FOLK PUNK: Johnny Dalbasso, il cantautore “Micidiale”


Con il suo sound essenziale, asciutto e allo stesso tempo trascinante, Johnny Dalbasso, nell’arco di quattro anni, ha conquistato tutt’Italia, proponendosi sul palco come cantautore tuttofare fresco e vivace, fortemente influenzato dalle sonorità del punk e del rock anni cinquanta.

Il 30 aprile, Johnny aprirà il concerto dei Sick Tamburo a Frattamaggiore ed io ho approfittato per fargli un po’ di domande sulla sua carriera.

Come mai la scelta di lavorare come one man band? Qual’è lo strumento con cui hai iniziato?

Il primo strumento che ho avuto è stata una chitarra classica. Sin da piccolo sentivo di avere un’attitudine legata alla musica folk. Figure come Bob Dylan, Edoardo Bennato, cantautori girovaghi ed autonomi, che suonavano la chitarra e l’armonica, mi hanno influenzato molto.

A questo si è unita la mia passione per la musica punk, ma non mi piace l’idea di una band troppo affollata, perché preferisco le sonorità semplici.

Ti senti influenzato dalla scena musicale attuale?

Apprezzo in particolare Edda. Nella musica italiana sento troppo presente l’influenza di gruppi come i Marlene Kuntz ed i Verdena, un’attitudine che a me non appartiene. Alla fine degli anni novanta mentre i miei amici ascoltavano band di quel tipo io preferivo il blues e il punk degli anni settanta. La scena musicale di Seattle degli anni novanta mi fa impazzire, ma quello che c’è stato nello stesso decennio in Italia non mi ha influenzato per niente.

Esiste nel presente una scena musicale italiana che senti vicina a te o ti percepisci più come una voce fuori dal coro?

Mi sento un outsider. Non posso definirmi indie, ma piaccio a chi ascolta quel genere. Penso di interessare ad un pubblico che però non sa dove collocarmi e questo mi piace molto.

Mi ha colpito molto la tua canzone “Rivoluzione”, mi racconti come è nato questo pezzo?

E’ una canzone molto veloce ed è nata nel periodo in cui si parlava molto del Movimento 5 Stelle e quindi c’era nell’aria un’idea generale di cambiamento. Io non sono molto legato alla politica, sono di sinistra ma al momento non mi sento rappresentato in senso politico. All’epoca molte persone avevano riposto speranze nel M5S mentre io non avevo speranza in niente.

Da poco è uscito il tuo ultimo singolo “Micidiale”, stampato su 45 giri, in 150 copie numerate. Ho visto su YouTube il video in cui butti giù una quantità spropositata di shottini, sei riuscito ad arrivare sobrio alla fine delle riprese?

Erano 48 cicchetti, offerti dal Labyrinth Pub di Pomigliano D’Arco, un locale che adoro. In metà dei bicchieri c’era Jack Daniels mentre nell’altra metà c’era tè. Abbiamo girato quattro takes per il video e quello che è stato scelto è proprio quello in cui ho bevuto più Jack Daniels. Se ci si fa caso, la differenza dell’espressione sulla mia faccia si vede tra quando buttavo giù il tè e quando nel bicchiere c’era davvero whiskey.

Chi ha avuto l’idea per il video?

Ho scritto io stesso lo storyboard ed è stata mia l’idea del rullo su cui passano i cicchetti. A volte quasi mi vergogno a dire che sono io a suonare, registrare, produrre le cose che faccio, per paura di sembrare uno sbruffone. Ma ho anche una bella equipe di collaboratori, una manager e la “Revolver Concerti” che si occupa del tour management.

Parlami dei tuoi progetti futuri…

Il “Micidiale Tour”, in cui sono impegnato attualmente, proseguirà fino all’inizio di luglio, poi farò una pausa, dato che giro incessantemente da quattro anni e mezzo, ma ho già del materiale per quello che sarà il prossimo disco.

Per guardare il video di “Micidiale” clicca qui

I° Maggio a Bagnoli: contro guerra e speculazione.

 Questa mattina, una rappresentanza della redazione di NapoLeaks è stata alla conferenza stampa che lancia la manifestazione del I° Maggio a Bagnoli. Riteniamo di vitale importanza l’interconnessione tra i temi dell’ambiente, lotta alla guerra ed alla  speculazione. Tutto ciò vive nelle lotte delle reti e dei comitati che da anni sono impegnati in dure battaglie sul territorio. Ma il I° maggio ci parla anche dei diritti negati del mondo del lavoro e della precarietà, di una lacerante riconfigurazione a ribasso delle tutele. Riteniamo fondamentale che tutti questi temi emergano in maniera forte.

Abbiamo raccolto le dichiarazioni di Eduardo Sorge. Di seguito il video. In coda le dichiarazioni dell’Assessore Piscopo del Comune di Napoli e di Antonella Ferrigno del Movimento dei Disoccupati 7 novembre.

 

 

 

Dichiarazione dell Assessore Piscopo

Dichiarazione di Antonella Ferrigno dei Disoccupati 7 Novembre

 

25 Aprile alla Mostra d’oltremare. Il tempo del pensiero veloce.

C’è qualcosa di nuovo nell’aria. Come una rinnovata consapevolezza che ha preso corpo in maniera diffusa. Quella del 25 aprile, presso la mostra d’oltremare è stata una bella giornata. La bellezza traspariva dai volto dei tanti attivisti. Ma non è solo questo. L’idea di mettere in discussione ogni forma rituale ha fatto in modo che il parco, animato da tanti stand, fosse attraversato da una moltitudine di persone e famiglie.

La faccenda funziona cosi’: se la crisi economica porta ad una sorta di segregazione le famiglie, recuperare uno spazio sociale diventa di per sé un fatto politico, costituente.

Ed allora chi ha partecipato alla giornata del 25 aprile ha vissuto il riscoprirsi di una comunità. Vecchi legami che si rinsaldavano e nuovi che ne nascevano. E’ in questo brulicante e continuo intessersi di relazioni che ha la sua genesi un processo costituente. Non è caso di scomodare le categorie della classe in se’ che diviene classe per se’, ma senza ombra di dubbio abbiamo visto il manifestarsi di una comunità in movimento in crescita esponenziale.

Esiste un tempo per il pensiero lento ed un tempo per il pensiero veloce. Il pensiero lento è razionale. Esso ci porta allo studio dei cicli di lotte biopolitiche che connotano l’attuale fase. Il pensiero veloce è istintivo, volto a cogliere in un’intuizione lo spirito dei tempi. Entrambi sono essenziali. A noialtri è parso che siano maturi i tempi per liberare il pensiero veloce. Proveremo a metterla in questo modo: cosa accadrebbe se la comunità che abbiamo visto disvelarsi decidesse di porsi degli interrogativi sul bilancio del Comune di Napoli? Cosa accadrebbe se decidesse di mettere becco sulle tante questioni territoriali? E se lo facesse in modo organizzato ed organico? Se si muovesse come una sorta di sciame politico?

Le domande sono ovviamente retoriche eppure sono allo stesso tempo un invito ad accelerare sul percorso politico liberando il pensiero veloce.

Ovviamente cogliamo positivamente la nascita di MSN (Mutuo Soccorso Napoli), la confederazione di sportelli di mutuo soccorso, ma crediamo fortemente che l’esperienza del 25 aprile possa riprodursi misurandosi coi territori, con il genius luci e con le specifiche questioni quindi che le contraddizioni territoriali determinano.

Viviamo tempi formidabili in cui, se si agisce coniugando pensiero lento e pensiero veloce, si può finalmente aprire un varco politico. Di questo sembrerebbe siamo in molti ad esserne convinti.

