Poverta’ in aumento, quasi 3 milioni in più in 7 anni

Interessante articolo di Raffaele Carotenuto

“Sconfiggere la povertà non è un atto di carità, è un atto di giustizia. Come la schiavitù e l’apartheid, la povertà non è naturale. È causata dall’uomo e può essere superata e sradicata solo dalle azioni degli esseri umani”. Nelson Mandela

 

Il Rapporto Caritas 2016, su povertà ed esclusione sociale in Italia ed in Europa, rilascia una fotografia sulle condizioni analizzate, raffrontando l’andamento storico e ciclico, e legge  principalmente chi chiede “domanda” ai centri Caritas attivi in Italia ed in Europa.
I dati nuovi ed inediti, per qualità e dimensione, che lasciano non solo una riflessione su dove va il mondo ma che pongono pesantissimi interrogativi (e ci si augura immediate soluzioni), riguardano almeno tre aspetti.
Il primo elemento riguarda i numeri delle persone che sono costretti a lasciare le proprie case per rifugiarsi altrove, per sopraggiunte insicurezze dei luoghi d’origine. Sono ben 65 milioni i soggetti interessati da tale fenomeno. Una quantità impressionante e completamente fuori controllo.
Il che qualifica una ponderata analisi. Il mondo è diventato più incerto, meno sicuro. Attualmente ci sono 33 conflitti in atto sul pianeta, 13 situazioni di crisi e 16 missioni ONU attive.
Le guerre sono essenzialmente mosse da fanatismo religioso, determinate da motivi economici (chiari ma spesso nascosti), ma anche e semplicemente da un crescente odio sociale, inaspriscono i rapporti tra Stati, ma anche tra comunità di donne e uomini.
La reazione mondiale, scoordinata, sproporzionata ed anche caotica, è quella di erigere muri, fili spinati, barriere metalliche, chiudere frontiere. Non si individuano le cause, ma si cerca di agire (maldestramente) sugli effetti. Tutto ciò riguarda principalmente l’Europa, cioè noi, quella che dovrebbe essere percepita come la nostra “casa comune”, e quel “cimitero liquido” chiamato Mediterraneo. Ungheria, Serbia, Grecia, Macedonia, Croazia, Slovenia, respingono. Mentre Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca si “barricano” completamente al cospetto del mondo.
Il secondo motivo di analisi riguarda più da vicino l’Italia. Il numero dei cosiddetti poveri assoluti è il più alto dal 2005, ovvero 4,5 milioni di persone (1 milione e 582 mila famiglie).
Il fenomeno nuovo, dentro questa magra cornice, attiene alla inversa proporzione tra età e povertà. Ovvero, gli anziani soffrono meno condizioni di disagio, mentre i giovani, e tra questi una percentuale considerevole di minori, sono più poveri. Una flessione della cosiddetta scala sociale.
Un paese più povero dove la mobilità tra classi sociali, fino a prima della crisi bloccata, si muove solo verso il basso. E’ considerato più povero il monoreddito, il precario, l’inoccupato. Cioè chi ha un paniere di beni a disposizione minore rispetto ad un decennio fa, chi guadagna di meno a parità di prestazione, chi rimane disoccupato per più tempo.
Facile chiosare che questo particolare aspetto è determinato da scelte politiche che scelgono la via della precarietà sociale ed economica dei soggetti meno garantiti. Scelgono, appunto, questa “non” via.
Il terzo ed ultimo motivo di approfondimento incide su un aspetto che negli ultimi anni è crescente quanto inedito. Oltre ad una povertà “autoctona”, ovvero nostrana, si aggiungono povertà altre, straniere, che riguardano extracomunitari, perseguitati, rifugiati. Gente che fugge da contesti bellici e post-bellici, ma anche chi viene lavorativamente sfruttato a causa di un abbassamento delle tutele legislative, che incidono direttamente sulla qualità e dignità del lavoro. Una società che è in grado di produrre guasti verso il “basso” e non “sopra”. Immaginando il “basso” e il “sopra” divisi da quella linea di confine tra agiati/privilegiati e poveri/incapienti.
Una considerazione ultima da esaminare è l’atteggiamento dell’UE.
L’Unione Europea starebbe erogando 3 miliardi di euro per progetti concreti di integrazione dei rifugiati in Turchia. Questo paese ha sottoscritto accordi che prevedono, tra gli altri punti, il rimpatrio di tutti i migranti che non hanno bisogno di protezione internazionale o quelli che hanno abbandonato la Turchia via mare per approdare in Grecia.
Ma il presidente Erdogan non è quello che ha appena “incassato” il via alla riforma costituzionale, attraverso il referendum, che accentra tutti i poteri dello Stato sulla sua figura, limitando la libera espressione politica e sociale, tacitando il dissenso interno?
L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), la più grande organizzazione regionale per la promozione della pace, del dialogo politico, della giustizia e della cooperazione in Europa, non è quell’organismo che ha contestato la validità del referendum appena svolto in quel paese?

Nel sessantesimo anniversario dalla nascita dei Trattati europei gli aiuti umanitari andrebbero fondati, principalmente, verso quegli Stati che rispettano i diritti umani, creando corridoi umanitari capaci di incidere realmente sui destini materiali di chi è più indietro, non favorendo, sia pure indirettamente, chi quella condizione oggettivamente la crea e ne è l’unico artefice.
Questa storia assomiglia un po’ a quello che è successo in Italia: nel centocinquantesimo anniversario dell’unità si è fatto finta di non vedere cosa è successo per davvero. Ad oggi, sul punto, non è mai stato ufficializzato nemmeno il numero effettivo dei morti che portano sulla coscienza i piemontesi. Questo silenzio di Stato fa ancora sì che la storia (nelle scuole dell’obbligo) la raccontano i vincitori e non i vinti.
Napoli, 18 aprile 2017 Raffaele Carotenuto

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