VAN GOGH IMMERSIVE EXPERIENCE: la mostra che propone il pittore olandese anche alla generazione Y

Nascosta tra le mura della Basilica di San Giovanni, nel cuore del centro storico di Napoli, un po’ di della Provenza di fine ottocento, quella tanto cara a Vincent Van Gogh, se ne sta in attesa di visitatori, proiettata in bella mostra, sui muri della struttura monumentale.

Partiamo subito dalle critiche: la “Van Gogh Immersive Experience” dura troppo poco: trenta minuti intensi ed emozionanti che lasciano la sensazione di ristoro di un bel massaggio rilassante che si interrompe troppo presto. Impossibile dunque non cedere alla parte opzionale della mostra virtuale che si svolge in una saletta a parte e che con un sovrapprezzo di 2€ permette allo spettatore di immergersi in una passeggiata per i paesaggi bucolici dei quadri di Van Gogh. A rendere l’esperienza ulteriormente coinvolgente è la voce narrante di Vincent, interpretato da un attore che conduce lo spettatore nel suo viaggio virtuale.

Ma torniamo alla sala delle proiezioni, dove è possibile scegliere tra sedie normali e sedie a sdraio, tappeti, panche,divanetti e cuscini, per lasciarsi avvolgere a 360 gradi dalle opere dell’artista olandese, nel tripudio di colori che riempie gradualmente la sala, trasformandola di fatto in un enorme quadro abitabile.

Certo, l’aspetto negativo delle mostre interattive è che a conti fatti, manca un reale incontro tra il visitatore e l’opera d’arte in senso stretto. Scordatevi che assistere alla “Van Gogh Immersive Experience” possa assomigliare alla sensazione che avreste al Van Gogh Museum statale di Amsterdam, al cospetto dell’originale de “I mangiatori di patate” o “Campo di grano con volo di corvi”, dove la pastosità delle pennellate ed i colori brillanti, “rubati” all’arte orientale e divenuti il marchio di fabbrica del Van Gogh più amato, restituiscono allo spettatore l’intenzione dell’artista quasi lo si possa vedere mentre è al lavoro, di fronte alla tela. Se è questo che ci si aspetta da una mostra interattiva, non si potrà che rimanere delusi, perché quella delle apprezzatissime mostre interattive è un’esperienza completamente differente e di concezione contemporanea in cui le opere, pur essendo indiscutibilmente le protagoniste incontrastate, prendono vita grazie alle animazioni, interagendo in modo meno passivo, che conferisce meno responsabilità allo spettatore che viene accerchiato dalle opere in un’ambientazione di totale concentrazione e dunque investito di emozioni, indipendentemente dalla propria sensibilità artistica.

Prendiamo come esempio “Notte stellata sul Rodano”, uno dei quadri più famosi e riusciti dell’artista “matto”, nonché uno dei momenti più riusciti di questa mostra interattiva.

Il quadro, realizzato nel 1888, è un panorama notturno occupato quasi al 50% da un cielo stellato, di quelli che tanto affascinavano Van Gogh “Spesso ho la sensazione che la notte sia più ricca di colori, se paragonata al giorno”, diceva nelle sue lettere. Il resto del quadro è occupato dal mare, le barche ed il lungomare di Arles su cui passeggia una coppia di innamorati. L’opera è stata descritta dal suo autore in questo modo, che l’ha dipinto una seconda volta in parole: “Ho passeggiato una notte lungo il mare sulla spiaggia deserta, non era ridente, ma neppure triste, era… bello. Il cielo di un azzurro profondo era punteggiato di nuvole d’un azzurro più profondo del blu base, di un cobalto intenso, e di altre nuvole d’un azzurro più chiaro, del lattiginoso biancore delle vie lattee. Sul fondo azzurro scintillavano delle stelle chiare, verdi, gialle, bianche, rosa chiare, più luminose delle pietre preziose che vediamo anche a Parigi – perciò era il caso di dire: opali, smeraldi, lapislazzuli, rubini, zaffiri. Il mare era d’un blu oltremare molto profondo – la spiaggia di un tono violaceo, e mi pareva anche rossastra, con dei cespugli sulla duna (la duna è alta 5 metri), dei cespugli color blu di Prussia.”.

Ebbene, nella mostra interattiva, il momento dedicato a “Notte stellata sul Rodano” è uno dei momenti più riusciti: la parte superiore dei muri della Basilica di San Giovanni è costellata di stelle che illuminano la sala, accendendosi e spegnendosi, mentre la parte bassa delle pareti ospita il mare che è vivo, ondeggia e fa oscillare le barche, ne sentiamo il suono ed è impossibile non sentirsi come si fosse sul lungomare di Arles, ed ora non vediamo più le due figure umane, piuttosto, siamo, una di esse.

Le animazioni, in questo ed in tutti gli altri casi, sono frutto del lavoro di artisti contemporanei e sono adeguate, un omaggio che probabilmente avrebbe commosso il vecchio Vincent, utile per addentrarsi nella atmosfere bucoliche e non ritratte dallo sfortunato artista e soprattutto un escamotage per proporre alle nuove generazioni, più avvezze a schermi, proiezioni, realtà virtuale e trovate high tech varie, che a tela e pennelli, un efficace punto di contatto col mondo dell’arte più pura.

articolo di Sara Picardi, fotografia di Ludovico Brancaccio

Universo giovanile, scuola ed anestetizzazioni sociali: intervista ad Angela Vitale.

Dopo i recenti fatti di cronaca si è aperto il dibattito sulla violenza giovanile e sulle baby gang. Noi abbiamo deciso di dare la parola ad un’insegnante, poiché riteniamo che il piano su cui contrastare la violenza  è quello della famiglia, della scuola e della società nel suo complesso.

