Il pasticciaccio dell’accordo Italia-Libia sull’immigrazione

Malta è un luogo simbolico, dove le istituzioni europee, africane e turche si sono già incrociate senza costruire una collaborazione che potesse salvare i profughi in fuga dal Medio Oriente e dall’Africa subsahariana. Un simbolo che è facile contrapporre a Lampedusa, isola dove invece sono i popoli a incontrarsi e ad accogliersi. Un’accoglienza che giunge dopo che gli immigrati affrontano le difficili e pericolose rotte che attraversano il Sahara. In questo articolo analizziamo l’accordo che l’Italia e la Libia hanno stipulato, a seguito del Malta Informal Summit 2017, con l’obiettivo di chiudere la rotta del Meditterraneo Occidentale.

 

Il Grande Maghreb, snodo dell’immigrazione e del traffico di esseri umani

I flussi migratori che conducono dai conflitti bellici, economici o ambientali del Medio Oriente e dell’Africa subsahariana verso l’Europa sono diventati la corsa all’oro del 21esimo secolo. Nel summit informale de La Valletta, svoltosi nei primi giorni di febbraio 2017, si è discusso delle misure da adottare per fermare il flusso migratorio che parte dai porti libici e tunisini verso l’Europa, passando per Lampedusa. Stando ai dati pubblicati da Frontex sul suo sito ufficiale e nel «Frontex Risk Analisys Network report Q2 2016», stiamo assistendo a un progressivo incremento dell’immigrazione clandestina attraverso la Central Mediterranean Route. In particolare si evidenzia come i porti libici e tunisini (tra i principali: Tunisi, Zuwarah, Tripoli e Bengasi) siano diventati dei veri e propri hub, verso i quali confluiscono tutte le rotte migratorie africane. La maggioranza dei clandestini proviene dai paesi dell’Africa subsahariana occidentale (Nigeria, Guinea, Costa d’Avorio), sebbene si denoti un incremento degli arrivi dalla rotta orientale – oggi percorsa dai migranti provenienti dagli stati del Corno d’Africa, dal Sudan e anche dall’Egitto. Secondo i dati di Frontex, sarebbero circa 51450 i clandestini che hanno tentato la traversata tra aprile e giugno 2016; tra questi si stimano circa 13288 tra morti e dispersi, stando alle stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

 

Le principali rotte dall’Africa all’Europa. Fonte: Wikispaces

 

L’accordo Italia-Libia e la lettera di Gabriele Del Grande

«L’UE ha dimostrato di essere capace di chiudere le vie dell’immigrazione clandestina, come nel caso della rotta del Mediterraneo orientale». Queste le parole con cui Donald Tusk ha espresso, al margine di un incontro con il premier del governo di unità nazionale della Libia, Fayez al Serraj, la possibilità di bloccare la rotta che collega il paese nordafricano con l’Italia. Un’affermazione che conferma come l’Unione Europea abbia pienamente adottato una politica di accordi e di esternalizzazione delle frontiere. Una decisione inefficace e disumana, provocata dal desiderio di cercare di salvaguardare il progetto europeo e risolvere uno dei principali motivi di scontro tra gli stati dell’Unione. La scelta di costruire, attraverso l’intesa tra Italia e Libia, un nuovo accordo sul modello di quello stipulato con la Turchia sembra ancor meno saggia: il governo di unità nazionale attuale controlla solo il nord e la capitale Tripoli, mentre il resto del paese è conteso tra varie fazioni. Tra queste la più importante è quella guidata dal generale Khalifa Haftar, che già si espresso contro questo patto con l’UE.

In questo contesto emergono chiaramente i dubbi su quest’accordo. Il primo è l’affidamento alle autorità libiche il compito di contrastare il traffico di esseri umani e l’immigrazione irregolare: l’UE e l’Italia sembrano del tutto indifferenti a ciò che accadrà agli immigrati che resteranno bloccati in Libia, nonostante questo sia considerato un paese non sicuro e si adottino metodi di detenzione di massa coatti. Non è chiaro come il governo di unità nazionale possa assicurare un controllo efficace al di là della sua limitata sfera di influenza regionale, né come possa tutelare il circa 39 per cento degli immigrati a cui è riconosciuta la protezione internazionale (dati Unhcr). Infine, l’accordo non modifica un problema fondamentale: le politiche di gestione dei flussi migratori dell’Unione Europea. Su questo punto, condividiamo il parere di Gabriele Del Grande (giornalista, regista di Io sto con la sposa e gestore del blog Fortress Europe):

«Il contrabbando, da che mondo è mondo, si sconfigge in un solo modo: legalizzando le merci proibite. In questo caso la merce proibita è il viaggio. Ed è giunta l’ora di legalizzarlo anche per l’Africa, così come avete fatto per l’Est Europa, i Balcani, l’America Latina, l’Asia. Riscrivete le regole dei visti Schengen. Allentate le maglie. Fatelo gradualmente. Partite con un pacchetto di cinquanta-centomila visti UE all’anno per l’Africa. E se funziona, estendete il programma. Iniziate dai paesi più interessati dalle traversate: Eritrea, Somalia, Etiopia, Nigeria, Ghana, Gambia, Mali, Niger, Senegal, Egitto e Tunisia. Visti di turismo e ricerca lavoro, validi sei mesi in tutta la UE, rinnovabili di altri sei mesi e convertibili in permesso di lavoro dopo un anno senza bisogno di nessuna sanatoria». Il testo integrale della lettera di Gabriele Del Grande è stato pubblicato su Lavoro Culturale.

La locandina di Io sto con la sposa.

 

Il comunicato dell’Asgi e la firma del 10 febbraio

Concludiamo quest’articolo condividendo con tutti i lettori e le lettrici di NapoLeaks un estratto del comunicato nel quale la Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) commenta gli esiti del Summit informale di Malta 2017.

