Un punto su lotta, repressione e macchina del fango: intervista a Peppe D’Alesio del SI Cobas.

In Italia, se da un lato assistiamo ad una strategia di attacco ai diritti dei lavoratori che quasi sempre è affiancata da una spinta repressiva,  dall’altro notiamo interessanti esperienze di lotta che andrebbero comprese e sostenute.

Abbiamo avuto un lungo scambio di idee con Peppe D’Alesio, Coordinatore Provinciale del SI Cobas Napoli.

Allora Peppe, tu sei un sindacalista del SICOBAS. Ci racconti le principali vertenze su cui siete impegnati, con particolar riferimento al settore della logistica?

Il SI Cobas nasce nel 2009 come sindacato intercategoriale, siamo presenti in svariati ambiti lavorativi ma è senza ombra di dubbio nella logistica che ci siamo affermati con maggior forza grazie a uno straordinario ciclo di lotte inaugurato nel 2009 alla Bennet di Origgio (Milano) e tutt’ora in corso. Si tratta di un movimento che coinvolge migliaia e migliaia di lavoratori prevalentemente nei magazzini del centro-nord: ciò a causa sia della forte concentrazione di queste attività nelle centrali di smistamento delle merci (hub) nell’area tra la Lombardia e l’Emilia Romagna (ma anche Roma e la costiera adriatica), sia soprattutto per il fatto che in queste aree il 90% della manodopera è immigrata.
Quest’ultimo è un dato su cui bisognerebbe riflettere: gli immigrati (soprattutto le componenti di origine africana, asiatica e maghrebina) sono molto più propensi a mobilitarsi e lottare per la difesa dei propri diritti, probabilmente perchè rispetto ai lavoratori italiani sono meno permeati da quel sentimento di impotenza e di sconfitta che per decenni è stato veicolato dai sindacati confederali e dalla sinistra istituzionale.
Di vertenze significative potrei citarne a centinaia, ma per sintetizzare in poche frasi il panorama delle lotte nella logistica credo sia opportuno citare la lunga vertenza nazionale con i 4 principali corrieri espressi presenti sul mercato italiano, TNT, BRT, SDA e GLS, riuniti nell’associazione datoriale FEDIT (una sorta di Confindustria della logistica).
In queste aziende, cosi come in tantissime altre, la lotta è iniziata su una base rivendicativa semplicissima: il rispetto del contratto collettivo nazionale di lavoro (trasporto merci e logistica) firmato da Cgil Cisl Uil e non da noi, ma sistematicamente disapplicato all’interno dei magazzini con la complicità proprio dei confederali.
Vi è da dire che il 99% delle aziende di questo settore hanno finora utilizzato lo strumento delle cooperative in appalto e subappalto (non di rado legate a loro volta ad affaristi senza scrupoli e/o ad ambienti della criminalità organizzata) per aggirare le norme a tutela dei lavoratori e introdurre un regime di lavoro schiavistico: turni di lavoro fino a 12-14 ore giornaliere, mancata tutela degli infortuni e della malattia, mancato pagamento degli istituti contrattuali (ferie, festività, permessi, tredicesima, quattordicesima, ecc) e su tutto paghe da fame: 800- 900 euro netti al mese con orari che arrivavano fino alle 250 ore mensili e oltre. Quando nel 2011 abbiamo iniziato a radicarci in questi magazzini ci trovavamo di fronte questo quadro agghiacciante. Oggi, a distanza di 6 anni e a seguito di centinaia di scioperi di magazzino e circa una decina di scioperi nazionali di categoria, negli impianti dov’è presente il SI Cobas ai lavoratori di TNT, BRT, SDA e GLS viene garantita non solo la piena applicazione del contrtto nazionale, il rispetto delle paghe orarie, la corresponsione di tutti gli istituti contrattuali al 100% e il pagamento del buono pasto a 5,29 euro al giorno, ma in molti casi sono stati siglati accordi di secondo livello che migliorano in maniera significativa il trattamento previsto dal CCNL. Dal 2015 in queste quattro filiere abbiamo firmato ben 3 accordi nazionali in cui, tra l’altro, è previsto il passaggio automatico al livello successivo in base all’anzianità di magazzino (cosa che non esisge in nessun Ccnl), la stipula di una copertura assicurativa che paga dai 500 ai 700 euro al mese a quei lavoratori vittime di infortunio o patologia professionale, e soprattutto la cosiddetta “clausola sociale”, ovvero nei casi di cambio appalto l’obbligo da parte della cooperativa subentrante di assumere tutti i lavoratori già presenti sull’impianto: una conquista strategica perchè ci permette di neutralizzare lo strumento più subdolo e allo stesso tempo più facile per licenziare i lavoratori scomodi, che è appunto lo strumento del cambio appalto.