25 Aprile e Festa della liberazione dei Beni Comuni.

Il 25 Aprile, presso la Mostra d’Oltremare dalle ore 10,30 fino al tardo pomeriggio si terrà la Festa Della Liberazione dei Beni Comuni.

La giornata sarà connotata da molteplici attività e laboratori pensati anche per i più piccoli.

Ne abbiamo parlato con Michela Antonucci, della Rete dei Beni Comuni. 

Allora Michela, come mai il 25 aprile avete deciso di celebrare anche la festa dei beni comuni?

In seguito al duro attacco che si é riversato sugli spazi liberati post 11 marzo, ci siamo interrogati con molte delle realtà che hanno contribuito alla costruzione del corteo anti Salvini  per immaginare una risposta che servisse a tutelare l’immagine che le cronache locali e non solo,costeggiate da esponenti istituzionali, hanno erroneamente dato di quello che oggi rappresenta il patrimonio umano e sociale piu grande nella città partenopea. Ad essere colpiti in quel caso non sono stati i famosi “centri sociali” ma le centinaia di persone che ogni giorno attraversano tali spazi e che ne rappresentano la linfa vitale. Ciò in una modalità di lavoro comune rivolto alle esigenze dei territori in cui agiscono, accrescendone cosi non solo il valore sociale ma anche la necessita del loro esistere. Questo ci sembra in pieno un processo di “liberazione” che da anni,potremmo dire decenni se guardiamo alla storicità di alcune realtà esistenti,si da;processo che nasce dalla esigenza di combattere le continue assenze di welfare che questo sistema ci impone,dando cosi un’alternativa possibile, REALE. Il 25 aprile é una giornata di memoria storica che non va assolutamente dimenticata ma che per essere onorata ha bisogno di rigenerarsi secondo i bisogni di questo presente. Abbiamo quindi pensato che potesse essere il modo migliore per attualizzare il concetto di liberazione,attraverso una grande festa rivolta a tutta la città in cui sarà possibile vedere con i propri occhi tutto quello che attraverso gli spazi sociali,i beni comuni,si costruisce ogni giorno con l’aiuto di tante e tanti. Napoli é una città continuamente sotto attacco,ma ci piace pensare che ciò dipenda dai mal di pancia che la sua capacità di rendersi libera provoca!

Che tipo di attività sono previste?

Proveremo a portare tutte le attività che ospitano ogni giorno gli spazi liberati. Dalle attività ludiche promosse dalla rete dei doposcuola,a quelle attuate dai compagni dello sport popolare,alle danze,murge,canti,teatro e tanto altro. Sarà un programma molto pieno e variegato dove la prima parte sarà dedicata ai piu piccoli e una seconda rivolta a tutti. Saremo divisi in zone tematiche: Da un lato le attività,dall’altro i diversi stand degli spazi che hanno aderito che serviranno ad accogliere i tanti che verranno mostrando tutto ciò che viene prodotto.

Quali sono i soggetti politici impegnati in quest’organizzazione? Questa giornata è parte di un percorso? 

Piu che di soggetti politici parlerei di comunità. Questo é un passaggio fondamentale perché spesse volte si tede a credere che questi eventi servano solo a fare lunghe discussioni sui processi politici ecc. Questo lo facciamo gia ogni giorno,quello che invece ci preme fare é far vedere il bello di questo mondo. Le anime,i desideri,le comunità,le attività, mettere tutti in comune,far incontrare le persone,socializzare. É per questo che da subito l’abbiamo definita la festa dei beni comuni. A partecipare sono in tanti: Laboratorio Zero81,Scugnizzo liberato, Villa Medusa, Lido Pola, Giardino Liberato Materdei, Magnammece o pesone, Civico 7 Liberato, la Rete dei carnevali sociali,la rete dei doposcuola,CAP 80126, Skubb,Gridas, Ex Asilo Filangieri,l a rete NoNUnaDiMeno, Casa delle donne, Progetto di sport popolare Stella rossa-lokomotiv flegrea-quartograd, Comitato Giù le mani dal bosco e tanti altri.perdonatemi se non ricordo tutti. Tra le realtà che aderiscono c’è anche MSN (Mutuo Soccorso Napoli) una rete che racchiude tutti gli sportelli di mutuo soccorso. Si tratta di sportelli tesi ad affrontare problematiche connesse al diritto all’abitazione, al lavoro, alle migrazioni e tanto altro. Un salto di consapevolezza sulla necessità di racchiudere in un’unica voce  che sia in grado di di seguire e sostenere attraverso pratiche di mutualismo, coloro che vivono problematiche di natura sociale.

Napoli, grazie all’impegno di molti attivisti sta vivendo una primavera dei beni comuni. Dove ci porterà tutto ciò? 

Si é vero. In molti guardandoci da fuori vedono Napoli come una sorta di isola felice se commisurata ai diversi gradi di repressione che tanti attivisti con i diversi spazi stanno vivendo. In buona parte questo dipende dalle diverse congiunture che hanno dato vita alla famosa “anomalia”,ma se come dicevo prima questo dato lo si ripercorre storicamente si può subito comprendere che questa é la natura di questa città. Ciò che oggi si mostra in maniera più diffusa é il duro lavoro di tanti anni che oggi da i sui frutti nella capacità di costruire un blocco sociale ben definito. Rappresentato dagli abitanti,dalle persone comuni che credono in ciò che fanno. É grazie a questo che tante sfide sono state possibili,come ad esempio la delibera dei beni comuni. Tutti L’hanno sempre guardata come “la concessione”,ma nessuno ha mai pensato che invece rappresenta solo un processo naturale di riappropriazione dal basso soprattutto se consideriamo che buona parte del welfare cittadino dipende anche da questi spazi e dal reddito sociale che sono in grado di produrre. Per non parlare dell’avanguardia che il processo di riconoscimento di tali comunità rappresenta nel panorama giuridico. Definire giuridicamente un bene comune e riconoscerne il valore sociale non é un lavoro solo di scrivania ma é il duro lavoro di tanti anni,credo che quindi questo processo Non comincerà il 25 ma esiste da sempre. Dove porterà non sappiamo dirlo ma siamo ben coscienti di dove ci abbia portato,il 25 vogliamo solo festeggiare con tutt* ciò

 

NASCE IL COMITATO “PALAZZO DEL MONTE DI PIETA’ MUSEO DELLA CITTA”

NASCE IL COMITATO “PALAZZO DEL MONTE DI PIETA’ MUSEO DELLA CITTA”