Di seguito l’intervista ad Angela Vitale:

 

 Angela lei insegna, in quale scuola?
Insegno nell’Istituto “Santa Rita alla Salute”, nel quartiere Avvocata/Montecalvario, limitrofo ai quartieri Vicaria, Arenella e Quartieri spagnoli. La scuola abbraccia un bacino d’utenza di ragazzi che provengono anche da luoghi noti alle cronache, quali il rione Sanità, il Cavone, le Fontanelle.
Che idea si è fatta dell’universo giovanile?
L’idea che mi sono fatta è quella di una grande complessità perché molto complessa è la realtà in cui i nostri ragazzi sono immersi. Per parlare dell’universo giovanile credo si debba partire dall’analisi e dalla comprensione della realtà sociale e culturale del contesto (che poi non è mai uno solo ma è l’interazione tra più contesti ad agire): i giovani sono lo specchio della realtà sociale e culturale nella quale vivono; ed oggi sono la cartina di tornasole di una società piena di contraddizioni, di cambiamenti rapidissimi e profondi, di instabilità, di precarietà. La sensazione è quella di vivere in una realtà frenetica e provvisoria che aliena, che mortifica la progettualità. È l’epoca dei grandi social eppure connotata da un forte individualismo e da grandi solitudini. Ragazzi pieni di grandi potenzialità eppure spesso così smarriti. E forse, prima ancora dei ragazzi, i primi ad esserlo sono proprio gli adulti.
 Gli ultimi drammatici fatti di cronaca ci raccontano di baby gang molto violente. Cosa pensa a tal proposito?
Penso ci sia molta più solitudine di quel che normalmente si pensi. Un malessere diffuso, silente che attraversa nel profondo i nostri ragazzi. Da qui alla noia e al cinismo il passo è breve. Ci si anestetizza e si finisce col pensare al mondo come ad un luogo in cui ci si debba difendere. Nei casi peggiori questo senso di minaccia arma i nostri ragazzi di brutalità, coltelli ben affilati e violenza disumana. Penso che il fenomeno delle baby gang, conosciuto da tempo, debba essere un’occasione improrogabile per interrogarsi. Noi adulti siamo degni di essere chiamati tali solo se ci sentiamo mossi da un urgente senso di responsabilità. La responsabilità ha a che fare col rispondere: è la capacità di rispondere reagendo, è una risposta d’azione, una presa di forte consapevolezza. Chi si sente assolto, de-responsabilizzato rispetto a tanta umanità marginalizzata, disperata, dolente è il primo dei colpevoli e condanna senza possibilità di appello.
Con quali strumenti bisognerebbe fronteggiare questa escalation di violenza?
Prima di ogni cosa, con la cura. La cura è responsabilità. Prendiamoci cura dei nostri ragazzi e facciamolo con premura. Ascoltiamoli. Hanno bisogno di non sentirsi dimenticati. Interroghiamoli, parliamo con loro cercando di capire quali sono le difficoltà che incontrano, caliamoci nel loro mondo. Non credo nella repressione e neppure nella sola prevenzione. Entro in grande conflitto con i rinunciatari, i disfattisti o con chi sa solo pontificare. Serve un piano per i ragazzi a rischio, e non solo di Napoli. Bisogna lottare. Credo nell’azione e nell’esempio. Forniamo ai nostri ragazzi nuovi paradigmi. Mostriamo loro che esistono nuovi mondi possibili. E poi la Bellezza, devono ubriacarsi di Bellezza.
 Ci sono dei limiti nell’azione della scuola?
I limiti ce li impongono. Negli ultimi anni l’Italia pare non punti sulla scuola. Eppure questo non basta a fermare chi vuole fare: quando un insegnante è in classe si chiude la porta alle spalle e riscrive ogni giorno la sua storia con i ragazzi. I miei momenti migliori, i più commoventi, sono quelli in cui intercetto la loro emotività, le loro debolezze… dolori, disagi, bisogni. Hanno bisogno di persone che siano disposte a raccontare, perché vogliono ascoltare, e di persone disposte ad ascoltarli, perché hanno bisogno di narrarsi. La scuola deve fare cultura nel senso più ampio del termine: deve fornire ai ragazzi gli strumenti per coltivare se stessi. La comunicazione è determinante, e avviene davvero solo quando si trasmette un “supplemento d’anima”.
Parliamo di lei. Chiediamo a tutti i nostri interlocutori di segnalarci un libro o un musicista da tenere assolutamente in libreria o nel lettore cd. Lei cosa ci dice?
Segnalare un solo libro è quanto di più complesso possa chiedermi! Ne cito uno perché anche solo il titolo trasmette un messaggio per me importante: “Le parole sono corpi tattili” di Fernando Pessoa. Perché “chi non vede bene una parola non può vedere bene un’anima.” In quanto alla musica sono eclettica, amo generi anche distanti tra loro a partire dal jazz alla musica classica, dal pop a quella sperimentale. In questo momento ascolto con una certa devozione Ryuichi Sakamoto.

“Per chi ha un cuore green è un’esperienza traumatica vedere una pianta distrutta”. Intervista a Cristiana Liguori Coportavoce di gente Green.

Le profonde trasformazioni a cui stiamo assistendo e la crisi ambientale fanno in modo che tali temi non siano più sussidiari o secondari rispetto ad altri. Abbiamo intervistato Cristiana Liguori di gente Green e ne è emersa un’idea di città in armonia con i principi dell’ecologia: 

Allora Cristiana, come nasce il tuo interesse per le tematiche ambientali?

Fin da bambina ho avuto ho avuto una spiccata sensibilità per le sorti degli animali e delle piante. Per questa ragione a 14 anni smisi di mangiare la carne. Ma è solo in tempi recenti che ho sentito il bisogno di agire concretamente e smettere di lamentarmi dello stato delle cose. Io penso che le persone comuni hanno molto potere ma devono metterlo in campo. Specialmente quelle che hanno a cuore il benessere di tutti. E così avevo appena deciso di iscrivermi a una grande associazione tipo Legambiente o WWF quando mi contatta Carmine Maturo e mi invita a partecipare alla prima riunione di una nuova associazione, Gente Green. Una coincidenza interessante!