«Al Summit informale della Valletta del 3 febbraio 2017 l’Unione Europea conferma la politica degli accordi per la chiusura delle frontiere. L’Italia asseconda le richieste UE e stipula un vergognoso accordo con la Libia. La nuova politica estera della Commissione e del Consiglio UE: fondi allo sviluppo strumentalmente utilizzati come merce di scambio per siglare accordi e partenariati con paesi terzi finalizzati a respingere migranti e rifugiati.

L’Asgi condanna fermamente la vergognosa politica degli accordi con i Paesi terzi portata avanti dall’Unione Europea e dal Governo italiano.

L’Unione Europea e il Governo italiano aggirano il dovere di accogliere le persone in fuga da persecuzioni e guerre con una politica estera in materia di immigrazione in gran parte basata su accordi e partenariati stipulati con governi dittatoriali, come il Sudan, la Libia, il Niger o totalmente incapaci di garantire l’incolumità dei propri cittadini, come l’Afghanistan. Con questi accordi l’Unione Europea e l’Italia violano di fatto il principio di non refoulement in quanto esigono che i Paesi terzi blocchino con l’uso della forza il passaggio di persone in chiaro bisogno di protezione internazionale. Ciò in cambio di competenze e attrezzature militari oltre che dei fondi per la cooperazione, ossia di quelle risorse economiche che dovrebbero, al contrario, essere destinate alla crescita e allo sviluppo dei Paesi terzi, ignobilmente degradate a merce di scambio.

Inoltre, il Governo italiano, in totale spregio del diritto di asilo consacrato nella Costituzione italiana e del dovere di rispettare i diritti umani previsti nel diritto internazionale e vincolanti per l’Italia, ha siglato il 2 Febbraio 2017 un Memorandum con il Governo libico con cui l’Italia si impegna a fornire strumentazione e sostegno militare, strategico e tecnologico, oltre a fondi solo teoricamente per lo sviluppo, ad un Governo sotto costante ricatto di milizie violente e armate, al fine di bloccare e controllare le partenze dei migranti in fuga. La Libia rimane un paese che non ha ratificato le più fondamentali convenzioni in materia di diritti d’ asilo e di rispetto dei diritti umani, e continua a sottoporre i profughi in fuga a trattamenti disumani e degradanti in centri di detenzione, come testimoniano innumerevoli rapporti e appelli delle più importanti organizzazioni internazionali, anche istituzionali. […]

ASGI evidenzia, altresì, che per superare le attuali politiche di gestione dei flussi migratori, arbitrariamente selettive e inique, è necessario rafforzare in modo consistente le operazioni di soccorso in mare, prevedere la possibilità di rilascio, nei Paesi di origine o di transito, di un visto di ingresso in relazione a conflitti armati o a gravi violazioni dei diritti fondamentali, che consenta l’accesso sicuro nel territorio europeo a chi è costretto a fuggire. È possibile costruire una nuova relazione tra spazio europeo e flussi migratori; per farlo bisogna ristabilire la centralità del diritto d’asilo come paradigma di un’Europa aperta e solidale, promuovendo altresì gli opportuni strumenti giuridici che consentano l’ingresso regolare per ricerca lavoro a chi migra per motivazioni economiche. […]»

Il testo integrale del comunicato, pubblicato il 3 febbraio 2017, è disponibile sul sito ufficiale di Asgi.

Concludiamo ricordando che il 10 febbraio dovrebbe essere stipulato un altro accordo sull’immigrazione, stavolta riguardante l’Italia e la Tunisia. Vedremo quali saranno i contenuti di un’intesa che, molto probabilmente, ricalcherà quella con la Libia e con la Turchia.

L’immagine di copertina dell’articolo è una cartolina del 1935 raffigurante la “nuova passeggiata lungomare Conte Volpi”. Fonte: Wikimedia Commons.

Musica elettronica a Napoli: intervista ai Silicon Dust


I Silicon Dust sono un duo partenopeo di musica elettronica formato da Naro e Spin.

Il nome del gruppo è una dichiarazione di intenti: il materiale sintetico per eccellenza, il silicone, incontra la terra, come in una fusione metaforica tra il naturale e l’artificiale, il passato ed il futuro, la band è alla continua ricerca di sonorità d’avanguardia sostenute però da ritmi ballabili, come negli antichi rituali tribali.

Abbiamo fatto alcune domande al duo riguardo la musica, i social network e i loro progetti futuri, ecco come ci hanno risposto:


Napoli ha una forte identità in senso artistico rispetto ad altre città italiane. Qual’è, secondo voi, il rapporto tra Napoli e la musica elettronica e che rapporto avete voi, in qualità di musicisti, con la città di Napoli?

Napoli offre un pubblico molto attento alla musica elettronica. C’è una cultura profonda, radicata in parecchie persone, che genera una critica collettiva di cui possiamo vantarci.

Un po’ carente forse è la consapevolezza e la convinzione che da qui possono partire tanti ottimi progetti, come se ci fosse una esterofilia che interferisce con il giudizio delle cose fatte in casa.

A proposito di ciò, siamo soliti raccontare quanto ci accadde al termine della nostra prima performance a Napoli: suonavamo al Rising (oggi Galleria 19), quando un gruppo di ragazzi si avvicinò per congratularsi, e questi in un primo momento si esprimevano in lingua inglese convinti della nostra provenienza estera.

Il nostro rapporto con Napoli è bellissimo e siamo sempre fieri di come veniamo accolti nella nostra città. Ci entusiasma la curiosità di chi ci segue e talvolta vengono colti particolari del nostro progetto o delle nostre performance che possono sfuggire anche a noi.

Da queste parti non ci si accontenta di cose semplici, se piaci a Napoli, significa che sei arrivato ad un ottimo livello.

Quanto e come si sono arricchite le vostre influenze musicali dal 2006, quando avete iniziato, ad adesso?

Ci conoscemmo l’anno dopo che vennero pubblicati Human After All dei Daft Punk, Push The Button dei Chemical Brothers ed aspettavamo i Prodigy che però si fecero sentire nel 2009 con Invaders Must Die. Eravamo attenti a progetti come i Massive Attack, Underworld, Orbital, Leftfield e Pendulum, che con il loro side-project Knife Party ci hanno regalato tante soddisfazioni, poi è arrivato Skrillex ecc.., ma la lista è lunga, forse troppo.

