GRIDAS BENE COMUNE DELLA CITTA’ DI NAPOLI.

Al Sindaco di Napoli

Al Governatore della Regione Campania

Al Presidente Istituto Autonomo Case Popolari

 

Napoli, lì 28/02/2017

 

Oggetto: lettera aperta sulla spinosa questione del GRIDAS.

 

Occupazione abusiva. Abbiamo deciso di scrivere a tutti voi perché questa definizione ci appare intollerabile. Cosa è “abusivo”? Indagando l’etimologia ci verrebbe da pensare che è abusivo ciò che è utilizzato in malo modo. Ora, nel caso del Gridas, chi utilizza in cattivo modo cosa?

E’ appena il caso di ricordare che l’occupazione del GRIDAS (Gruppo Risveglio dal Sonno) risale agli anni 80. Già nel 1983 veniva organizzato il carnevale. Proprio nel cuore di una delle periferie di Napoli in cui le condizioni di vita erano più agghiaccianti, il GRIDAS rappresentava un punto di riferimento aggregativo, capace di creare comunità  dove altri producevano deserto.

Le strade di Scampia e dell’intera città sono state inondate dei meravigliosi murales di Felice Pignataro. Ed ora, nel rivolgerci a voi, rappresentanti istituzionali, vorremmo rifletteste su un fatto. Esiste una tendenza del mal governo a creare zone di grigiore urbano. Una sorta di cromatismo dell’esclusione. A questa tendenza fa da contraltare il recupero attraverso un’attività tesa a ridisegnare  lo spazio grazie alla potenza dell’immaginazione.

Cosa ha rappresentato e cosa rappresenta il GRIDAS per Scampia e per Napoli?

Basterebbe guardare l’ultimo carnevale. Un’umanità festante che scende in strada, si incontra, si riscopre come cittadinanza gioiosa e vitale. Altri, al posto di quella moltitudine colorata avrebbero voluto atroci solitudini.

Negli anni abbiamo coltivato molte domande che ci piacerebbe porgervi. Ne tiriamo subito una fuori. Come pensate debba essere combattuta la criminalità? La presenza di un punto di aggregazione vitale capace di catturare le giovani energie e di liberarle in percorsi creativi, credete sia una pratica “abusiva” o forse è abusivo lasciare che un immobile deteriori a causa della più totale noncuranza? Cero, forse sarebbe meglio uno spazio chiuso, in abbandono. O forse sarebbe meglio una resa, lasciando  che tutto vada in malora e quello stabile sia occupato dai gruppi criminali che imporrebbero su di esso una sovranità indiscutibile.

Comprendiamo che queste domande non hanno risposte semplici né sono formulate per sbrigative repliche.

Intanto ci assumiamo noi della redazione l’onere di una proposta difficile che richiederebbe nella riposta un grado di maturità che oltrepassi le contrapposizioni partitiche:

convocare immediatamente un tavolo interistituzionale con tutti voi, che metta all’ordine del giorno un provvedimento che dichiari il Gridas Bene Comune della città di Napoli, bene a titolarità diffusa, prezioso per lo sviluppo dei Diritti Fondamentali nella comunità locale, che riconosca quel luogo come punto di ricomposizione partecipata a ridosso del confine, il dannato limes che separa gli avamposti democratici dalla desertificazione barbara.

Insomma, se le reti partecipative sono l’elemento fondante della democrazia, potremmo dire “costituente”, come la storia repubblicana ci dimostra, quando sono in gioco livelli altissimi di tutela dei diritti, pur nelle vostre differenze, avete l’obbligo morale di trovare una coraggiosa coesione.

Attendiamo fiduciosi una risposta, ma se non dovesse arrivare, il vostro silenzio vi condannerà ad essere relegati nel museo delle antichità sorpassate dalla storia artistica, culturale e sociale di questa città.

Vi auguriamo che possiate avere giudizio perché citando una frase di Goya che Felice ricordava spesso “il sonno della ragione genera mostri”.

 

 

the Devils: i Peccatori del Rock and Roll


Abbiamo fatto alcune domande a “the Devils”, il duo garage/rock nato nel 2015 in Campania o, secondo alcuni, all’Inferno:

Sappiamo che di recente avete suonato un po’ ovunque, avete ricevuto un’accoglienza differente nel resto d’Europa rispetto all’Italia?

Dove avete avuto la sensazione di riscuotere maggiore successo e che ci fosse un pubblico più predisposto al vostro genere?

Noi ci divertiamo di più all’estero e anche il pubblico è più abituato li a questo genere musicale, ma lo sapevamo in partenza dato che in Italia il rock n roll rimane un genere di nicchia; di fatti abbiamo registrato il nostro primo disco in Francia con un produttore americano e abbiamo firmato per un’etichetta svizzera, con la precisa intenzione di suonare di più all’estero. Non siamo patriottici ma nemmeno esterofili .

 

Quali sacrifici comporta fare musica underground e quali sono secondo voi i modi per farsi conoscere ed apprezzare dal pubblico?

Non crediamo si possa fare musica e in particolar modo quella underground a tempo perso o nel tempo libero, anzi bisogna impegnarsi e dedicarsi completamente ad essa, poi dipende da te; quanto vuoi veramente quella cosa, quanti e quali sacrifici sei disposto a fare. A noi piace suonare piu di ogni altra cosa, quindi qualsiasi altra cosa al di fuori della musica è diventata superflua. Per quanto riguarda il “farsi conoscere” fortunatamente il palco resta ancora l’unico veicolo autentico per farti apprezzare, macinando chilometri e chilometri .

 

Una delle caratteristiche principali e più attraenti della vostra musica è che sembra completamente istintiva. L’impressione è che i brani nascano da improvvisazioni che si trasformano spontaneamente in qualcosa di più definito che assume la forma di una canzone, è effettivamente così? Raccontateci come componete i vostri pezzi…

Dipende … alcuni pezzi sono nati in sala da un semplice riff , altri da un tempo di batteria , ma sostanzialmente non abbiamo una regola fissa . Il processo creativo è per noi qualcosa di totalmente libero, a volte non è nemmeno necessariamente legato alla musica. L’unica costante è il divertimento , in sala ci ammazziamo di risate e diamo sempre il peggio di noi .
Considerate il fatto di essere un duo un punto di forza della band o vi piacerebbe ampliare la formazione per esplorare nuove sperimentazioni musicali?

Amiamo tutto ciò che è selvaggio e primitivo quindi in due siamo già troppi musicalmente parlando , cerchiamo di togliere anzichè aggiungere . Questa è la nostra filosofia .

 

Qual’è il vostro rapporto con la religione? Vi è mai capitato, dal vivo o nel web, di ricevere critiche per l’atteggiamento parodistico che assumete con i vostri travestimenti nei confronti del clero?

Molte meno di quelle che ci aspettavamo, davvero solo un paio, una tra l’altro in Rai che ci ha censurati ma era prevedibile. È un vero peccato, deludente quasi non ricevere abbastanza critiche . Ci spingono e ci stimolano ancor di più a creare scompiglio. Ci aspettiamo una telefonata dal papa prima o poi .

 

Nell’ambito della musica underground, che per definizione dovrebbe essere libera dagli stereotipi, esiste il sessismo?

La figura femminile nell’ambito della musica rock è in genere associata alla voce, più di rado al basso o la chitarra, raramente alla batteria, come mai secondo te?

Credi che questo nasca da un’inibizione o da un pregiudizio delle donne verso le percussioni o dal fatto che si sentano scoraggiate nello scegliere uno strumento “atipico” per il loro genere di appartenenza?

Durante I nostri tour ho incontrato piu batteriste che batteristi , questo pregiudizio sulle donne è qualcosa che non trova fondamento . Non mi risulta nemmeno che nell’ambiente underground ci sia questa forma di sessismo , Esistono persone stupide che dicono cose stupide in qualsiasi ambiente , questo è sicuro .