Il patrimonio artistico, architettonico e monumentale di Napoli è notoriamente impressionante per numeri e bellezza. In questo vasto panorama, spesso in preda all’incuria ed all’abbandono, c’è un luogo che rappresenta non solo un edificio di pregio, ma racchiude la storia economica, culturale e sociale della città. È il Monte di Pietà, il Palazzo Carafa. Fondato nel 1539 dall’aristocrazia cittadina come strumento di lotta all’usura che affliggeva il popolo napoletano, attraverso la concessione di prestiti senza fini di lucro, è all’origine del Banco di Napoli. All’interno ospita la Cappella del Monte di Pietà con opere artisti come Bernini e Battistello Caracciolo. L’intero complesso fa parte del patrimonio d’arte del Gruppo Bancario Intesa Sanpaolo, già proprietà del Banco di Napoli. Oggi Intesa San paolo ha scelto di mettere in vendita questo bene, in qualità di legittimo proprietario, espropriandolo di fatto alla città. Che diritto ha la città e che diritto hanno i napoletani su un bene che è parte integrante del proprio patrimonio architettonico e storico? Stando alla recente risoluzione del gruppo bancario, si direbbe nessuno. Ma la città non concorda ed i napoletani ed una serie di associazioni, sulla spinta della Consigliera comunale Laura Bismuto, hanno dato vita ad un comitato di volontariato, senza fini di lucro, denominato “PALAZZO DEL MONTE DI PIETA’ MUSEO DELLA CITTÀ ”. Il comitato chiede l’impegno delle istituzioni locali e nazionali affinchè il Palazzo del Monte di Pietà e la sua Cappella ritornino ad essere beni pubblici attraverso la cessione al Comune di Napoli, a quest’ultimo il Comitato chiede lo sblocco dei fondi Unesco – in cui vi sono 70mln di euro per l’edilizia monumentale pubblica- per la riqualificazione dei luoghi. Tra le proposte rivolte al gruppo Intesa San Paolo anche quella di costituire all’interno del Palazzo del Monte di Pietà un MUSEO DELLA CITTA’ concentrandovi tutti i beni culturali e artistici di proprietà del gruppo presenti sul territorio, quelli attualmente esposti a Palazzo Zevallos e quelli, numerosissimi, che attualmente giacciono inutilizzati nei caveau, non fruibili dai cittadini e dai turisti. Infine, Il Comitato spinge ancora oltre la proposta proponendo il ripristino della funzione iniziale e della destinazione d’uso originaria del luogo: ricreare il Monte di Pieta’ come luogo per la lotta all’usura e al racket, istituendo UN FONDO ANTIUSURA per prestiti e finanziamenti a tasso zero per coloro che hanno la forza di ribellarsi alla criminalità. Cittadini, artisti e intellettuali a raccogliere l’appello del PALAZZO DEL MONTE DI PIETA’ MUSEO DELLA CITTÀ. Intanto l’appuntamento per tutti coloro che intendono aderire e partecipare è per mercoledì 26 APRILE alle ore 18.00 sotto il Palazzo Monte di Pietà in via San Biagio dei Librai 114.

info e contatti | comitatopalazzomontepieta@gmail.com
Gruppo Facebook | COMITATO PALAZZO DEL MONTE DI PIETA’ MUSEO DELLA CITTA’

IL TERZO SPAZIO: intervista a Lorenzo Marsili

Abbiamo intervistato Lorenzo Marsili dopo aver letto il bel libro “IL TERZO SPAZIO. Oltre establishment e populismo”. Il libro è uscito da poco e ci è sembrato di profondo interesse per i temi che affronta: austerità, Europa, Democrazia, conflitti, movimenti.

E’ importare provare ricostruire un immaginario che consenta alle nuove forme di conflitto di svilupparsi. Per far ciò è bisogna comprendere a fondo una realtà che negli ultimi anni, molto velocemente, ha subito radicali trasformazioni.

Di seguito le risposte dell’autore alle nostre domande:

Allora Lorenzo, purtroppo in questi giorni assistiamo ad una forte tensione sul piano geopolitico. Trump alimenta ipotesi guerrafondaie. A questo si associa un senso di “resilenza” che in Italia ritarda la nascita di un movimento contro la guerra. Nel tuo libro IL TERZO SPAZIO, Oltre establishment e populismo, parli di un’Europa che deve recuperare un ruolo internazionale. La lotta alla guerra può avere nel campo europeo un luogo di genesi?

 

Oggi avremmo bisogno come il pane di un grande movimento internazionale per la pace. Lo scenario è inquietante, dalla Siria alla Corea del Nord, passando per lo Yemen e l’Afghanistan. In Europa, sono passati poco più di cinquant’anni da quando una follia collettiva ci portò a radere al suolo le nostre città, condannare a morte i nostri giovani e far scomparire qualunque ultimo barlume di umanità nei campi di prigionia. Il mostro della guerra è qualcosa che dovremmo conoscere bene. Se nel 2004 in milioni scesero in piazza contro l’invasione dell’Iraq, oggi dobbiamo ricreare le condizioni per un grande movimento per la pace e contro la corsa agli armamenti.

 

Questo anche per spingere su politiche concrete. L’Europa si trova profondamente coinvolta nel pantano siriano ma continua a voltarsi dall’altra parte. Sarebbe invece ora che l’Unione si facesse portatrice di un piano multilaterale di pace, rompendo l’assurda contesa fra Russia e Stati Uniti che sta portando solo un risultato: la distruzione della Siria. E la Siria oggi è la nostra Guernica.

 

Certo, per farlo bisogna avere le carte in regola. E quindi lottare contro la guerra significa anche allestire un piano di accoglienza straordinario per quanti fuggono dai suoi effetti devastanti. Significa fermare la vendita di armi ai paesi del Golfo, che sappiamo benissimo vanno ad alimentare la guerra in Yemen. Significa sviluppare una politica estera indipendente e basata su una visione multilaterale. Ma anche qui, l’Europa politica sembra preferire dondolarsi in un non-luogo fra Putin e Trump, incapace di aprire un terzo spazio. Ma in quel non-luogo c’è solo sudditanza ai signori della guerra.

 

 

Lo spazio politico sembra occupato dalla dualità establishment\populismi. Ecco, sembrerebbe che siamo condizionati da una sorta di fisica tradizionale in cui lo spazio è connesso ad un numero minimo di dimensioni. Le ricerche scientifiche recenti ci dimostrano che le cose stanno diversamente. In politica invece è possibile un terzo spazio.

 

In realtà il rapporto fra partiti di establishment e partiti di estrema destra è totalmente simbiotico. Sono le politiche fallimentari delle elite di governo ad avere creato le condizioni per l’insorgenza dei populismi di destra. E allo stesso tempo è proprio il presentarsi come “argine” contro le derive nazionaliste o razziste che rappresenta l’ultima carta di legittimità per un sistema politico totalmente screditato.

 

Come se ne esce? Intanto iniziamo col dire come non se ne esce. Che cosa ci dice, infatti, il crollo del socialista Benoit Hamon alle presidenziali francesi? Che siamo arrivati ad un punto in cui non funziona più il giochino degli “outsider” dei partiti di establishment – che siano il PS di Hollande o il PD di Renzi – che fanno gli anti-establishment. Lo stesso, temo, vale per eventuali “scissioni”.

 

Abbiamo invece bisogno di uno spazio politico che sia in grado di intercettare gli “orfani” di questa frattura storica. Non è più un’ipotesi populista quella della bancarotta del sistema, ma un fatto oggettivo. Dobbiamo quindi ricostruire le condizioni di uno spazio politico che sia contemporaneamente contro un establishment in bancarotta e contro le peggiori derive nazionaliste e reazionarie. Che dica parole chiare: ridistribuzione della ricchezza, riduzione dei tempi di lavoro, protezione dei beni comuni, partecipazione, trasformazione ecologica, accoglienza invece di muri. E dobbiamo crederci veramente. Perché come il delirio distopico di Donald Trump testimonia, è ormai chiaro a tutti che è possibile cambiare. Ma non possiamo permettere che gli ultimi utopisti siano i mostri nazionalisti e reazionari.

 

In Italia assistiamo al “System failed” di una struttura politica basata sulla corruzione. Cosa ne pensi?

 

Che è un danno enorme. Tra l’altro, la pervasività della corruzione rappresenta anche la polizza di lunga vita del fondamentalismo di mercato. Perché se “intervento statale” rimane sinonimo di sperpero e clientelismo, sarà difficile convincere della necessità di un rinnovato ruolo del pubblico nel riformare un sistema economico che palesemente non funziona più. Si parla spesso della necessità di maggiori investimenti: ma se oltre il 50% delle opere pubbliche in Italia è attualmente sotto inchiesta per corruzione, non basteranno più soldi se questi finiranno sistematicamente nelle tasche dei soliti.