Venivamo tutti da una esperienza musicale simile, abbastanza trasversale che andava dalla musica classica alla techno, passando per il jazz, il rock, il reggae, il big beat e l’hip hop. Dopo le sessioni notturne in studio eravamo soliti metterci in macchina per andare a godere del panorama di San Martino e respirarne l’aria salubre, erano quelli momenti importantissimi di consolidamento del progetto e dell’amicizia.

In dieci anni cambiano tante cose. In questi ultima decade poi abbiamo assistito davvero a tantissimi cambiamenti. E’ cambiata la fruizione della musica, l’ascolto e quindi anche l’uso che ne fai. Oggi la musica è diventata molto più social di prima e risulta molto più facile raggiungere tanti artisti. Per tante nuove leve è diventato più semplice prodursi e promuoversi. Navighiamo in un mare di continue nuove produzioni che come onde ci smuovono di continuo. Anni fa, ad alimentare la curiosità e sfamare la voglia di conoscere era anche la complessa ricerca di quei dischi che volevi avere, oggi questo aspetto è quasi passato in secondo piano.


La vostra pagina facebook vanta oltre 20.000 like, che rapporto avete con i social network?

Iniziammo con il Live Space e Messenger (MSN) ad invadere il mondo, il nostro successo più grosso forse l’abbiamo raggiunto su MySpace, dove contavamo numero cinque volte più grandi di quelli dell’attuale Facebook. Il nostro rapporto con i social non è costante. Siamo consapevoli dell’importanza di tali strumenti, ma siamo altrettanto consapevoli di quanti numeri siano fasulli, perciò li utilizziamo tanto buon senso. Per quanto modesti, i numeri attuali rispecchiano la realtà e questo ci basta per il momento, anche perché abbiamo sempre dato molta più importanza ai numeri delle persone reali che poi ci raggiungono ai nostri live.

I vostri live sono caratterizzati oltre che dalla musica, dalla vostra presenza scenica. Quanto è importante nel 2017 per una band di talento, offrire una performance che vada oltre i suoni, comprendendo costumi, luci e scenografie particolari?
Durante la nostra prima performance eravamo vestiti quasi come la sera prima in studio, già dalla successiva arrivarono tutine ed occhiali. I motivi erano vari, primo tra tutti la consapevolezza di essere gli alieni. Non volevamo assolutamente essere i Daft Punk napoletani, nonostante in parecchi così ci soprannominavano così. Per noi è importantissimo andare oltre i suoni. Le luci ed i video che prendono vita in un live per noi hanno un valore molto simile alla musica, con la differenza che è quest’ultima a dettare le regola. Per noi è giusto offrire uno spettacolo completo al pubblico, più sensi vengono coinvolti, più è emozionante l’esperienza. Ne siamo stati sempre convinti, tanto che per un periodo immaginammo addirittura di inserire in scena dei grandi ventilatori per diffondere anche degli aromi. Chiaro è che tutto dipende anche dal genere musicale e dalla location, è giusto contestualizzare sempre tutto con buon senso.


Su YouTube il video di “Play with you” ha superato ampiamente le 60.000 visualizzazioni, che effetto vi fa sapere che così tante persone, da qualsiasi parte del mondo, possono ascoltarvi?

Certo è interessante leggere nomi strani di paesi che nemmeno conoscevamo, ma in realtà non crediamo che siano tante persone, soprattutto se si pensa a quanti abitano il web, piuttosto ci piacerebbe andare a suonare in tutto il mondo.


Qual’è il disco di musica elettronica che consigliereste a chi non apprezza il genere per pregiudizio, per fargli cambiare idea? E quale vostra canzone consigliate a chi vuole conoscervi?

Un disco che consigliamo potrebbe essere Abandon Ship dei Knife Party.

A chi ci vuole conoscerci consigliamo sempre Play With You, senza sottovalutare Close Encounters, diventata famosa anche perché parte della colonna sonora del fortunato film di Maccio Capatonda, Italiano Medio.


Cosa hanno in serbo i Silicon Dust per il futuro prossimo?

Non amiamo anticipare nulla, ma in pentola c’è qualcosa che cuoce a fiamma bassa. Oltretutto in questi ultimi tre anni abbiamo assecondato anche un’altra passione comune, quella di avvicinare le persone intrattenendole con la musica ed il buon bere, tanto da aver messo su due noti music bar di Napoli.

La lettera di Michele è la lettera di un’intera generazione.

La lettera di Michele è la lettera di un’intera generazione. Grafico trentenne suicidato dalla società. Dalle sue parole stanche emerge l’affannosa ricerca di un lavoro, i colloqui, la disillusione, la consapevolezza di una sconfitta mai personale, semmai collettiva, mi spingerei fino al punto di dire politica se questa parola non risuonasse come una sorta di maledizione.

Certo, perché la politica  intesa come la recita del  mantra della flessibilità, della riduzione delle spese e dei costi, degli esseri viventi ridotti a risorse umane è maledetta. Anche in questo caso ogni cosa ha il suo doppio. Maledette sono anche le pratiche di chi anestetizza il conflitto rendendolo rituale e quindi impotente.

Che valore daremo ad un tempo che non si apre al futuro perché presagito come disastroso? Quale il significato di un tempo che ricade su sé stesso incapace di un’esplosione creatrice poichè abbiamo smarrito la nostra più grande ricchezza: la consapevolezza che le relazioni e la cooperazione degli esseri umani possano veramente segnare dei colpi a nostro vantaggio. Tutte balle. Tutte balle direbbe Michele, ma per cortesia, sia risparmiato il cordoglio dei burocrati sindacali, di quelli di partito o delle istituzioni. Il lutto per Michele non vi appartiene.

Poche parole, preferiamo che sia letta la sua lettera. E’ più utile a capire di tanta robaccia intellettualoide che infesta la rete.

