del d.l..
Però, sull’onda emozionale generata dagli incidenti accaduti durante le manifestazioni tenutesi a Napoli contro Salvini, è stata introdotto un emendamento al ddl di conversione approvato alla Camera, che rende possibile l’arresto in flagranza differita (o ritardata) anche per fatti diversi da quelli disciplinati dalla legge sulle manifestazioni sportive.

In pratica, la norma estende la possibilità per la polizia giudiziaria di operare un arresto sulla base della visione di documentazione video – fotografica “nel caso di reati commessi con violenza alle persone o alle cose, compiuti alla presenza di più persone anche in occasioni pubbliche”.

Al di là delle considerazioni sulla genericità degli ambiti di applicabilità (dovuta alla solita, pessima tecnica legislativa di questi anni), visto che la possibilità di arresto non parrebbe limitata alle manifestazioni, la portata della norma è pesantissima. Tanto perché rende regola ciò che nel sistema era una (discutibile) eccezione, limitata ai fatti commessi in occasione di manifestazioni sportive.

Da un lato, infatti, si mette in discussione il concetto stesso di flagranza, che presupporrebbe la percezione diretta e l’immediatezza dell’intervento della polizia giudiziaria e dall’altro si estende in maniera considerevole una facoltà, quella di procedere alla limitazione della libertà di un soggetto prima che intervenga una atto motivato della magistratura, che la nostra Costituzione definisce come straordinaria.

Ad ogni buon conto, è di tutta evidenza come ci si trovi di fronte al passaggio ad una dimensione applicativa generalizzata di un istituto espressamente qualificato come eccezionale. Tanto a dimostrazione del fatto che le deroghe “emergenziali” al sistema della garanzie sono suscettibili di diventare regola.

È altrettanto chiaro come la facoltà di arresto differito sia suscettibile di diventare un formidabile strumento di intimidazione, lasciando campo libero alla polizia giudiziaria per poter eseguire provvedimenti limitativi della libertà personale prima dell’intervento della magistratura e senza alcun controllo preventivo da parte di quest’ultima.

Il D.L. Minniti si muove secondo una logica coerente con l’evoluzione del sistema penale?

A mio parere sì. Andiamo in una direzione di superamento della concezione del diritto e del processo penale come spazi esclusivi, nei quali si articola l’intervento punitivo dello Stato. L’esperienza di questi anni dimostra come si tenda a privilegiare modalità di intervento di tipo differente, come quelli amministrativi in senso stretto o quelli propri del sistema della misure di prevenzione.
In effetti – volendo semplificare molto il discorso – possiamo dire che il diritto penale sanziona dei fatti e le responsabilità per quei fatti si accertano nei processi mediante delle prove. È del tutto evidente che modi e tempi del processo penale mal si conciliano con la logica della limitazione della libertà personale per “categorie di soggetti ritenuti portatori di pericolosità” (l’ultrà, il tossico, l’immigrato, il marginale in genere…).
Diventa essenziale, invece, nella logica repressiva delle moderne società dare una risposta immediata alle “spinte securitarie”, limitando al minimo gli spazi e le possibilità di difesa per chi, di volta in volta, venga individuato come “soggetto pericoloso”. Si preferisce così individuare modalità di intervento anche meno invasive rispetto alla privazione della libertà tout court, ma da irrogarsi in maniera rapida, senza un vero e proprio accertamento, magari demandandole integralmente all’autorità amministrativa.
Sono esattamente queste le coordinate dell’intervento previsto dal D.L. Minniti, connotate peraltro da una logica assolutamente classista e – perciò – ancora più

Se questo è un uomo: 1945-2017 non è cambiato niente

Ieri 5 Aprile, dalle ore 15, una manifestazione all’interno del porto di Napoli, fuori la sede della SOTECO srl ( società terminal contenitori)

azienda specializzata in trasporti marittimi passeggeri e merci che vede come unico amministratore Paquale Legora De Feo.
La manifestazione,  principalmente, vede come causa i licenziamenti prematuri ma soprattutto ambigui di tre operai recentemente e decine dal 2013, anno in cui, dopo novant’anni di attracchi, il gigante genovese Ignazio Messina, con tutte le sue attività,
sposta le rotte da Napoli a Salerno, sevizi, naturalmente gestiti dalla società SOTECO.

Solidali alla dignità degli ex operai, bloccando l’ingresso del terminal per qualche ora impedendo il transito e l’uscita, il SI Cobas coordinato da Peppe D’Alesio assieme ai disoccupati 7 Novembre e ad altri sostenitori.
E’ stato questo il motivo principale e reale dei licenziamenti ci spiega un ex operaio:
“fino al maggio duemilatredici, avevamo una  mole di lavoro importante gestita da un buon numero di operai, successivamente al

cambio di rotta della Ignazio Messina,  la società si è trovata con una mole di lavoro bassissima e con lo stesso numero di operai, operai che prima di allora lavoravano senza sosta, facendo tre,quattro turni di lavoro continui senza pause e senza smonti e adesso hanno dovuto fare di necessità virtù, licenziando ingiustamente”.