 

L’indecenza della casta ha d’altronde generato la polarizzazione attorno alla quale il Movimento 5 Stelle ha articolato la sua proposta politica. Il Palazzo e i cittadini. Ma dobbiamo avere il coraggio di alzare lo sguardo oltre auto blu e ministeri, e vedremo una straordinaria concentrazione di ricchezza e potere: la differenza salariale fra un amministratore delegato di una grande azienda e un suo lavoratore è passata da 20 a 1 nel 1965 a oltre 300 a 1 oggi. Un sistema fiscale che permette elusione, condoni e paradisi offshore amplia ancora di più questa grande divergenza.

 

E lungi dall’essere solo un problema economico e sociale, questo è un problema politico di primo piano. Chi accumula una posizione economica dominante acquisisce di fatto anche un potere decisionale che permette la “cattura” della democrazia nazionale da parte delle grandi oligarchie di potere: questa è la vera corruzione democratica dei nostri giorni. Il fenomeno arriva a dimensioni spettacolari negli Stati Uniti: solo nel 2016, i fratelli Koch, miliardari conservatori, hanno speso oltre 400 milioni di dollari per influenzare le elezioni americane. Altro che ‘sovranità nazionale’!

 

 Nel tuo libro sembreresti avanzare un’ipotesi di fuoriuscita da questa crisi. Puoi anticipare qualche cosa a chi poi leggerà il testo?

 

La parte principale del libro la dedichiamo a una narrazione del “come” fare a cambiare le cose. Raccontiamo come si è costruito il sistema che sembra ingabbiarci oggi, e come questo sia stato il risultato di scelte di una classe politica nazionale “catturata”, appunto, dai grandi interessi. Cerchiamo quindi di rimettere al centro la politica, contro ogni tentativo di fare apparire l’economia una sfera a sé. E parliamo della necessità di rinnovare i partiti politici e immaginare la costruzione di veri e propri partiti transnazionali. Detto ciò, presentiamo anche tantissime proposte concrete, un programma di alternativa, attuabile già domani, su cosa si potrebbe fare a livello municipale, nazionale ed europeo.

 

Parliamo quindi di investimenti, proponendo che il Quantitative easing della Bce venga diretto verso l’economia reale, attraverso la Banca europea degli investimenti, e non verso l’acquisto di bond statali o delle grandi corporation, operazione che finisce per favorire la roulette russa della speculazione. Parliamo di rilanciare l’esperienza dei beni comuni, mischiandola con l’esperienza tedesca della compartecipazione sindacale, in modo che nei consigli di amministrazione delle aziende si arrivino ad avere non solo rappresentanti degli azionisti, ma anche della cittadinanza e dei lavoratori. E questo sarebbe anche la migliore garanzia contro le delocalizzazioni selvagge: altro che protezionismo, la democrazia è più efficace! Parliamo di reddito: dando per scontato che il reddito di cittadinanza, così come già avviene in tutti i paesi europei tranne Italia e Ungheria, sia un diritto da garantire già… ieri. Ma andiamo oltre: proponendo un dividendo universale di base che sia in grado di ripartire equamente i profitti derivanti dall’automazione e dall’innovazione tecnologica. E parlando di profitti, poi, ci sono proposte molto concrete sui paradisi fiscali, di cui spieghiamo in maniera semplice il funzionamento (spoiler: sono gli stati nazionali a permetterne l’esistenza: altro che vittime!).

 

 

 Dobbiamo rassegnarci al fatto che il “modello Ungherese” diventi il modello di Europa?

 

La verità è che mentre molti si fasciano la testa sull’impossibilità di cambiare l’Europa, tanto il partito dell’austerità quanto gli autoritarismi xenofobi sono già lanciati in una gara a chi la trasformerà prima e più in profondità. Sembra il mondo descritto da Yeats, dove “i migliori non hanno convinzioni mentre i peggiori difendono le proprie con ardore”. Pensiamo sia arrivato il momento di tornare ad avere convinzioni forti. E di provare a farle vincere, senza tradirle.

1° Maggio a Bagnoli contro guerra e speculazione.

L’area #ExNato è stato un centro nevralgico. Da lì sono partiti molti ordini di guerra. Ed è lì che giungerà quest’anno il corteo del 1°Maggio. L’iniziativa ha una sua forza evocativa. In un momento in cui il pianeta è attraversato da spettrali pulsioni belliche, la festa dei lavoratori viene simbolicamente collegata ad un’iniziativa esplicitamente contro la guerra e contro la speculazione sui suoli che furono usati dalla Nato.

L’invasione di quell’area produrrà una assemblea pubblica per provare a riannodare i fili dell’organizzazione di un movimento su scala ampia che voglia lanciare la più grande sfida immaginabile in questa fase politica: sfidare le potenze della guerra.

Bagnoli è il luogo dove tutta una serie di interconnessioni emergono con evidenza: guerra, questione ambientale, deindustrializzazione, nuove povertà, tutto parte di un unico scenario.

Sui temi connessi alla fase politica globale abbiamo chiesto l’opinione di Luca Recano, del Lido Pola, per il quale:

“il Primo maggio a Bagnoli sarà innanzitutto una giornata di mobilitazione contro la guerra. Sentiamo una forte esigenza di rompere l’assordante muro di silenzio attorno agli scenari sempre più drammatici della guerra a livello internazionale. I più recenti attacchi americani in Siria e le schermaglie con la Corea del Nord sono la punta dell’iceberg di un insieme di conflitti militari sparsi sul globo e che provocano ogni giorno migliaia e migliaia di morti. E’necessario costruire mobilitazioni di massa contro la guerra e contro la chiusura delle frontiere. dall’assemblea conclusiva che si terrà e nella ex Nato, luogo simbolo delle guerre e dell’uso militare dei nostri territori, vorremmo partisse un appello per estendere la mobilitazione contro la guerra. le servitù militari e la chiusura delle frontiere”.

Sui temi connessi alla Ex area nato abbiamo chiesto chiarimenti ad Eduardo Sorge, attivista di Iskra:

Sulla ex-base militare della NATO a Bagnoli si è detto tanto, ma purtroppo tanta è stata la confusione, sopratutto quando si afferma che è tutto di proprietà privata. Per questo è necessario precisare alcune cose. La FBNAI è una ex Ipab, come riportato anche nel suo sito web, e per correttezza attualmente non è neanche più una fondazione. La FBNAI, passata da IPAB a carattere regionale (Istituto pubblico di assistenza e beneficenza) ad Azienda pubblica di servizi per l’assistenza all’infanzia ora è un’azienda pubblica di servizi alla persona.

Inoltre per essere ancora più precisi e chiarire da subito come starebbero le cose, nell’ art. 19 dello Statuto della FBNAI si precisa che è possibile “L’estinzione dell’AZIENDA se disposta con deliberazione della Giunta regionale, su conforme deliberazione del Consiglio di Amministrazione, nel caso in cui gli scopi statutari non siano più perseguibili così come previsto dall’art. 39 Regolamento della Regione Campania n. 2 del 22 febbraio 2013”

Negli anni ’30 del Novecento il Banco di Napoli, in occasione del cinquecentesimo anniversario della sua fondazione, decise di istituire l’Istituto per i Figli del Popolo – Fondazione Banco di Napoli, oggi Fondazione Banco di Napoli per l’Assistenza all’Infanzia (Ente Morale con legge n. 283 del 30 Gennaio 1939), concependo un moderno centro per l’accoglienza e la formazione dei bambini svantaggiati di Napoli, il Collegio della Gioventù Italiana del Littorio “Costanzo Ciano”, nella contrada San Laise a Bagnoli. Con la II Guerra Mondiale l’area fu occupata dalle truppe tedesche, poi da quelle alleate e, infine, vi si installò il quartier generale della Nato per l’Europa del Sud, trasferitosi nel 2013 presso una nuova struttura realizzata a Lago Patria. L’ex collegio Ciano è stato requisito (parole loro) dalle truppe USA per insediarvi il comando NATO.