Un punto su lotta, repressione e macchina del fango: intervista a Peppe D’Alesio del SI Cobas.

In Italia, se da un lato assistiamo ad una strategia di attacco ai diritti dei lavoratori che quasi sempre è affiancata da una spinta repressiva,  dall’altro notiamo interessanti esperienze di lotta che andrebbero comprese e sostenute.

Abbiamo avuto un lungo scambio di idee con Peppe D’Alesio, Coordinatore Provinciale del SI Cobas Napoli.

Allora Peppe, tu sei un sindacalista del SICOBAS. Ci racconti le principali vertenze su cui siete impegnati, con particolar riferimento al settore della logistica?

Il SI Cobas nasce nel 2009 come sindacato intercategoriale, siamo presenti in svariati ambiti lavorativi ma è senza ombra di dubbio nella logistica che ci siamo affermati con maggior forza grazie a uno straordinario ciclo di lotte inaugurato nel 2009 alla Bennet di Origgio (Milano) e tutt’ora in corso. Si tratta di un movimento che coinvolge migliaia e migliaia di lavoratori prevalentemente nei magazzini del centro-nord: ciò a causa sia della forte concentrazione di queste attività nelle centrali di smistamento delle merci (hub) nell’area tra la Lombardia e l’Emilia Romagna (ma anche Roma e la costiera adriatica), sia soprattutto per il fatto che in queste aree il 90% della manodopera è immigrata.
Quest’ultimo è un dato su cui bisognerebbe riflettere: gli immigrati (soprattutto le componenti di origine africana, asiatica e maghrebina) sono molto più propensi a mobilitarsi e lottare per la difesa dei propri diritti, probabilmente perchè rispetto ai lavoratori italiani sono meno permeati da quel sentimento di impotenza e di sconfitta che per decenni è stato veicolato dai sindacati confederali e dalla sinistra istituzionale.
Di vertenze significative potrei citarne a centinaia, ma per sintetizzare in poche frasi il panorama delle lotte nella logistica credo sia opportuno citare la lunga vertenza nazionale con i 4 principali corrieri espressi presenti sul mercato italiano, TNT, BRT, SDA e GLS, riuniti nell’associazione datoriale FEDIT (una sorta di Confindustria della logistica).
In queste aziende, cosi come in tantissime altre, la lotta è iniziata su una base rivendicativa semplicissima: il rispetto del contratto collettivo nazionale di lavoro (trasporto merci e logistica) firmato da Cgil Cisl Uil e non da noi, ma sistematicamente disapplicato all’interno dei magazzini con la complicità proprio dei confederali.
Vi è da dire che il 99% delle aziende di questo settore hanno finora utilizzato lo strumento delle cooperative in appalto e subappalto (non di rado legate a loro volta ad affaristi senza scrupoli e/o ad ambienti della criminalità organizzata) per aggirare le norme a tutela dei lavoratori e introdurre un regime di lavoro schiavistico: turni di lavoro fino a 12-14 ore giornaliere, mancata tutela degli infortuni e della malattia, mancato pagamento degli istituti contrattuali (ferie, festività, permessi, tredicesima, quattordicesima, ecc) e su tutto paghe da fame: 800- 900 euro netti al mese con orari che arrivavano fino alle 250 ore mensili e oltre. Quando nel 2011 abbiamo iniziato a radicarci in questi magazzini ci trovavamo di fronte questo quadro agghiacciante. Oggi, a distanza di 6 anni e a seguito di centinaia di scioperi di magazzino e circa una decina di scioperi nazionali di categoria, negli impianti dov’è presente il SI Cobas ai lavoratori di TNT, BRT, SDA e GLS viene garantita non solo la piena applicazione del contrtto nazionale, il rispetto delle paghe orarie, la corresponsione di tutti gli istituti contrattuali al 100% e il pagamento del buono pasto a 5,29 euro al giorno, ma in molti casi sono stati siglati accordi di secondo livello che migliorano in maniera significativa il trattamento previsto dal CCNL. Dal 2015 in queste quattro filiere abbiamo firmato ben 3 accordi nazionali in cui, tra l’altro, è previsto il passaggio automatico al livello successivo in base all’anzianità di magazzino (cosa che non esisge in nessun Ccnl), la stipula di una copertura assicurativa che paga dai 500 ai 700 euro al mese a quei lavoratori vittime di infortunio o patologia professionale, e soprattutto la cosiddetta “clausola sociale”, ovvero nei casi di cambio appalto l’obbligo da parte della cooperativa subentrante di assumere tutti i lavoratori già presenti sull’impianto: una conquista strategica perchè ci permette di neutralizzare lo strumento più subdolo e allo stesso tempo più facile per licenziare i lavoratori scomodi, che è appunto lo strumento del cambio appalto.
In estrema sintesi, nei magazzini in cui come SI Cobas abbiamo un peso e dove sono in vigore i suddetti accordi oggi un facchino non è più costretto a rompersi la schiena per portare a casa un salario da fame: le buste paga nette per un operaio assunto a full-time oscillano da un minimo di 1400 a un massimo di 2000 e passa euro netti al mese.
In più, negli ultimi mesi, in alcuni magazzini di queste ad altre filiere si stanno introducendo ulteriori aumenti salariali sotto forma di premio di risultato o di indennità di disagio. Ciò sta portando alcuni committenti a considerare persino l’ipotesi di eliminare le cooperative in appalto e di internalizzare i facchini direttamente alle loro dipendenze. L’eliminazione del sistema di sfruttamento delle finte cooperative è un obbiettivo che proprio nelle scorse settimane è divenuto realtà in alcuni magazzini TNT del Nord, e che fin dal principio è stata la principale rivendicazione del SI Cobas.
Al di la dei risultati materiali, il dato più importante è che questi lavoratori oggi sono consapevoli della loro forza e non sono più costretti a chinare la testa in nome dei profitti.
Infine, va evidenziato che sulla scia delle conquiste dei facchini, da diversi mesi hanno iniziato a costituirsi nuovi Cobas anche tra i corrieri e gli autisti, un settore che nulla ha da invidiare in termini di sfruttamento e negazione dei più elementari diritti, ed anche quì stiamo registrando numerosi successi in termini sindacali.
Recentemente il vostro Coordinatore Nazionale, Aldo Milani, è stato oggetto di un odioso attacco attuato dalla Procura di Modena. Puoi raccontarci come sono andate le cose?
Le lotte della logistica sono sempre state accompagnate da pesanti misure repressive tese a colpire ed annullare le azioni di sciopero. Quando parliamo di cooperative stiamo parlando del cuore del capitalismo e del sistema di affari made in Italy, che è legato a doppio filo con i vertici dei sindacati confederali e con i piani alti della politica istituzionale (in primo luogo il PD). Non è un caso che Poletti, attuale ministro del lavoro, sia da anni uno dei più autorevoli esponenti del mondo delle cooperative…
È evidente che un sindacato come il SI Cobas che ha scoperchiato una tale trama affaristica nel regno del malaffare e dell’evasione fiscale, sia diventato il nemico numero uno dei padroni della logistica: in questi anni sono piovute sulla nostra testa e su quella di centinaia di lavoratori una sfilza interminabile di denunce, fogli di via, provvedimenti amministrativi e non poche manganellate durante gli scioperi. In un tale contesto avevamo già messo nel conto che qualora non riuscissero a distruggere il SI Cobas con gli strumenti repressivi tradizionali, avrebbero tirato fuori dal cappello qualche teorema giudiziario in grado di scriditare e infangare la nostra lotta. Possiamo dire che hanno scelto la modalità più subdola: sporcare la credibilità e l’onorabilità del nostro coordinatore nazionale Aldo Milani, affibbiandogli l’infamante accusa di estorsore.
I fatti contestati riguardano un importante e durissima vertenza tutt’ora in atto nel settore della macellazione carni di Modena, in due cooperative in appalto per il gruppo Levoni (Alcar Uno e Global Carni).
Qui si è costituito da più di un anno il SI Cobas a seguito di una situazione di sfruttamento e ricatto intollerabile, con ritmi di lavoro infernali e tanto per cambiare, salari da fame.
La risposta dei padroni al nostro ingresso è stata immediata: 55 licenziati, i quali oltre al danno del licenziamento hanno dovuto subire anche la beffa di non poter beneficiare dell’assegno di disoccupazione NASPI perchè… le cooperative non avevano versato i contributi all’INPS!!!
Dopo innumerevoli scioperi e picchetti sfociati più volte in cariche e scontri fuori ai magazzini si sono svolti diversi incontri sindacali con i Levoni alla presenza di un consulente, tal Piccinini, che si spacciava come intermediario dei Levoni.
Le nostre richieste ai Levoni sono sempre state tre: reintegrare i lavoratori e, in ogni caso, pagargli le differenze retributive maturate durante il rapporto di lavoro in virtù delle innumerevoli irregolarità riscontrate in busta paga ad opera delle loro cooperative fornitrici e versargli i contributi arretrati in modo da consentire nell’immediato ai licenziati di percepire quantomeno l’assegno di disoccupazione.