Cosa è gente Green e quali sono le sue campagne?
Gente Green è un’associazione nata dalla volontà di incidere nella città di Napoli ma anche nella città metropolitana ed è costituita da tecnici, ecologisti storici e persone appassionate a queste tematiche come me.
La nostra visione è ampia, abbiamo un programma che riguarda i trasporti pubblici, la rete della pista ciclabile, abbiamo lanciato una campagna per la costruzione di un nuovo aeroporto per allontanare il traffico aereo dall’area urbana. Poi c’è la questione dei parchi e del verde. Di recente abbiamo presentato un manifesto per il verde insieme a wwf e Legambiente.
Inoltre organizziamo eventi per consentire ai cittadini di godere delle bellezze della città, come le passeggiate del cambiamento che si svolgono sulle scale della Pedamentina e del Moiariello. E ancora stiamo curando un ciclo di discipline orientali come yoga, tai chi e altre che si tengono al bosco di Capodimonte.
A Napoli ti stai battendo contro la potatura selvaggia. Ci racconti questa esperienza?

Per chi ha un cuore Green, è un’esperienza traumatica vedere una pianta distrutta, tagliata, bruciata. Ed è quello che si vede in città, per non parlare degli incendi boschivi dell’estate scorsa. Li sono stati distrutti flora e fauna. Le persone devono capire che a noi il verde serve intatto e abbondante per la salute dei nostri figli. Il verde non è solo un fattore estetico, ma è un vero e proprio presidio sanitario. Senza il verde si muore. Penso che bisogna educare all’ambiente l’intera popolazione a partire dalle scuole primarie. C’è molta ignoranza.
a Napoli le politiche ambientali sono tenute nel giusto conto?

A Napoli e dintorni ci sono molti problemi da risolvere e quello del verde è uno di questi. Abbiamo ereditato cattive abitudini che si fa fatica a cambiare. Servono persone capaci con una nuova visione. Sia i tecnici che i giardinieri sono convinti che bisogna tagliare, mentre i nostri esperti non lo pensano affatto. Solo quando strettamente necessario si può potare non più del 30% della pianta e con tecniche precise. Il problema è a monte, non si può piantare un albero ad alto fusto a un metro delle abitazioni, perché è ovvio che i rami cresceranno sui balconi dei residenti.
Quali sarebbero delle soluzioni per rendere la nostra città più in armonia con l’ambiente?

Le soluzioni sono molteplici, ma la prima che mi viene in mente è fare un piano del verde o perlomeno applicare le leggi già esistenti che a detta degli agronomi non sono malvagie. Inoltre serve un cambio generazionale di operatori nel settore. Come in ogni campo se c’è una vera passione il lavoro che vai a fare ne trarrà beneficio. Aumentare le aree verdi per i bambini e anche per i cani. Dovremmo prendere esempio dalle città europee. Più pedoni, più bici, più verde.


Non posso esimermi dal chiederti cosa pensi di questa vicenda dei cd. “sacchetti biodegradabili”

La questione della plastica è molto seria, molto grave. È sotto gli occhi di tutti l’esistenza di veri continenti di plastica alla deriva. Non credo a chi dice che la plastica ben smaltita è ecologica. Dobbiamo fare una conversione globale dei sacchetti di plastica in biodegradabile. È ridicolo proporre solo i sacchetti biodegradabili per la frutta o i farmaci. E tutto il packaging? Sarà meglio pagare qualche centesimo per le buste che qualche milione per il recupero dell’ambiente. Quello che trovo assurdo è che non si possa portare buste riciclate. Un decreto malsano che va boicottato.


Chi volesse iniziare un percorso di attivismo ambientalista come potrebbe contattarti?

Potrebbe contattarci attraverso la nostra pagina Gente Green per poi partecipare ai nostri meeting e alle nostre iniziative. Abbiamo bisogno di giovani per agire insieme per il loro futuro!


 Ci piace che gli intervistati ci raccontino del loro universo interiore. Ci parli di un libro e un cd musicale che ti ha particolarmente appassionata?

Mentre per la musica non ho un’idea precisa, c’è invece un libro che rileggo periodicamente ed è Lo Zen e il tiro con l’arco. È la storia di un occidentale che prende lezioni di tiro con l’arco da un maestro orientale. Parla della concentrazione, o meglio della compenetrazione della mente con l’oggetto, una sorta di fusione della psiche con la materia che ti consente di ottenere il risultato senza sforzo. Ci sto lavorando!

Invito alla lettura del libro di Raffaele Carotenuto: “Napoli, Sud, l’altra Italia”.

L’uguaglianza ha dei paradossi? Per il filosofo del diritto Thomas Nagel si. Essi si manifestano nello stridere tra la tendenza all’uguaglianza a cui tutti aneliamo “impersonalemnte”, e le spinte “personalistiche” alla base delle motivazioni individuali. Una scissione lacerante. La riflessione sui sistemi politici deve avere alla base questi presupposti.

Il libro di Raffaele Carotenuto in fondo spinge la riflessione in questa scia costringendoci a misurare anche con un’altra contraddizione paradossale, il rapporto nord/sud. pubblichiamo di seguito una recensione del libro:

 

 

Il terzo lavoro editoriale di Raffaele Carotenuto “Napoli, Sud, l’altra Italia. Diseguali tra uguali” (Spring edizioni) affronta la trattazione di un tema, di grande attualità e dibattito, con un taglio di racconto ed analisi ad ampio raggio narrativo e di ricerca d’inchiesta: i rapporti nord/sud, la verità soppressa, il razzismo sociale, l’oggi.
Il percorrere di un cammino in passi di storia, a tratti a ritroso a tratti in progress, abitando pensieri, interrogativi, proiezioni, su chi si è stati, chi si è, e cosa provare ad essere nel tempo.
Una sorta di solco tracciato tra “il riconoscersi e la maschera di un popolo” e sceglierne la nudità dell’essere. Quell’essenza che ne determina radici, identità, ma anche sostanza, soggettività consapevole, presente che parla al futuro.
Un viaggio complesso ed articolato in varie dinamiche narrative e di componenti relazionali, con richiami di approfondimento storico ed attualità di reportage su Napoli e su quanto oggi si muove in un panorama descrittivo, solo apparentemente “altro” dal passato.
Un libro argomentato, coraggioso, qualificato, che non dispone risposte ma ne apre la strada, con onestà, passione, capacità critica di studio e di pensiero.
Un percorso itinerante di contenuto vero, in libertà di penna e di idee, attraverso un linguaggio descrittivo che ne coniuga bellezza e forza, e quel sentimento “oltre” che unisce alla città.