Giovani padri di famiglia licenziati che la sera tornano a fare i conti con le proprie famiglie, con la dignità calpestata, schiacciata e le vacanze estive sempre più vicine. Alcuni ci hanno mostrato le lettere di licenziamento con le motivazioni, alquanto forzate e soprattutto fasulle, parlandoci con  autenticità ed un velo di tristezza negli occhi.

Abbiamo, provato a far luce, attraverso testimonianze attendibili, foto e dubbi ma i conti non tornano.

In SOTECO, peraltro, ci sono container dove gli operai, quelli che un posto ancora ce l’hanno e voltano le spalle senza un briciolo di

 

solidarietà,  sono costretti a lavorare in condizioni pessime, dove i fili della corrente elettrica  penzolano e  sono staccati, le finestre attaccate con lo scotch, dove la pulizia è un miraggio e persino le cassette del pronto soccorso sono vuote o vengono usate come mensole d’appoggio per le bottigliette d’acqua.
Si assiste ad una profonda scissione, un Paese in cui si parla di diritti dei lavoratori, di sicurezza sul lavoro e di smartworking come base su cui costruire le altezze e un’altra in cui ci sono sono le altezze ma dei pilastri neanche l’ombra.

Ma gli ispettori dell’ASL, quelli  del lavoro, restano impassibili? Gli avvocati degli ex operai sono trasparenti?

Questi gli interrogativi degli ex operai della SOTECO e di tutti quelli che, una  speranza e una dignità ce l’hanno,

Primo Levi nel 1947 scrisse “Se questo è un uomo” meditando sul vissuto dei campi di concentramento:

« Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.»

Oggi, questi versi ritornano e per niente sconosciuti,

considerate voi se questi sono uomini, obbligati a (non) vivere nel brutale sovvertimento dei loro valori morali, a ritrovarsi inguistamente senza lavoro.

Dopo più di un’ora di blocco dei cancelli, con il sostegno del sindacato SI Cobas, è arrivato al presidio il dirigente dell’autorità portuale Ugo Viestri che, ha accettato la convocazione di un tavolo alla presenza del presidente Pietro Spirito, per far luce su quanto accade in SOTECO e per discutere sul reintegro immediato dei licenziati sempre con la fiduciosa aspettativa da parte dei colleghi tutti, di tutti coloro che sanno cosa vuol dire perdere un lavoro e soprattutto di chi, un lavoro ce l’ha perchè sostenere, dovrebbe essere un dovere di ognuno di noi poiché la condivisione aiuta a sopportare meglio e ad essere più forti.

Napoli tra incanto e dolore: una riflessione di Anna Iaccarino.

Pubblichiamo un articolo di Anna Iaccarino che ci offre delle suggestioni ed un punto di vista decisamente interessante su Napoli:

Provare a scrivere di Napoli non è mai semplice. Non ti misuri solo con la meraviglia della sua bellezza paesaggistica e artistica, ma con qualcosa che sfugge al primo impatto e poi ti ritorna sotto mille voci.

La raffigurazione di Napoli è radicalmente diversa da ogni altra città, perchè va oltre la grandezza della sua storia e della sua magnificenza, è qualcosa di forte e di indefinito contestualmente, come lo sono i sentimenti.
Un’emozione possente, a volte anche devastante, che ti prende, ti conquista, ti ferisce, ti ama, ti allontana, ti riprende, ti lascia solo, ti riabbraccia, ma non ti lascia mai senza.
Napoli come quella sensazione “fuori”, che ti rimane “dentro” come un’ancora che riaffiora dal mare.
Quell’altrove di fisicità calda e dolente, che ne marchia l’anima e ne confina l’esistenza, ma non ne lede il coraggio e la forza identitaria.
Per questo non è facile scrivere di Napoli, sebbene se ne abusi da più parti (anche senza conoscerla o esserci mai stati), perché è come spiegare uno status, una condizione, ma anche un movimento in perenne fluire. Una città, forse l’unica, che incarna l’insieme di bellezza, storia, passione, fantasia, umanità con emergenza, criticità, malessere, tutto sotto l’affanno di secoli di grandezza e di sofferenza.
Ma la sfida è proprio questa, calarsi nel duellare tra questi due volti per provare a rappresentarne pezzi di verità. Quella realtà d’essere poche volte rispettata nella sue essenza e tante volte falsata, sventrata, svenduta. La pienezza esteta che va oltre la bellezza e ne libera lo scorrere dalle mille facce.
Se la bellezza si avvicina al vero ne riveste automaticamente creato e ragione, etica ed estetica. La bellezza intesa come un viaggio alla scoperta del sentimento delle cose. Come una sorta di contemplazione e di riconoscimento della sua natura. Quella natura discinta e alterata ma anche spirituale e nobile, come Napoli sa essere.
Attuale e anacronistica. Bella e dannata. Dentro e fuori. Accogliente e ribelle. Lesionata e centro di fermento giovanile e di avanguardia culturale.
Napoli letta con lo sguardo acceso e con la visione dell’incanto e del dolore che la pervade. Una tensione razionale e sentimentale insieme, che si traduce nella città per eccellenza, “sinuosa e respingente, bellissima e infida, fatale e perduta”, come è stata descritta.
Ma anche Napoli e… tanto altro.
E ancora Napoli come quella comunità di uomini e donne che dovrebbe saper divenire sempre più protagonista di quell’immenso patrimonio che la storia e l’arte le attribuisce e che ne rappresenta il futuro che viene da lontano, con l’acquisizione di una cognizione del “fare” che ne diventi il camminare di vita.