La Redazione di NapoLeaks

 

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.

Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

 

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

 

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.

Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.

Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto.

 

Napoli e la Democrazia Diretta: prospettive e rischi di un’occasione storica

Napoli, per la sua complessa ed eterogena natura sociale, risulterebbe a prima vista un terreno tutt’altro che favorevole alle sperimentazioni democratiche di tipo diretto, soprattutto in un periodo storico così poco favorevole dal punto di vista dell’equilibrio sociale, con il naturale effetto di enfatizzare le già presenti ragioni di conflitto tra i cittadini. Da una più attenta analisi, invece, Napoli si presenta come uno scenario tutt’altro che inadatto per sperimentare e poi cristallizzare nella sua struttura istituzionale nuove ed inedite forme decisionali e amministrative di natura diretta e micro-territoriale, proprio in funzione delle sempre minori disponibilità economiche degli enti amministrativi classici e della sempre maggiore necessità che ne deriva di pensare a nuove strutture politiche in grado di risolvere spontaneamente e nel pieno consenso popolare quella parte dei problemi che per loro natura si prestano a una forma semplificata, rapida e senza particolari necessità di bilancio. Oltre che al riutilizzo di spazi pubblici in stato di abbandono con finalità ricreative, aggregative e assistenziali. La nascita delle Assemblee Popolari di Quartiere, nell’ultimo anno rappresenta sicuramente un primo passo in questa complessa direzione di architettura politica, che, però, rappresenta ancora numerose criticità e punti non ancora esaminati a dovere per poter funzionare in modo efficiente.

 

Alexis de Tocqueville, insieme agli altri illuministi che collaborarono alla stesura del progetto politico democratico Americano a fine ‘700, scelse l’America piuttosto che un qualsiasi paese europeo per il primo esperimento costituzionale pienamente illuminista per un semplice e chiaro motivo. Per la mancanza di un impianto sociale e lobbistico già affermato, a differenza dell’Europa continentale dove la borghesia stava prendendo il posto della nobiltà di Antico Regime, l’America era di fatto un territorio politicamente vergine, dove non si sarebbero incontrare le resistenze delle caste professionali ed economiche. Diceva, infatti:

 

“La massima difficoltà di sottrarsi durevolmente ai governi assoluti sarà avvertita proprio da quelle donde l’aristocrazia è scomparsa e dove non può più esistere. Col venir meno, tra gli uomini, d’ogni legame di casta, di classe, di corporazione, di famiglia, essi ricevono un prepotente impulso a non preoccuparsi d’altro che dei loro interessi particolari, a non pensare che a se stessi, a rinchiudersi in un gretto individualismo dove ogni virtù pubblica è destinata a perire.”

 

Paradossalmente, una realtà come Napoli, in alcune sue aree, nonostante impianti politici, d’affare e criminali, spesso radicati e inter-connessi, si presenta proprio come un territorio perfettamente adatto alla sperimentazione di questi nuovi istituti. In particolare, penso all’ex Area Industriale di Bagnoli, attualmente oggetto di una complessa diatriba di ripartizione delle competenze tra Governo Centrale e Comune di Napoli a seguito del fallimento del progetto Bagnoli Futura su un terreno di ben 120 ettari. L’attuazione di un progetto rispettoso della volontà popolare, affermata proprio attraverso le Assemblee, l’individuazione di criticità e sistemi decisionali su questioni la cui natura potrebbe essere individuata in appositi strumenti regolamentari, sarebbero possibili oltre che necessari su un territorio che dovrà essere ricostruito e riprogettato, dopo la bonifica. In questo senso non andrebbe dimenticata la natura tecnica di alcune questioni, che per questo motivo non si presterebbero ad essere affrontate con delibere esclusivamente legate alla volontà popolare. Nonostante ciò, però, si potrebbe giungere a una forma compromissoria in cui il Comune, il Governo Centrale e le relative commissioni, presentano una serie di criteri da tenere in considerazione per le singole decisioni di natura complessa. Il popolo, inteso come comunità cittadina, senza esclusioni e discriminazioni potrebbe, proprio in contesti come questo, porsi, senza ostruzionismi, come soggetto istituzionale, con i relativi diritti e doveri, codificati in un apposito codice che ne tuteli la stabilità e ne garantisca il metodo democratico. E’ proprio in merito ai doveri che risulta necessario fare le maggiori precisazioni. Senza una presa in carico di questioni come: manutenzione, protezione civile e valorizzazione e cura del territorio dai parte dei cittadini che in questo nuovo quadro istituzionale si vedrebbero protagonisti della vita politica, si andrebbe incontro a una deriva pretestuosa dei vantaggi della democrazia diretta. Il cittadino diventerebbe soggetto politico per diritto acquisito, privo di legami di responsabilità, riproponendo in scala quegli schemi che hanno distrutto la politica classica. Gli spazi, potenzialmente fulcro di interessi particolari e luoghi contesi da qualsiasi soggetto si senta in diritto, senza un codice che ne sancisca i criteri, di utilizzarli a suo piacimento. Per potersi porre come alternativa, appunto ai sistemi pre-esistenti, la creazione progressiva di una coscienza civile matura è una caratteristica che deve interfacciarsi alla novità in modo sia deduttivo, traendone miglioramento ed induttivo, provocando nella “polis” una sempre maggiore coscienza civile. Come negli strumenti raccontati da Platone, ad esempio, e che sono stati protagonisti nella sua Atene, nella vita di ogni cittadino diviene obbligo dedicare una parte del proprio tempo alla vita pubblica, non solo alle Assemblee e al processo deliberativo, ma, soprattutto, risolutivo, con opere di volontariato di vario tipo. Come accade in alcune sperimentazioni simili già esistenti in Francia e a Barcellona, ad esempio. Nell’attuale situazione di sempre maggiore sottrazione di risorse e prerogative alle amministrazioni locali, è proprio questa seconda fase a rappresentare la chiave del funzionamento di questi progetti. Infatti, sarebbe assurdo pretendere che il semplice fatto di prendere le decisioni ad un livello “più basso” delle camere e dei palazzi, porti alla conseguenza diretta di far apparire le soluzioni, molto spesso complesse.