“Un processo mai nato, un’offesa storica mai pulita, un presente mai riconosciuto.
Napoli, il sud, arrivano come il secondo tempo del calcio, sempre…dopo il primo; poi.
Giustizia malata, un processo unitario (quello del 1861) che ha tolto a qualcuno (sud) e dato a qualcun altro (nord), le moderne (pubbliche) discriminazioni ed offese nei confronti di un popolo, di una ex nazione.”

“Insomma un’altra Napoli per un’altra Italia: Raffaele Carotenuto ci crede, quando scrive di diseguaglianze tra uguali; perché non dargli ragione e seguirne l’esempio? A maggior ragione se i Napoletani avranno nel frattempo effettivamente deciso, tra l’appartenere e l’apparire, l’essere compiutamente se stessi, magari diversi ma non diseguali.” (Guido D’Agostino, Professore di Storia Moderna e Storia del Mezzogiorno, Presidente dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza).

“…Ciò che Carotenuto racconta nel suo libro, gli episodi che con tanta cura ha annotato e descritto, in ambito culturale, economico, sociale e persino sportivo nascono in un terreno fertile appositamente predisposto e foraggiato per poi giustificare una politica che mette costantemente in secondo piano il Sud.” (Flavia Sorrentino, delegata “Napoli Città Autonoma”).

Fuori dallo Zero per parlare di carcere, lavoro ed esclusione sociale.

Bellissima serata al organizzata dal Movimento Disoccupati-Gruppo Risveglio Indignato fuori dallo Zero. Ad Armando Arianiello, portavoce del movimento, va il pregio di aver unito dei temi fondamentali: questione lavoro, carcere, esclusione sociale.

Al dibattito hanno partecipato sia Mirella Pignataro che Monica Riccio. Ancora una volta la riflessione riparte dalla periferia. Ancora una volta è qui che assume una sua profondità. Credo che la sala gremita si sia inevitabilmente emozionata quando è intervenuto Pietro Ioia.

Il racconto delle violenze subite a Poggioreale è lacerante. In molti, quasi tutti siamo rimasti senza parole.

Noi di NapoLeaks non ci stancheremo mai di consigliare la lettura del suo libro.

 

Eppure, un tenue filo ha legato le parole di Mirella, Monica, Armando e Pietro: la ricerca di quel nucleo fondamentale che sostanza l’animo umano e che è il motore di ogni grande trasformazione sociale: rivendicare dignità.

La “cella zero”, luogo di tortura per i detenuti non rappresenta solo un inferno materiale, ma anche la testimonianza che da essa si può uscire, e lo si può fare denunziano i propri carnefici e rivendicando i propri diritti.

Carcere, lavoro, esclusione sono più aspetti degli stessi processi sociali. Confesso l’emozione di essermi trovato seduto a quel tavolo in cui, gioco forza, vecchi e nuovi rapporti di amicizia per me si manifestavano in una forma pubblica, proprio a partire dalla consapevolezza che nell’animo umano esiste un nucleo non smembrabile, ed è proprio lì che si agitano le forze vitali della dignità.

 

“L’opinione pubblica che volta la testa dall’altra parte è bene che sappia” Intervista a Pietro Ioia sul libro “Cella zero”.

 

 

Abbiamo deciso di intervistare Pietro Ioia perchè crediamo nel potere della parola che narra, capace di immergersi nel più profondo degli inferni per tirare fuori barlumi di verità. Purtroppo il carcere è avvolto da una coltre di silenzio. Parlare, raccontare, testimoniare è un atto di sfida teso ad abolire l’ingiustizia attraverso la consapevolezza delle cose: 

Allora Pietro, come le è venuta l’idea di un libro sulla “cella zero”?

Non è venuta a me ma ad un giornalista. Mi disse: “perché non scrivi un libro, visto che l’hai vissuta, sai che esiste”. Mi voleva aiutare, poi non se ne fece nulla. Facendo teatro in seguito mi contattò un giornalista che volle fare uno spettacolo sulle violenze nelle carceri. Un’attrice laureata in legge mi disse: “Pietro se vuoi fare il libro ti aiuto”. Il suo nome è Marina Billwiller. Diciamo che è stata fondamentale nell’incitarmi. Mi diceva: “scrivi scrivi scrivi” .
Quale è il motivo per cui è finito in carcere?
Sono stato un giovanissimo spacciatore. Quando non esisteva ancora Scampia, Forcella era il cuore dello spaccio. Poi sono passato al narcotraffico. Così sono finito in carcere. Ho girato più di 20 Istituti e spesso ho dovuto lottare contro ciò che non funzionava e mi atterriva.
Ci sono stai episodi specifici?

Ricordo la carenza di cibo, il freddo, alzarsi come un burattino alla conta, una sola ora di passeggio quando ne erano previste due. Le celle sono state sempre sovraffollate. Mai trovato una cella a norma. All’epoca non sapevo dei tre meri previsti per detenuto. Quando andai in prigione per un vecchio mandato in una fase in cui già avevo iniziato a prendere consapevolezza delle cose, ebbi modo di protestare contro questo sopruso.
Cosa ci dice della “Cella zero”?
Ci sono stato due volte nella cella zero. Una per un mazzo di carte da gioco non consentite. Ci fecero scendere dal capoposto e volevano sapere di chi erano le carte. Nessuno lo disse. Erano di un detenuto trasferito.
Uno per uno, spogliati, passammo verso la cella zero. Senza vestiti. Fummo pestati brutalmente poi insultati. Ricordo le parole: “Pezzo di merda. Ti facciamo vedere chi comanda qui”. 7-8 minuti di puro inferno. Arrivavano scariche di manganellate e calci. Poi dovevi correre nudo sopra, dritto nella cella.
Moltissimi sono passati per questo strazio. Credo migliaia.
Nessuno parlava. In fin dei conti eri solo. Nel 2014 ho fatto una denuncia. Poi ci sono state altre denunce. Con la mia denunzia saltò il tappo dal vaso di pandora. 22 indagati ed anche un medico. Poi furono rinviati a giudizio 13 poliziotti. La prossima udienza ci sarà il 13 marzo. Loro puntano alla prescrizione. Intanto con alcune Associazioni ci siamo costituiti parte civile e speriamo che in primo grado sia fatta giustizia.