Napoli, 5 aprile 2017                                                                                               Anna Iaccarino

Madri Assassine: ne abbiamo parlato con l’autrice Sara Fariello.

Il libro di Sara Fariello, “Madri Assassine” ha il pregio di esplorare un tema rimosso perché doloroso, atroce, in realtà scomodo e fortemente connesso con l’analisi delle nostre società.

Un libro da leggere e su cui riflettere. Ne abbiamo parlato con l’autrice:

 

Allora Sara, alla base dei tragici fatti di cronaca riguardanti il figlicidio secondo te ci sarebbe anche una “responsabilità sociale”. Puoi chiarirci questo pensiero?

Si, io cerco di fornire una lettura sociologica del fenomeno al di là delle analisi di psichiatri e criminologi poiché ritengo che non si possa parlare solo di un male individuale e personale e che non si debba ricorrere alla retorica del “raptus”, così come fanno i mezzi di comunicazione che pure sono responsabili della falsa rappresentazione del problema. Il figlicidio, che è un reato diverso dall’infanticidio poiché non avviene immediatamente dopo il parto ma, di solito, dopo il primo anno di vita del bambino, ha cause complesse ed è raramente un fulmine a ciel sereno. Non a caso, solo un terzo delle figlicide viene considerato incapace di intendere e di volere mentre, negli altri casi, queste donne risultano piuttosto affette da disturbi della personalità che non permettono loro di gestire situazioni di vita difficili ed acquisire un ruolo materno consapevole e responsabile. Si tratta, quindi, di un reato spesso preceduto da situazioni ricorrenti, da “presagi” che dovrebbero richiamare l’attenzione dei medici, degli assistenti sociali, degli psicologi e, soprattutto, quella dei familiari che, al contrario restano indifferenti a questi segnali. La comunità nel suo complesso dedica, infatti, una scarsissima attenzione alle situazioni di disagio materiale e psicologico che una donna vive dopo il parto. L’esperienza del travaglio e del parto può rivelarsi molto dolorosa e le neo-mamme, che spesso hanno ancora i punti del cesareo o dell’episiotomia, vengono dimesse subito dall’ospedale e non viene fornita loro alcuna assistenza per gestire le prime settimane di vita del bambino/a (tra l’altro, molto spesso la sensibilità dei medici e delle ostetriche nelle strutture sanitarie è pari a zero). Esse, lì dove non abbiano il sostegno dei parenti (del cosiddetto welfare familiare), rimangono sole e prive di comprensione. I repentini cambiamenti ormonali e lo stress psico-fisico provocano, nella gran parte dei casi, un “baby blues”, un “pianto dell’anima” di cui hanno parlato diversi psicoanalisti: si tratta di un senso di tristezza e di malinconia che insinua, tra i sentimenti di gioia, altri sentimenti più confusi e indecifrabili. Sottovalutare questa sintomatologia può generare anche una depressione post-partum più grave (le cifre raccolte dall’osservatorio nazionale sulla salute della donna sono significative a tal riguardo). Io stessa, così come racconto nell’introduzione, ho avuto un parto non positivo e ho vissuto momenti difficili dopo la nascita di mia figlia. L’esperienza della maternità, d’altronde, è un’esperienza bellissima ma comporta uno stravolgimento esistenziale straordinario rispetto al quale dobbiamo interrogarci