Durante uno di questi incontri, lo scorso 26 gennaio, ad Aldo Milani è stata tesa una vera e propria trappola: mentre si stava discutendo di questi aspetti economici (com’è naturale in ogni trattativa sindacale) i Levoni hanno consegnato una busta contenente soldi nelle mani di Piccinini, il tutto sotto l’occhio vigile delle telecamere della Questura di Modena. A questo punto, chiunque non sia in malafede si chiederebbe: e che c’entra Milani con questo passaggio di denaro? In realtà questo è stato il detonatore di un operazione accurata e premeditata di linciaggio mediatico. Dapprima tutti i principali media hanno presentato il signor Piccinini come “esponente nazionale del SI Cobas”, poi, quando è venuta a galla la verità, ovvero che Piccinini non solo non ha nulla che vedere col SI Cobas ma è al contrario un faccendiere espressione del mondo padronale e delle cooperative ed era presente a quell’incontro nelle vesti di “consulente” dei Levoni, la Questura di Modena, e con essa la stampa asservita, ha virato verso la tesi della “responsabilità oggettiva” ovvero la tesi secondo cui Milani, per il semplice fatto di essere seduto a quel tavolo rivendicando una parte economica per i 55 licenziati, era per forza di cose consapevole e complice del passaggio di denaro.
In realtà il cuore tutto politico di questa operazione si sostanzia leggendo le carte dell’accusa e le stesse dichiarazioni dei PM: per la Questura di Modena la “pistola fumante” non è tanto il passaggio di denaro dei Levoni a Piccinini, quanto il fatto che Milani, a nome del SI Cobas, rivendicasse dei benefici economici (non per se ma per i lavoratori licenziati, non in contanti ma attraverso bonifici tracciati e causali dimostrabili a norma di legge, ma tutto questo per la Questura è ovviamente irrilevante…), minacciando in caso di rifiuto…. lo sciopero!
Il fatto che con questo teorema si intenda colpire non tanto la persona di Aldo Milani quanto l’esercizio del diritto di sciopero nel nostro paese, è dimostrato dalle dichiarazioni rese all’Ansa dal PM all’indomani della recente sentenza del Tribunale del riesame di Bologna che ha negato la richiesta di revoca dell’obbligo di dimora ad Aldo. Nel commentare la sentenza, la principale preoccupazione del PM è stata quella di augurarsi che i licenziati la smettano finalmente di scioperare davanti ai magazzini del gruppo Levoni!!! Un gruppo, lo ricordiamo, che attraverso le sue cooperative d’appalto è stato oggetto di numerose denunce e segnalazioni per evasione fiscale, sfruttamento e inottemperanza alle più elementari norme di tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro.
Che idea ti sei fatto del ciclo delle lotte in Italia?
Il ciclo delle lotte in Italia, fatte salve alcune eccezioni tra cui appunto la logistica, in parte il trasporto pubblico e le cosiddette “lotte sociali” (Movimento No Tav, lotte per il diritto all’abitare e per la difesa dei territori da speculazioni e devastazione ambientale), è oggettivamente, da diversi decenni, in una fase di lungo riflusso.
A mio avviso questa passivizzazione ha le sue radici nella sconfitta storica subita dal movimento operaio all’indomani del ciclo di lotte degli anni 60-70. Una sconfitta da cui il movimento dei lavoratori non è riuscito ancora a riprendersi, e che è stata resa ancor più profonda dal ciclo di controriforme e di attacco al salario diretto, indiretto e differito messo in campo dai governi nazionali e locali (e più in generale dall’UE) negli ultimi 15-20 anni. La precarizzazione generalizzata, divenuta legge grazie soprattutto ai governi di centrosinistra con la complicità di CGIL CISL UIL e ora suggellata dal Jobs Act di Renzi, ha determinato per milioni di lavoratori una condizione di ricatto permanente, di isolamento e di paura di perdere il posto di lavoro. La crisi ha fatto il resto, per cui oggi ci troviamo in una situazione in cui gran parte dei lavoratori italiani scendono in piazza solo dopo che hanno perso il posto di lavoro, cioè quando il danno oramai è fatto ed il più delle volte tocca solo leccarsi le ferite. Basterebbe al riguardo vedere l’esempio lampante di Almaviva, dove migliaia di giovani lavoratori dopo essere stati spremuti per anni come limoni sono stati sbattuti fuori in massa con la complicità dei vertici sindacali e senza mobilitazioni significative.
Fortunatamente, in questo quadro a tinte fosche la novità è rappresentata da migliaia di lavoratori immigrati: si tratta spesso di manodopera che per quanto sia ancor più sfruttata e ricattata, è capace di una determinazione e di uno spirito di abnegazione spesso sconosciuto ai lavoratori autoctoni. Oltre alle lotte della logistica vi sono altri numerosi esempi a tal riguardo: dai braccianti delle campagne del foggiano e di Rosarno che da anni lottano per il permesso di soggiorno e un salario dignitoso, agli occupanti casa che a Romae in altre città hanno messo in discussione il Piano-casa reazionario di Lupi, che ha in sostanza introdotto nel nostro paese il reato di povertà.
Queste lotte stanno dando nuova linfa e fiducia anche ad alcuni spezzoni “tradizionali” del movimento, basterebbe pensare agli studenti di Bologna in lotta contro la blindatura delle università (e non a caso anch’essi tacciati di estorsione), ai disoccupati napoletani di nuovo in piazza dopo una lunga stagione repressiva (anche in questo caso, un intero movimento fu smantellato dalle procure con l’accusa di… estorsione di posti di lavoro!!!) o agli operai della Fiat di Pomigliano che in queste settimane stanno portando avanti una dura vertenza contro la deportazione a Cassino di centinaia di operai voluta da Marchionne (e non è un caso che questa lotta è guidata dai 5 operai recentemente reintegrati in FCA a seguito di una durissima battaglia politica e legale).
Cosa pensi della galassia sindacale?
La galassia del sindacalismo di base è oramai, il più delle volte, vista dalle nuove leve operaie come strana ed indecifrabile fauna. A mio avviso la gran parte delle sigle sono oramai diventate una sorta di autotestimonianza di un ciclo di lotte oramai concluso. Senza fare nomi e sigle, è evidente che il ciclo ascendente del sindacalismo di base, che ha avuto il suo apice alla metà degli anno 90 con lo sviluppo dei comitati di base nella scuola, nei metalmeccanici, nel pubblico impiego e nei trasporti, è oramai un lontano ricordo: in alcune di queste categorie si è persa la battaglia per l’egemonia con CGIL CISL UIL UGL, in parte a causa delle leggi repressive e antisindacali, in parte anche per la miopia dei gruppi dirigenti del sindacalismo di base abituati a guardare più al loro ombelico (e al proprio ego) che agli interessi generali dei lavoratori. Laddove invece il sindacalismo di base “classico” mantiene un peso in termini di iscritti, purtroppo finisce sempre più per assumere le ssmbianze di un “ala sinistra” dei confederali, come dimostra la stipula da parte di alcune organizzazioni di base del Testo Unico del 10 gennaio 2014, che se non abolisce esplicitamente il diritto di sciopero, lo rende nei fatti innocuo, obbligando i firmatari del testo unico a vincolarsi all’arbitrio delle sigle maggiormente rappresentative e di fatto a rinunciare all’arma dello sciopero.
Come SI Cobas ci sentiamo lontani anni luce da questi retaggi, e proviamo quotidianamente, nelle lotte e con le lotte, a restituire senso ed attualità a un concetto, quello del sindacalismo di base, che va oltre gli involucri della miriade di sigle ancora esistenti, e che significa innanzitutto restituire ai lavoratori protagonismo e fiducia nei propri mezzi.
Nella tua esperienza, puoi confermare l’inasprirsi dei livelli di repressione contro i lavoratori?
Come detto precedentemente, negli ultimi mesi stiamo assistendo a un’escalation repressiva tesa non solo a criminalizzare, ma soprattutto a screditare e buttare fango sulle lotte sociali più importanti nel panorama italiano.
Durante il ventennio ebbero bisogno delle leggi fascistissime per mettere a tacere le lotte sindacali, durante gli anni 70 vararono la Legge Reale per far frobte all'”emergenza” prodotta dal ciclo di lotte sociali di quel periodo. Oggi invece, nell’era del PD di Renzi e Gentiloni (ma anche di Salvini e Grillo), non hanno neanche bisogno di leggi speciali per fronteggiare le mobilitazioni di operai, precari, disoccupati, studenti, movimenti per la casa e per l’ambiente: utilizzano per tutti la macchina del fango mediatico-giudiziaria con l’accusa di estorsione. Se scioperi per far rispettare i contratti nazionali sei un estorsore, se lotti per la libertà di accesso all’università sei un estorsore, se chiedi lavoro sei un estorsore, e così via… La crisi rende necessarie una serie di misure di austerity e di attacco alle nostre condizioni di vita che sono potenzialmente esplosive, per cui i padroni e i loro governi si pongono l’obiettivo di spegnere sul nascere ogni focolaio di opposizione che fuoriesca dagli angusti confini della farsa parlamentare e dei loro stantii rituali. È chiaro che di fronte a un operazione politica di questo tipo non possiamo rimenere sulla difensiva: occorre un maggior collegamento e una maggiore coesione tra queste esperienze accomunate dal medesimo attacco repressivo. In questi mesi si sono fatti passi avanti importanti con l’indizione di numerosi appuntamenti di lotta unitari (sciopero generale del 21 ottobre, manifestazione del 12 novembre a sostegno dei braccianti, corteo del NO sociale del 27 novembre, manifestazione a Modena dello scorso 4 febbraio contro l’arresto di Aldo Milani, ecc.), ma le singole scadenze non bastano: è necessario un lavoro di raccordo e di coordinamento stabile tra le principali esperienze di lotta sul piano nazionale e anche internazionale, per far davvero si che, come dicono i facchini della logistica in ogni manifestazione, “se toccano uno, toccano tutti”.