Perché dovrebbe essere letto il suo libro?

È un libro verità. Non avrei saputo scrivere un romanzo. È la mia vita. 120 pagine di pura verità. Tutto quello che ho passato è contenuto in quelle pagine. Ma è anche un libro denuncia e l’opinione pubblica che volta la testa dall’altra parte è bene che sappia cosa accade nelle carceri, perché il carcere riguarda tutti. Si pagano tasse per far rispettare la Costituzione secondo la quale la condanna deve essere una riabilitazione. Temo che tale spirito  sia tradito.
Chi volesse prendere il tuo libro come può farlo in attesa che esca in libreria?
Può farlo scrivendo a info@marottaecafiero.it

“La bandiera rossa, la nostra bandiera”: articolo di Salvatore Martelli sul Subcomandante Vittorio

Il comandante, Vittorio Passeggio, certo, perché di comandante si tratta, comandare nel senso di dirigere, proiettare verso, avere visione di lungo, ripugnando il termine nel suo contenuto borghese che esprime il comando come ordine, opprime, talvolta sopprime. Il comandante che non si autoproclama alle folle, si barrica all’interno di fogli di alluminio saldati con poca precisione, la roccaforte della lotta diventa la sede del comitato, alla vela gialla, si passa da un eccesso all’altro, dal caldo d’estate, al freddo, freddissimo d’inverno che le mura di cemento armato a mestiere, mantengono, proteggono, il fumo delle sigarette a riempire i vuoti, i silenzi ad urlare più forti le posizioni opposte, difficilmente conciliabili, i compagni di una vita scelgono le strade meglio apparecchiate, quelle in discesa, dove si tende al compromesso, alla concertazione istituzionale, Vittorio invece tra la gente a vendere la dignità.

La politica che si scontra non per idea, lo fa per interesse, il comandante fuma e pensa al futuro mentre si sbraccia nel mare agitato delle Vele. Tutto qui, la complessità di un percorso di lotta che nasce come rivendicazione ad avere una abitazione dignitosa, diventa margine di realtà, copertina di giornale, pellicola per film. L’uomo che ha combattuto col megafono, è sicuramente l’esempio più bello, più vivido, più intenso da raccontare ai bambini, agli studenti , nessuno ci credeva al tempo, così, come tutti vogliono sedersi al tavolo delle spartizioni oggi, lo stesso tavolo che il comandante più volte ha ribaltato sulle facce senza contorni degli assessori di turno.

Un capolavoro, senza precedenti, le vele che tra pochi mesi verranno giù sotto i colpi delle gru armate, rappresentano la vittoria di un comandante di brigata che ha guidato senza tregua la lotta, nella difesa del suo popolo, del popolo delle Vele.

Il Duemiladieci scorre, è Ottobre o Novembre , piena crisi finanziaria, ci organizziamo per andare a Roma, dove si terrà una Manifestazione della Cgil, la crisi sta strangolando le persone, i lavoratori ormai sono in balia dei padroni, a Pomigliano hanno vinto gli altri, una lavoratrice urla e piange<< ho dovuto farmi la tessera con gli altri perché altrimenti mi licenziano, non posso permettermelo, ho tre figli e mio marito è stato licenziato due mesi fa>> .

Da tempo le cose sono cambiate in Italia, ma da quattro mesi si vive un clima di paura generalizzato, a Giugno il referendum di Pomigliano ha spalancato le porte ad una deregulation del lavoro, una guerra tra lavoratori, una gara a chi è più debole, la fabbrica sbanda sotto i colpi del Dirigente Italo- canadese, l’Italia crolla, sotto i colpi di chi divide, illude, approfitta e batte cassa.

Io insieme ad alcuni compagni abbiamo deciso di andare a Roma, perché il momento è delicato, drammatico, c’è bisogno di tutti, partiamo da Napoli in treno, le persone ci guardano, abbiamo con noi dei colori troppo evidenti, abbiamo bandiere e striscioni, rossi, come sempre.

Arriviamo a Roma, ci uniamo al corteo, salutiamo i compagni di Roma, la manifestazione è bella, si canta, ci divertiamo, arriviamo a Piazza San Giovanni, qualcuno degli anziani del sindacato mi ha trasmesso una strana abitudine, voglia, tradizione, devo scambiare la bandiera della mia federazione con quella di un’altra federazione, a casa ne tengo tre, una è bellissima, un bambino con il pugno chiuso avvolto nel rosso della bandiera. Mi avvicino ad un lavoratore per comprare una maglia che poi appenderemo in impianto “Pomigliano non si piega” gli chiedo di scambiare la bandiera, mi regala quella della FIom, non vuole baratto, me la regala, perché siamo <paesani>.

La tengo stretta per quella giornata e per molto ancora, la manifestazione finisce, torniamo a casa con le parole della lavoratrice dal palco che rimbombano come suoni di tamburo,, sentiamo nitidi i colpi, sentiamo lo stesso rumore in tanti, le parole di quella mamma esplodono per tutta la giornata senza sosta, esploderanno in noi per molti giorni ancora . L’anno che segue il Duemiladieci, ci ritroviamo a Napoli, sciopero generale, ci sono tutti, gli studenti, i lavoratori, in testa al corteo partito da piazza Mancini qualche politico e qualche sindacalista, noi siamo al centro tra gli studenti.

Tra qualche giorno ci saranno le elezioni amministrative alcuni movimenti appoggiano De Magistris, e si fanno sentire, si fanno notare. Arriviamo a piazza Dante, dove prendono parola i segretari, per ultima Susanna Camusso segretario generale, da una strada spunta una Nissan micra nera, piena di rabbia, piena di rivoluzione, sale sul marciapiede, scende un uomo di carnagione scura, in molti lo salutano, lo conoscono bene, è determinatissimo, vuole una bandiera, vuole andare sul palco, vuole prendere parola, il servizio d’ordine lo ferma, lui torna indietro viene verso di noi, vuole la mia bandiera per salire sul palco, io per l’occasione ho portato quella della Fiom dell’anno prima, quella di Pomigliano.