In estrema sintesi, nei magazzini in cui come SI Cobas abbiamo un peso e dove sono in vigore i suddetti accordi oggi un facchino non è più costretto a rompersi la schiena per portare a casa un salario da fame: le buste paga nette per un operaio assunto a full-time oscillano da un minimo di 1400 a un massimo di 2000 e passa euro netti al mese.
In più, negli ultimi mesi, in alcuni magazzini di queste ad altre filiere si stanno introducendo ulteriori aumenti salariali sotto forma di premio di risultato o di indennità di disagio. Ciò sta portando alcuni committenti a considerare persino l’ipotesi di eliminare le cooperative in appalto e di internalizzare i facchini direttamente alle loro dipendenze. L’eliminazione del sistema di sfruttamento delle finte cooperative è un obbiettivo che proprio nelle scorse settimane è divenuto realtà in alcuni magazzini TNT del Nord, e che fin dal principio è stata la principale rivendicazione del SI Cobas.
Al di la dei risultati materiali, il dato più importante è che questi lavoratori oggi sono consapevoli della loro forza e non sono più costretti a chinare la testa in nome dei profitti.
Infine, va evidenziato che sulla scia delle conquiste dei facchini, da diversi mesi hanno iniziato a costituirsi nuovi Cobas anche tra i corrieri e gli autisti, un settore che nulla ha da invidiare in termini di sfruttamento e negazione dei più elementari diritti, ed anche quì stiamo registrando numerosi successi in termini sindacali.
Recentemente il vostro Coordinatore Nazionale, Aldo Milani, è stato oggetto di un odioso attacco attuato dalla Procura di Modena. Puoi raccontarci come sono andate le cose?
Le lotte della logistica sono sempre state accompagnate da pesanti misure repressive tese a colpire ed annullare le azioni di sciopero. Quando parliamo di cooperative stiamo parlando del cuore del capitalismo e del sistema di affari made in Italy, che è legato a doppio filo con i vertici dei sindacati confederali e con i piani alti della politica istituzionale (in primo luogo il PD). Non è un caso che Poletti, attuale ministro del lavoro, sia da anni uno dei più autorevoli esponenti del mondo delle cooperative…
È evidente che un sindacato come il SI Cobas che ha scoperchiato una tale trama affaristica nel regno del malaffare e dell’evasione fiscale, sia diventato il nemico numero uno dei padroni della logistica: in questi anni sono piovute sulla nostra testa e su quella di centinaia di lavoratori una sfilza interminabile di denunce, fogli di via, provvedimenti amministrativi e non poche manganellate durante gli scioperi. In un tale contesto avevamo già messo nel conto che qualora non riuscissero a distruggere il SI Cobas con gli strumenti repressivi tradizionali, avrebbero tirato fuori dal cappello qualche teorema giudiziario in grado di scriditare e infangare la nostra lotta. Possiamo dire che hanno scelto la modalità più subdola: sporcare la credibilità e l’onorabilità del nostro coordinatore nazionale Aldo Milani, affibbiandogli l’infamante accusa di estorsore.