V-Device: Grunge is not Dead


La band grunge/rock/stoner nasce nel 2009 ed attualmente è composta da: Davide Verde alla chitarra ed alla voce, Guy Costanzo al basso ed ai cori, Luca Bravaccino alla batteria e Fabius Shiva alla tastiera.
I ragazzi sono in procito di partire, di nuovo, per una piccola tournée europea.
Abbiamo intervistato Davide che, oltre all’impegno con i V-Device, è attivo a Napoli con “Rock the Zombie”, organizzando festival e serate in cui si esibiscono gruppi rock emergenti:


-Avete presentato il vostro primo album a Berlino e girato a Wittenberg il vostro primo video clip, avete un legame particolare con la Germania o altri paesi europei? Se sì, per quale motivo?
Si’ con la Germania abbiamo un rapporto particolare come in tutta l’Europa dell’Est.
La Germania e’ ancora molto legata al rock di matrice ’90 e all’hard rock in genere. Non è un caso che proprio alla prima data in assoluto a Berlino abbiamo incontrato il nostro manager tedesco Uwe, allora proprietario del General Dealer Club, che all’inizio ci accolse in modo molto rude… Poi dopo il concerto si innamorò di noi e si propose di guidarci in molte date tedesche.
La scelta di girare il secondo video “Trying to do it Right” a Wittenberg non è casuale. Infatti il brano si ispira alla “Tragica Storia del Dottor Faust” (per intenderci colui che vendette l’anima al diavolo) e Faustus era nato a Wittenberg.
Io ed il regista Vincenzo Spagnuolo facemmo quindi un sopralluogo per poi finire il video in interno in una chiesa di Napoli.

– A breve farete un tour tra Germania ed Europa dell’est, non è la prima volta che vi spostate dall’Italia per i vostri concerti, ci raccontate un aneddoto divertente avvenuto in viaggio con la band?

Certo, ancora una volta andremo dai nostri amici serbi, dopo già aver incontrato quelli polacchi, in attesa di altre news che speriamo a breve possiamo rendere pubbliche… Beh di aneddoti ne abbiamo a migliaia. Ma per lo più si tratta di episodi che mettono alla berlina tutti noi quindi meglio soprassedere.
Come aneddoto simpatico ti possiamo segnalare il fatto che a fine concerto spesso, il cantante Davide dice al bassista Guy di vendere i CD a qualcuno che li chiede e gli suggerisce anche il prezzo… Al momento della vendita poi Davide, riappare, e suggerisce a Guy di regalare il CD, facendo fare quindi a Guy la parte del rabbino… Non so se si è capito. Eh eh…

-Avete all’attivo molti video, cosa atipica per una band underground, come mai avete deciso di investire su quest’aspetto?
Non so se la parola “atipica” abbia senso in questo contesto. Abbiamo sempre amato l’idea di fare video ed abbiamo avuto la fortuna di incontrare persone che hanno investito su di noi e sulla nostra immagine.
Ci piace molto girare i video e crediamo siano importanti per la promozione. Come anche l’ultimo “Clever Girl” di Walton Zed che noi consideriamo un genio.

– Davide, oltre a cantare nei V-Device, organizzi serate nei locali napoletani in cui possono esibirsi band emergenti. Quali sono le soddisfazioni e quali gli aspetti negativi di un’attività del genere?
Appartenendo ad una scena musicale Underground, non mainstream, ho sempre avuto ben presente le difficoltà che gli artisti underground incontrano sul loro cammino.
Ho fatto quindi mente locale ed ho capito che era il momento di intervenire in prima persona per poter valorizzare una scena troppo spesso martoriata e non valorizzata. Rock The Zombie ha dato voce alla mia voglia di lotta e cambiamento che è la stessa di molti artisti, ed il suo successo lo testimonia. Da quest’anno abbiamo anche nuovi collaboratori tra cui voglio annoverare Antonio Chianese dei The Quinlans che sta curando la rassegna a Napoli.

-Il marchio di fabbrica dei V-Device è la voce, particolarmente riconoscibile e potente: è una dote naturale oppure frutto di preparazione tecnica ottenuta con lo studio? 