 

Importante è anche la questione degli “Spazi Liberati” cui ad oggi, nonostante un nuovo approccio dell’Istituzione, restano una questione tutt’altro che semplice e priva di criticità. L’attuale fase di “spontaneismo” sembra accettabile solo se considerata come preliminare ad una successiva dove gli spazi e il loro ruolo sociale siano tutelati da forme, anche inedite, di Diritto. E’ innegabile che essi, ormai, svolgano un ruolo sociale in una doppia direzione: quella di far riappropriare la comunità di spazi pubblici inutilizzati e quella di utilizzarli per scopi sociali. Ad oggi, infatti, più che concrete, le criticità che ne risultano sono di metodo. La mancanza di deroghe e di una formalizzazione della gestione degli spazi, tranne alcuni casi pilota come quello dell’Asilo Filangieri, portano a due tipi di problemi: la mancanza di tutela, a chi gestisce gli spazi, da azioni che, non essendovi regolamenti, potrebbero minacciarne le attività e il fatto che, senza deroghe e regolamenti non si danno garanzie, ai cittadini, che quegli spazi siano effettivamente utilizzati nel tempo a scopo sociale e non come mero polo politico, o, potenzialmente e paradossalmente privatistico. Con questo non faccio riferimento a questioni già in corso ma a quello che potrebbe accadere senza che si crei un chiaro ed intelligibile legame di responsabilità tra la cittadinanza e gli spazi come “istituzione”, in quanto dislocazione orizzontale del potere legislativo e per questo soggetto ai vincoli e ai contrappesi che caratterizzano il corretto funzionamento democratico, cosa di cui il mero spontaneismo risulterebbe privo.

 

Se, durante questo mandato, si riuscirà a rispondere alla necessità fondamentale di codificare queste nuove forme di democrazia partecipativa e i nuovi strumenti ad essa finalizzati, si avrà la possibilità di lasciare a Napoli un patrimonio politico che potrà sopravvivere a chi lo sta facendo nascere, privo degli errori di metodo congeniti in questa sua fase embrionale e ancora scoordinata. La codificazione potrebbe, ad esempio beneficiare degli strumenti tipici dei “Diritti in divenire” come quelli del Diritto Internazionale che attraverso la cristallizzazione delle consuetudini che si andranno a formare ne garantirà la stabilità e il legame di responsabilità con i cittadini. A quel punto, non sarà certo utopia proporre questo sistema ad altre realtà, prima territoriali, poi nazionali e, senza alcun dubbio, internazionali.

 

“135 chili di bignè, pane e merendine” il libro di Vincenza Luciano

L’avvocato Vincenza Luciano ha deciso di narrare in un romanzo in imminenza di pubblicazione una vicenda autobiografica.

Il tema di fondo è quello della bulimia.

In attesa di leggere “135 chili di bignè, pane e merendine”, incuriositi dal suo lavoro l’abbiamo intervistata:

allora  Vincenza, di cosa parla il suo romanzo?

Si tratta di una vicenda autobiografica, che si svolge in un paese della Bassa Irpinia, Avella, tra gli inizi degli anni settanta fino ad arrivare ai giorni d’oggi. La protagonista, Vincenza, all’età di cinque anni crede di vedere uno gnomo con il cappello a tre punte, che ha stampato sul volto un ghigno terrificante. Ne ha paura perché non capisce se tale visione è reale o immaginaria. Fa ingresso in tal modo nella sua vita quella che per lei diventa una vera e propria “complicazione”. Erano i tempi in cui la televisione trasmetteva la prima serie del cartone animato Ufo Robot. Erano i tempi in cui, le bambine di buona famiglia, frequentavano la scuola gestita dalle suore. Ufo Robot e le suore con il velo sui capelli erano esempi di “trasformazione” per Vincenza, che iniziò così a vivere anche su di lei la “trasformazione”. Si trattava di sensazioni che sentiva nella pancia, nello stomaco. Avvertiva dentro di sé l’esistenza di un mostro che poteva tenere a bada solo mangiando, mangiando e mangiando. Tutto questo la portò a diventare una donna affetta da un grave stato di obesità. Centrotrentacinque chili il prezzo da pagare per colpa della bulimia. Ad un certo punto la svolta. All’età di 30 anni, dopo un’esistenza di emarginazione, disagio e angoscia, l’inizio del percorso psicoterapeutico – intrapreso qualche anno prima – le consente di perdere sessanta chili e diventare finalmente una donna libera dalla paura ovvero da quello “gnomo” incontrato venticinque anni prima. Nel racconto, ironico ma anche intriso di sofferenza, vengono spiegati tutti i meccanismi tipici della bulimia senza vomito e soprattutto gli strumenti necessari per poter guarire. Una testimonianza di incoraggiamento e di speranza per tutti coloro che sono affetti da tale disturbo del comportamento alimentare.

L’obesità può essere causa di emarginazione?

Assolutamente sì. Si tende ad isolarsi proprio perché spesso derisi, non capiti, offesi, umiliati anche solo perché non puoi vestirti in un certo modo … perché se sei grasso oggi vieni considerato  brutto, perdente,  persona non di qualità. Purtroppo.
Di bulimia si parla poco. Secondo la sua esperienza quali sono le cause?
Avere paura di qualcosa di irreale che però tu senti e vivi come reale. Nel mio libro, in uscita la prossima settimana grazie all’Erudita marchio del Gruppo Giulio Perrone Editore di Roma, spiego bene in che cosa consiste questa paura. Nel mio caso, certa cinematografia horror e di fantascienza, ha rafforzato in me la paura per realtà mostruose, invece del tutto inesistenti.
Esiste un modo per contrastare la bulimia?
Iniziare un percorso di psicoterapia con un valido professionista che ti consenta di affrontare la paura di cui ho appena parlato, superarla, facendoti trovare la forza di guardare con obiettività la realtà.
Oggi lei è una donna felice?
Oggi io sono prima di tutto una donna libera dalla paura, una donna serena ma al contempo propositiva, piena di progetti ed entusiasta della vita. Forse vivere così significa veramente essere felici!