I fatti contestati riguardano un importante e durissima vertenza tutt’ora in atto nel settore della macellazione carni di Modena, in due cooperative in appalto per il gruppo Levoni (Alcar Uno e Global Carni).
Qui si è costituito da più di un anno il SI Cobas a seguito di una situazione di sfruttamento e ricatto intollerabile, con ritmi di lavoro infernali e tanto per cambiare, salari da fame.
La risposta dei padroni al nostro ingresso è stata immediata: 55 licenziati, i quali oltre al danno del licenziamento hanno dovuto subire anche la beffa di non poter beneficiare dell’assegno di disoccupazione NASPI perchè… le cooperative non avevano versato i contributi all’INPS!!!
Dopo innumerevoli scioperi e picchetti sfociati più volte in cariche e scontri fuori ai magazzini si sono svolti diversi incontri sindacali con i Levoni alla presenza di un consulente, tal Piccinini, che si spacciava come intermediario dei Levoni.
Le nostre richieste ai Levoni sono sempre state tre: reintegrare i lavoratori e, in ogni caso, pagargli le differenze retributive maturate durante il rapporto di lavoro in virtù delle innumerevoli irregolarità riscontrate in busta paga ad opera delle loro cooperative fornitrici e versargli i contributi arretrati in modo da consentire nell’immediato ai licenziati di percepire quantomeno l’assegno di disoccupazione.
Durante uno di questi incontri, lo scorso 26 gennaio, ad Aldo Milani è stata tesa una vera e propria trappola: mentre si stava discutendo di questi aspetti economici (com’è naturale in ogni trattativa sindacale) i Levoni hanno consegnato una busta contenente soldi nelle mani di Piccinini, il tutto sotto l’occhio vigile delle telecamere della Questura di Modena. A questo punto, chiunque non sia in malafede si chiederebbe: e che c’entra Milani con questo passaggio di denaro? In realtà questo è stato il detonatore di un operazione accurata e premeditata di linciaggio mediatico. Dapprima tutti i principali media hanno presentato il signor Piccinini come “esponente nazionale del SI Cobas”, poi, quando è venuta a galla la verità, ovvero che Piccinini non solo non ha nulla che vedere col SI Cobas ma è al contrario un faccendiere espressione del mondo padronale e delle cooperative ed era presente a quell’incontro nelle vesti di “consulente” dei Levoni, la Questura di Modena, e con essa la stampa asservita, ha virato verso la tesi della “responsabilità oggettiva” ovvero la tesi secondo cui Milani, per il semplice fatto di essere seduto a quel tavolo rivendicando una parte economica per i 55 licenziati, era per forza di cose consapevole e complice del passaggio di denaro.
In realtà il cuore tutto politico di questa operazione si sostanzia leggendo le carte dell’accusa e le stesse dichiarazioni dei PM: per la Questura di Modena la “pistola fumante” non è tanto il passaggio di denaro dei Levoni a Piccinini, quanto il fatto che Milani, a nome del SI Cobas, rivendicasse dei benefici economici (non per se ma per i lavoratori licenziati, non in contanti ma attraverso bonifici tracciati e causali dimostrabili a norma di legge, ma tutto questo per la Questura è ovviamente irrilevante…), minacciando in caso di rifiuto…. lo sciopero!
Il fatto che con questo teorema si intenda colpire non tanto la persona di Aldo Milani quanto l’esercizio del diritto di sciopero nel nostro paese, è dimostrato dalle dichiarazioni rese all’Ansa dal PM all’indomani della recente sentenza del Tribunale del riesame di Bologna che ha negato la richiesta di revoca dell’obbligo di dimora ad Aldo. Nel commentare la sentenza, la principale preoccupazione del PM è stata quella di augurarsi che i licenziati la smettano finalmente di scioperare davanti ai magazzini del gruppo Levoni!!! Un gruppo, lo ricordiamo, che attraverso le sue cooperative d’appalto è stato oggetto di numerose denunce e segnalazioni per evasione fiscale, sfruttamento e inottemperanza alle più elementari norme di tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro.