Grazie per i complimenti. Ovviamente voglio sottolineare anche l’importanza della sezione ritmica del basso di Guy Costanzo e la batteria di Luca Bravaccino e le melodie al piano e synth di Fabius Shiva. Si’ ho preso lezioni di canto, ma non per molto. È importante studiare, ma è altrettanto importante vivere esperienze di vita che possano guidarti verso un percorso individuale e peculiare che si riflette poi nelle tue performance.

Lettera aperta alle aggregazioni politiche ed agli attivisti (Per una nuova soggettivita’del vivente).

Abbiamo deciso di scrivere dopo aver attraversato i deserti del tempo. Abbiamo investito in un’avventura come si punta su una sorta di scommessa, col desiderio inconfessabile di attraversare l’universo, come il telescopio Hubble, per cercare nuove forme di vita.

Si, perché è questa la sostanza profonda dell’esistenza, la sua ragione “ontologica”: la vita.

Lungo il viaggio si sono ribaltati i nostri paradigmi ed abbiamo compreso che:

“L’altezza è profondità,

l’abisso è luce inaccesa, la tenebra è chiarezza, il magno è parvo,

il confuso è distinto, la lite è amicizia, il dividuo è individuo,

l’atomo è immenso”.

Nella nostra galassia politica tutto d’un tratto ogni cosa ci è parsa ridotta alla sua grandezza minima. Le soggettività politiche ridotte ad atomi (chiameremo questo processo sinistra quantica), eppure Giordano Bruno affermava che “l’atomo è immenso” e sarebbe uno sterminato campo di ricerca se solo si riscoprisse il coraggio di abbandonare i demoni del dogmatismo.

Cosa accadrà nei prossimi anni?

Il fisico Niels Bohr sosteneva che fare previsioni è impossibile. E’possibile immaginare scenari che potrebbero subire “accelerazioni storiche” verso l’attuazione o essere annientati, all’opposto, da un evento imprevedibile.

Ed in effetti viviamo un tempo di scomposizione delle forze politiche. Il Partito Democratico appare smembrato dalla collisione tra gli apparati tosco-emiliani ed i gruppi che fanno riferimento alle strutture finanziarie del nord.

Le destre puntano ad una ricomposizione del loro campo facendo leva su temi conservatori e nazionalisti.

Il M5S sta portando a compimento una sorta di mutazione genetica. Da movimento che ha perorato i temi della democrazia diretta a dispositivo elitario, eterodiretto, capace di ingenerare un equivoco su tali temi fondanti.

A sinistra tutto da rifare. Un’esplosione che non ha portato alla nascita di alcun universo. Governata in ogni fase dal ceto politico. Abbiamo osservato  il congresso di S.I. Ci risulta evidente che l’esperienza di Podemos sia quella di una soggettività autoperimetrata in una stagione di lotte. S.I. pur anelando a quell’esperienza, sotto questo profilo è apparsa totalmente assente, incapace di esprimere un reale rinnovamento ed una connessione sentimentale. Abbiamo osservato con attenzione l’esperienza di Dema, proprio qui a Napoli, ma abbiamo registrato una incapacità oggettiva a radicarsi realmente sui territori, anche perché la mera presenza di un leader taumaturgico non è sufficiente a consentire che la vita germogli. All’ombra di un leader spesso germogliano dei seguaci, ma è veramente tropo poco rispetto alla posta in gioco.

Guardiamo con ghigno sarcastico le proposte  D’Alema/Pisapia. Una dinamica in cui la politica è assente. Semplice riorganizzazione di apparati. Gli attori del campo progressista quali azioni hanno intrapreso per contrastare il progressivo smantellamento dei diritti che è avvenuto in questi anni?

Sul piano della passività già la Cigl, spesso cinghia di trasmissione di questi apparati, ha svolto il ruolo del pugile suonato che ha incassato duri colpi senza proclamare un minuto di sciopero. Ma del resto i colpi non li incassavano le burocrazie sindacali (do you remember Pacchetto Treu?).

Complessivamente crediamo che l’intera società sia attraversata da un processo anestetizzante. Il potere, inteso come capacità di costruire  decisione politica, è evaporato in organismi sovranazionali, lasciando alla mediocrazia il compito di rappresentare una sorta di front office.

Tutto ciò mentre siamo attori nella Fortezza Europa dei muri contro i migranti, che getta un colpo di spugna sui diritti acquisiti in precedenti cicli di lotte, trasforma lo spazio  in un prisma di spazialità diverse, diseguali e  la geografia in un assordo junkspace, sotto cui vengono sepolti i rifiuti tossici di un sistema produttivo impazzito.

Un tassello di un mosaico generale che a guardarlo ci restituisce l’orrenda immagine di uno scontro tra aree geo-economiche.

Eppure siamo ottimisti. Riteniamo che lo spazio politico non sia stato totalmente assorbito in questo assurdo gioco che disgrega e mortifica. Sono invece maturi i tempi per l’elaborazione di una idea della sovranità (e quindi della politica) prodotta in armonia con le  reti cooperative e partecipative.

L’Italia è stata attraversata da un ciclo di lotte formidabili. Dalle lotte in difesa dell’ambiente in Val di Susa, fino alla disperata e solitaria battaglia dei precari di AlmaViva. Non vi è un lembo della nostra penisola in cui non si sia prodotta una frattura nel meccanismo di esercizio della sovranità dall’alto.

Noi di NapoLeaks siamo quelli delle scommesse impossibili ed è per questo che proprio noi, un microscopico gruppo annidato nel cyberspazio, formalizziamo un appello a tutte le soggettività politiche del vivente.  E’ necessario assumere un ruolo da protagonisti. Provare a sperimentare uno spazio politico di ricomposizione a partire dalle lotte che i migranti stanno conducendo contro il caporalato, dalle lotte per la difesa dell’ambiente, sostenere le vertenze ovunque vi siano dei precari in movimento (l’isolamento dei lavoratori di AlmaViva è una pagina indecente), sviluppare iniziative per un reddito universale, poiché ogni essere umano produce valore nella grande catena di montaggio sociale e troppo spesso se sei precario finisci per essere esercito di riserva aziendale,  creare reti tra soggetti produttivi che preservino l’ambiente ed i diritti dei lavoratori attraverso l’organizzazione cooperativa. Rifondare il rapporto tra produzione, lavoro ed economia.

In anni di esperienza abbiamo accumulato un enorme sapere ed ora vi sono le condizioni per metterlo in campo per generare “materia sociale libera”

“non è la materia che crea il sapere,

è il sapere che crea la materia”

Nel bel mezzo di questo continuo fluttuare della sorte ci rivolgiamo alla vitalità che ci circonda, agli attivisti, agli esseri umani fluttuanti nell’infosfera o protagonisti nei processi di riproduzione dei tanti cicli di lotta biopolitica.

Che nell’attraversare le dimensioni caratterizzate delle tante interconnessioni,  siano loro a lanciare la proposta per una nuova soggettività politica.

La legge dell’evoluzione ci ha portato per l’ennesima volta ad un bivio. Permanere uguali a noi stessi e forse perire o evolverci. In questa mutazione, esattamente nel nostro campo, andrebbero travolte quelle mediocrazie rappresentate dai dirigenti che spesso soffocano la vitalità ed imbrigliano l’azione.

Non è possibile assaltare la cittadella del potere chiedendo democrazia diretta se non pratichiamo democrazia radicale.

D’altro canto la tendenza alla virtualizzazione dei conflitti rischia di sovrapporre le timelines alle piazze. Anche in questo caso bisogna sovvertire l’ordine del discorso poichè siamo profondamente convinti che internet sia una relazione, e che esso, come ogni strumento tecnologico, se usato con consapevolezza possa favorire e non mortificare la sfera politica a patto che il divenire comune delle relazioni sia produzione del comune nella dimensione reale, e che non si perda la battaglia contro le solitudini in cui hanno rinchiuso molti.