Non lo conosco, ma quel suo modo di fare, mi attira, mi affascina tantissimo, gliela cedo, corre verso il palco con la bandiera rossa Fiom, urla <<la Cgil ha isolato la FIOM, ‘a Camuuu vattenn>>> Non gli fanno spazio, non lo fanno salire, lo lasciano urlare ,il servivo d’ordine è addestrato bene, non cedono nemmeno a Vittorio Passeggio. Torniamo a casa dopo la manifestazione, torno senza bandiera, è servita per la causa mi dico,, quell’uomo che poi mi diranno che si chiama, Vittorio Passeggio voleva sfidare le regole, per parlare ai lavoratori, per gridare giustizia. Pomigliano ha lasciato un segno indelebile nelle lotte sindacali, qualcuno non regge l’urto, lui ha solo una cicatrice in più, una di tante. Il 30 Maggio del Duemilaundici c’è il ballottaggio delle elezioni comunali, De Magistris contro Lettieri, nel tragitto che mi porta a casa da lavoro, ascolto la radio, stanno scrutinando i primi seggi, De Magistris è in vantaggio, netto.

Faccio presto il cammino di casa, voglio andare nei seggi, per avere conferma. Arrivo fuori alla scuola dove voto, incontro un uomo di carnagione scura, è determinatissimo, ha il pugno chiuso, in alto, in vista, canta <> ripete l’inno per molto tempo. Lo guardo con gli occhi di chi non conosce, lui mi guarda ma, mi conosce << sagl cù me guaglió andiamo al centro, andiamo a festeggiare, Napoli è Rossa, editto bulgaro>> Vado con lui, andiamo a festeggiare, nel percorso mi abbraccia, è felice, dice ad alta voce dal finestrino <>, le persone fuori si stupiscono, non capiscono, ridono. Arriviamo a piazza Municipio, scendiamo dalla Nissan micra nera, lui va dietro , apre il cofano e prende una bandiera rossa, poi mi guarda serioso, con voce rauca dice << questa è tua, e bandier ‘e guerr nun se’ lasciano pa’ strad>> La prendo, e la stringo come nel treno del 2010, forte nei pugni, coi pugni. Le sue parole come quelle della lavoratrice di Roma esplodono ancora in me, per lui non possono vincere gli altri, si combatte, si resiste, si incassa, si mostrano le cicatrici, ma non si molla. Sul suo viso gli anni di lotta migliori, il sole dei momenti peggiori alla ricerca di sè, e poi milioni di pensieri, di storie che raccontano la vita di un “comandante”, che non si è arreso, che non si arrende nemmeno al sole, piuttosto lo sfida, come fa con tutto, bruciandosi la pelle. Porto la bandiera nello zaino da quel giorno, sempre con me, mi da autostima, consapevolezza di riuscita, è molto più di un pezzo di stoffa colorato a piacere, rappresenta battaglia, è la bandiera rossa, la bandiera nostra.

 

HUGO RACE: il rock crepuscolare dell’ex chittarrista dei Bad Seeds dal vivo a Napoli

Nato a Melbourne nel 1963, Hugo Race è noto principalmente per le sue collaborazioni con Nick Cave, che ha accompagnato dal 1983 al 1985, come chitarrista dei Bad Seeds. Debuttarono in Australia durante uno spettacolo di Capodanno al Seaview di St.Kilda e sarebbero diventati di lì a poco una delle band underground più seminali degli anni ottanta.

Race abbandonerà la band dopo il primo, spettacolare, album “From Her To Eternity”, per proseguire la sua carriera musicale con gli australiani The Wreckery che entrano in scena nel 1985 con un EP intitolato “I think this town is nervous”, decisamente vicino alle ambientazioni musicali oscure dei Bad Seeds.

Le sonorità sono post punk ma caratterizzate sia da composizioni complesse che ricordano l’approccio del jazz, che da venature blues.

Un’identità profondamente versatile è probabilmente l’unico marchio di fabbrica di Hugo Race che nella sua lunga carriera ha adottato influenze musicali di tutti i tipi miscelandole in un cocktail sonoro onirico ed assolutamente convincente.

The Wreckery proseguono la propria carriera producendo colonne sonore ideali per le ore notturne come il singolo “I can’t say“, un brano impreziosito da un assolo in cui s’intrecciano sassofono e pianoforte, o la più convenzionale “Everlasting Sleep, dal disco “Here At Pains Insistence“.

Il gruppo si scioglie nel 1988, anno in cui viene pubblicata una compilation della band.

A seguito di quest’esperienza, Race si trasferisce in Europa e fonda, a Berlino, i True Spirits, band che attraverserà gli anni novanta e rimarrà in piedi fino al 2015, mentre Race si dedica, al contempo, a progetti paralleli sia in altre band che come solista.

Il riferimento ad un racconto di Edgar Allan Poe sbandierato nel titolo del primo disco dei True Spirit, “Rue Morgue Blues“, rivela che gli interessi del musicista australiano non si limitano solo alla musica. La title track dell’album, anche stavolta accompagnata da fiati che arricchiscono la composizione, è un blues che si trascina accattivante ed è scandito da una batteria statica e praticamente inesistente che si limita ad un suono secco ripetuto per più di quattro minuti, mentre la chitarra intesse una melodia ipnotica.

Il filo conduttore dei True Spirits è il buio, inteso non come collocazione spaventosa o angusta, bensì come dominio in cui esprimersi al cento per cento. A differenza della maggior parte della musica post punk e new wave degli anni ottanta, che alla lunga può diventare ripetitiva, la musica dei True Spirit risulta varia e stimolante.

Più ci avviciniamo al presente, più i punti di contatto tra Hugo Race e l’Italia aumentano. La collaborazione con la catanese Maria Collica inizia con un duetto in “When midnight comes” dei True Spirits e si evolve nei Sepiatone, band in cui Race si dedica principalmente alla parte strumentale per lasciare spazio alla voce della cantante. Ed ancora, con una band tutta italiana, gli emiliani I Sacri Cuori, il chitarrista e cantante fonderà gli Hugo Race and Fatalists.