Che idea ti sei fatto del ciclo delle lotte in Italia?
Il ciclo delle lotte in Italia, fatte salve alcune eccezioni tra cui appunto la logistica, in parte il trasporto pubblico e le cosiddette “lotte sociali” (Movimento No Tav, lotte per il diritto all’abitare e per la difesa dei territori da speculazioni e devastazione ambientale), è oggettivamente, da diversi decenni, in una fase di lungo riflusso.
A mio avviso questa passivizzazione ha le sue radici nella sconfitta storica subita dal movimento operaio all’indomani del ciclo di lotte degli anni 60-70. Una sconfitta da cui il movimento dei lavoratori non è riuscito ancora a riprendersi, e che è stata resa ancor più profonda dal ciclo di controriforme e di attacco al salario diretto, indiretto e differito messo in campo dai governi nazionali e locali (e più in generale dall’UE) negli ultimi 15-20 anni. La precarizzazione generalizzata, divenuta legge grazie soprattutto ai governi di centrosinistra con la complicità di CGIL CISL UIL e ora suggellata dal Jobs Act di Renzi, ha determinato per milioni di lavoratori una condizione di ricatto permanente, di isolamento e di paura di perdere il posto di lavoro. La crisi ha fatto il resto, per cui oggi ci troviamo in una situazione in cui gran parte dei lavoratori italiani scendono in piazza solo dopo che hanno perso il posto di lavoro, cioè quando il danno oramai è fatto ed il più delle volte tocca solo leccarsi le ferite. Basterebbe al riguardo vedere l’esempio lampante di Almaviva, dove migliaia di giovani lavoratori dopo essere stati spremuti per anni come limoni sono stati sbattuti fuori in massa con la complicità dei vertici sindacali e senza mobilitazioni significative.
Fortunatamente, in questo quadro a tinte fosche la novità è rappresentata da migliaia di lavoratori immigrati: si tratta spesso di manodopera che per quanto sia ancor più sfruttata e ricattata, è capace di una determinazione e di uno spirito di abnegazione spesso sconosciuto ai lavoratori autoctoni. Oltre alle lotte della logistica vi sono altri numerosi esempi a tal riguardo: dai braccianti delle campagne del foggiano e di Rosarno che da anni lottano per il permesso di soggiorno e un salario dignitoso, agli occupanti casa che a Romae in altre città hanno messo in discussione il Piano-casa reazionario di Lupi, che ha in sostanza introdotto nel nostro paese il reato di povertà.
Queste lotte stanno dando nuova linfa e fiducia anche ad alcuni spezzoni “tradizionali” del movimento, basterebbe pensare agli studenti di Bologna in lotta contro la blindatura delle università (e non a caso anch’essi tacciati di estorsione), ai disoccupati napoletani di nuovo in piazza dopo una lunga stagione repressiva (anche in questo caso, un intero movimento fu smantellato dalle procure con l’accusa di… estorsione di posti di lavoro!!!) o agli operai della Fiat di Pomigliano che in queste settimane stanno portando avanti una dura vertenza contro la deportazione a Cassino di centinaia di operai voluta da Marchionne (e non è un caso che questa lotta è guidata dai 5 operai recentemente reintegrati in FCA a seguito di una durissima battaglia politica e legale).
Cosa pensi della galassia sindacale?