Nella “Terra dei fuochi” chi dice la verità sull’oncologia rischia il licenziamento

Questa è una vicenda vera che riguarda la nostra città de III millennio anche se sembra ambientata in altre epoche ed altri posti, lontani dalla civilissima Europa . Ma è vera ,non è un racconto. La Campania, la cosiddetta “terra dei fuochi” , assiste ad un incremento dei casi di tumore ormai fuori controllo : una malattia terribile che sta colpendo anche fasce d’età considerate eccezionali e si sta manifestando spesso con forme rare e rarissime che stanno diventando usuali .Una volta si usava l’espressione “male incurabile” ma oggi ,grazie ai progressi della scienza medica , è ormai assodato che gran parte dei tumori è curabile ,se preso in tempo e trattato in maniera adeguata. Dinanzi a questa situazione era attesa una reazione adeguata da parte della politica ,sia regionale che nazionale . Ci si attendeva cioè che i governi nazionali approntassero un piano straordinario di stanziamenti per far recuperare alla Sanità campana un antico gap che proprio sull’oncologia la separa dallo standard nazionale ed europeo , un’arretratezza che è dimostrata dalla migrazione sanitaria così copiosa da rappresentare oltre che un peso debitorio insopportabile ,anche una vera e propria onta per tutti i discepoli di Ippocrate della regione . Perché poi era lecito e doveroso questo piano? Era un atto dovuto per una brutta storia, quella delle ecomafie, che aveva trasformato la Campania nella pattumiera d’Italia ,anzi la cloaca massima di un flusso di rifiuti industriali provenienti per lo più dal Nord. Una reazione ancora più pronta e responsabile la si attendeva da coloro che sono stati chiamati a governare la regione negli ultimi 15/20 anni . Dopo a riforma del titolo V della Costituzione le regioni hanno ottenuto un’autonomia tale da essere rette da governi regionali e governatori . Tale autonomia dovrebbe riflettersi nella loro principale competenza : la sanità ,il settore ove definire una programmazione ,la gestione delle strutture e del 60% dei fondi. Invece che accade? Succede che la Campania cala progressivamente nelle classifiche ufficiali che riguardano sia la salute della popolazione che la qualità dei servizi .In particolare un indice è molto preoccupante : si chiama Mortalità evitabile ,è redatto dall’Università Tor Vergata di Roma ed indica i giorni di vita persi da una popolazione a causa del cattivo funzionamento dell’assistenza sanitaria . Vale a dire che ,per ogni patologia , posto uno standard di sanità accettabile, è attesa una sopravvivenza percentuale ,al di sotto della quale i giorni di vita persi sono da riferirsi al mal funzionamento, ai ritardi o alle arretratezze del sistema locale . In alcuni casi entrano in gioco anche altri elementi ,come la presenza di interessi privati illeciti che il gioco lo falsano , perché gestiti da nomi eccellenti che barano . Ebbene la nostra regione nel 2006 era appena al di sotto della media nazionale , poi è continuata a scendere sinché con la giunta Caldoro è iniziata a precipitare ( ultimo e penultimo posto) e la caduta è continuata pure nel 2016 ( ultimo posto per ambo i sessi ,superando la Sardegna) . il governo nazionale impone un durissimo piano di rientro ed un sistema di ripartizione dei fondi che penalizza le regioni del Sud ( clausola Carderoli dell’ultimo Berlusconi mai modificata dai governi successivi) ed in particolare la Campania . I governi regionali si scopre che autonomia non ne hanno per niente se è vero che puntualmente la Campania è commissariata proprio sulla Sanità( e non solo) . Il commissariamento significa che il governo centrale assegna un mandato speciale ad un “uomo di fiducia””, con poteri speciali per raddrizzare i conti e rendere più efficiente la macchina sanitaria. Tralasciamo i conti ,cioè il debito pregresso, che dicono vicino ad essere ripianato ,con un susseguirsi di misure draconiane, i problema è l’efficienza e l’efficacia della nostra assistenza sanitaria regionale . E vediamo solo la questione oncologica .Alcuni gravi elementi già sono sotto gli occhi di tutti: gli ammalati di tumore nella nostra regione , in costante ascesa, hanno minore sopravvivenza dopo la diagnosi e la Rete regionale oncologica è inesistente . Sono gli stessi ammalati che ricevono spesso una diagnosi tardiva, dopo una prevenzione inesistente, una terapia non tempestiva e talora inadeguata . Questi sono i motivi della minore sopravvivenza rispetto agli standard nazionali. La politica governativa ,in ogni tornata elettorale, promette di mettere riparo a questo scempio ed il mondo sanitario si rammarica per i picchi eccessivi di tumori infantili ma la situazione rimane immutata e gli ammalati crescono ,come i viaggi della speranza che approdano al Nord .
Su questo esercito di disperati però ci sono personaggi che hanno costruito fortune approfittando delle loro posizioni in posti chiave in settori come la chirurgia, l’ oncologia o la radioterapia, nel pubblico e nel privato o nel pubblico privatizzato. Cos’è il pubblico privatizzato? E’ la possibilità di esercizio dell’attività privata negli ospedali pubblici, si chiama intramoenia, per la quale un paziente per un rapporto di fiducia sceglie un medico ospedaliero come curante . Ma è sicuro che sia sempre una libera scelta e che si tratti di un rapporto di fiducia? Noi abbiamo notizie di una zona grigia nella quale gli ospedali contengono sistemi costrittivi che riducono l’offerta , con ostacoli e rallentamenti , a fronte di una grande domanda .In tale maniera la domanda esonda dal pubblico per affluire al privato, fuori e dentro l’ospedale pubblico. E’un ricatto ben ordito non una libera scelta! Il 30 /1/2017 è prevista un’ assemblea di Cittadinanza attiva all’Istituto per tumori di Napoli , l’IRCCS Pascale e si sa che ad organizzarla c’è gente che non ha peli sulla lingua .
Capita così che qualche giorno prima dell’inaugurazione e subito dopo l’assemblea di Santa Maria la Nova nella quale i movimenti hanno denunciato le gravi carenze della Sanità regionale e dell’assistenza oncologica nella “terra dei fuochi”, ai dipendenti del Pascale giunge una circolare della Direzione Sanitaria che ricorda essere ancora in atto la normativa di tutela della facciata prestigiosa dell’Istituto .Secondo questa norma i dipendenti che rilasciassero pubblicamente dichiarazioni lesive del prestigio e dell’affidabilità dell’azienda sono passibili di provvedimenti disciplinari ,dalla sospensione sino al licenziamento. Ma è possibile? Purtroppo è una norma contrattuale realmente esistente ma che però nessuno si è mai realmente sognato di applicare ,almeno in Sanità .Come se ciò non bastasse ,a qualche attivista più conosciuta sono giunte pure telefonate di “avvertimento” sui rischi connessi a notizie clamorose che potessero uscire nella giornata dell’assemblea . E’ chiaro che c’è un nervosismo eccessivo nell’Istituto Pascale ! La preoccupazione è quella relativa alle denunce che potrebbero scaturire dall’utenza, dagli ammalati e dagli attivisti del movimento di lotta per la Salute che sta prendendo sempre più forza in Campania, da Napoli alle isole sino al Cilento. Le manovre intimidatorie hanno come risultato che la mattina del 30 viene fatto un presidio sotto l’Istituto : è la solidarietà della rete per il diritto alla Salute ai lavoratori del Pascale. Nell’occasione gli attivisti incontrano molti pazienti e parenti . Questi ultimi sono quelli che ci raccontano chi con rabbia chi con una certa rassegnazione che le liste d’attesa sono lunghe ma per quelli che pagano il problema pare che non ci sia:“E’ na werra e in guerra c’è chi muore e chi se fa è sold!”.L’assemblea indetta da Cittadinanza attiva si svolge ,nell’atrio della piccola sede perché lo spazio è poco .