Il 2017 vede Race in tour in Europa con Michelangelo Russo da ottobre a dicembre, ma il compositore è riuscito a ritagliarsi una data come solista al Cellar Theory a Napoli. In quest’occasione ha proposto un live set unico in cui ha sperimentato brani inediti, intrattenendo il pubblico per più di un’ora.

La serata è stata organizzata da Rockalvi che propone eventi in Campania per promuovere l’ONLUS per bambini affetti da malattie rare Camilla la stella che brilla, a cui è inoltre possibile devolvere il cinque per mille.

Dopo l’apertura di Johnny Dalbasso, one man band carismatico di origine avellinese, (potete leggere l’intervista che gli abbiamo fatto qualche tempo fa cliccando qui), Hugo Race si presenta sul palco senza l’accompagnamento di una band.
Voce e chitarra, una stomp box visibilmente artigianale che assomiglia ad un cassetto, ed un’astronave di pedali, ma anche basi pre-registrate che non suonano false grazie alla chitarra evocativa ed onirica di Race che si distende sul tappeto pre-registrato come una pianta rampicante.

Le canzoni richiamano immagini palpabili che sembrano concretizzarsi nel club vomerese: le note ridisegnano le tracce sull’asfalto di un autostrada percorsa di notte, il bancone di un bar notturno fumoso, il letto di una stanza d’albergo solitaria affittata a buon mercato.

Queste ed altre visioni scorrono nelle menti del pubblico mentre il musicista australiano canta sussurrando e fa l’amore con la sua chitarra in un insolito connubio electro-blues.

articolo di Sara Picardi, fotografia di Mina Maya Solimeo

ANTONIO LIGABUE: Al Maschio Angioino le opere del pittore che ha vissuto da indesiderato ed è morto assaporando il successo

L’impatto che suscitano le opere di Antonio Ligabue ha qualcosa in comune con le emozioni che si provano leggendo la sua sventurata biografia.

Una sensazione di tenerezza e compassione empatica che non si limita all’osservazione ma che travolge in pieno.

La vita di Ligabue è così priva di punti fermi che addirittura qualcosa di banale come il suo cognome riesce ad essere incostante. Nasce a Zurigo nel 1899, da padre ignoto, acquisisce il cognome della madre prima di quello del suo nuovo compagno, Bonfiglio Leccabue, ma dal 1900 viene cresciuto dai coniugi Göble, a cui la famiglia d’origine è costretto ad affidarlo a causa della propria condizione economica di indigenza. Da adulto preferirà farsi chiamare Ligabue, come a mantenere un segno delle proprie radici, senza accettarle completamente.

Al 1917 risale il primo ricovero in un ospedale psichiatrico, a causa di una violenta crisi nervosa, e due anni dopo, a seguito dell’ennesima denuncia da parte della madre adottiva, Ligabue è costretto ad abbandonare la Svizzera.

Al 1920 risalgono le prime opere, contemporaneamente all’inizio di un lavoro faticoso,come bracciante presso i margini del fiume Po’, che gli consente di tirare avanti. Invogliato dall’artista Renato Marino Mazzacurati, Ligabue affina le proprie tecniche di pittura e scultura ma il suo rendimento tecnico sarà altalenante come la sua stabilità psicologica. Nel tra il 1937 ed il 1947 viene nuovamente internato in ospedale psichiatrico un paio di volte mentre la sua attività artistica dopo la guerra si intensifica al punto tale da iniziare a riscuotere un certo successo.

Fama e la ricchezza arrivano solo alla fine degli anni ’50, quando il pittore vede riconosciuto definitivamente il proprio talento e riesce a vendere abbastanza opere da potersi concedere il capriccio di acquistare delle motociclette di lusso.

Vittima di un incidente a seguito del quale rimase parzialmente paralizzato, morì nel 1965 concludendo una vita terribilmente sfortunata ma anche segnata dalla rivalsa e dalla libertà assoluta.

Ospitata al Maschio Angioino e curata da Sandro Parmiggiani, la personale “Antonio Ligabue” è stata inaugurata il 10 ottobre e proseguirà fino al 29 gennaio, proponendo le opere che hanno reso l’artista famoso, quelle che incarnano le sue ossessioni, come gli animali feroci, mai visti dal vivo dal pittore ma solo tramite illustrazioni di un bestiario. Animali inquieti che raffigurano in maniera eccellente il suo lato aggressivo. Sono tigri che ruggiscono mostrando i denti ma che sembrano più vicine ad una visione immaginaria che realistica e assomigliano a quelle sui manifesti del circo, più che ai felini fieri che vivono nella savana, liberi di esprimere il proprio potenziale distruttivo. I colori sono vivi, pieni e luminosi.

Ligabue è un artista molto fisico, che ha espresso le proprie frustrazioni sovrapponendo strati e strati di colore corposo, come a voler coprire, pennellata dopo pennellata, i ricordi dolorosi di una vita da indesiderato.

Allestita unicamente nella sala della Loggia, l’esposizione ospita opere che si dividono in quadri, disegni e sculture, tra cui spiccano innumerevoli autoritratti dell’artista che si è immortalato quasi sempre nella stessa posizione, mostrando un profilo che aveva delineato lui stesso, scolpendolo con atti autolesionistici, tentando di fare assomigliare il più possibile il suo naso al becco di un falco.

Il legame tra il pittore svizzero ed il regno animale è evidente e sfocia in un vero e proprio senso di appartenenza di cui troviamo testimonianza nel documentario della RAI proposto all’esposizione. Sullo schermo vediamo Ligabue aggirarsi in un bosco mentre imita alla perfezione il verso degli uccelli, nel tentativo di richiamarne qualcuno.

Oltre alla sublimazione della violenza espressa tramite gli animali feroci, nelle sue opere è mostrata la vulnerabilità, attraverso le prede.

Scoiattoli e conigli sono forse la rappresentazione di un lato tenero che è stato trattato brutalmente ed incarnano l’amara consapevolezza che la necessità non lascia spazio alla pietà.