senza dare per scontato che una donna sappia fare la madre per “istinto”: anche questo è un luogo comune che dobbiamo sfatare poiché molto pericoloso. Gli esseri umani sono esseri culturali e la sociologia ci insegna che natura e cultura non coincidono. Il “sentimento materno” si costruisce a partire dalle circostanze in cui una donna vive la gravidanza, il parto e la maternità in generale. Anzi, l’amore materno è molto più impegnativo rispetto ad un puro istinto animale: è un amore in più, come ha efficacemente scritto la filosofa femminista Elisabeth Badinter. Esso comporta accresciute responsabilità nei confronti dei figli poiché implica non solo l’impegno a nutrirli ed allevarli per un certo periodo di tempo ma, nei limiti degli sforzi e delle possibilità, anche quello di formare degli esseri felici.
 L’allattamento molto spesso è raccontato come un tempo idilliaco, quella che tu chiami maternità intrappolata nel “politicamente corretto”. In realtà esso e caratterizzato da una enorme sofferenza. Puoi aiutarci a comprendere come stanno veramente i fatti?
Così come il parto, anche l’allattamento può rivelarsi un’esperienza dura e frustrante. Spesso, la montata lattea tarda ad arrivare, nessuno insegna alle donne le posizioni giuste per un corretto allattamento e tutto è affidato ai tentativi individuali o all’aiuto delle donne di famiglia: in altri paesi più “civili” è previsto il supporto di una doula o di una ostetrica a casa della neo-mamma. Ho visto donne soffrire di mastite e donne continuare ad allattare nonostante la comparsa delle ragadi (abrasioni ai capezzoli molto dolorose); inoltre, può subentrare l’ansia per la quantità di latte succhiato dal neonato per il quale l’aumento di peso è un fattore fondamentale nelle prime settimane: tutto questo sfata un altro mito, appunto, quello di un tempo idilliaco o di una simbiosi che avvolge la madre e il bambino dopo la sua nascita. L’allattamento naturale, paradossalmente, viene da un lato incoraggiato a livello politico (l’Unione europea ha lanciato due programmi per promuoverlo e favorirlo) ma, dall’altro viene svalutato socialmente. Pensiamo per esempio ai casi in cui ad alcune donne che stavano allattando in pubblico è stato “vietato” di farlo (nel lussuoso hotel londinese Claridge ad una donna è stato consigliato di coprire il bambino con un lenzuolo) oppure ai tanti casi in cui una donna è costretta a tirare il latte e conservarlo in frigo per rientrare a lavoro (il congedo di maternità d’altronde finisce dopo tre mesi dal parto mentre il tempo dell’allattamento dovrebbe durare fino alla svezzamento). Insomma, viviamo in una società che esalta la bellezza della maternità con immagini e messaggi ma che non parla mai del rovescio della medaglia. Una retorica concentrata unicamente sul miracolo della riproduzione ma che non riflette sulle difficoltà di tale esperienza. Io cerco di decostruire il concetto di maternità così come si è sedimentato nelle nostre coscienze e nella pubblica opinione ricordando, nel solco della riflessione femminista sul tema, che essa va risignificata e che, comunque, non è elemento che caratterizza la soggettività e l’identità femminile. Si può essere donne realizzate e felici anche senza figli. Sembra scontato dirlo ma io mi sono resa conto che, in realtà, non lo è.