Pochi i dipendenti che partecipano in confronto ai rappresentanti dei comitati che erano giunti da altri ospedali e territori , pochi e intimiditi ,se è vero che non vogliono essere ripresi né citati per nome . Tuttavia una cosa la dicono : le sedute operatorie ordinarie sono tutte di mattina e finiscono entro le 14 . Il pomeriggio invece è dedicato agli interventi privati ( intramoenia) che iniziano alle 14 e possono pure sforare dopo le 20. La domanda è : come mai in una condizione di tanto bisogno l’ospedale oncologico per eccellenza della regione funziona solo la mattina per i pazienti normali ,come fosse un ufficio periferico , e poi è aperto all’attività privata per un tempo uguale se non superiore? La stessa domanda l’ha fatta Mena Lombardi ,una donna coraggiosa ,infermiera del Pascale, che in un servizio della terza rete sull’ospedale , ha descritto il meccanismo senza usare mezzi termini. Nello stesso servizio il direttore di anestesia e rianimazione ha snocciolato i numeri degli interventi effettuati al Pascale , vantando l’eccellenza e la competenza dei sanitari e, senza entrar nel merito della questione, ha concluso dicendo che la situazione sarebbe ancora migliorata in futuro. Vale a dire che non ci sono anomalie .Ma se tutto è lecito , perché le Direzioni emettono certe circolari così puntuali rispetto a una manifestazione ,perché arrivano telefonate di avvertimento e perché si è instaurato questo clima di paura ,tale per cui i lavoratori non vogliono essere ripresi, non danno i nominativi e ti dicono quello che pensano nei corridoi ,per non essere uditi? Ma la democrazia esiste ancora nei posti di lavoro? E la Salute è solo un valore mercantile?

Paolo Fierro ,vice presidente di Medicina Democratica, aderente alla Rete per il diritto alla Salute Campania

Confusione e incertezza sul futuro dell’ANM e dei suoi lavoratori

Nel piano di riequilibrio pluriennale del Comune di Napoli, e nel conseguente piano, presentato nelle scorse settimane, di razionalizzazione delle società partecipate dell’Amministrazione napoletana, è stata formalizzata la vendita del 40% del pacchetto azionario dell’azienda di trasporto pubblico ANM.

A seguire Il Comune di Napoli ed i vertici dell’azienda hanno annunciato un piano di risanamento aziendale.

Un doppio binario dunque, della  vendita azionaria e del risanamento,che apre interrogativi decisivi  sui reali destini dell’azienda di trasporto pubblico e dei lavoratori.

Nella “bozza di linee guida per il triennio 2017 – 2019”, presentata nei giorni scorsi dall’ANM , si profila, a fronte delle difficoltà di chiusura di bilancio per il biennio 2015/2016 (che hanno visto un passivo rispettivamente pari a -42 milioni e -26 milioni),  uno scenario  preoccupante tanto sul piano finanziario quanto su quello dell’assetto interno, le cui conseguenze, inutile dirlo, graveranno, stando a quanto si evince dalla bozza,  principalmente sui lavoratori e sugli utenti finali.

Sui cittadini  e passeggeri si abbatterebbero infatti aumenti dei costi dei biglietti che porterebbero le tariffe ad 1,10 euro nel 2017, ad 1,20 euro nel 2018, ed infine ad 1,30 euro.

Relativamente al personale la situazione si preannuncia durissima, con una massiccia quantità di prepe nsionamenti, ad oggi ne sono previsti 245 sul totale dei dipendenti, di cui 218 autisti  e con una serie di “accompagnamenti” alla pensione tramite esodo incentivante, stimati nel numero di 140. A ciò  si accompagnerebbe anche un’operazione di conversione dei dipendenti, 85 , da  “improduttivi” a produttivi (impegnati nella verifica dei titoli di viaggio) e il trasferimento di 170 dipendenti ad un altro operatore, CTP,  al fine di favorire nuove assunzioni, attualmente previste nel settore del trasporto su gomma, con condizioni nettamente inferiori sia sul piano salariale che su quello delle garanzie contrattuali.

