IL TERZO SPAZIO: intervista a Lorenzo Marsili

Abbiamo intervistato Lorenzo Marsili dopo aver letto il bel libro “IL TERZO SPAZIO. Oltre establishment e populismo”. Il libro è uscito da poco e ci è sembrato di profondo interesse per i temi che affronta: austerità, Europa, Democrazia, conflitti, movimenti.

E’ importare provare ricostruire un immaginario che consenta alle nuove forme di conflitto di svilupparsi. Per far ciò è bisogna comprendere a fondo una realtà che negli ultimi anni, molto velocemente, ha subito radicali trasformazioni.

Di seguito le risposte dell’autore alle nostre domande:

Allora Lorenzo, purtroppo in questi giorni assistiamo ad una forte tensione sul piano geopolitico. Trump alimenta ipotesi guerrafondaie. A questo si associa un senso di “resilenza” che in Italia ritarda la nascita di un movimento contro la guerra. Nel tuo libro IL TERZO SPAZIO, Oltre establishment e populismo, parli di un’Europa che deve recuperare un ruolo internazionale. La lotta alla guerra può avere nel campo europeo un luogo di genesi?

 

Oggi avremmo bisogno come il pane di un grande movimento internazionale per la pace. Lo scenario è inquietante, dalla Siria alla Corea del Nord, passando per lo Yemen e l’Afghanistan. In Europa, sono passati poco più di cinquant’anni da quando una follia collettiva ci portò a radere al suolo le nostre città, condannare a morte i nostri giovani e far scomparire qualunque ultimo barlume di umanità nei campi di prigionia. Il mostro della guerra è qualcosa che dovremmo conoscere bene. Se nel 2004 in milioni scesero in piazza contro l’invasione dell’Iraq, oggi dobbiamo ricreare le condizioni per un grande movimento per la pace e contro la corsa agli armamenti.

 

Questo anche per spingere su politiche concrete. L’Europa si trova profondamente coinvolta nel pantano siriano ma continua a voltarsi dall’altra parte. Sarebbe invece ora che l’Unione si facesse portatrice di un piano multilaterale di pace, rompendo l’assurda contesa fra Russia e Stati Uniti che sta portando solo un risultato: la distruzione della Siria. E la Siria oggi è la nostra Guernica.

 

Certo, per farlo bisogna avere le carte in regola. E quindi lottare contro la guerra significa anche allestire un piano di accoglienza straordinario per quanti fuggono dai suoi effetti devastanti. Significa fermare la vendita di armi ai paesi del Golfo, che sappiamo benissimo vanno ad alimentare la guerra in Yemen. Significa sviluppare una politica estera indipendente e basata su una visione multilaterale. Ma anche qui, l’Europa politica sembra preferire dondolarsi in un non-luogo fra Putin e Trump, incapace di aprire un terzo spazio. Ma in quel non-luogo c’è solo sudditanza ai signori della guerra.

 

 

Lo spazio politico sembra occupato dalla dualità establishment\populismi. Ecco, sembrerebbe che siamo condizionati da una sorta di fisica tradizionale in cui lo spazio è connesso ad un numero minimo di dimensioni. Le ricerche scientifiche recenti ci dimostrano che le cose stanno diversamente. In politica invece è possibile un terzo spazio.

 

In realtà il rapporto fra partiti di establishment e partiti di estrema destra è totalmente simbiotico. Sono le politiche fallimentari delle elite di governo ad avere creato le condizioni per l’insorgenza dei populismi di destra. E allo stesso tempo è proprio il presentarsi come “argine” contro le derive nazionaliste o razziste che rappresenta l’ultima carta di legittimità per un sistema politico totalmente screditato.

 

Come se ne esce? Intanto iniziamo col dire come non se ne esce. Che cosa ci dice, infatti, il crollo del socialista Benoit Hamon alle presidenziali francesi? Che siamo arrivati ad un punto in cui non funziona più il giochino degli “outsider” dei partiti di establishment – che siano il PS di Hollande o il PD di Renzi – che fanno gli anti-establishment. Lo stesso, temo, vale per eventuali “scissioni”.

 

Abbiamo invece bisogno di uno spazio politico che sia in grado di intercettare gli “orfani” di questa frattura storica. Non è più un’ipotesi populista quella della bancarotta del sistema, ma un fatto oggettivo. Dobbiamo quindi ricostruire le condizioni di uno spazio politico che sia contemporaneamente contro un establishment in bancarotta e contro le peggiori derive nazionaliste e reazionarie. Che dica parole chiare: ridistribuzione della ricchezza, riduzione dei tempi di lavoro, protezione dei beni comuni, partecipazione, trasformazione ecologica, accoglienza invece di muri. E dobbiamo crederci veramente. Perché come il delirio distopico di Donald Trump testimonia, è ormai chiaro a tutti che è possibile cambiare. Ma non possiamo permettere che gli ultimi utopisti siano i mostri nazionalisti e reazionari.

 

In Italia assistiamo al “System failed” di una struttura politica basata sulla corruzione. Cosa ne pensi?