L’area, che si estende su una superficie totale di circa 211.000 metri quadrati dei quali circa 56.000 coperti (circa 50 edifici), è vincolata al Piano Regolatore ed è in parte protetta dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici di Napoli. Quindi, delle politiche sociali in Campania.

La Fbnai tentò in passato di cercare degli investitori che affittassero il complesso di Bangoli, dato che proprio da questo derivava il 70% del bilancio della stessa Fondazione. Inoltre, da molti anni, la FBNAI è retta da un commissario di nomina regionale, prima la dott.ssa Genovese (che si era anche impegnata a ragionare attorno alla manifestazione d’interesse presentata dal Comune sotto spinta dei comitati e delle realtà sociali del territorio) poi con la nomina durante la giunta Caldoro del prof. Sergio Sciarelli, poi la nomina dopo l’insediamento di De Luca a Santa Lucia di un nuovo commissario, il dott. Marco Sorrentino ed infine ora l’avvocata Paola Parenzi.

Non c’è quindi un regolare CdA (Consiglio di Amministrazione). Proprio la Regione Campania manifestò più volte l’idea di trasferire i suoi uffici nel complesso di Bagnoli, ma si nono solo susseguiti studi, opzioni di edifici, commissioni di verifica, ecc. Quel che è vero è che la Regione Campania non ha ancora chiarito le sue idee sul futuro dell’area e fatto delle proposte concrete. La situazione d’incertezza sul futuro ha comportato l’assenza di nuovi bandi da parte della Fondazione per finanziare progetti del terzo settore e la riduzione dei bambini assistiti. Tale riduzione sarà ulteriore se nulla cambierà. Molti sono gli istituti che beneficiavano di contributi da parte della Fondazione, per realizzare attività semiresidenziali con migliaia di minori svantaggiati, ed ora sono in forte difficoltà. Infatti, il complesso GIL Costanzo Ciano è ancora vuoto, come vuote sono ormai le casse della Fbnai se non per l’inizio della spartizioni tra associazioni e privati, tra campi sportivi, piscine ad alcuni gestori, tra cui alcuni già sequestrati come lo spazio affidato alla società “Nana Club”.

Stiamo parlando di una superfice verde di 20265 mq, di impianti sportivi speciali all’aperto di 15670 mq, impianti speciali all’aperto (eliporto) di 6000 mq, strade di 50000 mq, piazzali vari 62677 mq, fabbricati ed uffici di 56048 mq: una superfice totale di 210660 mq e disponibile internamente per 104343 mq. Insomma un altro quartiere.

Il nostro punto di vista non è stato quello di mettere in discussione, pur con critiche, le attività dirette o indirette della Fondazione per l’Infanzia.
Chiediamo di mettere in discussione tutta la precedente e l’attuale gestione di un pezzo della città e di un quartiere intero.

Il nostro modello e la nostra linea di ragionamento dall’inizio fu quella di una ipotesi di Gestione Comunitaria, dove per esempio Fondazione affidava i beni al Comune, tramite convenzione o altro strumento amministrativo, garantendone il loro usufrutto da parte delle comunità di utenti (modello cooperativa di comunità o altro) o qualsiasi altro percorso che scongiurasse l’ennesimo processo di privatizzazione o anche affidamento ad associazioni varie (dividendo quell’area con assegnazioni a spezzatino).

Sul tema della “sostenibilità” e dei costi della Fondazione che risulta essere il nodo fondamentale, avevamo proposto inizialmente l’assunzione dei costi di gestione della Fondazione da parte della Regione; del resto noi abbiamo sempre contestato che questa Ipab stia ancora in piedi e non sia stata assorbita dall’amministrazione locale come tante altre. In fin dei conti, è lo stesso ragionamento che Caldoro faceva con gli uffici regionali: pago la fondazione con i fitti. Solo che al posto degli uffici ci sono le attività sociali a cui pensiamo noi. Per quanto riguarda quindi la stessa Fondazione, in prospettiva assorbimento, nel frattempo sostegno Regionale.

Di proposte ne sono state fatte tante (rispetto anche per esempio alle entrare possibili riguardanti il trasferimento dei fitti passivi che ieri Provincia ed oggi Città Metropolitana pagheranno per le scuole a privati, come il Rossini che fino a poco fa dava circa 600mila euro l’anno alla Deca immobiliare – proprietà Corsicato e De Santis) dove capire se e quanto effettivamente il trasferimento delle scuole, perlomeno quelle oggi in affitto, porterebbe soldi in cassa alla Fondazione che ha a disposizione spazi per edifici scolastici intorno ai 50.000 mq con utilizzo anche di strutture sportive. Così come l’individuazione di ipotetiche risorse, vedi la gestione dei Fondi Europei per la Riqualificazione Urbana; in questo modo ristrutturi i beni e rivalorizzi il patrimonio della Fondazione, senza dimenticarsi che la Variante prevede che nuovi usi (gli unici da cui la fondazione potrebbe trarre cifre consistenti) sono vincolati all’adozione di un PUA (Piano Urbanistico Attuativo) ed alla cessione al Comune di metà della cubatura per attrezzature pubbliche.

In qualsiasi caso, dopo anni di lotte e richieste, con questo 1°Maggio, all’interno della cornice politica più complessica che convoca la mobilitazione cittadina, chiediamo l’immediata apertura dell’Area Ex-Nato, iniziando dalla piazza e dagli spazi verdi, per allontanare ipotesi speculative sull’area ed individuare il percorso capace di restituire ad utilizzo sociale tutta l’area (sociale, abitativo, ricreativo, culturale, sportivo, scolastico con la riconversione delle strutture possibilitate in nuovi plessi per le scuole)

Iniziando dalla proposta di uno spazio e luogo della struttura ricordasse i profughi dei paesi che la Nato ha bombardato a cominciare dal Kossovo, l’Albania fino alla Libia, l’utilizzo dei campi sportivi in base alle possibilità economiche delle famiglie del territorio con partecipazione delle società di sport popolare, individuare forme attraverso le quali si possa realizzare l’affidamento e la gestione degli impianti sportivi, piscine, spazi verdi, guardiania, manutenzione a cooperative di disoccupati del territorio flegreo

Un paio di anni fa, con un lavoro di coordinamento e rete tra varie organizzazioni, comitati ed assisi del quartiere e della città, producemmo un testo, per il recupero sociale ed ambientale della collina di San Laise e dell’area ex-Nato, presentato alla Fondazione dal Comune di Napoli, che indicava una manifestazione d’interesse presentata dallo stesso Comune di Napoli. Riporto qui alcuni passaggi e punti salienti della Manifestazione d’Interesse che ancora è un punto di riferimento della nostra proposta e delle nostre rivendicazioni.

L’obiettivo ovviamente il riuso dell’ex collegio Costanzo Ciano per restituire alla città la sua originaria funzione sociale, recuperandone la fruibilità pubblica, reintegrandolo nel tessuto di relazioni della vita urbana, in coerenza con le previsioni urbanistiche della vigente Variante al PRG per l’Area Occidentale che disegna un insediamento multifunzionale a livello cittadino, riconnesso ai quartieri di Bagnoli e Fuorigrotta, anche attraverso la riqualificazione urbanistica di viale Giochi del Mediterraneo.