La genesi delle creazioni di Ligabue è mistica ed assomiglia ai rituali di purificazione degli sciamani, come se l’autore utilizzasse il mezzo pittorico come tramite per liberarsi dei propri demoni, che assumono la forma di elementi della natura. Tra questi gli insetti, che brulicano nelle suoi quadri come ammonimento orrorifico e che incontriamo anche in un autoritratto in cui sono ancora più spaventosi perché raffigurati insieme a del sangue sulle tempie dell’artista.

La mostra d’arte al Maschio Angioino è un ulteriore tassello nel mosaico della rivalsa dell’artista sciamano che, nato senza nome, è riuscito a trovare un posto per sé e le proprie visioni, nella storia dell’arte.

articolo di Sara Picardi

Spunti di riflessione sullo sdoganamento del fascismo. Nuovo articolo di Raffaele Carotenuto

“E’ successo e ciò che è accaduto una volta, può accadere di nuovo. E’ un dovere di tutti noi ricordare per non dimenticare affinché certi tragici eventi non si ripetano”. Primo Levi

Questo presente che ti ruba passato e futuro

Alcuni episodi di questo tempo storico fanno riflettere su chi eravamo e cosa stiamo diventando, sul cambiamento di costume degli italiani che sembrerebbe essere regredito, dove si mettono in discussione conquiste sociali che hanno fondato questo popolo, con resistenze e lotte mai neutre.

Mi riferisco al Decimo Municipio di Roma, Ostia, dove gruppi neofascisti ostentano forza ed aggregano violenza, ringalluzziti dal risultato elettorale locale, e per questo motivo ospitati in tv spessissimo; al giocatore che a Marzabotto, dopo un gol, esibisce la maglia della Repubblica Sociale Italiana e alza il braccio teso verso i propri tifosi. Un’offesa alla storia visto che proprio lì, nell’autunno del 1944, vi fu l’eccidio di Monte Sole, un crimine contro l’umanità per mano nazifascista. Ed ancora, Anna Frank “usata” in qualche stadio di calcio, dove si fischiano gli inni di altre nazioni.

Fenomeni da baraccone, atti di goliardia. Sbagliato farli passare così, grave ridurre gli stessi ad episodi isolati, dannoso minimizzare. In gioco vi sono valori, culture, sentimenti. L’Italia ha scelto l’antifascismo, ha vinto su barbarie e tirannia, ha pagato con il sangue e con la vita.

Questa “voglia” di normalizzazione di tv, giornali e commentatori pubblici rappresenta una rottura, una pericolosa involuzione, anche se gli anticorpi a ciò sono lunghi e larghi.

Un tempo la politica (e i luoghi istituzionali) esprimeva progetti, programmi, studi (in qualche caso scuola di partito), competenze, ricerche, lotte, rivendicazione di obiettivi di classe. Anche i processi individuali venivano trattati con una dimensione comunitaria. La conflittualità tra i partiti, un tempo massimi agenti della mediazione sociale, era dimensionata dal rispetto e dal riconoscimento reciproco. Quella politica produceva politica, non ceto politico, sfornava rappresentanza e classe dirigente, appartenenza, identità, non avventurieri, solisti e populismo territoriale (leggi referendum Lega). La politica era sì fazione, ma aveva parametri di riferimento ideali e culturali.

Si pensi ai giochi olimpici, ovvero ai mondiali di tutte le discipline agonistiche (e da qualche anno i paraolimpici), oppure ai giochi senza frontiere, nati in Francia per un’idea dell’allora presidente Charles De Gaulle, sostanzialmente per rafforzare l’amicizia tra i francesi e i tedeschi, riprodotto successivamente in altri paesi europei (circa 20), orgoglio delle nazioni, dove la competizione rappresentava valore, messaggio. Insomma qualcosa che aveva l’ambizione di avvicinare i popoli del continente europeo, non già per esprimere violenza, sopraffazione, prevaricazione sociale. Questi momenti hanno ispirato canzoni (Peter Gabriel), videogiochi (It’s Knockout), programmi in eurovisione.

La differenza con quanto accade oggi è che prima questi ambiti della vita pubblica si muovevano su regole concordemente accettate (non escludendo mai chi le violava).

“Aggregatori sociali”, luoghi di appartenenza, inclusività. Il primo sport dello stivale faceva emergere competizione, meriti, dove il “prevalente” era l’agonismo, la robustezza morale. Insomma, il calcio come modello di vita ed in qualche caso di tendenza culturale (lo sport per il sociale, la solidarietà, i messaggi positivi contro la violenza, etc.). Certo, mondi non scevri da condizionamenti, da storture e contraddizioni, ma questi sembravano non essere il “prevalente”, erano confinati, eccezionali.

Oggi tutto finisce in un “presente ossessivo”, amplificato prima di tutto dai social media, senza filtri né regole, mai analizzando il passato o provare a tracciare un orizzonte largo, un fine lungo. C’è sempre qualcuno pronto a dirti cosa dire, che mangiare, come vestire, ma anche e soprattutto dove ognuno vomita interiorità, intimità, mette a nudo se stesso (come se a tutti gli altri veramente interessasse ciò).

 

Chi parla a “microfono” deve provare ad indicare come si recupera il divario tra le “due società”, ovvero tra quella rappresentata (o autorappresentata) e quella esclusa, non analizzando le sole mosse dell’una (quella esclusa) ed omettendo o mitigando quelle dell’altra (per opportunità od opportunismo).

Questi contenitori pubblici (stadi di calcio, sedi istituzionali) vanno ricondotti su una strada che si riappropri di passi puliti, proponendo virtuosità, buone ed oneste pratiche pubbliche, valori condivisi e tanta onestà intellettuale, senza parlare (e pensare) esclusivamente di questo eterno presente.

Si “scenda” dalle cattedre universitarie e si evitino lectio magistralis, andiamo tutti a “praticare” nei luoghi del conflitto e delle contraddizioni sociali, innanzitutto con la Costituzione tra le mani, mettiamo in discussione i propri titoli ed onorificenze, grandi e piccoli (piccolissimi pure), e ritorniamo tra i banchi di scuola. Non è più tempo di piedistalli.

 

 

Napoli, 16 novembre 2017                                                           Raffaele Carotenuto