In Italia lo “stato sociale” agevola le madri?
Attualmente la legislazione italiana in tema di sostegno alle madri è scarna, pressoché inesistente: dopo la stagione delle battaglie femministe degli anni ’70 che ha prodotto risultati importanti come le leggi sui congedi di maternità, i riposi per l’allattamento, l’istituzione degli asili-nido e dei consultori familiari, abbiamo assistito ad una regressione sul piano dei diritti sociali: vengono sempre più spesso tagliati fondi monetari per le scuole e per i servizi sociali e sanitari. Inoltre, la crescente disoccupazione, la precarizzazione dei rapporti di lavoro e la mancanza di reti solidali scoraggiano la scelta a favore della maternità e rendono la vita delle madri sempre più difficile: nella crisi, esse subiscono gli effetti più drammatici poiché vengono più facilmente espulse, licenziate o sottopagate (è ancora diffusa nel settore privato la pratica delle dimissioni in bianco nel caso in cui una donna resti incinta). Così, le donne vengono ricacciate in contesti familiari frustranti nei quali può nascere e crescere un disagio psicologico e sociale. Non a caso, per i figlicidi, l’Organizzazione mondiale della sanità offre una chiave di lettura tutta sociologica: le donne uccidono i propri figli perché sono vulnerabili e sole, vivono lo stress di madri e donne lavoratrici, la svalutazione della loro condizione sociale e, dall’altro lato, l’ansia legata all’esigenza di soddisfare modelli di perfezione in una società in cui i pregiudizi e i meccanismi di stigmatizzazione tornano a confinarla nella sfera della maternità e/o della seduzione. La questione riguarda anche lo smantellamento e la progressiva dismissione del Welfare imposta dalle politiche neoliberiste nonché le riforme del mercato del lavoro che hanno peggiorato le condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Facendo mente locale, potremmo dire che negli ultimi anni i governi hanno approntato politiche inefficaci: la possibilità di ottenere dei voucher babysitting per facilitare il ritorno al lavoro riguarda di solito solo le donne che rinunciano al congedo parentale facoltativo e rientrano al lavoro dopo il periodo di maternità obbligatoria (erogati infatti per un massimo di 6 mesi), il cosiddetto bonus bebé (o bonus natalità) che da diritto all’erogazione di circa 800 euro una tantum solo a chi ha un reddito familiare inferiore ai 7.000 o ai 25.000 euro; le altre rimangono prive di qualsiasi tutela o copertura, devono barcamenarsi tra lavoro e famiglia e questo le penalizza sotto molti aspetti. Per esempio, nell’ambito della contestata campagna per il fertility day, sono passati messaggi sbagliati collegati al Piano nazionale per la fertilità: la tesi è che la denatalità metta a rischio il Welfare mentre sappiamo che è vero il contrario. È nella mancanza o nella latitanza del “sociale” che dovremo rintracciare le cause della bassa natalità. Gli ordini discorsi dominanti costruiscono “colpe al femminile” come quella di rimandare troppo l’esperienza riproduttiva poiché, partendo da un miglioramento dei livelli di istruzione, le donne preferiscono l’affermazione personale e la “carriera” alla maternità. La denatalità, al contrario, dovrebbe essere letta nei termini di insicurezza sociale e di precariato al femminile che impediscono alle donne di autodeterminarsi sia nella sfera affettiva che in quella professionale.

 La riflessione su quella che tu chiami “doppia presenza” (lavoro/famiglia), sul ruolo di produzione/riproduzione può essere il nodo da cui ripartire per riavviare una riflessione sulla condizione delle donne?
Certo. Le donne sono sempre state “inchiodate” al ruolo di madri/nutrici in funzione del sesso biologico. La divisione sessuale del lavoro ha assegnato ad esse, fin dall’antichità, i compiti di cura e di accudimento dei maschi e della prole in una società patriarcale e sessista nell’ambito della quale sono sempre state discriminate. Oggi, nonostante si sia realizzata la femminilizzazione del mondo del lavoro e dello spazio pubblico, le donne sono ancora fortemente penalizzate. La segregazione occupazionale che impedisce ad esse di accedere ai “vertici” di alcuni settori ed il divario retributivo sono spesso il frutto di una diseguale ripartizione dei compiti domestici e familiari. Di recente, l’Ocse ha segnalato attraverso dati ufficiali che le donne si sobbarcano la maggior parte di questi compiti oblativi e non retribuiti arrivando a spendere, in Italia, circa 22 ore in più alla settimana rispetto agli uomini. In questo senso, possiamo affermare che la maternità aggrava l’ineguaglianza all’interno della coppia o del matrimonio. Tale schema, che è stato definito da Laura Balbo la “doppia presenza”, rappresenta una trappola, una morsa che co-stringe le donne nel doppio ruolo pubblico-privato, produttivo e riproduttivo e rende difficile la conciliazione vita-lavoro. Il recente sciopero globale delle donne nell’ambito del movimento “non una di meno” ha cercato di mettere in evidenza anche questo: il lavoro delle donne, dentro e fuori la famiglia, deve essere riconosciuto, valorizzato e tutelato. Io però non credo che debbano essere varate politiche solo a sostegno delle madri poiché questo orientamento confermerebbe l’idea per la quale le donne hanno una maggiore attitudine verso il lavoro di “cura” (la cosiddetta filosofia del care). Non condivido questa impostazione e ritengo, al contrario, che sia necessaria una riforma della società che coinvolga anche gli uomini prevedendo, per esempio, congedi di paternità obbligatori o facoltativi nel settore pubblico e privato al fine di consentire la condivisione della genitorialità. Nell’ambito della mia generazione – quella dei 40enni – io colgo, infatti, un cambiamento di sensibilità. Il problema è che la precarietà occupazionale e la mancanza di tutele impedisce anche a quegli uomini che vorrebbero condividere maggiormente con le donne i compiti di accudimento dei figli, un pieno esercizio della paternità.