 

Che è un danno enorme. Tra l’altro, la pervasività della corruzione rappresenta anche la polizza di lunga vita del fondamentalismo di mercato. Perché se “intervento statale” rimane sinonimo di sperpero e clientelismo, sarà difficile convincere della necessità di un rinnovato ruolo del pubblico nel riformare un sistema economico che palesemente non funziona più. Si parla spesso della necessità di maggiori investimenti: ma se oltre il 50% delle opere pubbliche in Italia è attualmente sotto inchiesta per corruzione, non basteranno più soldi se questi finiranno sistematicamente nelle tasche dei soliti.

 

L’indecenza della casta ha d’altronde generato la polarizzazione attorno alla quale il Movimento 5 Stelle ha articolato la sua proposta politica. Il Palazzo e i cittadini. Ma dobbiamo avere il coraggio di alzare lo sguardo oltre auto blu e ministeri, e vedremo una straordinaria concentrazione di ricchezza e potere: la differenza salariale fra un amministratore delegato di una grande azienda e un suo lavoratore è passata da 20 a 1 nel 1965 a oltre 300 a 1 oggi. Un sistema fiscale che permette elusione, condoni e paradisi offshore amplia ancora di più questa grande divergenza.

 

E lungi dall’essere solo un problema economico e sociale, questo è un problema politico di primo piano. Chi accumula una posizione economica dominante acquisisce di fatto anche un potere decisionale che permette la “cattura” della democrazia nazionale da parte delle grandi oligarchie di potere: questa è la vera corruzione democratica dei nostri giorni. Il fenomeno arriva a dimensioni spettacolari negli Stati Uniti: solo nel 2016, i fratelli Koch, miliardari conservatori, hanno speso oltre 400 milioni di dollari per influenzare le elezioni americane. Altro che ‘sovranità nazionale’!

 

 Nel tuo libro sembreresti avanzare un’ipotesi di fuoriuscita da questa crisi. Puoi anticipare qualche cosa a chi poi leggerà il testo?

 

La parte principale del libro la dedichiamo a una narrazione del “come” fare a cambiare le cose. Raccontiamo come si è costruito il sistema che sembra ingabbiarci oggi, e come questo sia stato il risultato di scelte di una classe politica nazionale “catturata”, appunto, dai grandi interessi. Cerchiamo quindi di rimettere al centro la politica, contro ogni tentativo di fare apparire l’economia una sfera a sé. E parliamo della necessità di rinnovare i partiti politici e immaginare la costruzione di veri e propri partiti transnazionali. Detto ciò, presentiamo anche tantissime proposte concrete, un programma di alternativa, attuabile già domani, su cosa si potrebbe fare a livello municipale, nazionale ed europeo.

 

Parliamo quindi di investimenti, proponendo che il Quantitative easing della Bce venga diretto verso l’economia reale, attraverso la Banca europea degli investimenti, e non verso l’acquisto di bond statali o delle grandi corporation, operazione che finisce per favorire la roulette russa della speculazione. Parliamo di rilanciare l’esperienza dei beni comuni, mischiandola con l’esperienza tedesca della compartecipazione sindacale, in modo che nei consigli di amministrazione delle aziende si arrivino ad avere non solo rappresentanti degli azionisti, ma anche della cittadinanza e dei lavoratori. E questo sarebbe anche la migliore garanzia contro le delocalizzazioni selvagge: altro che protezionismo, la democrazia è più efficace! Parliamo di reddito: dando per scontato che il reddito di cittadinanza, così come già avviene in tutti i paesi europei tranne Italia e Ungheria, sia un diritto da garantire già… ieri. Ma andiamo oltre: proponendo un dividendo universale di base che sia in grado di ripartire equamente i profitti derivanti dall’automazione e dall’innovazione tecnologica. E parlando di profitti, poi, ci sono proposte molto concrete sui paradisi fiscali, di cui spieghiamo in maniera semplice il funzionamento (spoiler: sono gli stati nazionali a permetterne l’esistenza: altro che vittime!).

 

 

 Dobbiamo rassegnarci al fatto che il “modello Ungherese” diventi il modello di Europa?

 

La verità è che mentre molti si fasciano la testa sull’impossibilità di cambiare l’Europa, tanto il partito dell’austerità quanto gli autoritarismi xenofobi sono già lanciati in una gara a chi la trasformerà prima e più in profondità. Sembra il mondo descritto da Yeats, dove “i migliori non hanno convinzioni mentre i peggiori difendono le proprie con ardore”. Pensiamo sia arrivato il momento di tornare ad avere convinzioni forti. E di provare a farle vincere, senza tradirle.

One thought on “IL TERZO SPAZIO: intervista a Lorenzo Marsili

  1. Concordo pienamente con la analisi di L.Marsili. Siamo in un momento cruciale della nostra storia dove la vecchia divisione tra sinistra destra non funziona più, e sostituita da quella tra elite e popolo. L unica possibilità è quella di ripensare la sinistra con analisi disincantata, un Terzo spazio teso ad elaborare una concezione del mondo più attinente alle sfide che ci attendono. Saluti

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