Nella manifestazione d’interesse venivano e vengono specificati gli obiettivi del nostro ragionamento.

Sperimentare forme di gestione urbana innovative, ispirate alla sostenibilità ambientale e alla partecipazione diretta dei cittadini

Insediare proprie funzioni pubbliche, nell’ambito di una soluzione integrata che comprenda attività rivolte primariamente ai giovani, incentrate sulla formazione, la ricerca, la cultura, lo sport, il tempo libero, la ricettività giovanile

Realizzare una gestione unitaria sia dell’ex collegio Costanzo Ciano che delle aree agricole di San Laise di proprietà della Fondazione, l’affidamento ai cittadini associati in forme cooperative, di concerto con le istituzioni scolastiche e universitarie, attuando un sistema di orti urbani collegati con attività di educazione e sperimentazione ambientale, iniziative culturali e per il tempo libero, per la ricettività giovanile

Accedere all’utilizzo dei fondi europei a gestione diretta dedicati alla sostenibilità ambientale, all’inclusione sociale, alla formazione nei cicli di programmazione 2007-2013 e 2014-2020, le cui priorità (riassunte nello slogan “per una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva”), dove di particolare rilevanza in tale discorso sono le opportunità offerte dai finanziamenti europei alla luce dell’impegno dell’Unione europea in tema sostenibilità e rigenerazione urbana e territoriale (il pacchetto per il clima e la Direttiva per l’efficienza energetica degli edifici, la Carta di Lipsia per il risanamento delle periferie, e l’insieme delle politiche integrate che sappiano coniugare ambiente, società, economia, cultura). Tra gli strumenti finanziari in materia di edilizia e città figurano i programmi di investimento europeo come JESSICA (Joint European Support for Sustainable Investment in City Areas), i fondi strutturali per il recupero di efficienza energetica e di coesione sociale, gli investimenti della BEI per le città che firmano il Patto dei Sindaci per il Clima o che si impegnano a sviluppare Smart grid.

Superare l’affidamento di singole strutture a soggetti autonomi, per interessare invece una comunità articolata di utenti nella gestione dell’intero complesso, anche attraverso forme giuridicamente innovative

Conformare un ambiente urbano sostenibile, ospitale e innovativo, potenzialmente autogovernato dalla comunità di utenti e residenti, con il sostegno delle istituzioni pubbliche, rappresentare una cittadella smart, un “campus” a carattere internazionale dove applicare le innovazioni in termini di smart building, integrazione di funzioni avanzate e vita sociale

Coniugare attività scientifiche e innovazioni creative unite al rilancio dell’intera area di Bagnoli, realizzazione di un “ecoquartiere” con complessi ristrutturati o di nuova edificazione al servizio degli abitanti, con l’obiettivo di portare nell’abitato un alto livello di qualità di vita, creando al contempo le condizioni per una riduzione dell’impatto ecologico delle attività

Migliorare il della qualità di vita nell’ambiente urbano tramite il risparmio energetico; impiego di energie rinnovabili; uso di materiali ecologici; riduzione dei consumi d’acqua e recupero dell’acqua piovana; promozione della mobilità dolce, muovendosi anche con il riferimento dei casi di Bedzed a Londra, Vauban a Friburgo, Kronsberg ad Hannover, De Bonne a Grenoble, rappresentano le esperienze di maggior successo in Europa, mentre in Italia si rileva il caso di Monterotondo a Roma o Villorba a Treviso. Di particolare interesse è il progetto “Ecoquartieri in Italia: un patto per la rigenerazione urbana”, promosso da Audis, GBC Italia e Legambiente, intende contribuire all’affermazione della rigenerazione urbana e ambientale come chiave strategica per lo sviluppo.

Insediare quindi attività sportive, culturali, scolastiche, formative e di ricerca, per la ricettività giovanile con l’interazione coordinata delle attività insediate, sia tramite specifici programmi istituzionali che attraverso l’attivazione di processi spontanei tra i fruitori, favorirà un modo di abitare e lavorare più aperto, promuovendo una cittadinanza consapevole e un ruolo di “incubatore sociale” prima che d’impresa.

Un’esperienza estera concreta nella direzione indicata, seppure parziale, è la fabbrica Dashanzi 798, vicino Pechino, un complesso industriale parzialmente dismesso, dal 1995 gradualmente occupato da atelier di artisti locali e poi espanso sino a diventare la più ampia zona adibita a spazi espositivi in Asia, con gallerie, bookshop, bar e ristoranti. La comunità artistica di Dashanzi 798 si è rapidamente affermata come la fucina creativa più interessante del paese, pur senza ricevere alcun supporto o riconoscimento dal governo cinese, che aveva deciso di destinare l’area a nuovo polo dell’industria elettronica. L’identità della comunità artistica di Dashanzi è però ormai fortemente legata al luogo, al carattere di aggregazione spontanea che è venuto assumendo; gli artisti locali faranno infatti di tutto per difendere questo fenomeno unico, reclamando il diritto a mantenere la gestione del complesso rivissuto grazie al loro entusiasmo e alla loro intraprendenza.

Un ruolo fondamentale in questo processo di interazione creativa è affidato all’utenza giovanile e particolarmente alla fascia di utenti e residenti compreso nell’età tra i 14 ed i 30 anni. La struttura a campus consentirà di ospitare anche giovani provenienti da altri paesi: uno studentato internazionale, con versatilità potenziale in ostello turistico giovanile, che favorisca lo scambio di esperienze, l’apertura sociale e la vivacità intellettuale.

Il complesso potrebbe dare ai giovani la possibilità di istruirsi secondo modalità diverse dalla routine che vede la scuola o l’Università incasellate tra la casa e lo svago, consentendo loro di andare a vivere da soli in alloggi speciali dotati di spazi collettivi attrezzati (attrezzature sportive, biblioteche multimediali, mense, laboratori per attività artigianali, aule informatiche, sale per riunioni, spazi per proiezioni, attività teatrali e musicali), hosting di rassegne di teatro, arte e cinema internazionali e per lo sport, dove sviluppare e svolgere sia attività lavorative che culturali, ricreative e d’impegno sociale.

Le scuole e gli enti di ricerca presenti potrebbero fornire un valido know-how per lo sviluppo di queste attività di autoformazione-autoimpresa; con il sostegno di centri di consulenza pubblica che aiutino a connettere le proposte elaborate all’interno delle strutture dell’insediamento con enti, competenze e programmi esterni (cittadini, nazionali, europei), si favorirebbe la nascita di nuove attività per la produzione di beni e servizi, così come di progetti e pratiche diffuse per la cura dell’ambiente, degli anziani e dei disabili, dei minori a rischio.

Forte appare pure, solo per quest’ultimo caso, la potenzialità di programmi da attivare con il carcere minorile di Nisida per attività di reinserimento sociale e lavorativo fondato su laboratori artigianali, per attività agricole, etc.).

Il solo ciclo di gestione dei rifiuti offre un vasto campo di applicazione per elaborare ed implementare programmi sperimentali, che vedano il rilancio della raccolta differenziata passare attraverso il coinvolgimento diretto dei cittadini in collaborazione con ASIA a tutte le fasi del riciclo di materia, nella direzione di un’“area a rifiuti zero”; come un sistema integrato per il compostaggio che consenta di trasformare parte del rifiuto umido prodotto nell’ex collegio Costanzo Ciano in fertilizzante naturale per la campagna di San Laise, i cui orti fornirebbero alle mense prodotti agricoli di qualità, come anche l’attivazione di laboratori artigianali per la riparazione, il recupero ed il riciclo di oggetti e materiali conferiti dai cittadini all’ASIA.