Dal punto di vista criminologico, perchè nell’immaginario collettivo il crimine femminile è legato ad uno spazio endofamiliare?
Come è noto il tasso di criminalità maschile è superiore a quello femminile ed anche in relazione ai figlicidi dobbiamo ricordare che i padri uccidono di più delle madri (o in eguale misura): eppure lo stereotipo criminale della madre-assassina agisce prepotentemente. È ancora forte, infatti, la convinzione che la donna sia incapace di violenza e questo è il frutto di una concezione stereotipata (un retaggio lombrosiano) che la vede incapace di uccidere se non per cause psicopatologiche. Nell’immaginario collettivo, quindi, lo scenario del crimine femminile è quello familiare in ragione del ruolo assegnato alle donne nell’ambito domestico: essa risulta da un lato, vittima della violenza maschile, dall’altro, artefice di altre violenze. Io ipotizzo che se le relazioni familiari si strutturassero intorno ad un modello diverso, più libero ed egualitario, se ci fosse un reale cambiamento culturale della società, tenderebbero a diminuire sia i “femminicidi”, sia i figlicidi che, non a caso, sono neologismi ma non indicano reati “tipici” all’interno del nostro sistema penale.

I bilanci degli Enti Intermedi sono “sequestrati” dal “Pareggio di Bilancio”? Quali possibilità per il Reddito Minimo Garantito? Ne abbiamo parlato on Rosario Marra di USB e del Comitato per il Reddito.

Il blocco inflitto alle risorse libere di bilancio, la Città Metropolitana e le lotte per il reddito minimo garantito in un’intervista a Rosario Marra di USB e del Comitato Reddito.

Allora Rosario, negli ultimi anni abbiamo sperimentato la contraddittorietà del cd. paradosso neoliberista. Anche dove ve ne erano le condizioni, i vincoli di bilancio impedivano la spesa delle risorse. Cosa pensi a tal proposito?

L’ossessione del pareggio di bilancio è finalizzata a provocare una sorta di “depressione controllata” dell’economia mirante a concepire l’intervento pubblico soltanto a sostegno dei grossi gruppi finanziari e degli altri poteri forti, in questo modo va bloccata ogni politica espansiva colpendo ciò che resta del welfare state e impedendo che anche quei Paesi che hanno un surplus,  come Olanda e Germania, aumentino la propria domanda interna dando così maggior respiro non soltanto ai propri lavoratori ma soprattutto alla capacità d’esportazione dei Paesi più deboli. – Questo meccanismo infernale, a cascata, si ripercuote nei singoli Paesi anche a livello di finanza pubblica, così, ad es., in Italia quegli Enti Locali che hanno un avanzo di bilancio non lo possono spendere perchè verrebbe alterato il saldo del pareggio di bilancio e, a tal fine, l’avanzo non viene proprio considerato tra le entrate disponibili.

Che contributo dà a questa riflessione la Sentenza 275/16 della Corte Costituzionale?
La sentenza da te citata riprende il solco della Costituzione del 1948 di cui abbiamo impedito in tante/i l’ulteriore peggioramento col referendum dello scorso 4 dicembre. – In essa il giudice della costituzionalità delle leggi ha bilanciato la disposizione di cui all’art. 81 sul pareggio di bilancio con altre disposizioni costituzionali e, in particolare, con quelle sul diritto allo studio e, alla fine, di fronte al fatto che una norma della Regione Abruzzo subordinava i finanziamenti alle Province in materia di fondi per il trasporto degli studenti disabili, ha affermato che i diritti sociali di cui alla prima parte della Carta Costituzionale non possono essere subordinati alle esigenze del pareggio di bilancio, altrimenti quei diritti non verrebbero più tutelati. – Insomma la Corte, una volta tanto, ha fatto proprie le esigenze che tanti Movimenti portano avanti e che animano le battaglie antiliberiste di questi anni.

I processi di urbanizzazione stanno dilatando i confini urbani riassettandoli su uno spazio metropolitano molto più ampio, coincidente con la provincia. Quali sono le conseguenze sociali e politiche di questo processo?
L’ormai insostenibile congestionamento delle metropoli pone l’esigenza di ragionare in un’ottica sovracomunale che, ad es., nel caso di Napoli andrebbe anche aldilà dei confini provinciali. – Infatti nel caso napoletano abbiamo un’area metropolitana che in realtà comprende anche zone del casertano, o il baianese in Provincia di Avellino e anche parte dell’Agro-Nocerino Sarnese per il salernitano.- Purtroppo i tagli ai servizi in questi anni e una concentrazione delle risorse soltanto nei campi più redditizi (si veda l’esempio dell’Alta Velocità per i trasporti) hanno portato ad un peggioramento del diritto alla mobilità, oppure le chiusure di Ospedali minori  hanno portato ad un’ulteriore concentrazione dell’offerta sanitaria. – Le conseguenze sociali sono sotto gli occhi di tutti e spesso vengono ai “disonori” della cronaca (treni come quelli dell’EAV che prendono fuoco, ospedali che non hanno nemmeno i posti-barella). – Le conseguenze politiche sono quelle dell’uso delle risorse pubbliche  che serve soltanto ad aumentare la distanza tra reddito e profitti dove il primo diminuisce e i secondi aumentano. – Si pensi soltanto, per fare un esempio, al caso Almaviva che dopo essere stata foraggiata dal pubblico delocalizza.- Insomma il “più mercato e meno Stato” è una grossa “bufala” perchè il tipo di liberismo che abbiamo di fronte non è più quello della vecchia “mano invisibile”, ma è l’ordoliberismo che l’intervento pubblico lo prevede, ma a senso unico soltanto per banchieri e multinazionali.