La galassia del sindacalismo di base è oramai, il più delle volte, vista dalle nuove leve operaie come strana ed indecifrabile fauna. A mio avviso la gran parte delle sigle sono oramai diventate una sorta di autotestimonianza di un ciclo di lotte oramai concluso. Senza fare nomi e sigle, è evidente che il ciclo ascendente del sindacalismo di base, che ha avuto il suo apice alla metà degli anno 90 con lo sviluppo dei comitati di base nella scuola, nei metalmeccanici, nel pubblico impiego e nei trasporti, è oramai un lontano ricordo: in alcune di queste categorie si è persa la battaglia per l’egemonia con CGIL CISL UIL UGL, in parte a causa delle leggi repressive e antisindacali, in parte anche per la miopia dei gruppi dirigenti del sindacalismo di base abituati a guardare più al loro ombelico (e al proprio ego) che agli interessi generali dei lavoratori. Laddove invece il sindacalismo di base “classico” mantiene un peso in termini di iscritti, purtroppo finisce sempre più per assumere le ssmbianze di un “ala sinistra” dei confederali, come dimostra la stipula da parte di alcune organizzazioni di base del Testo Unico del 10 gennaio 2014, che se non abolisce esplicitamente il diritto di sciopero, lo rende nei fatti innocuo, obbligando i firmatari del testo unico a vincolarsi all’arbitrio delle sigle maggiormente rappresentative e di fatto a rinunciare all’arma dello sciopero.
Come SI Cobas ci sentiamo lontani anni luce da questi retaggi, e proviamo quotidianamente, nelle lotte e con le lotte, a restituire senso ed attualità a un concetto, quello del sindacalismo di base, che va oltre gli involucri della miriade di sigle ancora esistenti, e che significa innanzitutto restituire ai lavoratori protagonismo e fiducia nei propri mezzi.
Nella tua esperienza, puoi confermare l’inasprirsi dei livelli di repressione contro i lavoratori?
Come detto precedentemente, negli ultimi mesi stiamo assistendo a un’escalation repressiva tesa non solo a criminalizzare, ma soprattutto a screditare e buttare fango sulle lotte sociali più importanti nel panorama italiano.
Durante il ventennio ebbero bisogno delle leggi fascistissime per mettere a tacere le lotte sindacali, durante gli anni 70 vararono la Legge Reale per far frobte all'”emergenza” prodotta dal ciclo di lotte sociali di quel periodo. Oggi invece, nell’era del PD di Renzi e Gentiloni (ma anche di Salvini e Grillo), non hanno neanche bisogno di leggi speciali per fronteggiare le mobilitazioni di operai, precari, disoccupati, studenti, movimenti per la casa e per l’ambiente: utilizzano per tutti la macchina del fango mediatico-giudiziaria con l’accusa di estorsione. Se scioperi per far rispettare i contratti nazionali sei un estorsore, se lotti per la libertà di accesso all’università sei un estorsore, se chiedi lavoro sei un estorsore, e così via… La crisi rende necessarie una serie di misure di austerity e di attacco alle nostre condizioni di vita che sono potenzialmente esplosive, per cui i padroni e i loro governi si pongono l’obiettivo di spegnere sul nascere ogni focolaio di opposizione che fuoriesca dagli angusti confini della farsa parlamentare e dei loro stantii rituali. È chiaro che di fronte a un operazione politica di questo tipo non possiamo rimenere sulla difensiva: occorre un maggior collegamento e una maggiore coesione tra queste esperienze accomunate dal medesimo attacco repressivo. In questi mesi si sono fatti passi avanti importanti con l’indizione di numerosi appuntamenti di lotta unitari (sciopero generale del 21 ottobre, manifestazione del 12 novembre a sostegno dei braccianti, corteo del NO sociale del 27 novembre, manifestazione a Modena dello scorso 4 febbraio contro l’arresto di Aldo Milani, ecc.), ma le singole scadenze non bastano: è necessario un lavoro di raccordo e di coordinamento stabile tra le principali esperienze di lotta sul piano nazionale e anche internazionale, per far davvero si che, come dicono i facchini della logistica in ogni manifestazione, “se toccano uno, toccano tutti”.

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