Questa prospettiva di minimizzazione dell’impatto ambientale si rifletterà anche negli interventi edilizi da attuare nell’ex Collegio Costanzo Ciano per insediarvi le funzioni previste, con l’installazione di pannelli fotovoltaici e l’adozione di tecniche di isolamento termico e teleriscaldamento, così come all’utilizzo all’interno del complesso di modalità di spostamento non inquinanti (mezzi elettrici, bici, ampie aree pedonali) e all’abbattimento di tutte le barriere architettoniche.

Per questo come Assemblea degli Abitanti della X Municipalità, come assemblea popolare abbiamo da tempo costruito iniziative e mobilitazioni per rimettere al centro i punti e le tracce della manifestazione d’interesse che unitariamente racchiudono l’idea che abbiamo di sviluppo di quell’area come base per un eventuale prosieguo di discussione e dialogo con la controparte, sulla base della critica alla gestione (o immobilismo) a spezzatino che ne sta facendo oggi la Fondazione ed il Commissario, non accettare ragionamenti parziali e divisori che provano ad accontentare singole istanze e richieste di singole scuole o interessi e da subito aprire quest’area alla città”.

 

 

 

Poverta’ in aumento, quasi 3 milioni in più in 7 anni

Interessante articolo di Raffaele Carotenuto

“Sconfiggere la povertà non è un atto di carità, è un atto di giustizia. Come la schiavitù e l’apartheid, la povertà non è naturale. È causata dall’uomo e può essere superata e sradicata solo dalle azioni degli esseri umani”. Nelson Mandela

 

Il Rapporto Caritas 2016, su povertà ed esclusione sociale in Italia ed in Europa, rilascia una fotografia sulle condizioni analizzate, raffrontando l’andamento storico e ciclico, e legge  principalmente chi chiede “domanda” ai centri Caritas attivi in Italia ed in Europa.
I dati nuovi ed inediti, per qualità e dimensione, che lasciano non solo una riflessione su dove va il mondo ma che pongono pesantissimi interrogativi (e ci si augura immediate soluzioni), riguardano almeno tre aspetti.
Il primo elemento riguarda i numeri delle persone che sono costretti a lasciare le proprie case per rifugiarsi altrove, per sopraggiunte insicurezze dei luoghi d’origine. Sono ben 65 milioni i soggetti interessati da tale fenomeno. Una quantità impressionante e completamente fuori controllo.
Il che qualifica una ponderata analisi. Il mondo è diventato più incerto, meno sicuro. Attualmente ci sono 33 conflitti in atto sul pianeta, 13 situazioni di crisi e 16 missioni ONU attive.
Le guerre sono essenzialmente mosse da fanatismo religioso, determinate da motivi economici (chiari ma spesso nascosti), ma anche e semplicemente da un crescente odio sociale, inaspriscono i rapporti tra Stati, ma anche tra comunità di donne e uomini.
La reazione mondiale, scoordinata, sproporzionata ed anche caotica, è quella di erigere muri, fili spinati, barriere metalliche, chiudere frontiere. Non si individuano le cause, ma si cerca di agire (maldestramente) sugli effetti. Tutto ciò riguarda principalmente l’Europa, cioè noi, quella che dovrebbe essere percepita come la nostra “casa comune”, e quel “cimitero liquido” chiamato Mediterraneo. Ungheria, Serbia, Grecia, Macedonia, Croazia, Slovenia, respingono. Mentre Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca si “barricano” completamente al cospetto del mondo.
Il secondo motivo di analisi riguarda più da vicino l’Italia. Il numero dei cosiddetti poveri assoluti è il più alto dal 2005, ovvero 4,5 milioni di persone (1 milione e 582 mila famiglie).
Il fenomeno nuovo, dentro questa magra cornice, attiene alla inversa proporzione tra età e povertà. Ovvero, gli anziani soffrono meno condizioni di disagio, mentre i giovani, e tra questi una percentuale considerevole di minori, sono più poveri. Una flessione della cosiddetta scala sociale.
Un paese più povero dove la mobilità tra classi sociali, fino a prima della crisi bloccata, si muove solo verso il basso. E’ considerato più povero il monoreddito, il precario, l’inoccupato. Cioè chi ha un paniere di beni a disposizione minore rispetto ad un decennio fa, chi guadagna di meno a parità di prestazione, chi rimane disoccupato per più tempo.
Facile chiosare che questo particolare aspetto è determinato da scelte politiche che scelgono la via della precarietà sociale ed economica dei soggetti meno garantiti. Scelgono, appunto, questa “non” via.
Il terzo ed ultimo motivo di approfondimento incide su un aspetto che negli ultimi anni è crescente quanto inedito. Oltre ad una povertà “autoctona”, ovvero nostrana, si aggiungono povertà altre, straniere, che riguardano extracomunitari, perseguitati, rifugiati. Gente che fugge da contesti bellici e post-bellici, ma anche chi viene lavorativamente sfruttato a causa di un abbassamento delle tutele legislative, che incidono direttamente sulla qualità e dignità del lavoro. Una società che è in grado di produrre guasti verso il “basso” e non “sopra”. Immaginando il “basso” e il “sopra” divisi da quella linea di confine tra agiati/privilegiati e poveri/incapienti.
Una considerazione ultima da esaminare è l’atteggiamento dell’UE.
L’Unione Europea starebbe erogando 3 miliardi di euro per progetti concreti di integrazione dei rifugiati in Turchia. Questo paese ha sottoscritto accordi che prevedono, tra gli altri punti, il rimpatrio di tutti i migranti che non hanno bisogno di protezione internazionale o quelli che hanno abbandonato la Turchia via mare per approdare in Grecia.
Ma il presidente Erdogan non è quello che ha appena “incassato” il via alla riforma costituzionale, attraverso il referendum, che accentra tutti i poteri dello Stato sulla sua figura, limitando la libera espressione politica e sociale, tacitando il dissenso interno?
L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), la più grande organizzazione regionale per la promozione della pace, del dialogo politico, della giustizia e della cooperazione in Europa, non è quell’organismo che ha contestato la validità del referendum appena svolto in quel paese?

Nel sessantesimo anniversario dalla nascita dei Trattati europei gli aiuti umanitari andrebbero fondati, principalmente, verso quegli Stati che rispettano i diritti umani, creando corridoi umanitari capaci di incidere realmente sui destini materiali di chi è più indietro, non favorendo, sia pure indirettamente, chi quella condizione oggettivamente la crea e ne è l’unico artefice.
Questa storia assomiglia un po’ a quello che è successo in Italia: nel centocinquantesimo anniversario dell’unità si è fatto finta di non vedere cosa è successo per davvero. Ad oggi, sul punto, non è mai stato ufficializzato nemmeno il numero effettivo dei morti che portano sulla coscienza i piemontesi. Questo silenzio di Stato fa ancora sì che la storia (nelle scuole dell’obbligo) la raccontano i vincitori e non i vinti.
Napoli, 18 aprile 2017 Raffaele Carotenuto

4 domande facili sulla ‘soluzione’ per i rom di Via del Riposo

 

Gli orrori  sono sempre avvolti dal silenzio che li rende possibili.

E’ stato così anche  per lo sgombero del campo rom di Via delle Brecce a Gianturco  e per il successivo trasferimento nella struttura d’accoglienza in Via del Riposo.

Quella di Via del riposo è la ‘soluzione’ trovata dal Comune di Napoli per assicurare alloggi alternativi agli oltre 1000 rom su cui, a fronte del decreto di sequestro preventivo dell’area emesso dalla Procura di Napoli, pendeva la minaccia di sgombero dall’insediamento informale di Via delle Brecce, nato più di 5 anni fa e  ingrossato nel tempo anche a seguito di fughe, per minacce o aggressioni, da altri insediamenti cittadini.