I cd. “Enti intermedi” possono essere il luogo in cui si determinano spinte partecipative?
Sì, penso che  gli Enti intermedi o, come li chiamano oggi, di “area vasta” debbono diventare i luoghi di processi partecipativi perchè è a questo livello che, ormai, si determinano le prime direttrici di sviluppo, inoltre, nel caso napoletano significherebbe estendere le positive esperienze di partecipazione anche ai Comuni dell’hinterland un modo che servirebbe a rafforzare anche le originali esperienze di partecipazione nella gestione di beni e spazi comuni e collettivi. – Naturalmente non si tratterebbe di esportare modelli ma di avere ulteriori momenti e spazi di aggregazione proprio lì dove la disgregazione è più forte perchè più carenti sono i servizi pubblici e le occasioni di socialità.

Cosa puoi dirci, entrando nel merito, dell’avanzo disponibile della Città Metropolitana, credi possa essere indirizzato su questioni sociali di rilievo?
L’ avanzo disponibile o “non vincolato” è un’occasione più unica che rara per fare una battaglia concretamente antiliberista e per uscire da lotte soltanto di tipo settoriale. – Si tratta di una somma di tutto rispetto che, dai dati di pre-consuntivo 2016, giunge a circa 564 milioni di euro e ha raggiunto questi livelli soprattutto per l’incapacità delle giunte di centro-destra a spendere i  propri quattrini. – Gli avanzi di bilancio, secondo l’attuale normativa, si possono spendere soltanto all’interno di precisi “paletti” posti dal Governo nazionale e all’interno di un tetto predeterminato, per il 2017 si tratta di soli 700 milioni per tutti gli Enti Locali, salta agli occhi la ristrettezza degli “spazi finanziari” concessi. – Infatti, la Città Metropolitana di Napoli è stata autorizzata soltanto per 7 milioni e 403 mila euro. – In questo modo spendere per rilevanti questioni sociali è praticamente impossibile e per questo che da mesi abbiamo lanciato la campagna “NON E’ VERO CHE I SOLDI NON CI SONO” dove sosteniamo che occorre spendere i 564 milioni anche in violazione delle odiose regole sul pareggio di bilancio impiegando i fondi nel sociale, nell’edilizia scolastica, nei trasporti, nella viabilità, nel dissesto idrogeologico e nell’ambiente.

Quali sono le vostre proposte per l’utilizzo di queste risorse?
Sulle proposte il Comitato sta costruendo, attraverso assemblee territoriali, una “piattaforma metropolitana”. – Qui fornisco degli esempi riguardanti il reddito minimo garantito,  l’Azienda unica di mobilità e l’apparato produttivo.- Il R.M.G. fa parte, com’è noto, delle politiche sociali e oggi con la svolta repressiva del decreto Minniti e la legge delega sul reddito d’inclusione mantiene tutta la sua attualità perchè il Governo, da un lato, ha la tendenza a fare la lotta contro i poveri  invece che alla povertà, dall’altro, la platea da individuare secondo la legge-delega è talmente ristretta e soggetta a tali condizionalità che non copre nemmeno la povertà assoluta. – Pensiamo che si possa superare la mancanza di competenze specifiche da parte della Città Metropolitana puntando a trasferimenti correnti una tantum per un periodo limitato che permetta un avvio di sperimentazione del R.M.G. attraverso la voce dello “sviluppo economico” che, invece, fa parte delle funzioni fondamentali metropolitane. – Purtroppo in Campania abbiamo avuto un’applicazione particolarmente centralistica della “legge Del Rio” dove la Giunta De Luca con una forma di centralismo regionale ha concentrato varie funzioni già provinciali (come parte delle politiche sociali) anche con lo scopo di limitare al massimo lo spazio della nuova istituzione (una prova molto chiara in tal senso è data, ad es., dalla perimetrazione degli AA.TT.OO. dove sia nel caso dei rifiuti che dell’acqua e dei trasporti “stranamente” non esiste un ATO metropolitano). – Un altro esempio è dato dalla proposta dell’Azienda Unica di mobilità mirando alla fusione di ANM e CTP per creare economie di scala che permettano di risparmiare effettivamente sui costi di gestione e mantenere la gestione pubblica del TPL contro il disegno di privatizzazione portato avanti dalla Regione che ha diviso il territorio in cinque lotti per poter dare avvio alle gare dopo che per anni si sono tagliati trasferimenti alle Aziende pubbliche che in vari casi sono state fatte fallire, si tratterebbe di creare una nuova Azienda impiegando una parte dell’avanzo libero per il capitale sociale mentre i debiti delle due Aziende sia quella comunale che quella metropolitana verrebbero concentrati in una sorta di bad company, insomma in forme diverse replicare il percorso che ha portato alla pubblicizzazione dell’acqua dove i debiti furono concentrati nell’ex-ARIN Spa e fu costituita la nuova Azienda Speciale ABC. – Purtroppo su questa strada ci sono resistenze amministrative e incertezze politiche che, ad es., nel recente piano di risanamento dell’ANM approvato dal Consiglio Comunale ha visto prevalere la teoria dei due tempi, prima il risanamento, poi il rilancio derubricando a mera ipotesi da verificare quella dell’Azienda unica (si spera nell’effettiva attuazione di una mozione consiliare approvata nella seduta dello scorso 31 marzo che cerca di dare una tempistica precisa alla riorganizzazione su scala metropolitana del TPL) . – Ciò, nei fatti, permetterà alla Regione Campania di portare avanti il processo di privatizzazione attraverso le gare, invece occorre un’accelerazione sulla costituzione dell’Azienda Unica. – Un ultimo esempio è quello della costituzione di un Tavolo metropolitano per la difesa dell’apparato produttivo come esiste già in altre Città Metropolitane, in questo caso pensiamo ad un impiego produttivo di fondi in conto capitale   anche per aiutare processi di riconversione.