Ci ritroviamo di fronte un mondo complesso ed inedito per molti aspetti. Quando Marx studiava il lavoro operaio lo faceva in un contesto in cui questo rappresentava una tendenza di un sistema produttivo di natura agricola.

Bisognerebbe forse oggi ritrovare l’ambizione che si cela dietro un gesto di sfida: elaborare una proposta politica adeguata ai tempi. Interpretare la tendenza, percepire l’onda prima ancora che arrivi.

Cari tutt@, care amici ed amiche:

“il mondo funziona a cicli: due volte ogni secolo l’Oceano ci ricorda quanto siamo veramente piccoli”

e quando si presagiscono i sintomi di un’onda,  non predisporsi a cavalcarla è come rassegnarsi ad una esistenza senza vita.

 

Le Cariatidi dell’Eretteo non vestono alla moda. Prendiamola con Filosofia.

“Il sublime è la risonanza di un animo grande”.
(Dionisio o Longino, Perì Hypsous, Trattato del Sublime, I sec. d.C.)

L’archeologia greca, la sua cultura e la sua storia millenaria non incontreranno l’alta moda fiorentina. La Commissione Archeologica della Grecia (Kas) ha negato a Gucci il permesso di sfilare sull’Acropoli più famosa del mondo, rinunciando a una cospicua offerta di denaro, secondo quanto riportato dalla stampa ellenica. Nonostante la crisi economica, la Grecia non si piega alle leggi del mercato, dichiarando incompatibili il valore e il carattere dell’Acropoli con un evento di questo tipo. E, ancora una volta, l’Ellade ci offre una lectio magistralis di etica ed estetica, riaffermando il principio arcaico della Kalokagathia: il bello che deve congiungersi al buono, inteso come saggezza, virtù e giustizia. L’estetica, dunque, quando incontra l’etica, si esprime nella sua veste più nobile ed elevata. Ma non è questo il caso del Partenone svilito allo status di passerella. Una sfilata di moda, apoteosi dell’effimera caducità e vana celebrazione del fuggevole nunc fluens, sul proscenio eterno dell’Acropoli ellenica, un tempio immerso nella sacralità del nunc stans, espressione dell’arte che, nella sua forma più sublime, riesce a creare un ponte tra l’Uomo e il Divino, tra la Terra e il Cielo, tra il Finito e l’Infinito? Un ossimoro stridente, una dicotomia inconciliabile, una violazione profana e inaccettabile. In un mondo in cui quasi tutto ha un prezzo, Atene ci ricorda che qualcosa conserva ancora un valore.

Foto da http://news.fidelityhouse.eu/viaggi/acropoli-di-atene-41868.html

Cococo e lavoratori a progetto: dal 2017 potete pure fottervi

Sei un lavoratore a progetto? un cococo? il tuo contratto scade nel 2017? sappi che se fai domanda di DIS-COLL questa verrà rigettata dall’Inps, sì, perchè non essendoci proroghe nè disposizioni a riguardo, l’inps portà solo rigettare le domande. Poi il nulla, nada, nisba.

La DIS-COLL, indennità di disoccupazione che mirava ad essere un “cuscinetto” tra un contrattino a progetto e l’altro, definita da l’art.15 del Decreto Legislativo 4 marzo 2015 n.22, con proroga art.1 Comma 310 Legge 208/2015, permetteva ai collaboratori e ai progettisti di avere una piccola ancora di sopravvivenza. Nasceva con l’intento, forse lodevole, di affacciarsi al mondo dei precari. Chi ha fruito della DIS-COLL sa che l’importo dell’indennità in sè era una cosa ridicola, ma soprattutto i requisiti erano quasi impossibili da raggiungere, tra i quali un contratto con un fisso mensile di 1300 euro, non meno. Mi dite quale cococo o lavoratore a progetto li prende? ecco, la norma andava migliorata, non di certo alienata.

E invece ci vogliono precari, stronzi e da fottere, dunque non meritiamo nemmeno un brandello di bandiera bianca. Possiamo pure annegare nel mare della precarietà. E io sono incazzata nera. Incazzata nera perchè con la totale assenza di un cuscinetto per queste figure che ingrossano il mondo del lavoro, il risultato sarà quello (in)sperato della fine dei sorci sulla nave che affonda. Perchè vogliono tanto emulare l’economia basata sulla flessibilità del lavoratore ma non sono in grado di fornire delle clausole sociali ai contratti precari. E in Italia, oggi, si muore di precariato.

Ma è ovvio che ultimamente i problemi sono altri. Di certo il mondo dei lavoratori a progetto e dei cococo, dei precari e delle precarie, non sono degni di menzione. In un’italia con il tasso di natalità più basso dell’ue, ultima per crescita del pil, il problema non è di certo la rabbia di chi, giustamente, rimane con le pacche nell’acqua.

Non sono un’esperta di economia nè di politica… eppure io, tra la mancata crescita del pil, la mancata natalità e la precarietà, ci vedo un nesso, voi no?

 

 

Davide contro Golia

La Dea bendata non era di certo presente quel giorno a Nyon quando, tra tutte le possibili avversarie per gli ottavi di Champions League , gli azzurri hanno beccato i blancos di Zinedine Zidane.

Davide contro Golia, 30 anni dopo la sfida si rinnova e ha il sapore della rivincita, ma anche il peso della conferma: questo Napoli é davvero formato Europa?

E l’ansia sale, in maniera del tutto proporzionale a quella passione che lega una città ad un pallone, quella passione che, agli occhi di chi ha già vinto un po’ tutto, appare eccessiva, forse del tutto inadeguata; ma non è forse vero che ” chi dice che a Napoli il calcio è solo uno sport, non conosce il calcio e non conosce Napoli” ?

Ieri il duello tra El Buitre e El Pibe del Oro, oggi quello tra Ronaldo e Mertens; loro i Galacticos, loro i campioni in carica, loro quelli che hanno vinto tutto…sí, loro sono i giganti, ma noi possiamo essere i geni e ” i geni hanno la tendenza a sbocciare in condizioni le più avverse”

E allora forza ragazzi, mercoledì avrete uno stadio contro ma un’intera città a supporto.

¡Pues vamos a luchar y juntos podemos ganar!

Napoli, una città a misura di Bici

Ringrazio gli Amici di Napoleaks per avermi dato l’opportunità di poter esprimere le mie passioni. Oggi vi parlerò di un tema a me molto caro, il trasporto urbano alternativo ecosostenibile

Napoli,

Chiunque ammiri Napoli da una cartolina, vede subito da un lato il mare, dall’altro la collina e quindi pensa che Napoli sia una città in salita ( o in discesa… questione di punti di vista NDR). Tutto ciò fa desistere immediatamente chi voglia utilizzare la bici come mezzo di trasporto urbano. Capitolo chiuso : Salite = 1; Bici= 0.

Ma aspetta un attimo, se osserviamo meglio, vedremo che la città è piccola, e pertanto mettiamo in campo un pò di numeri con i suoi 117,27Km²  [fonte wikipedia] Essa è ben percorribile agilmente in un tempo ipotetico senza traffico di 15 min, in quanto gli spostamenti medi in città, difficilmente superano i 5km di distanza.

Questo candida la bici come potenziale mezzo di trasporto in città. Partita riaperta : Salite= 1; Bici = 1.

Altro punto a favore è il SOLE, ricordatomi da Libero Bovio con la stupenda Canzone “‘O paese d’ ‘o sole”, ed effettivamente, sempre con i dati alla mano, aveva ragione [Napoli gode di un clima mediterraneo, con inverni miti e piovosi ed estati calde e secche, ma comunque rinfrescate dalla brezza marina, che, raramente, manca sul suo golfo. Secondo la classificazione Köppen, Napoli, nella sua fascia costiera, appartiene alla zona cd. “Cs′a” ovvero clima temperato con aridità estiva e massimo precipitativo in autunno. Il sole splende mediamente per 250 giorni l’anno.

