Non è una città per poveri. Storia di un rimpallo tra sanità e politiche sociali, a cui sono appese 40 vite al giorno.

Renato ha circa sessant’anni, beve e vive per strada, precisamente tra la stazione della Cumana di Montesanto e quella della funicolare. La gente del quartiere lo conosce e ogni tanto gli porta qualcosa, ad occuparsi di lui più da vicino è invece una coppia di Pianura che periodicamente se lo porta a casa per offrigli una doccia e un piatto caldo; lo conoscono bene anche le guardie giurate che lavorano all’Eav, che Renato chiama per nome. Stamattina sono stati loro a trovarlo per strada, seminudo e ferito, disteso a terra in mezzo alla piazza di Montesanto. Renato aveva un occhio tumefatto e faceva fatica a respirare, la testa fasciata e i punti sulla fronte a seguito di una caduta. Era stato curato, probabilmente durante la notte, presso l’ospedale Pellegrini che si trova a pochi metri, ma non essendoci ‘estremi per il ricovero’ era stato dimesso. Stamattina le guardie giurate lo hanno raccolto e fatto sedere per terra all’ingresso della cumana, hanno chiamato un’ambulanza, che è arrivata fornendo una coperta isolante ed un plaid, senza riportarlo in ospedale, da cui era uscito qualche ora prima. Verso le 8.30 Renato è ancora lì, con le guardie giurate e qualche passante intorno. Trema dal freddo e non riconosce le persone con cui ha a che fare abitualmente nella stazione. Ci attiviamo, viene chiamata una seconda ambulanza, mobilitiamo alcuni contatti tra operatori sociali e consiglieri municipali e comunali, in quanto sembra che ormai, finita la parte sanitaria, ‘il problema’ Renato sia ora delle politiche sociali del Comune e di un apposito servizio chiamato Camper, che segue i senzatetto in città. Dopo una serie di telefonate scopriamo che il servizio non è attivo, ed è in corso una gara per rifinanziarlo.
In pratica sul piano sociale non si riesce a trovare un intervento possibile, non esistono strutture di accoglienza, tanto meno dotate di personale medico specializzato, e le uniche attive, oltre al Cpa del Comune che ha un limite di 120 posti, sono cattoliche: la Caritas, con La Tenda e la Palma, e le Suore di Calcutta, tutte naturalmente traboccano di gente.
Renato allora ritorna ad essere un problema di competenza della sanità e arriva così la seconda ambulanza, lo carica, questa volta in direzione Loreto Mare. Renato, che soffre anche di epilessia, appena sale sull’ambulanza, forse per la paura, ha una crisi. Mentre si agita terrorizzato l’ambulanza parte.
Quando si allontana nella piazza davanti alla stazione torna la calma. Lo spettacolo di un uomo infreddolito mezzo nudo e tumefatto è stato rimosso.
L’ordine pubblico ristabilito.
La questione è rientrata nelle competenze della sanità e non è quindi più un problema sociale. Almeno per qualche ora. Il tempo di rifare analisi e risonanze, riaprire una cartella clinica a nome ignoto presso un’altra struttura ospedaliera – che in assenza di una rete e di una banca dati non sa che poche ore prima si era ripetuta quella stessa scena in un altro ospedale.
Finita la trafila e i necessari accertamenti Renato sarà risputato fuori anche dal Loreto Mare, uscirà quindi un’altra volta dalla sfera di competenza sanitaria per rientrare in quella sociale. Dove, come si è appreso, i servizi sono indisponibili.
E così si chiuderà il cerchio del rimpallo del problema tra l’assistenza sanitaria e l’assistenza sociale. Nel limbo, nel vuoto tra le due, c’è in ballo la vita di Renato. Appesa al filo della burocrazia.
Quello che né la sanità né i servizi sociali, o quel che resta di loro, ci rivelano è che ogni giorno, appese allo stesso filo a Napoli ci sono 40 vite. Ogni giorno 40 casi , 40 storie, 40 persone come Renato. Napoli, città di poveri, continua a non essere una città per poveri.

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