Sul piano politico/sindacale quali iniziative bisognerebbe intraprendere?
Qui farei una breve premessa. – In seguito al clima da “unità nazionale” che sembra instaurarsi in Città Metropolitana (si vedano le deleghe anche a PD e FI) è necessario innanzitutto marcare una maggiore autonomia del Movimento, delle forze del sindacalismo conflittuale e della sinistra alternativa. – Ciò può meglio permettere la realizzazione d’iniziative miranti a fare pressioni, ad es., sull’ANCI Regionale in modo che, a sua volta, intervenga su quella nazionale per denunciare l’insostenibilità delle politiche di pareggio di bilancio e permettere a chi è in grado di spendere di poterlo fare in modo da creare una situazione di traino per chi non può farlo. – Non escluderei nemmeno emendamenti dal basso rispetto alla legge di bilancio 2017, del resto, noi come Comitato siamo nati da circa due anni con una raccolta firme su una proposta di legge regionale d’iniziativa popolare sull’istituzione del R.M.G. che ha raccolto quasi 14 mila firme. – Inoltre occorre continuare e rafforzare le assemblee territoriali coinvolgendo altri Comuni della Città Metropolitana, come già abbiamo iniziato a fare a Qualiano e si sta tentando ad Ercolano, mentre qui a Napoli stiamo iniziando a coinvolgere anche le Municipalità. – Il tutto dovrebbe terminare con una variazione al bilancio di previsione 2017 in sede di Consiglio Metropolitano che impieghi almeno una parte consistente dell’avanzo di bilancio.

Ma Diverso da chi?

2 Aprile, giunge alla decima edizione, la giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo, riconosciuta dall’ONU. Quest’anno, al centro dell’obiettivo, il tema “verso l’autonomia e l’autodeterminazione”.
Lo spettro autistico è molto ampio e l’ignoranza sul tema ancor più ampia.
Miliardi nel mondo, milioni in Italia, gli autistici con i loro sogni nonché quelli delle loro famiglie, di far parte di una società libera da etichette, da pregiudizi affinchè possano essere riconosciuti come membri integranti della società e perché possano, come ogni singolo, far valere i loro diritti e le loro preferenze nelle scelte che gli riguardano.
In Italia, tante le iniziative in tutte le regioni, impegni rilevanti anche da parte del Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca. Il MIUR ha dedicato l’intera settimana, dal ventisette marzo al due aprile, alla sensibilizzazione e alle iniziative coinvolgendo insegnanti, alunni e genitori di tutte le età poiché il “problema” non è accettare ma condividere. Condividere sostenendo, impegnandosi affinchè anche Paolo, Antonio, Francesca, Viola, alla maggiore età abbiano gli stessi diritti di Paolo, Antonio, Francesca e Viola perché oggi il loro futuro è solo angoscia.
Anche Napoli,naturalmente, fa luce su questa disabilità e scende in piazza con un calendario fitto di iniziative, giochi, spettacoli e sport per tutti perché: “ Insieme si può…l’autismo”