Ottimo, un motivo in più per stare in giro! A questo punto sul 2 ad 1 per le bici meritatamente conquistato con l’aiuto del sole, potrei concludere ma per convincere anche i più scettici…

Ora mi tocca giocare la carta finale, anche per confutare la domanda classica…ma le salite, mica sono Bartali??? Perfetto, avanzo io, ma se avessi le gambe di Bartali? Ci andresti in bici? Dopo qualche secondo di silenzio, arriva la soluzione una bici elettrica, o meglio dire, a supporto motorio, cioè con motore elettrico!

Tale bici, rende le salite pianure, trasformando la nostra amata città collinare in una Ferrara del Sud, biciclettisticamente parlando. Le Bici superano decisamente e passano al punteggio di : 3 contro ad ogni opposizione alle stesse che resta ad un misero : 1.

Passando ad altri numeri, indovinate in città la velocità media di percorrenza di un automobile di quant’è? E’ di 32Km/h. Si, avete letto bene 32km/h!!!!, quindi le prestazioni di una bici sono del tutto comparabili a quella del bolide a 4 ruote.

Vogliamo adesso parlare del punto di vista economico? Ebbene qui il dislivello è mostruoso!!! Facciamo un esempio con numeri semplici : volendo considerare un’andata e ritorno in auto di 10 Km rispetto la E-Bike, le differenze di spesa sono ragguardevoli, 1euro e 50 contro i  0.015 euro ( o se vi piace di più 1 centesimo e mezzo) un rapporto da 1 a 100, quindi la e-bike fa bene anche alle tasche. Ora a quanto pare mi sembra di portare un conteggio di bici = 4 e salite e/o auto e/o moto = 1.

Potremmo inserire la questione salute, l’inquinamento, le polveri sottili, il blocco della circolazione, le Zone a Traffico Limitato ( ZTL), insomma la lista è lunga. Ed a me non piace vincere facile, anche se in questo caso la partita è stata un gioco da ragazzi, la bici ( assistita da supporto elettrico motorio ) supera di gran lunga in tema di benessere psicofisico ed ecologico tutti i contro che si possano immaginare in termini di salute, inquinamento, nessun ostacolo a passare nelle ztl etc…

Tanto premesso, è pur vero che a Napoli mancano le piste ciclabili!!! E qui vi dirò una cosa in controtendenza: “Più bici ci sono in città, più le strade si trasformano in ciclabili; cioè diventano più sicure se ci sono più bici”.

Infatti, in Città, si concentra la maggior parte degli incidenti, alcuni anche mortali: 28 morti e quasi 3000 feriti nel 2015 [fonte], ma non vi sembrano bollettini di guerra?

Sicuramente si potrebbe invertire il trend di questi dati nefasti, proprio grazie all’uso della bici.

Tutto quello che vi ho appena scritto, ci impone una riflessione : “Esiste un modo alternativo per muoversi???”. E la risposta è anche questa volta sì, una bella bici ci aspetta tutti fuori dalla porta di casa.

Al contrario : valutare le distanze, la necessità di doversi far trasportare da un auto, che se ci pensiamo per scarrozzare anche solo una persona di peso medio di circa 60/70kg… ma anche 100kg impiega circa 1.500 kg di autovettura, non vi sembra una sproporzione enorme?? Anche questo è un ulteriore punto di vista sul fatto.

Quante volte poi, andiamo da soli in auto  🙁  , quante volte inoltre dobbiamo trasportare grandi o pesanti volumi 🙁 …

Insomma sensibilizziamoci, che forse qualche volta la bici o la bici ad assistenza elettrica, è un ottima soluzione, sotto tutti i punti di vista. 🙂

Oggi poi, esistono soluzioni per trasporto bambini, trasporto protetti dalla pioggia, insomma ce n’è di tutti i tipi e per tutti i gusti, quindi biciclettiamoci tutti e giriamo la nostra bella città del sole!!!!

 

La città, i nostri figli, non potranno far altro che ringraziarci di tutto questo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parenti Serpenti – Lello Arena su Napoli, Troisi e teatro

  • Napoleaks – 10/02/2017

La riedizione teatrale di “Parenti Serpenti”  ripresa dal testo di Carmine Amoroso ha la eccellente regia di Luciano Melchionna che ha saputo riaggiornare in chiave contemporanea la trama di una storia di grande successo. La rappresentazione si è svolta a presso il teatro Cilea di Napoli dal 26 al 29 gennaio.

Lo spettacolo ha dimostrato di centrare bene una descrizione, seppur parziale, del concetto di “famiglia moderna”. Legami di sangue che mettono in crisi tanti soggetti diversi e allo stesso tempo in una condizione di precarietà esistenziale.
Gli attori nella narrazione sono riusciti davvero ad interpretare dei momenti che possono essere vissuti nel quotidiano familiare di oggi, sebbene la trama porti poi a conclusioni estreme e paradossali.

La compagnia teatrale che ha intepretato vizi e ambiguità di una famiglia moderna è stata nel complesso davvero preparata in ogni particolare: i gesti, le espressioni e le movenze giuste che hanno trasmesso alla platea diverse emozioni. Una messa in scena allegra, ma allo stesso tempo profonda perché svela le ipocrisie legate ai legami familiari di oggi.
La famiglia è sicuramente un modello sempre più in crisi nella società in trasformazione e pensiamo che lo spettacolo faccia una fotografia abbastanza oggettiva della situazione odierna.

 

Intervista a Lello Arena – Primo Attore della Compagnia                         

Ti è piaciuto interpretare insieme ad una compagnia di tutto rispetto “Parenti Serpenti”?

La cosa che all’epoca ci sembrava interessante, una commedia scritta per il teatro dovesse ritornare a teatro!
Il mezzo espressivo è completamente diverso perché a teatro sei presente a quello che succede, fisicamente presente, mentre il cinema ti da quella distanza che consente di assolverti dalla partecipazione perché sei lontano.
Lì si parla di un’altra famiglia, non somiglia alla tua, non ti riguarda, in pratica non senti il profumo della casa, delle cose, delle persone; per cui, considerando il grande successo del film di Monicelli, ci era venuta la curiosità di capire se effettivamente invece la Commedia avesse delle “cose da parte” che non erano state viste…ed era così!
Abbiamo letto insieme a Luciano (Melchionna n.d.r) la commedia abbiamo capito che c’era una tridimensionalità, c’era una liturgia, c’era una somiglianza, una vicinanza, che ci riguardava più intimamente. L’idea di raccontare di nuovo questa storia con il mezzo che le era stato destinato dal suo autore all’inizio (Carmine Amoroso n.d.r) ci è sembrata una buona idea!
A giudicare dagli esiti e dai risultati forse valeva anche la pena.

 

 

Tu sei partito con Massimo ed altri di San Giorgio a Cremano con lo spazio “RH Negativo”. Cosa era?
Lì forse partì anche un po’ la cosa dei “Saraceni” prima e della “Smorfia” poi.
Uno spazio dove sviluppare le proprie idee, in questo caso teatrali, proprio come oggi ne stanno nascendo tanti nell’area metropolitana di Napoli anche con diverse attività sociali. Cosa pensi significhi essere giovani oggi a Napoli, e come si possono sviluppare le proprie attitudini in maniera libera?