La mattina del 7 aprile lo sgombero è stato effettuato e le famiglie presenti – meno del 10%  del totale stimato solo qualche mese fa- sono state trasferite presso il  nuovo campo di Via del Riposo, appositamente predisposto dal Comune e realizzato con un co-finanziamento del Ministero dell’Interno.

Il campo di Via del Riposo, dalle immagini che è stato possibile vedere, si presenta invivibile per dimensioni, struttura e spazio vitale tra un container e l’altro, tanto che le modalità di accesso non sono ancora state chiarite ed è stato rifiutato l’ingresso sia ai fotografi sia ad una referente di Amnesty International che, venuta a Napoli a seguire la vicenda, ha denunciato “ violazioni dei diritti dell’uomo e condizioni di segregazione razziale”.

Inutile dire che nessuna consultazione, confronto, discussione partecipata è stata aperta dall’Amministrazione ‘dal basso’ del Comune di Napoli con le associazioni, gli abitanti e coloro cui era destinato l’intervento, anche perché, se così fosse stato non si sarebbe partorito un tale scempio.

Sull’intera vicenda, le modalità dello sgombero – effettuato in maniera silente dalla polizia nei mesi precedenti-  e i criteri della scelta e realizzazione degli alloggi di Via del Riposo pesano dunque silenzio ed oscurità.

Proviamo  fare chiarezza ponendo 4 domande facili relativamente a questa ‘soluzione’, domande a cui  non sono ancora giunte risposte ufficiali.

Nel campo rom di via Brecce c’erano oltre 1000 persone.  Il campo di via del Riposo ne ospita circa  170.               La dispersione di circa 800 persone sul territorio, prive delle minime condizioni di vivibilità : è una soluzione?

L’interruzione improvvisa e forzata dei legami di comunità, della piccole economia informale, del processo di scolarizzazione dei bambini che negli ultimi anni si era costruito nel Campo di via Brecce, senza la predisposizione di un accompagnamento verso il nuovo insediamento: è una soluzione?

Le condizioni assolutamente inadeguate di spazio e vivibilità del Campo di via del Riposo, 20 container, da 20 mq, a distanza di 1,5 metri tra loro : sono una soluzione?

Sgomberare in maniera silente un campo, attraverso ripetuti interventi di dissuasione e minaccia da parte della polizia, finalizzati a far allontanare ‘spontaneamente’ le famiglie senza dover effettuare uno sgombero troppo violento e dunque visibile, è una soluzione?

Se tutto questo per l’Amministrazione comunale e la Regione Campania rappresenta una soluzione, vuol dire che a dispetto dei proclami  di entrambi, quello dei rom a Napoli e in Campania continua ad essere un ‘problema’ soprattutto di ordine pubblico ed emergenza, rispetto al quale si trovano quindi solo ‘soluzioni’ repressive ed emergenziali.

Inutile spendere parole sull’ormai vana retorica dell’accoglienza dell’Amministrazione comunale, quando è invece pressante la necessità di avere risposta a queste domande e soprattutto di ridare dignità, valore ed accoglienza alle circa 800 persone disperse in questo momento alla ricerca di ripari di fortuna -come sta accadendo alla giovane coppia con bambino, di cui lei è al settimo mese di gravidanza, e che attualmente dorme in un’auto. Con le persone disperse sono in contatto alcuni operatori sociali che lavoravano in Via Brecce e che stanno tentando di rintracciare tutte le altre famiglie per stilare un elenco completo da sottoporre al Comune affinchè, sperano, si possa provare a trattare queste persone  da esseri umani invece che da problemi cui trovare soluzioni. Soluzioni che fanno orrore.

 

 

La solidarieta’ è un’arma

Pubblichiamo un’articolo di Franco di Mauro dell’associazione Napoliinsieme che ha fatto della solidarietà un’arma per migliorare il mondo

 

Dopo circa tre anni di vita dell’associazione di volontariato Napolinsieme, che si occupa di coloro che vivono in condizioni di estremo disagio sociale (senza tetto, immigrati, disoccupati, separati, alcolisti, tossicodipendenti, e di tutti quelli che vivono ai margini della nostra comunità) autofinanziandosi e caratterizzandosi per essere un’associazione totalmente aconfessionale ed apartitica, la domanda mi sorge spontanea: è coerente con i miei princìpi politici l’attività che svolgo, l’impegno che profondo, l’esistenza stessa di questa associazione e delle tante altre come questa che operano in questo come in altri settori (che i cultori dell’esterofilia chiamano welfare) ?
Razionalmente la risposta è no!
A garantire una condizione minima di vita dignitosa, di una dimora, del cibo, dell’igiene, delle cure mediche e di un minimo sostentamento dovrebbe provvedere, in uno Paese civile e democratico, lo Stato.
Ed invece noi, i mille, i diecimila, i centomila volontari di questo Paese avalliamo e consolidiamo, con la nostra disponibilità, le inadempienze e le inerzie dei governi che si sono succeduti dal dopo guerra in poi.
Telethon, Unicef, Medici senza frontiere, Emergency, Save the Children, solo per citare le più note ed importanti non dovrebbero esistere!
Meglio sarebbe, più coerente sarebbe, se tutti questi individui si mettessero insieme ed andassero a far sentire la loro voce, esperta, sotto i palazzi delle istituzioni. Un enorme plotone di “volontari” sotto un’unica bandiera con su scritto “giustizia sociale” che inondi le strade e le piazze e rovesci i Comuni, i Governi e li metta di fronte all’incoerenza di un Paese in cui sono troppo pochi quelli che hanno troppo, sono troppi quelli che hanno troppo poco.
Il racconto che desideravo fare avrebbe dovuto partire dall’esperienza di strada che sto facendo, alle migliaia e migliaia di pasti somministrati, alle quantità enormi di indumenti distribuiti. Alle mille facce di disperati, italiani e non, che incontriamo, al razzismo (sic!) che esiste anche tra di loro (la guerra tra poveri non è uno slogan). Le zone, i capi, il presidio del territorio: anche di questo campano e ci fanno i conti tutti i giorni. Noi ne siamo inerti testimoni. Animali notturni a caccia di un posto per dormire dopo aver fatto incetta di buste e buste di cibo distribuite da gruppi di associazioni e di volontari che si rincorrono e si accavallano. Le comunità cattoliche, le più potenti ed attrezzate ma anche le meno gradite, la fanno da padrona in questo settore. Hanno una sorta di esclusiva. Ma, specie da quando abbiamo cominciato in maniera costante la mensa solidale del martedì e del giovedì presso l’ex carcere Filangieri “Scugnizzo liberato”, i nostri amici di strada hanno imparato ad apprezzarci ed a “preferirci”. Il nostro agire laico, dopo tanto tempo, viene riconosciuto. Intanto la Chiesa non ascolta Francesco e tiene chiuse circa duecento chiese solo a Napoli, il Comune non riesce a destinare alcuni dei suoi circa 60000 immobili di proprietà al ricovero notturno ed apre le stazioni della Metropolitana di Piazza Vanvitelli e del Museo di notte contro l’emergenza “freddo”. Un’emergenza che esiste da milioni di anni….
Stare un po’ con questi cittadini senza diritti, comunque serve. Hanno rafforzato le mie convinzioni.
Non può essere il mercato ed il profitto a vincere. Non l’egoismo dell’umanità.
La solidarietà è un’ arma.

Franco Di Mauro
Napolinsieme