A fronte di questa situazione, e della mancanza di chiarezza da parte dei vertici dell’azienda di trasposto pubblico e dell’Amministrazione comunale, che aveva assicurato assenza di ricadute sui lavoratori, è prevista una manifestazione di protesta per il giorno 6 febbraio, presso la sede  dell’Anm in via G.B. Marino.

Un’occasione per chiedere chiarezza e tentare di garantire, insieme ai posti di lavoro, questo stralcio di trasporto pubblico cittadino, nel dissesto generale che caratterizza il servizio a Napoli e in  Campania.

 

 

 

Magnammece o’ pesone occupa il Comune di Napoli: soluzioni immediate per l’emergenza abitativa!

Questa mattina abbiamo appreso che gli attivisti per il diritto all’abitare di “Magnammece o’ pesone” hanno occupato il Comune di Napoli. Le notizie che abbiamo ricavato dalle  timelines erano poche e frammentarie.

Finalmente verso le 11,00 siamo riusciti da aprire una chat con Michela Antonucci, attivista della rete Magnammece o’ pesone che ci ha chiarito i fatti:

Allora Michela, perché Magnammece o’ pesone ha occupato il Comune di Napoli?

questa mattina come movimento per il diritto all’abitare ‘magnammece o’ pesone” abbiamo occupato gli uffici comunali di via Verdi come forma di protesta riguardo le continue attese,assenza di risposte certe, riguardo la situazione di un nucleo di persone (tra anziani,famiglie,precari e bambini) in emergenza abitativa che da ormai due anni attende di entrare nella struttura sita in via Settembrini a loro assegnata in seguito alla delibera sull’albergaggio sociale promossa dal Comune di Napoli.
Delibera che prevede l’accoglienza di persone che vertono in gravi difficoltà economiche,alle quali é concesso di abitare per tre anni gli spazi rintracciati attraverso bandi promossi dal comune stesso (rinnovabili per altri tre) e sopperire “momentaneamente” alle problematiche conseguenti al bisogno abitativi. Tale delibera é l’ incontro di quattro anni di interlocuzione con il movimento sull’abitare e l’amministrazione,risultato strappato grazie al duro lavoro di rivendicazione che si porta avanti nella nostra città grazie ai movimenti. Ciò non ci rende esenti da difficoltà e lo dimostra il fatto che nonostante l’approvazione,questo gruppo di più di 30 persone ancora attende di entrare nello stabile bloccato dagli enormi cavilli burocratici che rallentano tali processi e che non vedono una posizione chiara e definitiva da parte dell’amministrazione e del sindaco Luigi De Magistris.
Siamo stanchi di aspettare. Siamo stanchi di dover sottolineare ciò che al contrario dovrebbe essere un tema  al primo posto nell’agenda politica del sindaco: SOLUZIONI IMMEDIATE PER L’EMERGENZA ABITATIVA!!

Quale e’la situazione abitativa a Napoli?

Napoli é una tra le città che più di tutte soffre per via del problema abitativo. Contiamo migliaia tra senza tetto,sfollati,sfrattati che giorno dopo giorno aumentano mostrando in pieno le difficoltà a trovare delle soluzioni che incontrino i bisogni delle persone e che non siano pure soluzioni emergenziali ogni volta che si presenta il problema. I nostri sportelli casa,distribuiti sul territorio,ogni giorno intercettano soggetti in gravi difficoltà, tra cui una grossa fetta migrante,tutti accomunati dall’assenza di un reddito,di un lavoro che gli permetta di sopperire ai bisogni primari e che a lungo andare sfociano nell’impossibilità di pagare un affitto con la conseguente difficoltà di ritrovarsi per strada!per non parlare delle migliaia di persone nelle infinite liste riguardanti il mondo delle case popolari,da anni in attesa di essere giustamente chiamati. Liste infinite,bandi per la morosità incolpevole deserti poiché poco pubblicizzati o perché intrisi di livelli di accessibilità escludenti nei confronti delle fasce piu deboli. Per non parlare delle risorse che continuano a scarseggiare…

Da quanto tempo portate avanti la vostra campagna?

Da quattro anni proviamo a dare voce a tutto ciò. Il nostro movimento nasce da un lato con la volontà di trovare soluzioni immediate attraverso la pratica dell’occupazione che ad oggi ne conta sei sparse per la città (sia ben chiaro: L’occupazione é uno strumento difficile che nessuno vorrebbe Dover utilizzare ma se le soluzioni stentano ad arrivare rimane l’unico in grado di sopperire a tali mancanze)dall’altro prova a canalizzare tutto ciò in rivendicazioni politiche che non interessano solo chi sceglie di occupare,ma che al contrario riguardano tutta la città. Attacco alla dismissione del patrimonio pubblico,attenzione sul tema delle risorse per l emergenza abitativa,morosità incolpevole,blocco immediato degli sfratti sono tutti temi per noi centrali. Negli anni siamo riusciti a raggiungere risultati attraverso la delibera sull’albergaggio sociale o attraverso la delibera per le residenze a chi non ne possiede una cosi da garantire l’accessibilità ai servizi di base. Nonostante ciò la strada é ancora lunga e difficile ma grazie alle diverse reti che proviamo a costruire,crediamo che si possa arrivare ad altri risultati. Un esempio é la rete Anti sfratto che da un po di tempo é nata grazie al contributo in primis di chi vive tali difficoltà,presidiando gli sfratti che ci vengono segnalati e provando a bloccarli per non lasciare persone per strada. Una rete che si attiva grazie alla solidarietà dei molti che sensibili al tema provano a dar voce a chi voce non ne ha chiedendo il BLOCCO IMMEDIATO DEGLI SFRATTI!

Chiunque volesse mettersi in contatto con gli attivisti di Magnammece o Pesone può farlo scrivendoci. La redazione di NapoLeaks  sarà ben lieta di funzionare da link.