 

RH negativo era un nostro locale dove abbiamo riadattato una specie di deposito: l’abbiamo sistemato, abbiamo comprato delle poltrone, e l’abbiamo trasformato in un teatro.
Nessuno che abbia un progetto d’arte, a meno che non abbia un genitore milionario che lo autorizzi a “pensare un progetto e a pensare di…” ha i mezzi in partenza, ma c’è da dire che si passa anche attraverso la verifica di un mercato. Alcuni progetti che non vedono la luce spesso non meritano di essere prodotti, qualche volta una buona idea viene prodotta perché è solo una buona idea, come dire altrimenti.
La prima verifica, anche per i giovani, può essere un po’ scomoda da sopportare. Il mercato però non deve assorbire la tua idea!
Ci sono alcune idee, anche l’idea della “Smorfia”, che sono talmente nuove, talmente strampalate e talmente eversive, che nessuno le capisce!
In quel caso non è una cattiva idea, ma un’idea difficile da spiegare!
Napoli è in grande fermento culturale, c’è grandissima produzione teatrale, spazi per le “nuove leve”, i teatri “off”, l’alternativa, il teatro tradizionale, un teatro nazionale, che, checchè se ne voglia dire, c’è il teatro nazionale che è il teatro di Napoli, un festival di teatro dove c’è una sezione fringe, dove si vedono cose nuove, viste da nessuna altra parte. C’è un grande fermento sulla musica, sul cinema.
Se fossi un giovane napoletano sarei molto contento di stare qua in questo periodo e mi preoccuperei di farmi venire delle buone idee piuttosto che pensare che qualcuno mi debba venire a chiamare perché forse “io so quello che deve fare teatro e altri no”.
C’è un grande fermento, bisogna solo gioire se ci sono iniziative di artisti, anche se sono isolate.
Per esempio i graffiti comparsi dal nulla a San Giorgio (opere di Jorit Chi n.d.r) , sono ahimè, e lo dico con grande dispiacere, frutto dell’iniziativa privata e personale di chi si è pigliato la briga di caricarsi spese e permessi per inventarsi questa cosa e per farla respirare all’interno di una città che anche così dimostra di aver avuto sempre rispetto per aver ospitato un personaggio così straordinario (Massimo Troisi n.d.r) in un modo che non si può qualificare.

 

 

In che senso lo dici “con grande dispiacere”?

Avremmo dovuto fare in modo che talenti come quello di Massimo, ma anche talenti completamente diversi, fossero ospitati all’interno di una struttura, di un’organizzazione,  per fare in modo che ci fossero mezzi, modi, e sistemi, per far sì che tutti sviluppassero le proprie potenzialità. Se un progetto del genere fosse  intitolato a Massimo sarebbe straordinario.
Spesso si perdono delle occasioni qualche volta per disattenzione, qualche volta per modi un po’ dolosi, un po’ pericolosi, un po’ distratti, e un po’ in malafede.
Tutte queste (che ha elencato n.d.r) cose fanno sempre pensare che il domani è sempre in mano agli artisti e non in mano ai burocrati, ai politici, e alle autorità.

 

 

Che vedi in prospettiva?

Dobbiamo continuare a sperare che gli artisti continuino a produrre bellezza e che arrivino altri come Massimo a crearci una vita migliore di quella che c’abbiamo; perché (persone come Massimo n.d.r) hanno questo dono, questa capacità, questa genialità, questa straordinarietà.
Personalmente sono lievito quotidiano di ricordo per un artista che non ha bisogno di me per essere ricordato.
Se posso dare una mano, come al solito, lo faccio volentieri e spero che prima o poi all’interno di questi momenti (di ricordo n.d.r.) possiamo organizzare una grande festa per stare tutti insieme e godere di quello che Massimo ci ha lasciato. In una situazione però durante la quale si condivida una passione più che un ricordo. A me non mi manca niente. Mi manca Massimo.
 Questo la dice lunga… non ho bisogno di uno che me lo sostituisca, avrei e ho bisogno tutti i giorni di ricordare e di stare e di condividere quella passione, quel genio, quel talento, quella poesia, per cui bisognerebbe proprio che, chi ne ha la possibilità, si metta la mano sulla coscienza e si renda disponibile acchè occasioni di questo tipo possano succedere.    

 

 

 

Intervista a Luciano Melchionna – Regista “Parenti Serpenti”.

 

      

Come hai reinterpretato “Parenti Serpenti”?

Il riaggiornamento è per rendere contemporaneo il contesto. Aggiornare il tema non è stato difficile, la famiglia è sempre più in crisi per cui credo veramente che ognuno di noi abbia qualche serpentello in famiglia. Non escludo che sia nato anche dal fatto che crescendo iniziano a manifestarsi… non so come accada questo, però, i parenti, pian piano crescendo, con determinate dinamiche tipo quella dello spettacolo, si palesano e improvvisamente ti trovi davanti degli estranei!  Infatti noi lo spettacolo lo facciamo cominciare proprio così nel senso che “i vicini sono estranei, non sono parenti” (purtroppo). Inversamente (a quello che viene rappresentato all’inizio n.d.r) credo spesso più nei legami “non -di –sangue”.
Detto ciò il tema attualissimo, la voglia infinita che da tempo ci confessavamo io e Lello, ha fatto sì che portasse in scena quello spettacolo dove il racconto è affidato a un bambino. Io ho deciso di affidarlo a “IL bambino”, cioè il nonno (Lello Arena n.d.r), per cui lo spettacolo prende questa piega grazie anche alla fiducia di Carmine Amoroso che mi ha dato il testo e mi ha detto “puoi fare quello che vuoi”, grazie Carmine.
E’ Stato molto divertente e stimolante affrontare una sfida che spaventava profondamente, perché …caro Monicelli grazie di quello che ci hai lasciato… però una è stata sfida bella alla quale Lello si è prestato con dedizione totale, cosi come Giorgia Trasselli, così anche gli altri attori che ho scelto e selezionato tramite provini. Li volevo perfetti e non volevo che facessero la macchietta dei personaggi e degli attori del film.

Qual è il rapporto con il Film di Mario Monicelli?

Il film l’avevo visto a suo tempo, mi sono dedicato al testo, non l’ho voluto riguardare, e ho voluto dare un taglio scrivendo e aggiungendo delle cose,  mettendo il mio manifesto, ovvero le risate, le lacrime.
Quelle sono emozioni.
Anche con “Dignità autonome di prostituzione”  (altro suo spettacolo teatrale n.d.r)  ho portato questa poetica.
Non andate a teatro solo per essere intrattenuti e farvi grasse risate perché si esce vuoti, è molto più interessante lasciar cadere una lacrima insieme a una risata e portarsi appresso una riflessione, credo sia molto importante questo spettacolo da questo punto di vista.

Che cosa è che la platea non sa?

Secondo me si è perso moltissimo il fatto che nessuno sa il regista cosa faccia: “Si bellissimo, bravi però tu che fatt?” e così anche degli attori: “Alla fin fine che fanno? stanno li intrattengono…”
Vederli da vicino, in “Dignità autonome di prostituzione” specialmente, dentro le stanzette, dentro a un bagno, da un metro di distanza e vedere che cosa fanno, come riescono a cambiare, come riescono ad entrare, come riescono ogni volta ad approcciare dei nodi drammaturgici ed emotivi.
E’ molto interessante per il pubblico che comincia spero con il mio piccolo contributo a ridare valore all’arte. Quello che faccio io, lo faccio con grande onestà intellettuale: è la mia vita.
Parenti serpenti è un altro figlioletto amato, e guai a chi me lo tocca!
Li seguo ovunque, li risistemo […] perché credo sia una grande forma di rispetto per gli attori e per il pubblico che si prende quello che gli si da da ormai troppo tempo, ma (il pubblico n.d.r) non è scemo per niente e quindi quando avverte la qualtà, il talento e la professionalità e secondo me la sa distinguere.

Intervista: Bruno Martirani

Riprese, montaggio, Fotografia: Matteo Pedicini